I Miserabili
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Bevilacqua: Viaggio al principio del giorno

bevilacquaviaggio.jpgAlberto Bevilacqua ha venduto l'anima al diavolo: e lo racconta. Racconta tutto di sé con il gusto per la potenza dell'accelerazione che può provare soltanto un pilota di Formula 1 e che il guidatore di un'utilitaria può soltanto immaginarsi. E questo è, a tutti gli effetti, Alberto Bevilacqua rispetto agli scrittori italiani contemporanei (e non parliamo di autori di massa: intendiamo anche gli scrittorini gracili e raffinati che godono un sacco a vendere i loro libretti a improbabili e inesistenti élite nazionali): Bevilacqua ha il turbo, gli altri hanno un motorino. Dopo la sorprendente, trascinante prova postuma de La polvere sull'erba, uscita da Einaudi con un clamoroso successo di critica e pubblico, Bevilacqua si presenta alla seconda uscita einaudiana con il libro della sua vita: "definitivo", come si dice nella quarta di copertina, eppure infinito, perché intercetta una capacità affabulatrice talmente arcaica e inesauribile, che non sarebbe peregrino immaginarsi un ciclo continuo di eiezione delle storie mirabolanti, che l'autore parmigiano inventa o ha vissuto con incendiaria aderenza alla realtà parallela appartenente prima al mito e poi alla letteratura.

Bevilacqua si confessa, da subito, proponendo un titolo che è un calco talmente improbabile e talmente autentico da sfondare le pareti elastiche del patetico e del postmoderno: Viaggio al principio del giorno rievoca il céliniano Voyage, anzitutto perché Bevilacqua ha conosciuto in carne e ossa il Dottor Morte (no, non è vero: ma non importa, questo è il senso del libro), ossuto e puteolente, e lo racconta, lo muove come una marionetta, gli fa fare quello che vuole.
E non solo con Céline i fili vengono tirati a strappi, a convulsioni, slogando membra, agitando sulla scena il corpo del personaggio celeberrimo che sta per essere iscritto in una mitologia: lo stesso accade a Orson Welles, a Jorge Luís Borges, a Patrice Lumumba, a Romy Schneider, a un memorabile Charlie Chaplin trascinato ai piedi della madre dello scrittore. Quello che Alberto Bevilacqua esercita è il potere dell'invenzione: un potere taumaturgico, liberatorio, lontano dalle mediocri autodenigrazioni e improntato alla sanità rivelatrice concessa da certe follie, da psicopatologie difensive e gioiose. È il potere della vaghèzia: "la parabola istintiva con cui un po' si inventa e un po' no, rubando alla realtà quel tanto di inverosimile che sempre contiene, e che realtà resta", come autoconfessa Bevilacqua all'esordio del del giorno di cui scrive e verso cui si dirige.
Che Alberto Bevilacqua sia più scrittore di tutti, oggi in Italia, può essere straniante per certuni abbagliati dai lucori dei numeri e dalla sovraesposizione televisiva. Sfido chiunque a trovare un incipit tanto vibrante nella letteratura italiana contemporanea: "«... Lo chiamano l''Argine dei Folli'. Per un tratto si inoltra in un terriccio che sembra la crosta della luna, poi si affaccia la pannocchia bruna che esplode a primavera»". Il controllo della scrittura del Bevilacqua einaudiano è innervato e coessenziale nel discorso imaginifico e addirittura esoterico che lo scrittore intraprende (e davvero, personalmente, non comprendo con quali lumi: non si capisce da dove Bevilacqua tragga le risorse di una simile precisione spirituale, a quale luce guardi, quali metalli abbia abbandonato).
Così si snoda, affabile e incantata, una narrazione che edifica strutture prettamente allegoriche, l'unica strumentazione oggi disponibile per affrontare i grandi temi del dolore, dell'amore, della morte, del ricordo. Intriso di mistificazione e di martirio, il libro di Bevilacqua tocca ogni corda, attraversa ogni genere, si permette di entrare in ogni esperienza, aprendo dapprima squarci e poi autentici cieli luminosi sui paesaggi della memoria, catapultata nuovamente davanti a noi, nel respiro pastoso di una scrittura a volte calda e a volte sincopata, che si esalta in episodi centrali per intensità (sul padre morente: "Fra le mie braccia, è un mucchietto d'ossa bagnato di sudore"; in una lettera alla madre: "Da sempre la portavi fra i seni come una reliquia portafortuna, che con il trascorrere degli anni diventa il nostro stesso batticuore. L'hai affondata con forza fra le mie dita, essendo fredde le tue che mi stringevano le due mani in un unico pugno, e tu baciavi quel pugno..."), alternati a scatti improvvisi, capaci di sfiorare l'apoftegma e il grottesco contemporaneamente (per esempio: "E la solennità? Dov'è la solennità? [...] E la Grande Vienna? Dov'è la Grande Vienna?") - il tutto ottenuto anche grazie a prodigiosi strappi in cui Bevilacqua riesce, secentescamente, a fare impazzire la ragione tenendola nei binari della ragione stessa, aumentando il gelo finché questo giunga a bruciare la pelle, riuscendo perciò in un'opera di calor bianco che, di per sé, ha già notevoli corrispettivi esoterici, anche se non parrebbe, esattamente come si può dire che l'Illuminismo stesso si nutre del più rigoroso e realizzativo tra gli esoterismi (un esempio pressoché pazzesco di questa scrittura tra l'erudito e il fantastico che fa scendere la prosa al suo zero di Kelvin: "... Da una finestrella, vedo la Corte Gherardina illuminata, dove fanno festa, essendo la notte detta della Cortesia Gonzaga o, anche, dei Cento Sapori. Si ricorda quando il Duca, a chi era al suo Servigio Serenissimo, apriva le porte della Gherardina, e i pasticceri offrivano le torte e i sorbetti giganti. Le luci e le musiche, dalla Corte, suggeriscono: 'Un desìo ch'io non posso spiegar!". L'allegro vivace di Cherubino, che conclude: 'Parlo d'amor con me'").
La pelle di questo libro è scabra, rugosa, antichissima. Il suo scorrere è irregolare, ad anse, secondo la vecchia metafora kunderiana che determina il corso del romanzo come se fosse una peripezia che entra ed esca dal fiume della vita. La compressione dei contenuti importanti, e direi fondamentali, che tenta Bevilacqua è, alla fine, un'operazione riuscita, che credo entrarà in ogni modo nella nostra storia della narrativa: dal bilancio esistenziale all'esplorazione delle Virtù e dei Vizi, dal confronto con lo Spettacolo al residuo naturale e coriaceo che resta dopo che anche l'ultimo osso si è sbriciolato, dall'impianto teologico di certe sezioni fino all'incanto nel giardino delle delizie dei sensi, Alberto Bevilacqua percorre la scala che porta al cielo rarefatto che annuncia la caduta mistica di Dio: evento privatissimo, questo, di cui Bevilacqua non fa traccia in questa autobiografia impazzita ma che, c'è da esserne certi, deve in qualche insondabile modo avere sperimentato.

Alberto Bevilacqua - Viaggio al principio del giorno - Einaudi - 12.00 euro




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Domenica 14 Settembre 2003

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