I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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A colloquio coi Babette Factory, i quattro autori di 2005 Dopo Cristo

di ALESSANDRO CANZIAN

2005dc.jpg[Alessandro Canzian (nella foto a sinistra), insieme a Piero Sorrentino uno dei più stimati collaboratori occasionali dei Miserabili, è critico letterario che scrive sul Mucchio Selvaggio e mi invia una bella intervista a Babette Factory, il collettivo formato da Lagioia, Longo, Pacifico e Raimo, autore di 2005 d.C. (Einaudi Stile Libero). Il precedente pezzo che Canzian mi aveva autorizzato a pubblicare riguardava La macinatrice di Massimiliano Parente, che non è solo autore, ma anche critico avantpop del Domenicale di Dell'Utri, organo sul quale egli ha attaccato i Babette Factory. Proprio da questo scomposto attacco parte Canzian nell'intervistare i quattro autori di 2005 d.C. gg]

Il Domenicale, giornale “culturale” fondato da Marcello Dell'Utri, vi ha attaccato con livore. Si può dire che il vostro è un romanzo politico. Come vedete i rapporti tra politica e letteratura in un Paese ove Dell'Utri pretende di fare critica letteraria?

NL.Non è Dell'Utri a fare critica letteraria, come non la fa Ricucci o De Benedetti. Nel caso del Domenicale si tratta del giornalista, ufficio stampa e scrittore di romanzi a tesi Massimiliano Parente [a destra nella foto ingrandibile].
CR. Parente è persona che stimo per come fa critica: non legge i libri se non approssimativamente e li usa per fare un discorso sulla vita altrui e la morale che dovrebbe guidarla. La critica al libro era pretestuosa, una provocazione sulle cricche paraintellettuali in cui secondo lui si divide il mondo.

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Luigi Bernardi: Il male stanco

di GAJA CENCIARELLI
[Gaya Cenciarelli, traduttrice e critica letteraria, aveva già regalato ai Miserabili la traduzione del bellissimo articolo di Ed Park su Matthew Sharpe, dal Village Voice. Mi propone una sua intervista a uno dei re del noir in Italia, Luigi Bernardi (nella foto) - la pubblico, ringraziando Gaja. gg]

Nei sette capitoli del suo penultimo libro, Il male stanco (Zona, 2003, Euro 16) "racconta - con lo stile del romanziere, la ricchezza informativa del giornalista, l’analisi attenta dello studioso - una ventina tra gli omicidi “quotidiani” più efferati degli ultimi tre anni". Vittime "facili" – per dirla con le parole dello scrittore - , quasi sempre, le donne.

Ha scelto di approfondire, in questo libro, eventi tragici che hanno segnato la cronaca nera italiana negli ultimi anni: l'omicidio di Desirée Piovanelli, quello di Alenja Bortolotto, quello della giornalista Maria Rosaria Sessa, solo per citarne alcuni. Come è nato questo interesse, perché è proseguito e – innanzi tutto – perché trova che certi delitti siano originati da un "male stanco"?

Nell’accezione che mi interessa, il "male" è il gesto che sfida la morale e la legge. Si può essere criminali per scelta consapevole, si può uccidere per convenienza, si può decidere di incanalare la propria vita verso quella che chiamiamo "malavita". In tutti questi casi, il "male" è una risorsa, estrema fin che si vuole ma pur sempre una risorsa, alla quale possiamo attingere in qualsiasi momento della nostra esistenza.

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David Peace: "Guardo a Dante"

davidint0.jpgdi PAOLA CASELLA
[da Caffè Europa]

Ha un aspetto mite e gentile, nulla a che vedere con i protagonisti dei suoi romanzi: poliziotti corrotti, prostitute, e soprattutto l'orribile Squartatore dello Yorkshire, il serial killer realmente esistito che ha terrorizzato il nord dell'Inghilterra per anni - quelli in cui David Peace passava dall'infanzia all'adolescenza. Allo Strangolatore, Peace - classe 1967, nativo di Ossett - ha dedicato una quadrilogia, il cosiddetto Red Riding Quartet [che si chiude con Millenovecento83, appena uscito per i tipi Tropea].
David Peace racconta la sua trilogia e la sua esperienza di espatriato: dallo Yorkshire è infatti stato catapultato a Tokio, causa una moglie giapponese e la stessa curiosità del mondo che l'aveva già portato ad insegnare inglese in Turchia.

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Asor Rosa: il Canone italiano

rosa_pic.jpgProfessor Asor Rosa, la nostra discussione verterà sul "canone delle opere" della letteratura italiana o "italica". Innanzitutto è opportuno definire la nozione stessa di "opera" in particolare di opera letteraria. Quali i suoi requisiti fondamentali e che rapporto c’è tra "opera letteraria" e "testo letterario"?

Io ho usato il termine "opera" proprio per distinguere lo specifico della creazione letteraria da altre operazioni espressive. Voglio dire che tra opera e testo naturalmente soprattutto testo letterario esiste una connessione molto forte; tuttavia il termine "testo" è stato usato soprattutto all’interno della critica di tipo semiologico-formalistico per indicare qualsiasi tipo di associazione verbale dotata di senso. Si tratta dunque di una nozione molto importante ma teoricamente generica.

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Intervista a Moresco su Lo sbrego

di PIERO SORRENTINO
[L'ipersaggio narrativo di Antonio Moresco, Lo sbrego, edito presso le Holden Maps BUR, di cui qui la Miserabile recensione, è un libro che sta sollevando sempre più interesse nella comunità letteraria. Piero Sorrentino, uno dei Miserabili incursori che più ci onora della sua collaborazione, ha intervistato Moresco e ha regalato ai Mis il risultato della conversazione: gli devo rin graziamenti sinceri... gg]

“Sbrego”, in un’accezione di bassissimo uso, in italiano significa, oltre che “strappo”, “offesa”, “affronto”…

Non lo sapevo. L’ho scelta per dare al libro un’idea di lacerazione, di squarciamento. È una passione in movimento, non è un’offesa. Lo scopo non è quello, anche se in questo movimento, in questa intransigenza, magari attraversi delle cose, delle idee, dei corpi, delle persone. Il titolo concentrico del libro, che è segnato dentro, è “l’adorazione”, quindi una cosa che si muove in una direzione diversa, opposta, rispetto a quella dell’offesa.

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Il nuovo Houellebecq

di SYLVAIN BOURMEAU
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Il primo di settembre uscirà in Francia (in Italia, il 14, presso Bompiani) il nuovo romanzo di Michel Houellebecq, La possibilità di un’isola. A Les Inrockuptibles l'autore di Platforme ha rilasciato un'intervista che oggi il Corriere della Sera propone nella traduzione di Daniela Maggioni. Per coloro a cui fosse sfuggita, replico qui la conversazione tra Houellebecq e Bourmeau. gg]

Dopo più di tre anni di silenzio seguiti alla polemica e agli strascichi giudiziari scatenati definendo l’Islam la religione «più idiota», è al bar dell’agriturismo «Alquería de Morayma», in Andalusia, che Michel Houellebecq ha scelto di riapparire. «Stavo per assopirmi al volante» sbuffa insonnolito, quasi barcollante, dopo l’interminabile serie di curve che l’hanno portato qui dai dintorni di Almería. È lì che risiede da un anno e mezzo ed è lì che qualche settimana fa ha portato a termine il suo quarto romanzo, La possibilità di un’isola.

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Les Murray: "L'intelletto? E' nella poesia"

di ALESSANDRO ZACCURI
[da l'Avvenire]

lesmurray.jpgSi aggira per gli stand della Fiera internazionale del libro un po’ infastidito dal chiasso, ma abbastanza soddisfatto della robusta borsa multicolore in dotazione agli ospiti. Dentro, porta quella che potrebbe sembrare una tesi di laurea: rilegatura in similpelle nera e pagine dattiloscritte all’antica perché, sostiene, il computer non lo convince. I suoi versi Les Murray li scrive a mano, con la stilografica, e poi li mette in bella a macchina. Nella borsa rossa e blu c’è proprio la sua nuova raccolta. La sfoglia con calma, fino a trovare quello che cerca. Una composizione in memoria di Josif Brodskij, uno dei tanti che, «nella speranza di sbagliarsi», hanno scritto poesia religiosa. «Il vero Dio ti dona la sua carne, / gli idoli ti strappano la tua», suona la conclusione, diligentemente sottolineata nel dattiloscritto. Quasi una dichiarazione di poetica per questo poeta anglofono, cattolico e australiano, la cui forza è testimoniata dalla vasta antologia proposta da Adelphi con il titolo Un arcobaleno perfettamente normale e dal romanzo in versi Freddy Nettuno apparso da Giano, lo stesso editore che ora pubblica Lettere dalla Beozia (a cura di Massimiliano Morini, pagine 240, euro 16): tutti libri che, come l’intera bibliografia di Murray, si aprono con la dedica «Alla maggiore gloria di Dio».

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Tutti i santi di Camilleri

di ALESSANDRO ZACCURI

Ogni tanto lo accusano di prendersi tanticchia di libertà con gli episodi storici di cui si occupa nei suoi libri. «E ci mancherebbe altro, gli rispondo: io scrivo romanzi, mica saggi». Alla gagliarda età di ottant'anni, Andrea Camilleri è arrivato a trattare con uguale distacco critiche ed elogi. Forse perché, sostiene, ha avuto la fortuna di arrivare tardi al successo, come conferma il suo nuovo romanzo, Privo di titolo (Sellerio, pagine 304, euro 11), rivelatosi un best seller non appena è arrivato in libreria. «Ecco, pensi se un fatto del genere capitasse a un autore più giovane, a un narratore quarantenne - ipotizza Camilleri -. Ne resterebbe travolto, se non altro dal punto di vista psicologico. Io, invece, ci ho guadagnato in sicurezza, in serenità».

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Fassbinder su Berlin Alexanderplatz

Sul settimanale Die Zeit lei ha scritto che il romanzo Berlin Alexanderplatz [qui lo speciale dedicato al capolavoro di Döblin su i Miserabili, all'interno del quale è presente anche un'analisi del rapporto tra il romanziere e il regista] era diventato tanto importante, per lei, da costituire una specie di filo conduttore della sua stessa vita, uno strumento di conoscenza del suo subconscio. La sua è una constatazione o qualcosa di più, un'affermazione di principio: l'eventuale opera d'arte nasce in queste condizioni, e non in altre?

"Il presupposto per un'opera d'arte consiste, secondo me, nel fatto che sia tale da costringere continuamente a inserire in essa la personale fantasia e la personale realtà di chi legge o guarda. Cioè che non si verifichi il semplice sprofondarsi in qualcosa, così da esserne solamente toccati, e imbevuti, bensì la costrizione a raccontare la propria realtà inserendola in ciò che si legge o vede".

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Intervista ad Andrea Zanzotto

di MAURIZIO CHIERICI

zanzottointun.jpgLa casa di Andrea Zanzotto è il rifugio del poeta scontento. In fondo al giardino arruffato legge e scrive immerso nella malinconia di un paesaggio che gli alberi dagli zecchini d'oro continuano a cambiare.
Zanzotto non lo sopporta. Perché nei versi accumulati durante la lunga vita “compare una fitta popolazione - non saprei dire altrimenti - di prati, boschi, colline ma anche di eventi e cose atmosferiche: piogge, nevi, venti, geli, cose di natura, segni di scrittura”. Immaginava che per parlare, la letteratura avesse bisogno di un paesaggio, ma questo paesaggio sbiadisce nella memoria.
Invece il degrado avanza “restio all'ultima umana cupidità e torsione”. Guardando il verde e le trasparenze dei ghiacci si rallegrava: era il 1951. Adesso, nello studiolo coperto dai libri, sotto l'acquerello delle colline fiorite di Tullio Pericoli, il pessimismo di Zanzotto intristisce i suoi 83 anni. Sono fiori di carta, non appassiscono; la consolazione resta provvisoria.

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Intervista ad Agota Kristof

agotakris.jpgdi RAFFAELE PANIZZA
[Raffaele Panizza, giornalista culturale per il Venerdì di Repubblica, Il Mattino, Max e altre testate, è uno dei più brillanti incursori letterari che io conosca. Lo ringrazio per avere offerto ai Miserabili questa intervista assai intima a una delle massime - e più introverse -autrici viventi. gg]

Agota Kristof non scrive più. Ed è difficile capire se questo la faccia soffrire, se le sia indifferente, oppure se le procuri un antico senso di colpa, come quello che provava da ragazzina quando la sua passione per la lettura toglieva spazio all’urgenza per la scrittura. E’ così e basta. E si fatica a crederlo, visto che da quasi dieci anni non apparivano contemporaneamente due suoi titoli inediti in libreria. E’ infatti appena uscita una piccola autobiografia, L'analfabeta (Casagrande, € 10), ed Einaudi ha pubblicato da pochi giorni 25 racconti inediti col titolo La vendetta (€ 8.50), a loro volta appena editi in Francia.

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Affinati: su Secoli di gioventù

di ANDREA MONDA
[da RaiLibro]

Il protagonista del tuo ultimo romanzo Secoli di gioventù (Mondadori, euro 16,50), un io narrante che è anche professore (sei tu?), afferma, quasi a conclusione della storia, “Se io e Helmut ci fossimo incrociati come monete dentro le tasche, veicoli nel traffico, nuvole in cielo, sarebbe diverso. Invece l’ho conosciuto. Gli sono andato incontro. Lui mi ha visto. Adesso devo riportarlo a casa”. In questa battuta si trovano raccolti alcuni tra i temi fondamentali del romanzo, in particolare quello dell’incontro…

Il narratore è una trasfigurazione di me stesso. È vero che il libro nasce e ruota tutto intorno a un incontro reale. Il personaggio di Rosetta esiste, è la sintesi fantastica di alcuni miei alunni.

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Franco Scaglia: Il gabbiano di sale

di SANDRA PETRIGNANI

francoscaglia.jpgPadre Michele Piccirillo è un frate francescano della Custodia di Terrasanta e un grande archeologo, che ha contribuito con i suoi scavi alla scoperta di alcune meraviglie, oggi meta di pellegrinaggi di studio e turistici in Giordania. Da qualche tempo è anche diventato un personaggio romanzesco col nome di padre Matteo. È stato lo scrittore Franco Scaglia, che lo conosce da 24 anni, a reinventarlo come protagonista di due suoi romanzi, Il custode dell'acqua, che vinse il Super-Campiello due anni fa, e Il gabbiano di sale, da poco uscito, entrambi pubblicati dalla Piemme.

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Ancora Millenovecento80: intervista a Peace

im0044831980b.jpgdi Guido Caldiron
[da IndyMedia]

David Peace è nato e cresciuto nello Yorkshire occidentale, una terra dura e cupa che ha raccontato in una serie di romanzi noir riuniti in ciò che lui stesso ha definito come "Red Riding Quartet", di cui la Marco Tropea Editore ha appena pubblicato Millenovecento80. La quadrilogia, inaugurata con 1974 e 1977, già pubblicati rispettivamente nel 2001 e nel 2003 dalla padovana Meridiano Zero, e che comprende anche Millenovecento83, che uscirà per Tropea, descrive le gesta di un serial killer che seminò di giovani donne brutalmente assassinate la regione dello Yorkshire per circa un decennio, a partire dalla metà degli anni settanta. Ma nel descrivere quella stagione di sangue e di orrore, Peace, che vive da alcuni anni a Tokyo con la sua famiglia, racconta in realtà un'intera epoca segnata dalla più grande ristrutturazione economica che l'Inghilterra abbia mai conosciuto, quella imposta dalle politiche della leader conservatrice Margaret Thatcher e segnata da scontri e violenze in tutto il paese. E per fare questo lo scrittore inglese sceglie non a caso di utilizzare i ritmi del punk, la musica che di quel clima rabbioso fu, più che la colonna sonora, l'anima stessa. Abbiamo incontrato David Peace a Roma nei giorni scorsi.

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Evangelisti: su Noi saremo tutto

di Domenico Gallo
[da Liberazione]

Valerio Evangelisti è certamente il più importante scrittore del genere fantastico. Un'importanza che somma il successo della diffusione e della traduzione all'estero delle sue opere con l'impegno politico aperto. Il ciclo dell'inquisitore Eymerich e del pistolero Pantera sono l'occasione per leggere le contraddizioni dei giorni nostri attraverso la lente d'ingrandimento di vicende immaginarie. Il suo ultimo romanzo, Noi saremo tutto, trova il titolo in una strofa della versione statunitense de "L'Internazionale", ed è una durissima storia del sindacato dei portuali in perenne lotta con l'alleanza tra potere politico, imprenditori e criminalità organizzata. Dai moli di San Francisco e Seattle, a quelli di New York, la storia indomita dell'antagonismo statunitense.

Evangelisti, "Noi saremo tutto" sembra essere la tua prima storia che non appartiene compiutamente alla letteratura dell'immaginario. Perché questo cambiamento?

La storia che avevo in mente non si prestava a risvolti troppo fantastici. Del resto anche nel mio romanzo precedente, Antracite, gli elementi di quel tipo facevano da contorno e aiutavano a definire la figura del protagonista, ma avevano un ruolo effimero nello svolgimento della vicenda. Ciò non significa, da parte mia, un'abiura del genere fantastico. Semplicemente, scelgo ogni volta gli strumenti più idonei a ciò che intendo comunicare.

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Ancora Lagioia e Occidente per principianti

di Marco Rossari

880616760X-thumb2.jpgEra da un po' di tempo che, parlando con i cosiddetti operatori editoriali, azzardavo pronostici favorevoli sul romanzo a cui Nicola Lagioia stava lavorando. Dopo il promettente esordio di Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (minimum fax, 2001), l'ottimo lavoro come curatore per la stessa casa editrice della collana di narrativa italiana Nichel, la presenza con uno dei racconti migliori su Patrie impure, l'antologia curata da Benedetta Centovalli per Rizzoli Sintonie, e su La qualità dell'aria, quella da lui curata insieme a Christian Raimo sempre per minimum fax, seguivo Lagioia con interesse crescente e sentendo maturare la sua voce. Occidente per principianti (Supercoralli Einaudi, euro 17, pagg. 297) non ha deluso le mie attese, al contrario.

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Faletti: Niente di vero, tranne gli occhi

[Mi perdonino i Miserabili Lettori: mi pare, questa intervista, assai educativa. La posizione personale del gestore di questo e-zine è: nulla contro il povero Faletti, molto contro la ricca sottocultura. gg]
faletti.jpg[da Virgilio Sapere] - Non si è ancora esaurito l'enorme successo del suo primo, travolgente romanzo, quello che gli è valso la copertina di un inserto del Corriere della Sera che lo definiva "il miglior scrittore italiano vivente". Jefferey Deaver, col quale ha instaurato un'amicizia basata sullo scambio di ricette di cucina, lo definisce "larger than life" ("mitico!" diremmo noi). Nonostante il successo, sembra avere mantenuto lo stesso humor di quando recitava la parte di Vito Catozzo al Drive in: "La vendite delle prime ventimila copie era roba da andare a piangere e dire grazie davanti alla statua della Madonna di Lourdes. Adesso che viaggia attorno al milione e 200 mila copie dovrei investire tutto il mio tempo in pellegrinaggi..."

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Intervista ad Agota Kristof

kristof.jpgdi Michele De Mieri

Minuscola e leggera, con un passo claudicante e un paio di grossi occhiali a fare da schermo ai due occhi quasi sempre socchiusi, Agota Kristof si lascia avvicinare per le interviste che man mano diventano una sorpresa: ben presto infatti la taciturna scrittrice di culto, nata in Ungheria nel 1935 e trasferitasi in Svizzera a 21 anni dopo i fatti in Ungheria, parla di tutto, confessa che non scriverà mai più nulla di così interessante come i tre libri della Trilogia della città di K, non fa sconti alla versione filmica del suo Ieri (firmata da Silvio Soldini col titolo Brucio nel vento): “Troppo melensa e poi l'attrice non era in grado di dare corpo al personaggio di Line”, confessa di leggere pochissimo e di guardare molto la televisione: “prima amavo molto il cinema ma ora ho paura di uscire da sola la sera”.

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Azar Nafisi: su Leggere Lolita a Teheran

nafisi.jpgLeggere Lolita a Teheran, dopo un successo inaspettato negli Stati Uniti, è sbarcato col medesimo successo in Italia; Radio Radicale, nel giorno della presentazione del libro in Italia, ha intervistato l'autrice, Azar Nafisi. Iraniana, dopo aver insegnato in diversi atenei della capitale, Teheran, ha scelto nel 1997 di emigrare negli Stati Uniti; oggi insegna Letteratura inglese alla John Hopkins University ed è direttrice di The Dialogue Project, per il Foreign Policy Institute.

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Lessing nonnina contro

alezacc.jpgI bambini? «È illusorio credere di proteggerli» L'11 settembre? «A Londra gli attentati ci sono da più di 20 anni». La pace? «Spiacente, non durerà» Le donne italiane? «Spaventoso che non facciano più figli»...
di Alessandro Zaccuri

dorislessingzacc.jpgSarà anche nata in Iran, quando però il Paese si chiamava ancora Persia. E avrà anche vissuto a lungo in Zimbabwe, quando sulle carte geografiche quel pezzo di Sudafrica figurava come Rhodesia. Ma oggi, a 85 anni, Doris Lessing è una perfetta, amabile e spietata nonnina inglese.
«Lo so, sono una vecchia cinica», minaccia sorridente davanti ai giornalisti che l'attendono al Festivaletteratura. Dell'educazione britannica contro la quale si è più volte ribellata - prima attraverso il comunismo, poi mediante il femminismo, sempre e comunque con gli strumenti della letteratura - ha conservato, se non altro, l'abilità di usare lo stiletto come un cucchiaino da the. Chiede se desideri altro zucchero e intanto ti sta pugnalando al cuore. Se ne accorge chi, dalla piccola platea di cronisti, le chiede una dichiarazione che possa essere adoperata a favore delle due volontarie italiane sequestrate in Iraq. «Un mio contributo sarebbe del tutto privo di utilità - scandisce celestiale -. I rapitori hanno il culto della violenza e di sicuro non si lasciano commuovere dagli appelli. Scusatemi, ma non mi sembra il caso di cedere al sentimentalismo».

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Aldo Nove: Milano non è Milano

Aldo9.jpgAldo Nove abita stabilmente a Milano da una decina d’anni.
Prima, da studente di filosofia alla Statale, era ospite del patronato cattolico («tra Bisceglie e Inganni») e si manteneva facendo il badante per anziani («oggi non avrei potuto più farlo, i badanti filippini costano molto meno»).
Poi, nel ‘93-94, dopo la laurea, Aldo Nove, nato a Viggiù ma deciso a non tornarci, trova casa al Gallaratese, nel complesso di Carlo Aymonino e Aldo Rossi («io sto nell’ala Aymonino»). Lì trova il suo prima lavoro, dall’editore Nicola Crocetti, che ha l’ufficio nell’ala Rossi dello stesso metafisico complesso, e da allora ha vissuto la città esplorandone i luoghi segreti, le periferie che aspirano a diventare zone residenziali, i 40 McDonald’s, i sexy-club per incontri privati, i centri commerciali («Bonola è fondamentale»), i cimiteri con le loro tombe più o meno monumentali, le metropolitane di cui è un affezionato e appassionato utente.
Lo incontriamo alla pizzeria di Largo La Foppa, luogo magico per lo scrittore: qui, un anno fa, acquistò da una venditrice coreana l’oggetto più prezioso della sua collezione trash, un accendino da tavolo con il fuoco che esce dalla testa di Osama Bin Laden mentre dietro si stagliano le Torri Gemelle con un aereo conficcato dentro.
«Anche Milano ha avuto un suo 11 settembre, ma in versione trash-apocalittica: ovvero, secondo la definizione di Tommaso Labranca, una emulazione fallita di un modello alto» osserva Nove.

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Paul Auster: su 'La notte dell'oracolo'

di Antonio Monda

Il dodicesimo romanzo di Paul Auster ha un titolo che allude alla mitologia greca, ma è ambientato in una Brooklyn familiare al mondo creativo dell'autore, ed ha per protagonisti personaggi tipici del quartiere al di là del ponte, che ricorda orgogliosamente il tempo in cui era una città che sfidava per importanza New York. La notte dell'oracolo, in uscita in Italia presso Einaudi (pagg. 224 euro 16,50), ha il tono febbrile e sottilmente allucinato del recente Libro delle illusioni, e la dolente carnalità dei personaggi dei migliori romanzi dell'autore, ma ciò che ne caratterizza l'evoluzione narrativa e ne costituisce il fascino principale, è il senso di incanto che Auster prova ancora una volta per il mistero che alligna in una realtà quotidiana riscattata dalla solidarietà e dalla pietà.

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David Leavitt: su 'The Body of Jonah Boyd'

di Paolo Mastrolilli

davidleavitt.jpg«Certe volte vorrei poter pubblicare libri anonimi. Così ci sarebbe il testo e basta, senza tutto il bagaglio pesante che uno si porta dietro quando scrive».

Sembra inevitabile che una conversazione con David Leavitt cominci in questa maniera, alla presentazione del suo ultimo romanzo, The Body of Jonah Boyd. Perché il «caso Leavitt» è un romanzo in se stesso, che forse un giorno qualcuno finirà per scrivere.

Nel 1982, quando era ancora uno studente alla Yale University, aveva pubblicato il suo primo racconto sul New Yorker, che poi era anche il primo racconto apertamente gay uscito sulla rivista più prestigiosa d'America. Nel 1985, a 24 anni non ancora compiuti, lo aveva doppiato con la raccolta Ballo di famiglia, ed era subito nata una stella.

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Intervista con Viktor Erofeev

di Marco Dinelli
[da esamizdat]

vikerofeev.jpgViktor, so che stai ultimando un romanzo che è in qualche modo legato alla figura di Stalin. Una cosa che mi ha sempre affascinato e allarmato allo stesso tempo è l’assenza di un senso di colpa storico nella coscienza russa (a differenza dell’atteggiamento dei tedeschi nei confronti del nazismo) per le decine di milioni di vittime in settant’anni di comunismo, e in particolare per gli orrori dell’epoca staliniana. Sembra che il fascino del capo carismatico di fronte al quale si prova una sorta di “timore di Dio” sia un bisogno radicato nella mentalità russa. Cosa ne pensi?

Il libro s’intitola Chorošij Stalin [Il buon Stalin], è un romanzo, ma lo è in modo piuttosto insolito e rischioso, perché si tratta di un romanzo con personaggi reali. Ossia tutti i personaggi di questo romanzo sono inventati, sebbene siano, allo stesso tempo, reali. Hanno nome e cognome. Onestamente, non ho mai visto un romanzo del genere. Non è un romanzo autobiografico anche se ad agire siamo fondamentalmente io e mio padre: è Padri e figli in una interpretazione assolutamente nuova, senza essere però legato a Turgenev né nella trama né in senso postmoderno.

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John Updike

di Ted Baxter

John Updike è, dalla cima dei capelli alle unghie dei piedi, quello che si definisce un vero wasp: un white anglo-saxon protestant; è anche un signore di una sessantina d'anni che ne dimostra, fortuna sua, dieci di meno. Ed è stato baciato da un invidiabile successo.
Nato a Shillington, in Pennsylvania, dopo essersi laureato ad Harvard, ha frequentato corsi di specializzazione a Oxford. Il suo primo romanzo l'ha pubblicato a 27 anni; era il 1959, e s'intitolava The poop-house fair, descriveva la miserabile vita degli sfortunati ospiti di un centro per anziani. Vinse il premio Rosenthal, e da allora non si è più fermato.

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Tom Wolfe su 'Un uomo vero'

di Harry Ritchie

A Man in Full è uscito il 12 novembre 1998 in tutto il mondo con una prima tiratura di 1.200.000 copie negli Stati Uniti e di 100.000 copie in UK. Solo per i diritti cinetelevisivi aveva già incassato 600.000 dollari prima ancora di uscire: un record mondiale. Tom Wolfe, guru del new journalism degli anni Sessanta e Settanta e faux-deb di travolgente successo con Il falò delle vanità (magnificamente e disastrosamente portato sullo schermo da Brian De Palma), ha rilasciato quest’intervista un paio di mesi prima dell’uscita del suo ultimo lavoro (che aveva terminato da pochi giorni).

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Intervista a Orhan Pamuk

op.jpgdi Paolo Perazzolo

Kars è una città della provincia anatolica della Turchia. Il poeta Ka, da tempo esule in Germania, la raggiunge dopo un breve soggiorno a Istanbul, ufficialmente per condurre un’indagine giornalistica: alcune studentesse universitarie si sono tolte la vita, perché è stato loro impedito di indossare il velo in aula. In realtà, ad attirare il poeta in questa città, remota e triste ma a suo modo ricca di fascino, completamente ricoperta dal bianco della neve che incessantemente cade, è anche la possibilità di un nuovo amore.
Quali che siano le ragioni dell’agire di Ka, è certo che il suo soggiorno a Kars si trasforma in un’indagine sulla Turchia più profonda, in un viaggio fra le mille contraddizioni e lacerazioni di un Paese "conteso" da laici e religiosi, integralisti e sostenitori dello Stato, curdi e fondamentalisti islamici. E così la cittadina si trasforma, nel nuovo libro di Orhan Pamuk (Neve, Einaudi, pp. 480, €18,50), uno degli scrittori turchi contemporanei più noti e tradotti al mondo, nello specchio della Turchia.

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Intervista a Jim Shepard

Jim Shepard è un narratore straordinario, che merita in Italia un'attenzione maggiore di quella riservatagli finora. A mio parere, il suo racconto Tedford e il Megalodon, che apre La super raccolta di storie di avventura, curata da Chabon per McSweeney's di Eggers, è il punto più alto dell'intera antologia. La sua raccolta Love and Hydrogen (di cui un racconto, Mortalità dei genitori, tradotto dal sottoscritto, apparirà in Italia sul prossimo numero della rivista Carmilla), restituisce alla narrativa contemporanea un autentico maestro della narrazione breve. Nosferatu in love, l'incredibile romanzo che stravolge il lettore nel fare esplodere la vita misteriosa di Murnau, sarà prossimamente pubblicato per Mondadori. Project X, sorta di Elephant narrativo, è il suo ultimo libro: una catabasi negli abissi del male in cui si agitano le fantasie degli adolescenti americani. Su quest'ultimo romanzo, pubblico un'intervista a Shepard.

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Vollmann: letteratura dell'anatomia

L'esperienza del mondo e della violenza in William T. Vollmann
di Simone Barillari

vollmannintbarillari.jpg«Finora i miei tentativi di fare del bene sono stati disastrosi, per questo sono diventato un semplice angelo che prende nota» si legge nella premessa ai Racconti dell’arcobaleno. «Queste storie parlano di skinhead, pazienti di radiologia, puttane, innamorati, feticisti e di altre anime perse». Come lo sono anche i suoi re e senzatetto, un devoto di Heidegger e vari asceti della crudeltà, il vestito verde capace di pietà e i biblici schiavi invaghiti della Tremula Principessa delle Salamandre che abita il fuoco, e poi i thugs, i vani profeti e in fondo tutti i protagonisti delle sue storie di «scellerata onestà e onesta malvagità».
Alla fine degli anni Ottanta, William Trevor Vollmann trascorse molti mesi nel Tenderloin, quartiere di San Francisco e recinto di multiformi infelicità: lì fumò crack in compagnia delle prostitute di strada, divise pessimo alcool con i vagabondi, si iniettò eroina insieme ai tossicomani. Vollmann vive da sempre in questa adesione follemente intima alla materia della sua scrittura, quasi in una patologia terminale della massima hemingwayana sul raccontare solo ciò di cui si conosce tutto, eppure non la disgiunge da ricerche documentarie dottissime e capillari, che spaziano dalla termodinamica all’etnografia fino all’esegesi di testi sacri: e la prosa che ne risulta è perfetta mistura di reportage e invenzione, di miti millenari e modernissime illusioni.

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Foucault: Su 'Sorvegliare e punire'

di Foulek Ringelheim

foucault1.jpgIl suo libro, Sorvegliare e punire, è piombato come una meteora sul campo di studio di penalisti e di criminologi. Proponendo un'analisi del sistema penale nella prospettiva della tattica politica e della tecnologia del potere, l'opera ha portato scompiglio tra le tradizionali concezioni sulla delinquenza e sulla funzione sociale della pena. Ha turbato i giudici repressivi, per lo meno quelli che s'interrogano sul senso del loro lavoro. Ha scosso un buon numero di criminologi che però non hanno affatto gradito che le loro teorie fossero definite chiacchiere. Sempre più rari sono oggi i libri di criminologia che si riferiscono a Sorvegliare e punire come a un'opera propriamente inaggirabile. Tuttavia il sistema penale non cambia e la «chiacchiera criminologica» prosegue immancabilmente. È come se si rendesse omaggio al teorico dell'epistemologia giuridico-penale senza poterne trarre insegnamenti, come se teoria e pratica fossero separate da una paratia stagna. Senza dubbio la sua intenzione non è stata quella di fare opera di riforma, ma non si potrebbe immaginare una politica contro il crimine che si basi sulle analisi e tenti di trarne alcune lezioni?

Bisognerebbe forse preliminarmente precisare che cosa mi sono proposto di fare con questo libro. Non ho voluto fare direttamente opera critica, se si intende per critica la denuncia delle disfunzioni dell'attuale sistema penale. Né ho voluto fare una storia delle istituzioni; nel senso che non ho voluto raccontare come funzionava l'istituzione penale e carceraria nel corso del diciannovesimo secolo. Ho tentato di porre un problema diverso: scoprire il sistema di pensiero, la forma di razionalità che, dalla fine del diciottesimo secolo, sottostà all'idea che la prigione è, in definitiva, lo strumento migliore, uno dei più efficaci e dei più razionali per punire le infrazioni in una società. È evidente che nel fare ciò mi sono preoccupato di come si potrebbe agire ora. Infatti mi sembra che opponendo, come si fa tradizionalmente, riformismo e rivoluzione, non ci si dota dei mezzi per pensare che cosa possa dar luogo a una reale, profonda e radicale trasformazione.

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Salvatore Natoli: Il Sacro e la Morte

natoli002.jpgLa morte viene vista anche come un evento collettivo, nel rito. Come si può conciliare questo aspetto con il dolore individuale, strettamente personale delle persone che erano più vicine al defunto.

Natoli: Questo è un rapporto molto importante tra l'individuale e il collettivo, perché riguarda proprio il modo del vivere la morte, il vissuto della morte, che non è stato sempre uguale, nelle epoche del mondo, e non è uguale nelle diverse civiltà del mondo, perché il tema della individualità, della morte come morte solo mia, è abbastanza recente rispetto alla storia dell'umanità, nel suo complesso, perché nelle società arcaiche la morte era un fatto collettivo, per il semplice fatto che la società era più integrata. Nelle società arcaiche si viveva insieme, si stava insieme, c'era una continuità di spazi, di ritmi di vita. Era difficile, in quelle società, cercare e trovare la solitudine, c'era un'interazione continua; e quindi la morte certamente era patita dall'individuo, ma era patita anche e soprattutto dalla comunità.

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Tiziano Scarpa: su 'Corpo'

tizianocorpo.gifdi Piero Sorrentino
[da 'Stilos', supplemento letterario de la Sicilia]

C’è una piccola e preziosa bibliografia contenuta in fondo alla breve aletta di copertina di Corpo (Einaudi, 154 pagg., 11 €), l’ultimo dei tre libri che Tiziano Scarpa ha mandato in libreria in poco meno di due anni. È una lista che apparenta Corpo alla “genealogia secolare delle descrizioni appassionate che traboccano volentieri nell’immaginazione un po’ folle”: le Storie naturali di Jules Renard, le Storie di Cronopios e di Famas di Cortàzar, Le città invisibili di Italo Calvino, Il partito preso delle cose di Ponge. È raro che un testo non saggistico indichi apertamente il solco dentro il quale si inserisce, il diagramma gerarchico di cui è figlio e epigono. C’è il rischio, però, che la lista ingeneri nel lettore delle aspettative fuorvianti rispetto al contenuto effettivo della raccolta. Le cinquanta prose di Corpo, infatti – ben lontane dalle osservazioni entomologicamente distaccate di Renard o dalla cerebrale scansione strutturale delle Città invisibili, e allo stesso modo debitrici solo in parte dell’anima che “innalza costruzioni geometriche ossessive” di Cortàzar (come ebbe a dire Italo Calvino) – sembrano più caratterizzate da quella che Jacqueline Risset, proprio a proposito del Partito preso delle cose, chiamò “allegria materialista”: quel pattinare svagato sulla superficie del mondo, quel “contatto rinnovante con l’esterno, con le cose della natura”.

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Conversazione con Alberto Arbasino

di Gabriele Pedullà

arbasino1.jpg«L’ultima generazione che sul serio a vent’anni aveva lu tous les livres: uno al giorno, e magari due o tre. Interamente normalmente, anche divertendosi. Facendolo pesare, mai» (Fratelli d’Italia, p. 1270). Se la storia di come Alberto Arbasino ha letto tutti i libri in fondo è nota, quando si leggono i tuoi scritti si ha in qualche modo l’impressione che tu abbia visto anche tutti i film… Comincerei proprio da qui. La tua educazione cinematografica come è stata fatta?

Assai normalmente. Da ragazzino, andando al cinema spesso, alle visioni pomeridiane, con i compagni di scuola e qualche volta la sera con la famiglia. Crescendo, poi, ci sono stati anni in cui si andava al cinema tutte le sere. Adesso molto meno. C’è così poco da vedere! La qualità è diventata bassissima. I registi si rivolgono sempre più a un pubblico ideale di adolescenti. Tutti quei film con i serial killers vanno bene per i ragazzini, ma per uno come me, che ne ha viste tante… Diciamo pure che mi ci diverto molto meno. E io al cinema ci sono sempre andato solo per divertirmi, come d’altronde è successo anche per i libri. La poesia l’ho letta perché mi piaceva, mica per dare degli esami alla facoltà di Lettere!

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Antonio Spadaro: A che cosa serve la letteratura

Padre Spadaro, critico di «Civiltà Cattolica», analizza la letteratura italiana del Novecento in chiave spirituale. E fa il punto su promossi e bocciati
spacover.jpgCattivi e buoni cristiani, il catalogo degli scrittori
di Antonio Debenedetti

Spadaro80x80.jpgPrincipale «nemico» rimane il materialismo, cresce invece la comprensione verso tutte le forme di espressione (anche molto libere ma sempre nel rispetto dell'umana dignità) del dolore, dell'inquietudine, della ricerca esistenziale. Cominciamo dai poeti. I più vicini alla sensibilità di padre Antonio Spadaro, trentacinquenne critico di Civiltà Cattolica (l'autorevole rivista ufficiale dei gesuiti) oltreché professore presso la Pontificia Università Gregoriana, sono Dino Campana, Clemente Rebora e Giuseppe Ungaretti . Quindi, motivando i suoi giudizi con una ricchezza di argomentazioni poco adatta alla stringatezza di un'intervista, fa i nomi di alcuni «antinovecentisti» con un particolare orecchio alla realtà: da Umberto Saba a Giorgio Caproni fino al troppo trascurato Carlo Betocchi.

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Attraverso Orfeo, risalendo a Dioniso
Conversazione con Giorgio Colli

colli.gif[da "La dimensione perduta" - Alessandro Fersen 1957-1978, ventun anni di Laboratorio Teatrale]

Fersen: Paideia è un termine tipicamente tuo, che ti ho sentito usare fin dai nostri primi incontri, quando discutevamo dei "tuoi" Presocratici e dell' "Universo come gioco". Che cosa vuol dire il termine "paideia" applicato al mio lavoro nello Studio?

Colli: Uso il termine "paideia" proprio nel suo senso greco di educazione, di formazione umana: è, cioè, il modo in cui si trasmette un valore non soltanto contingente, transeunte, che valga per i rapporti della vita privata, ma anche un valore che vada al di là della persona. Questa trasmissione, per cui qualcosa passa da un uomo formato ad un uomo da formare, dà a quest'ultimo il senso che nella vita c'è qualcosa che va al di là dei fini immediatamente individuali: e questo lo chiamo "paideia".

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Magrelli: su 'Nel condominio di carne'

8806166670.jpgdi Nicola Bonazzi

magrellicp.jpgIl corpo è un tema molto presente nella sua opera, già dal titolo della sua seconda raccolta Nature e venature. Da dove nasce la decisione di dedicare un'intera opera al corpo?

In effetti mi sono divertito a inserire dei richiami ad altri miei testi con citazioni di versi o prose, già presenti in Esercizi di tiptologia del '92. E’ evidentemente un tema che mi è sempre appartenuto. In un testo di Nature e venature, per esempio, parlo delle viti infisse nell'osso, e le paragono a un sistema di accordatura dei pianoforti – per altro ho suonato a lungo pianoforte. Insomma ho voluto ribadire, evidenziare questi legami. L’idea del libro nasce in verità intorno al '90, dunque non si tratta di una scelta cronologicamente successiva a Didascalie per la lettura di un giornale, del 1999; è stato piuttosto un lungo sedimentarsi.

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Ammaniti: 'Fa un po' male'

di Loredana Lipperini

niccolo.jpgGiulia, in effetti, assomiglia moltissimo a Monica Bellucci. E il colpo di fiocina con cui inchioda alla poltrona il fidanzato fedifrago è esattamente come lo si era immaginato leggendo L'ultimo capodanno dell'umanità. Poi ci sono altre soddisfazioni da togliersi: i fan di Fango, la raccolta di racconti che nel 1996 lanciò definitivamente Niccolò Ammaniti, potranno adottare come personale tormentone la frase Dove le ponno fa' le olive ascolane?, oppure constatare finalmente la stazza del Giaguaro, abominevole boss di Vivere e morire al Prenestino.

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Alessandra C: su 'Skill'

E' uscito per i tipi di Einaudi Stile Libero Skill, il romanzo della regina italiana del neocyber, Alessandra C (pagine 193, € 9.00). Sto leggendo questa favola nera ad alta intensità: mi pare bellissima, veloce, ricca di una lingua piatta del tutto congeniale all'adrenalina narrativa di Alessandra C. La quale credo sia destinata a un sicuro futuro letterario. Qua deve subentrare una considerazione suplettiva: Alessandra C è la scrittrice più torbida del nostro panorama narrativo. Potenzialmente, è una scrittrice erotica di impressionante potenza, ma bene fa a rimanere distante dal recinto in cui spesso la critica ha tentato di confinare le scrittrici in quanto donne. L'erotismo che sprigiona dalla scrittura nervosa di Skill è identico a quello che irradia dal cinema di Cronenberg che, nonostante i distinguo espliciti della stessa autrice, mi sembra rimanga comunque un gorgo poetico intorno a cui questo romanzo ruota: è la pervasività della materia che si fa immagine psichica e penetra il corpo fisico e mentale dell'uomo. Skill è un acuminato ago letterario infilato nella spina dorsale del lettore, che inocula sostanze antiche: quelle di cui sono fatti i sogni. E Alessandra C è un'innovatrice che, comunque distante dai canoni dell'avanguardia radicale, fa respirare al romanzo italiano una boccata di ossigeno: inquinato.
Pubblico un'intervista di The First Place a questa Dea Kali della narrativa digitale italiana.

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Gian Arturo Ferrari e Vincenzo Cerami: conversazione sul bestseller

Intervistati da Rai Educational, Gian Arturo Ferrari, direttore generale di Mondadori [nella foto a sinistra], e Vincenzo Cerami, scrittore e sceneggiatore [a destra], disegnano un ritratto dell'editoria e della cultura italiane - un orizzonte che trasmette dopotutto speranze di crescita e determina, nella prospettiva dei due intellettuali, il definitivo ingresso della letteratura di genere e di consumo nei sacelli della cultura alta.

Per cominciare, qualche cifra. In Italia ogni anno si stampano quasi 50.000 titoli. Il 60% di questi titoli non vende neppure una copia. E tra il 1997 e il 1999 si è dimezzato il numero di titoli che vende più di ventimila copie. Insomma, il grosso del mercato non va a un prodotto medio, ma ai cosiddetti "best seller". Il 47,3% dei quali è straniero. L'incasso da best-seller si divide tra una ventina di editori, sui più di duemila che operano nel nostro mercato. Noi vogliamo capire se i best-seller siano "libri-vampiri", che succhiano quel poco di linfa, di consumo di libri,che circola nel nostro mercato. O se siano una manna. Se la loro presenza condizioni, o no, le logiche di chi crea. E che cos'è un best-seller per voi: uno, scrittore, l'altro, editore.

FERRARI. È vero, ci sono 50.000 libri-novità prodotti in Italia ogni anno, ma , nonostante l'apparenza, sono ancora troppo pochi. La vitalità di un mercato editoriale librario si misura anche dal numero di novità pubblicate. Per fare un esempio, in Germania le novità pubblicate all'anno sono circa 80.000: molte di più di quelle italiane. È sbagliato pensare che diminuendo il numero di novità migliori l'efficienza complessiva del sistema editoriale. Le novità pubblicate sono una misura di creatività, fertilità, invenzione.

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Giuseppe Caliceti: su 'Il busto di Lenin'

di Tonino Bucci
[da Liberazione]

caliceti.jpgA Cavriago, un paese a otto chilometri da Reggio Emilia, un busto di Lenin esiste davvero. Mentre il Pci di Occhetto cambiava nome e l'Urss ammainava la bandiera rossa sul Cremlino, si scatenò un putiferio tra chi era intenzionato ad abbatterlo e chi, invece, voleva mantenerlo - proprio come nell'ultimo romanzo di Giuseppe Caliceti, Il busto di Lenin (edizioni Sironi, pp.160, euro 12,00). Decisi a conservare il monumento - simbolo di una vita spesa a lottare contro disuguaglianze e capitalismo - sono cinque pensionati: Libero, Ivan, Pravda, Spartaco e Palmiro.

Rispetto ai tuoi romanzi precedenti sulle giovani generazioni, in questo lo sguardo è focalizzato sulle generazioni anziane, quelle che hanno fatto la Resistenza e militato nel partito comunista. Sono due mondi separati o c'è un contatto tra nonni e nipoti?

Secondo me c'è un legame. Innanzitutto, il territorio, l'Emilia, tra Correggio, Carpi, Reggio Emilia e Modena. E poi queste due generazioni hanno in comune il fatto di essere ai margini del mondo del lavoro. Gli uni, devono inventarsi ancora un lavoro, gli altri sono pensionati. In mezzo, ci sono quelli che lavorano e che hanno una certa ideologia della realtà, più conforme al senso comune.

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Todorov: "La Spectre dell'ordine mondiale"

di Graziella Durante

todorov.jpgUn'intervista con lo studioso Tzvetan Todorov. La costruzione dei nuovi equilibri mondiali ricalca la trama dei romanzi di James Bond. Ma considerare le guerre in corso come espressione di uno scontro di civiltà conduce nel vicolo cieco dove crescono il fondamentalismo islamico e il messianesimo della destra neconservatrice
Il nome di Tzvetan Todorov è noto per i suoi fondamentali studi sui formalisti russi. Docente dell'Ecole pratique des hautes études e della Yale University e direttore del Centre de recherche sur les arts et le language di Parigi, da alcuni anni ha affiancato alla sua ricerca di «critico letterario» un ripensamento filosofico sul ruolo del soggetto nel costituirsi della Storia. Significativi su questo versante, sono i suoi recenti contributi riguardo all'attuale scenario geopolitico e al conflitto in Iraq (ricordiamo Il disordine mondiale. Le riflessioni di un cittadino europeo, Garzanti). In Italia su invito dell'Università di Cosenza e del Teatro Parenti di Milano per partecipare a un seminario sull'«Utopia e l'Eresia», il teorico di origine bulgare si definisce, nella nostra breve conversazione, «un europeo del XX secolo» abituato al vecchio ordine mondiale che si basava sulla rivalità tra due superpotenze e due sistemi politici e idologici ben individuabili, ma che non può che constatare che quel mondo non esiste più e che sono altri le tensioni e i conflitti che caratterizzano il cosiddetto «nuovo ordine mondiale».

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Majorino: 'Prossimamente'

majorinoprossimamente.gifdi Barbara Pietroni
[da "Il poema a cui lavoro dal 1969"]

"Lavoro al poema -o mi lavora lui- dal 1969, una data che apre un così enorme abisso di tempo da spaventare quasi anche me! In realtà però è stata, oltre che una grande fatica, una grande gioia, perché quasi ogni mattina avevo, ed ho tuttora, questa specie di insieme che mi attendeva, attende. Di questo poema, che dovrebbe essere di nove libri e che mi sono impegnato a pubblicare tutto nel 2008, è uscito invece il 9 marzo 2004 il primo libro, che ho già consegnato e che si chiama Prossimamente.
Ecco, il titolo allude a una duplice veste di questo testo. Da una parte, come primo libro, è già partecipe del poema; dall'altra, come il linguaggio dice, è un "prossimamente": annuncia. Quindi, annuncia ed è partecipe".

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Moshe Idel e i 'Mistici messianici'

idelcover.jpgphotoidel.gifGià eccezionale espositore dell'esoterismo di Maimonide (Maimonide e la mistica ebraica, edito per Il Melangolo), Moshe Idel, docente di pensiero ebraico alla Hebrew University di Gerusalemme, è attualmente il massimo esperto vivente di Qabbalah. E' stato di recente pubblicato, per i tipi Adelphi, il suo Mistici messianici: una straordinaria raccolta di saggi che rende effettiva dal punto di vista storiografico l'operazione condotta da Gershom Scholem con la biografia di Sabbetay Zevi (in Italia è uscita per i Millenni di Einaudi). Le correnti che Idel individua all'interno del vasto oceano del messianismo mistico sono principalmente due: una di ordine teurgico e una propriamente occultistica. Lo schema redentivo che proprio da Scholem è stato evidenziato filosoficamente (nel senso della tradizione laica occidentale), viene a ottenere un risalto particolare, ai nostri giorni, con l'opera di Jacob Taubes (anch'egli, com'è ovvio, edito da Adelphi), autore dello straordinario Messianesimo e cultura (questo titolo è però nel catalogo Garzanti) e acutissimo interprete della figura del katekon in Carl Schmitt, che viene riletto alla luce dell'ontologia messianica ebraica (in La teologia politica di San Paolo, uscito per Adelhi nel '97, si ha probabilmente l'apice dell'indirizzo interpretativo messianico nella filosofia contemporanea).
Pubblichiamo un'intervista che Moshe Idel rilasciò a Repubblica nel dicembre 2001, in cui le categorie di messianesimo utilizzate dal grande studioso israeliano vengono chiarite con illuminante profondità.

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Carlotto: su 'L'oscura immensità della morte'

di Andrea Melis

[E' uscito in tutte le librerie ed è già alto in classifica il nuovo, splendido noir di Massimo Carlotto (qui il suo sito ufficiale), L'immensa oscurità della morte (edizioni E/O, 13 euro), di cui a breve, su i Miserabili, apparirà la recensione. Riproduciamo un'intervista rilasciata dal creatore dell'Alligatore al quotidiano La Nuova Sardegna, nell'edizione del 9.3.04]

carlotto3.gifTre anni dopo “Arrivederci amore, ciao”, arriva in libreria il suo nuovo noir, duro e puro, che ci sprofonda di peso al di là del Bene e del Male. Com’è nato il progetto di questo romanzo?

In questo Paese il tema del perdono e della grazia è diventato all’improvviso d’attualità a partire dai casi Sofri e Mesina e trattato con rara ipocrisia e ignoranza. Lo Stato delega decisioni fondamentali come il perdono alle vittime mentre queste avrebbero dovuto essere completamente appagate dal processo. Questo determina situazioni senza vie d’uscita perché le posizioni sono inconciliabili.

“L’oscura immensità della morte” è un titolo piuttosto strano… che poi assume un senso preciso all’interno della storia. Perché ha scelto questa frase?

La scelta di un titolo di un romanzo è sempre laboriosa e complicata. In questo caso mi sembrava importante sottolineare come e quanto vivano la morte in maniera estrema i parenti di vittime di omicidio e gli ergastolani.

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Marco Baliani

baliani.jpgdi Oliviero Ponte di Pino

Chi ti ha formato come attore?

Gli spettatori che mi hanno formato sono i bambini.

Prima vorrei fare un passo indietro. Che tipo di formazione hai avuto? Da quali esperienze sei partito?

Studiavo architettura, agli inizi degli anni Settanta. La più lunga occupazione della facoltà, a Roma, a Valle Giulia, ha coinciso con l’anno in cui mi sono laureato. Erano molto attivi i movimenti extraparlamentari, c’era un intenso dibattito politico e molto desiderio di usare l’architettura nel sociale: ricordo in particolare il lavoro di Lotta Continua sulla qualità della vita nella città. Quindi il nostro lavoro di aspiranti architetti era più orientato verso l’urbanistica, per esempio al problema dell’occupazione delle case, delle carceri, e in generale delle situazioni di disagio.

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Intervista a George Saunders

[Non vorrei che ci si scordasse che esiste un genio di nome George Saunders. Ha pubblicato le raccolte di racconti CivilWarLand in Bad Decline e Pastoralia (qui da noi uscito per Einaudi Stile Libero), suscitando reazioni entusiastiche da parte di critica e lettori - tra i quali, la mia. Traduco un'intervista che Saunders ha rilasciato a Patrick Reynolds di reinventingtheworld.com. gg]

I tuoi racconti mi hanno sempre impressionato per il fatto che sembrano stare in equilibrio perfetto e rischioso tra il divertimento puro e la risposta a qualche verità estrema di tipo emotivo intorno al mondo che viviamo. Esiste qualcosa di ancor più iperbolico del mondo che viviamo?

Forse bisogna partire dall'esame delle regole del realismo. Regole che peraltro nessuno ha stabilito. Di solito è scontato che la Regola sia: la prosa deve sembrare o imitare la 'vita reale'. Ecco, si tratta già di un'assunzione pericolosa e di carattere politico. Ma chi dice una cosa del genere? Poco tempo fa sono stato a una festa, dove c'erano questi tizi di mezz'età, proprio come me, e continuavano a pronunciare banalità di una rozzezza impressionante ("Sono forte, ragazzi! Forte ma divertente! Ahahahah!"), tutti che indossavano questo orripilante e sconcertante sorriso stampato sulla faccia, tipico della mezz'età, che guardandomi allo specchio mi vedo stampato anche io - e mi dicevo: se metti questa roba qui in un racconto, così com'è, sei il cacasotto più bastardo del mondo.

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Enrico Remmert

Remmert.jpgdi Giuseppe Petralia

remmertcover.jpgEnrico Remmert [a sin.] è l’autore del libro La ballata delle canaglie pubblicato dalla casa editrice Marsilio nel 2002, seconda opera narrativa dello scrittore torinese. Un volume originale per la scrittura, per il ritmo incalzante, per l’accurata descrizione dei personaggi presenti nel volume, con intense pagine come il fantomatico incontro di boxe fra Istinto e Coscienza, vinto dal primo per ko. Il suo romanzo d’esordio Rossenotti, dato alle stampe nel 1997, sempre con Marsilio,ha vinto il Premio Tuscanica e il Premio Cianciano ed è stato tradotto in diversi Paesi.
Lo abbiamo intervistato.

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Le Carré: il mio romanzo politico

di IRENE BIGNARDI
[da Repubblica, 4.12.03]

amiciassoluti.jpglecarre.jpgLa casa potrebbe essere quella di Dame Agatha: classica, intima, segreta, uguale e diversa dalle altre belle case che si avvitano attorno a un romantico giardino in un angolo remoto di Hampstead. Mattoni vittoriani fuori, colori autunnali e bei quadri tranquilli dentro. Niente di eclatante o di avventuroso. Ma non ci abita la signora Christie. Ci abita John Le Carré.o, meglio, ci abita colui che nella vita si chiama David Cornwell, il riconosciuto maestro della spy story, il padre di Smiley, il grande cronista del Circus, il poeta degli intrecci di lealtà e dei tradimenti. E la sua casa è, si potrebbe dire, un travestimento - chi scrive di spie, chi ha avuto un passato nei servizi segreti ama l' anonimato, per quanto elegante - , una simulazione di conformismo, un rifugio dalla pazza folla. Una casa placida e tradizionale che è l' improbabile cornice di una grande indignazione. Questa indignazione John le Carré, con qualche civetteria, la chiama Alterszorn, la rabbia dei vecchi, ed è una condizione, dice, che lo affligge da qualche anno. Perché al contrario di quelli che nell' età matura diventano conservatori, placidi, difensori dello status quo, John le Carré (e con lui il suo inquilino segreto David Cornwell) ha compiuto il percorso inverso. Perché, libro dopo libro e intervento pubblico dopo intervento pubblico, quest' uomo ben educato, discreto, elegante, così profondamente «borghese», ha preso un atteggiamento sempre più libero e più critico nei confronti dei poteri dominanti, della loro capacità di manipolazione, di menzogna, di falsificazione. E ne fa il filo conduttore del suo nuovo romanzo, Amici assoluti (Mondadori, pagg. 412, euro 18,60), raccontando un percorso densissimo attraverso quarant' anni di storia come la vivono due «amici assoluti», che si incontrano e intrecciano una inestricabile amicizia nella Berlino dei moti studenteschi, che continuano, da agenti segreti segretamente amici, ai due lati del muro, che si perdono e si ritrovano lungo le faglie della storia europea, ormai sessantenni, coinvolti insieme in un maledetto imbroglio di cui la loro passione ideale e la loro ingenuità politica sono il motore e l' inconsapevole strumento.

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Maria Corti: Dante e l'Islam

Dall'Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche, lo straordinario archivio umanistico di Rai, recupero un'intervista che nel 2000 Maria Corti [qui un bel ricordo scritto da Mauro Bersani] rilasciò a proposito di una deriva importante degli studi danteschi, a cui la stessa Corti ha dato un imprescindibile contributo.

1. Professoressa Corti, riguardo al tema dell’influenza della cultura araba in Dante, può descrivere in primo luogo l’importanza che nel corso del Duecento ebbero i centri di diffusione della cultura araba principalmente quelli della Toledo di Alfonso decimo il Savio e del regno di Sicilia di Federico II?

Il Duecento è un secolo particolarissimo nella cultura italiana, perché è un secolo in cui i rapporti fra il mondo cristiano e il mondo musulmano si fanno molto più stretti, per tutta l’area mediterranea. E questo si deve soprattutto a un evento storico e alla grandezza di due personaggi che hanno dominato il Duecento, che sono Federico II, imperatore re di Sicilia e Alfonso decimo il Savio. Questi due personaggi, per ragioni particolari, nella loro infanzia furono molto legati al mondo arabo. Federico II, addirittura, visse da bambino quasi nell’ambiente arabo, dopo che morì sua madre. E a sua volta, Alfonso decimo, ebbe strettissimi rapporti familiari con le personalità della cultura araba.

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Ferdinando Fasce: Status quo

fascecover.jpg[Riproduco un'intervista, a mia detta fondamentale, che Ferdinando Fasce ha rilasciato a Una Città. Ferdinando Fasce è professore associato di Storia e istituzioni dell’America del nord all’Università di Bologna. E’ autore del saggio La democrazia degli affari, comunicazione aziendale e discorso pubblico negli Stati Uniti 1900-1940, edito da Carocci. Vorrei invitare, dopo l'eventuale lettura di questa intervista, all'eventuale lettura di Antracite di Valerio Evangelisti, giusto per capire il tipo di impatto politico che Evangelisti ottiene con la sua allegoria western]

Da quali materiali è nata la sua ricerca?
Prima di tutto carte aziendali. Mi sono mosso all’interno di quelle che Fourier avrebbe definito le “fucine della menzogna”, ma nelle quali, naturalmente, non c’è soltanto menzogna, c’è costruzione di sapere, c’è il tentativo da parte dei grandi imprenditori di rispondere alle sfide poste dall’ambiente esterno, e cioè dall’opinione pubblica, dai giornalisti, dagli orientamenti dei poteri pubblici. Contemporaneamente ho usato le carte che riguardano i professionisti che si candidano ad aiutare l’impresa a gestire questi rapporti con l’esterno, quelli che poi saranno chiamati public relation men, oppure esperti di comunicazione, anche pubblicitari, oppure figure che hanno legami col mondo politico.

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Camilleri: «È una guerra equivoca. I nostri ragazzi tornino a casa»

da L'Unità

camilleriunita.jpgUna delle sue tre figlie lo ha chiamato per telefono dicendogli di accendere la tv che dava le primissime notizie. E per Andrea Camilleri è iniziata una giornata doppiamente grigia. È consapevole che a molti le sue parole non saranno gradite. «Mi auguravo che non capitasse. Ma avevo paura vera, autentica, che un giorno o l'altro capitasse. Negli ultimi giorni c'era stata questa escalation molto forte della reazione antiamericana. E comunque non dobbiamo dimenticare i presupposti».
Quali presupposti?
Il primo è che questa è una guerra personale dell'amministrazione Bush. Non dico neanche dell' America, perché offenderei tutti gli americani e non ne ho alcuna voglia. Questa terribile guerra è partita con l'offensiva di Pinocchio. Con le bugie, le bugie di Pinocchio. Colin Powell che mostrava i mezzi che trasportavano i gas iracheni…La pistola fumante... le armi chimiche... O abbiamo già dimenticato? E ha continuato a essere guerra di Pinocchio anche quando Bush è salito sulla portaerei per dire che era finita. Invece cominciava, a quanto pare. E la parola “dopoguerra” non è un'altra delle bugie di Pinocchio?»

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Donna Tartt

tartt2.jpgda La Stampa
Incontro con la scrittrice americana che si ripresenta dopo dieci anni con un nuovo romanzo
La gentilezza uccide
di Michela Tamburrino

ROMA - Una leggenda metropolitana tutta newyorkese avrebbe voluto consegnarla ai posteri così. La giovanissima scrittrice Donna Tartt seduta nel bar di un Holiday Inn. La sigaretta diventata un tutt´uno con le sue labbra, il solito bicchiere di whisky. Poco prima aveva spedito alcune storie brevi a un giornale locale di Grenada, Mississippi. E aspettava risposta. Piccola di statura, metà Lazarus e molto Lolita, scura di vestiti e di capelli, imbronciata, distante, un sospetto di presunzione negli occhi azzurro mare. Le si avvicinò un giornalista, non a caso lo stesso che aveva lanciato John Grisham. «Tu sei Donna Tartt», le chiese. «Sì sono io», lei rispose. «Il mio nome è Willie Morris e penso che tu sia un genio».

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David Sedaris

sedaris.jpgsedarisciclopi.jpgDavid Sedaris esce in Italia con un'antologia di racconti esilaranti, folgoranti, brillantissimi, Ciclopi (Mondadori Strade Blu). Da anni aspettavamo che le irresistibili folgorazioni di Sedaris venissero finalmente tradotte: ci fa felici, quindi, questa scelta da Barrel Fever e Naked, almeno quanto la notizia che presto disporremo della traduzione integrale dell'ultimo lavoro di Sedaris, Me Talk Pretty One Day e, molto probabilmente, della raccolta di racconti natalizi Holidays on ice. Per chi non conoscesse il genio funambolico di David Sedaris, il consiglio spassionatissimo è: leggete David Sedaris. E' una specie di George Saunders (il quasi inarrivabile scattista di Pastoralia) a cui è stato dato in dono un corredo psichico pressapoco allucinante, un umorismo che non ha pari nella letteratura contemporanea per dinamicità e irresistibile verve, e un'esistenza talmente grottesca che davvero vale la pena di conoscere per evitarla. A proposito dell'ultima raccolta di Sedaris, Me Talk Pretty One Day, traduciamo alcuni passi di un'intervista rilasciata a Lisa Allen di January Magazine.

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Irvine Welsh

welsh.jpgwelshporno.jpgE' uscito anche in Italia il nuovo romanzo di Irvine Welsh, Porno (Guanda, 17 euro). Si tratta della continuazione della saga extatica di Trainspotting. Welsh si è recentemente trasferito in via definitiva negli Usa, precisamente a Chicago. A questo proposito (oltre che sul nuovo libro), il Guardian, in data 7 aprile '03, lo ha intervistato (qui la versione originale e integrale).


Come mai hai scelto di andare a stare in America?

Mi sentivo un po' chiuso, ultimamente, a Londra e avvertivo la necessità di un cambiamento. L'America è un luogo parecchio interessante in cui stare in un momento storico come il nostro, per ogni sorta di ragione. Sento che è a un bivio fondamentale e che, se prende la strada sbagliata, ci fotte tutti.

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Péter Esterházy

esterhazy.jpgesterhazycover.jpgSu Carmilla, se volete addentrarvi nel labirinto stratosferico di Harmonia Caelestis, c'è una recensione che prova a segnalare qualche plausibile filo di Arianna per muoversi all'interno di questo capolavoro barocco e strabiliante con cui Péter Esterházy dimostra di essere uno dei massimi autori europei. Interviste a Esterházy sono apparse recentemente su Corriere e Repubblica. Società delle Menti ne propone una alternativa, rilasciata nel '98 dall'autore ungherese al poeta e critico Péter Zihaly e pubblicata su Trieste contemporanea: un luogo ideale di snodo continentale, perfetto ring su cui affrontare il tema centrale dell'opera di Esterházy, cioè la proliferazione di identità storiche della piattaforma Europa.

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Don DeLillo: su 'Cosmopolis'

delillo030603.jpg«Per me scrivere un romanzo significa anzitutto addentrarmi in un mistero. La letteratura, dal mio punto di vista, non soltanto non è tenuta a fornire risposte, ma neppure a formulare domande. Il suo compito consiste nel creare uno spazio (misterioso, appunto) fra l'idea dell'autore e la mente del lettore. Tutto questo ha a che fa con i processi della creazione letteraria e può far sì che un romanzo appaia privo di un senso compiuto. Ma non si racconta una storia per trovare una spiegazione all'interno di essa. La spiegazione, se c'è, può venire soltanto da fuori». Parola di Don DeLillo, che è sbarcato al Festival delle Letterature di Roma per presentare il nuovo romanzo, Cosmopolis, ed è stato selvaggiamente sequestrato dai giornalisti di tutte le terze pagine d'Italia. Pubblichiamo due delle interviste che gli hanno estorto: Alessandro Zaccuri per l'Avvenire e Maria Serena Palieri per l'Unità.

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Yehoshua: La sposa liberata

yehoshua1.jpgdi Bibi David
[da CaffèEuropa]

Professor Yehoshua, cosa è cambiato in Israele dal 1998-1999, epoca di ambientazione del suo romanzo, quando ancora non era emersa la Seconda Intifada, ad oggi?

Si sono rotti completamente i negoziati di pace, nei quali avevamo riposto tutti tante speranze. Io personalmente lotto e combatto per questa pace da oltre 35 anni, per una pace che si fondi sulla creazione di due stati per due popoli con un chiaro confine fra israeliani e palestinesi. Ma i palestinesi non hanno accettato nessuna trattativa in questa direzione, neppure quando furono proposte da Israele offerte molto generose, e hanno risposto invece facendo esplodere una spirale incontrollabile di violenza.

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Ishmael Reed: su 'Mumbo Jumbo'

reed.jpgreedcover.jpgShaKe Edizioni ripubblica, dopo tempo immemorabile, uno dei testi più disinibiti e leggendari della letteratura afroamericana di sempre: Mumbo Jumbo di Ishmael Reed è una satira, un hard boiled, una sci-fi, un trattato di esoterismo, una specie di Hakim Bey antelitteram che risulta rivoluzionario ed esilarante agli occhi di menti ormai rotte a tutto lo schifo di questo aborto occidentale e tecnocratico. Indescrivibile storia di un complotto che anticipa di decenni le più ardite ipotesi avantpop, Mumbo Jumbo è uno dei romanzi più libertari e funky dell'intera parabola della black culture.
Per celebrare sia la pubblicazione ShaKe sia il rapper multiculturale di Reed, traduciamo parte di un'intervista che Ishmael Reed ha rilasciato a Reginald Martin.

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Varela: la coscienza nelle neuroscienze

varela.jpgLa scomparsa di Francisco Varela, nel 2001, ha lasciato un vuoto solo apparentemente incolmabile nel panorama dell'umanesimo contemporaneo. Le sue ricerche in àmbito neuroscientifico ed epistemologico stanno fruttando una sorta di rivoluzione copernicana: è anche grazie a Varela che, tra cinquant'anni, l'uomo percepirà se stesso e il mondo in modi che, attualmente, sembrano distantissimi dal sentire comune in Occidente. L'incontro tra teorie psichiche e ultrapsichiche, di chiara matrice orientale, con la scienza forgiata in secoli di tradizione occidentale comporteranno uno smottamento che soltanto le menti più acute hanno individuato quale frontiera di sviluppo della nostra cultura di specie. Riproduciamo un intervista che lo scienziato cileno rilasciò all'Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche.

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Paco Taibo: continuo Salgari

taibo.gifdi MASSIMO CALANDRI
da Repubblica

Le prime sessanta cuartillas del manoscritto sono distribuite con accurato disordine nel salone della casa al primo piano di calle Atlixto, quartiere della Condesa. Abbandonate sul vecchio divano, sparse per tutto il pavimento in legno oppure trattenute sulla scrivania da una bottiglia di Coca-Cola vuota a metà, inseguite e raccolte pazientemente dalla figlia, Marina. Sessanta cartelle per dar vita finalmente al Progetto con la p maiuscola, come lo chiama Paco Ignacio Taibo II: «Il ritorno della saga di Mompracem», annuncia. «Le nuove avventure delle Tigri della Malesia, dal giorno in cui Emilio Salgari le ha lasciate».

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'Mucchio' intervista Wu Ming1 ed Evangelisti

Da Il Mucchio selvaggio n.513, dal 10 al 16 dicembre 2002

IL MUCCHIO INCONTRA VALERIO EVANGELISTI E WU MING 1
STORIA, LETTERE E ARTIGIANATO

Bologna. Via del Pratello. Un pomeriggio di metà ottobre. Incontriamo Valerio Evangelisti all'imbocco di una strada che si è trasformata progressivamente, da "quartiere latino" della città e, ancora più indietro negli anni, area di truffatori, ladri e prostitute, in luogo di studi legali e liberi professionisti. Viene fuori l'argomento Martin Mystère (i fumetti saranno un motivo che ritorna nelle due ore seguenti), ed Evangelisti ricorda la figura di un barbone che, persuaso di aver ispirato un soggetto ad Alfredo Castelli, aveva minacciato la richiesta di un risarcimento miliardario all'autore: lo Zaccardi ritratto da Emidio Clementi ne La notte del Pratello. La nostra meta è il Mutenye, "uno degli ultimi locali alternativi della via", dove ci raggiunge Wu Ming 1, alla vigilia di un viaggio in Brasile. Paese in cui, all'Università di San Paolo, Totò, Peppino e la guerra psichica è stato adottato come libro di testo. Quella che segue è la fedele trascrizione di un incontro ad ampio raggio, una sorta di tavola rotonda senza pretese accademiche (dove, anzi, la letteratura "salottiera" ne esce con le ossa rotte), uno sguardo incrociato su due narratori che discutono apertamente delle dinamiche "artigianali" e politiche presenti nei rispettivi lavori.

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Sandrone Dazieri: su La cura del Gorilla

Sandrone DazieriSei al secondo Gorilla. Cosa è cambiato rispetto ad Attenti al gorilla, che uscì per i gialli mondadoriani? Intendo: cosa è cambiato nella scrittura, nella struttura, nei personaggi, ma anche cosa è cambiato nel tuo rapporto col noir in genere e con la narrativa che pratichi?

Tra i due romanzi ci sono due anni di lavoro proprio sulla scrittura. Il primo era un romanzo da dilettante, con tutti, ma proprio tutti, i difetti del caso. C'era anche un'urgenza di scrittura, una necessità di spiegare e spiegarmi. La cura del gorilla è un romanzo da semiprofessionista, da giocatore di serie b. Secondo i miei standard, naturalmente, che non necessariamente corrispondono a quelli del mercato o del pubblico. In concreto, la Cura è molto più crepuscolare del primo, l'umorismo più amaro e la scrittura più diretta, anche grazie all'utilizzo del tempo presente. Ho anche cercato di rielaborare gli stilemi del giallo classico, oltre che quelli del noir, anche se la cifra noir rimane preponderante.

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