Dio benedica, strabenedica, strastrabenedica Cassini, Di Gennaro e tutti quelli che stanno facendo di minimum fax l'editore più vivace e memorabile di questi anni. Non è un'iperbole: quanto stanno realizzando i faxisti romani è un'opera di incredibile inoculamento dell'avanguardia e della retroguardia della letteratura mondiale qui in Italia, dove la retroguardia americana rischia di essere ben più avanti di qualunque avanguardia a cui sono sensibili i nostri parrucconi. Perché tanto entusiasmo? Beh, perché minimum fax ha rieditato, dopo anni di ingiustificatissima assenza dalle italiche librerie, il capolavoro di Richard Yates, il leggendario Revolutionary Road. Un testo fondamentale, che ha nutrito in dialettica vertiginosa gente come Cheever, Wolfe, Ford e soprattutto Carver. Il testo archetipico del dirty realism americano: quella sensibilità letteraria che ha la sua ultima evenienza in Europa, grazie a Houellebecq. Nella collana dei classics, in cui finora hanno trovato asilo mezzecalzette come Barth e Barthelme, minimum fax fa uscire questo prodigio più che novecentesco, per la traduzione storica (riveduta) di Adriana Dell'Orto, e con una formidabile introduzione del figliol prodigo di Yates, Richard Ford.
Questa sorta di samizdat narrativo ha fatto più di una generazione e bene dice Ford che "i grandi libri, come i grandi amici, vanno condivisi". Sono occasioni di gioia, sono rivelazioni di universi mondi, sono approfondimenti di realtà che stavano sotto i nostri occhi senza essere intercettate. E, nel caso di Revolutionary Road, sono profezie: che continuano ad avverarsi.
La sorte etilica di Richard Yates (una costante che lo accomuna a Cheever e Carver) non ci ha conservato in buona salute questo autore per noi cruciale. Provato da vizi assunti per sofferenze inenarrabili, Yates ci ha lasciato negli anni Novanta. Però non ci ha lasciato soli: ci ha regalato una delle mappe indispensabili su cui fare ruotare i nostri strumenti, per capire verso che abissi nuovi stiamo navigando.
Non esiste una modalità più profonda e veritiera (una sorta di lucida onestà), con cui leggere Revolutionary Road, di quella che proprio Ford assume nell'introduzione stesa nel 2001. Ford parla di approccio entomologico e metafisico di Yates alla letteratura e al mondo. Da un lato c'è quella vibrazione di fondo, laicissima, ipersociologica, che è in grado di completare la quasi totalità di una rappresentazione tutta mondana del mondo. E d'altro canto (Ford fa riferimento soprattutto alle significative assonanze dei nomi dei personaggi) c'è un utilizzo barocco dell'emblematico, come se Yates arrivasse addirittura a mettere in scena il teatro psichico complesso ed esaustivo del regno dell'uomo sul mondo e della dittatura del mondo sull'umanità. Un paradosso notevole e riuscitissimo, se finora si è sempre pensato che ciò di cui Yates ci parla è, alla fin fine, il regno dell'uomo sull'uomo. Egli invece si addentra in una zona intermedia che, tanto tempo fa, si sarebbe detta intersoggettiva. Gli scambi, i rapporti, i deliri e le utopie di un manipolo di borghesi americani ascendono, shakesperianamente, a immagine del mondo, proprio perché sfiorano la totalità delle immagini: Revolutionary Road, a conti fatti, è una rappresentazione totale dei rapporti possibili che intercorrono tra esseri senzienti su un qualunque pianeta. Soltanto per un motivo così nobilmente critico, Ford si espone con l'entusiasmo iperbolico del neofita, evitando l'univocità di una lettura solo sociologica su supposti e veristici anni Cinquanta americani. Ford si sporge per dire che Yates è più di quanto si è pensato. E lo è concretamente: lo è stato per tutti coloro che l'hanno letto.
La storia degli sciagurati Wheeler, della comunità di riferimento che con loro lavora, banchetta, recita, scopa, sogna o non fa un cazzo in una sorta di faulkneriana Yoknapatawpha, ma virata su toni e colori del locus primario di Truman Show, è una vicenda donchisciottesca, prima che flaubertiana. Il colpo di scena, se di colpo di scena si può parlare, è un secco creparsi del pack su cui si è scivolati per tutto il romanzo: un'esperienza agghiacciante. Pietà, amore, sesso, sogno, desiderio, lutto, errore: nulla del comparto emotivo umano viene espulso da questo ring, allestito da Yates con la sfrenatezza di un demiurgo che sa ridere della propria opera venuta male, sempre difettosa. E c'è anche la rivoluzione, è ovvio, proprio perché per Yates anche il titolo è un emblema. Si tratta di una rivoluzione dell'umano: quella che tentiamo di imprimere anche noi, abitanti del pianeta mercantilizzato di oggi, in perpetua battaglia politica con quello che ci viene fatto credere essere l'esistente.
Non bisogna sottovalutare questa lettura politica del romanzo di Yates. Credo che ci troviamo di fronte a un fulminante ricettario per fare uscire col buco sbagliato la ciambella dell'alienazione dal forno umano. Qui la preminenza dell'intestino sul raziocinio svolge un ruolo politicamente attivo. La rappresentazione mimetica della realtà - quella che si può scambiare per realtà all'altezza della fine dei Cinquanta americani - è proprio fallace, nel senso che non è una mimesi piatta, è un'antimimesi, uno scherzo gnostico destinato a un ingiurioso fallimento: quello a cui è destinata prima metà e poi la totalità dei Wheeler. I quali, nella loro dimensione archetipica, sono forse la prima evenienza di fiction televisiva in letteratura - un'intuizione che Yates avrebbe poi sfruttato, scrivendo in seguito per il cinema. Però è un'intuizione molto consapevole: non assistiamo allo sbraco della finzione letteraria in fiction tv, bensì siamo compartecipi di una lotta della retorica finzionale letteraria contro un movimento di disappropriazione della stessa retorica da parte del "mondo della comunicazione", anzi, del mondo tout court. L'abisso che inghiotte tutto il libro, quell'agghiacciante buco nero che ha l'aspetto di un buco bianco, resta comunque una risposta insuperata che la letteratura getta in faccia al mondo. Soltanto a partire da quel buco bianco (e non, invece, dalla satira sociale o dalla comicità irresistibile di Yates, che la tv saprebbe addirittura fare meglio) si può comprendere come e perché Revolutionary Road è un romanzo della nostra tradizione contemporanea: senza quella sensazione agghiacciante, non avrebbe corpo metà della letteratura odierna. Sulla distanza da questo buco bianco si misura oggi che cosa sia proporzionale alla forza radiante della narrazione in questi tempi.
Revolutionary Road, che già vivente Yates non ebbe questo grande successo commerciale, non deve forse averlo. Ma deve essere letto e amato da chi ritiene che oggi la letteratura sia la forza di cui l'umano dispone per difendersi dal potere - e per contrattaccare.
Richard Yates - Revolutionary Road - minimum fax - 11.50 euro