
Avevo lanciato un appello a Tommaso Pincio, affinché mi inviasse il testo digitalizzato del suo intervento su Ninna nanna di Palahniuk, apparso su Alias due settimane fa. Pincio me l'ha inviato. Lo ringrazio tantissimo.
CHUCK PALAHNIUK
di Tommaso Pincio
Un giornalista di mezza età, claudicante e alquanto esaurito, scopre che si può uccidere chiunque cantandogli un’antica ninnananna africana. Decide così di unire le sue forze a quelle di un’agente immobiliare, specializzata nella vendita di case infestate da spiriti, per ritrovare tutte le copie del libro in cui è pubblicato il canto della dolce morte e toglierle dalla circolazione. «Ecco cosa ti spacciano oggi per trama» sarebbe il commento di un personaggio di Palahniuk, se Ninnananna (Mondadori, traduzione di Matteo Colombo, pag. 280, Euro 14,00) non fosse un suo romanzo.
Spingere la finzione narrativa ben oltre la soglia della più labile credibilità non rappresenta ormai un problema per nessuno, tantomeno per Chuck Palahniuk, che nello spazio di appena sette anni — il suo esordio con Fight Club risale al 1996 — ha infilato una serie di ben sei romanzi dove qualunque riferimento a fatti ordinari sembra bandito per principio: top model sfigurate da un colpo di fucile mentre se stanno alla guida della loro auto; studenti di medicina in bolletta che sbarcano il lunario fingendo di rimanere soffocati da un boccone andato di traverso; membri di sette suicide che raccontano la storia della loro vita alla scatola nera di un aereo in procinto di schiantarsi al suolo.
Non che la realtà sia più verosimile. Le notizie selezionate dai mezzi d’informazione legittimano questo e altro. Credere a qualunque cosa non è più una scelta del singolo individuo bensì il modo con cui tutti noi evitiamo che l’anonima e presunta normalità delle nostre esistenze venga sommersa o fatta ostaggio dalla rappresentazione di un mondo sempre su di giri. Per quale ragione, allora, si dovrebbe questionare sul fatto che Chuck Palahniuk abbia deciso di privilegiare le storie a senso unico, di concepire trame che si dipanano con la naturalezza di una scheggia impazzita?
La ragione è che da queste storie sarebbe lecito attendersi personaggi all’altezza, con profili psicologici che giustifichino azioni e condotte di vita tanto estreme. Ma di simili creature non c’è traccia nei romanzi di Palahniuk. Per quanto strani possano apparire, malgrado siano afflitti da nevrosi e paure le più disparate e complicate, questi individui immaginari finiscono sempre per raccontarsi allo stesso modo, con analogo ritmo, con identico timbro di voce. Sono, in altri termini, esseri che si somigliano come gemelli, personaggi che cambiano faccia, nome e lavoro ma che pensano e si esprimono come fossero la stessa persona; uno stesso protagonista per storie diverse.
La scrittura di Palahniuk è scaltra, ipnotica, tagliante, quasi mai banale; è stata paragonata a quella di Burroughs, DeLillo, Salinger e perfino di Fitzgerald, ma è sempre identica a se stessa e concede lo stretto necessario ai personaggi cui dà voce. Tutti narrati in prima persona, questi romanzi si affidano a una lingua immediatamente riconoscibile, fatta di periodi telegrafici e reiterazioni continue, scarsa di aggettivi e ricca di punti di sospensione: «Non è niente. Solo televisione. Dal piano di sopra arrivano le vibrazioni di un’esplosione. Una donna implora qualcuno di non violentarla. Non è reale. È solo un film. È la cultura dell’al lupo al lupo» e via di questo passo. Non è scrittura minimalista. È scrivere il minimo.
È possibile pensare che Palahniuk intenda dare conto dello stato della lingua, di come la costruzione dei nostri pensieri vada assumendo una connotazione sempre più elettronica, sempre più conforme alla grammatica degli sms, dei link da cliccare, dei testi che scorrono in sovrimpressione, dei «taglia e incolla». Ciò è vero solo in parte e se lo fosse del tutto non sarebbe meritevole di particolare considerazione. In realtà, quando si viene a scoprire cosa spinge Palahniuk a inventare certe storie, il senso di questa lingua minima brilla di una luce affatto diversa.
Fight club, per esempio. Al tempo in cui lavorava ancora come meccanico, tutti i venerdì sera Palahniuk si chiudeva in un bar, bevendo fino a dimenticare che il lunedì mattina sarebbe dovuto tornare in fabbrica. La rabbia che aveva in corpo era tale da non desiderare altro se non incontrare qualcuno arrabbiato quanto lui per farci a botte. Da qui nacque l’idea delle associazioni segrete di lotta. Anche il più recente Ninnananna ha un’origine simile: il desiderio di uccidere con il solo pensiero, magari pronunciando mentalmente qualche formula magica, i vicini che lo importunavano con la loro televisione sempre accesa.
È da questi minimi comuni denominatori dell’insofferenza che nasce la letteratura di Palahniuk: travasi di bile, esasperazione per il quotidiano che degenera nell’umore nero, moti di stizza che tutti noi siamo costretti a sperimentare ma che per lo più reprimiamo o sublimiamo con le dosi di violenza offerteci quotidianamente dalla civiltà mediatica. Malgrado abbia una storia piuttosto complicata alle spalle, come quella del nonno che ha ucciso la moglie per poi spararsi in bocca, Palahniuk parte dalle idiosincrasie più diffuse e da una esasperata sensibilità ai dettagli per definire i suoi personaggi ovvero individui la cui identità sembra annichilita dal frastuono di una realtà fittizia.
Il metodo ha una sua efficacia, perché romanzi come Ninnananna riescono a dirci molto sulle cause e sugli effetti del nostro male di vivere. O meglio: di come viviamo male immersi nelle ansie del consumo, dell’efficienza a tutti i costi, del salutismo, della spiritualità a buon mercato. Questa efficacia comporta però un prezzo molto salato: la spersonalizzazione totale dell’io narrante, personaggi fotocopia di uno scrittore che è a sua volta sempre uguale a se stesso, un simulacro di identità estrema dalla quale non c’è via di scampo né possibilità alcuna di riscatto o redenzione.
Quando si parla di come la letteratura degli ultimi anni si sia sporcata le mani con i vari tipi di genere, dal fantastico all’orrifico, ci si riferisce a un fenomeno indubbiamente reale ma che è comunque solo il dato esteriore di qualcos’altro, qualcosa certamente meno visibile ma di gran lunga più essenziale e problematico. Prima ancora che a definire un’interzona della narrazione, una sorta di intergenere in cui sia possibile far convivere Henry James e Stephen King, questo livellamento orizzontale è servito ad annichilire il soggetto, a scrivere anche in assenza di un protagonista verosimile. Ciò che viene davvero mutuato non sono tanto le strutture dei vari generi quanto il modo in cui esse sopperiscono e danno corpo a personaggi altrimenti inconsistenti. Più che di contaminazione di generi letterari, sarebbe quindi più giusto parlare di un nuovo genere di io, un soggetto narrante malleabile e indifferenziato.
Anche questo metodo ha una indubbia efficacia e Palahniuk non è il solo scrittore a usarlo con profitto. È un metodo che consente di rappresentare la complessità del nostro tempo anche affidandosi soltanto ai dettagli, perché una trama in stato di costante sovreccitazione garantisce sempre una parvenza di sintesi, l’illusione che sia ancora possibile cogliere una qualche visione d’insieme, uno sfarfallio di senso, uno straccio di io, di umano. Ma di illusione e parvenza comunque si tratta; il che, purtroppo per noi, non ci porta più lontano di dove ci troviamo già.