I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Un pubblico per Fortini

di Bruno Pischedda

pischedda3-thumb.jpgfortinimeridiano.jpgFu settario nell’intelletto e nell’istinto, Franco Lattes Fortini, implacabile con i compagni di strada e persino scisso da se stesso nel desiderio di una comunione cosmica capace di attenuare la pena del qui, dell’adesso scomposto; ma fu anche una delle poche personalità di respiro europeo che il nostro secondo novecento possa annoverare. Il marxismo messianico di cui si rese interprete lo imparenta in certa misura a Bloch, al tardo Benjamin, facendosi dottrina per chi nella storia opera senza tregua, con caparbietà struggente, solo in funzione però di un prossimo trascendimento. Ci sono episodi, lungo queste pagine, dove la lotta di classe, la contraddizione fondamentale tra capitale e lavoro, trapassa insidiosamente in una metafisica e in una moralistica da grand siècle: il confronto asperrimo con Renato Serra sul valore fatuo degli esami di coscienza, il colloquio a distanza con Cases e con de Martino intorno ai modi di morire, tornando ad essere nulla nel seno della specie.
Quante volte gli si è imputato come colpa quel parlare oracolare, ieratico, quel suo stile grave e insomma asseverativo e ultimo. Più di rado ci si è avveduti che in un simile profetismo era compresa anche la smentita, l’umiliazione salutare del rivedere e del correggere. Sicché il suo saggismo (meno direi la sua epigrammatica) vale oggi come documento raro di una mente umanistica al lavoro.

È il denso distillato di un uomo che sa di metrica e di avanguardie, che traduce Goethe e Brecht e Proust, ma ambisce a riversare tanta scienza entro un mondo che se di umanesimo sembra fare a meno, non potrà tuttavia evitare il tema di un analogo finalismo formale, come ecumene in figura di totalità conchiusa. Perché il mandato sociale degli intellettuali non c’è più, svanito nel passaggio tra età tardo-borghese e movimento proletario in crisi, eppure non è pensabile una società senza poesia e senza poeti proiettati in pubblico, in spirito nuovo e disilluso, ma persistentemente pedagogico.
Per chi parlava Fortini, qual era il suo uditorio? Negli anni sessanta, dando alle stampe Verifica dei poteri, avvertiva con lucidità che una parte essenziale del lavoro critico stava per trasferirsi altrove, fuori e prima delle terze pagine e delle riviste di tendenza. «Oggi – scriveva – le scelte fondamentali si compiono nelle direzioni editoriali, dove confluiscono quei giudizi dal cui equilibrio o squilibrio scaturisce l’atto di politica culturale e commerciale […] che è la pubblicazione d’una o di più opere letterarie». Era poi la via di tanti coetanei e maestri, da Vittorini a Debenedetti, a Sereni, a Bassani; intellettuali e scrittori su cui gravava un incremento di responsabilità, ai suoi occhi, non però nel senso del raccordo tra ragioni della cultura e ragioni d’impresa, e nemmeno tra le ragioni dell’arte e le ragioni del pubblico: bensì in un senso immediatamente ideologico e civile. Fortini colse con nettezza le dinamiche tra strutture economiche e sovrastrutture culturali, ma evitò di confrontarsi con il libero e magari approssimato arbitrio del lettore. In questo fu estraneo al gramscismo, o meglio: il suo anti-togliattismo lo portò a respingere di Gramsci il contributo più irriducibile e più attuale, ovvero l’egemonia, anche letteraria.
In quel medesimo volume, Verifica dei poteri, avvertito il coinvolgimento del letterato nel processo di valorizzazione editoriale, e dunque la sua perdita di indipendenza, la caduta di un romanticismo che si crede autosufficiente, Fortini pure rilanciava un’idea di umanista militante affrancato da presunzioni sciamaniche come da tecnicismi ultracodificati. Il critico – spiegava – «è esattamente il diverso dallo specialista», suo compito è avvicinare, mettere in contatto, ma senza ridursi a semplice intermediario tra testo e lettore, ponendosi piuttosto come soggetto terzo fra «le ‘scienze’ particolari da un lato, e l’autore e il suo pubblico dall’altro». Collocare l’autore e il pubblico sullo stesso terreno rappresentava solo in parte un gesto di apertura comunicativa. Il 1965 era l’anno dell’inchiesta di Segre sullo strutturalismo, ed era anche l’anno dei libri tascabili in tutte le edicole, gli Oscar, i Pocket: concependo il critico come uomo intermedio, tra specialismi e gusto di massa, egli lo preservava in realtà nella sua funzione più autorevole e prestigiosa, quella di accertare non la sagacia compositiva o il gradimento pubblico dell’opera letteraria, ma il valore, il peso che essa testimonia a fronte di una realtà che letteraria non è.
Curiosa attitudine quella che fa della mediazione il criterio estetico cardinale (così fu anche per il suo giudizio sulle avanguardie), derivandone però gerarchie assolute e un gusto strenuo per il criticismo demistificatorio. Perché questo rappresentò Fortini per molti, ivi compreso chi scrive, un eccelso maestro di diffidenza e di illustrazioni controfattuali. Di qui quel suo sentirsi spesso ai margini, o senza interlocutori, in una società che andava mutando rapidamente i connotati di fondo. Un Meridiano così ben sorvegliato e seletto come il presente può offrire in questo senso qualcosa che equivale a una stratigrafia di ascolto. Dall’orgoglioso isolamento degli anni ’50 (i «consigli a pochi», «a coloro che ci sono più vicini»); alle finezze autocritiche connesse a un sofferto monologare: «ci si difende male dal cattivo gusto della bella frase quando si parla, o si crede di parlare, da soli». Dalle timide speranze dei ’60: «Vorrei che questo capissero i più giovani»; agli entusiasmi per la grande contestazione in atto: «Mi sembra miracoloso, un privilegio non meritato, che parole e manoscritti infilati in una bottiglia tanti anni fa abbiano trovato dei destinatari»; sino a un reiterato e più polemico appartarsi, da cui filtra tuttavia, e con rabbia, stupore, la bufera neoconservatrice dei due decenni che seguono.
Fortini ebbe un pubblico, sempre, anche se composito: per meglio dire fu un idéologue dal doppio uditorio. Da un lato gli intellettuali, di partito o accademici, sovente appellati con risentimento, ma a cui sapeva bene di offrire strumenti imprescindibili; dall’altro le recenti leve sociali, i giovani usciti dalla Resistenza come gli studenti in rivolta venticinque inverni più tardi, animatori di cellule territoriali e artefici delle riviste e dei giornali di movimento. Insieme, essi formavano la platea degli umanisti impegnati, tradizionali e nuovi. Finché, con l’andare del tempo, fu questa seconda tipologia di lettori ad essere privilegiata; e poco importa che a un certo punto egli rimproveri alla Morante del Mondo salvato dai ragazzini uno scivolone nel volontarismo ottimista: era per quegli stessi ragazzini che scriveva, futuri militanti politici e freschi mentori della controcultura, se non addirittura per i non ancora nati.
Agli uni e agli altri, agli umanisti fatti e agli umanisti in nuce, forniva un punto di vista marxista ed hegelo-marxista che ancora non cessa di stupire. In esso coesistevano Lukács e francofortesi, La distruzione della ragione e Dialettica dell’illuminismo, progetti socialisti di uomo classico e critica dell’individuo unidimensionale. Si capisce perfettamente la sequenza: così avrebbe dovuto essere, così è diventato. Senonché il fascino che promanava dall’americanismo fracofortese, ci si passi l’adynaton, e l’immagine per molti versi totalizzante dell’industria culturale, o «industria della coscienza», gli fu di scarso ausilio nell’accertamento dei processi di aggregazione e risegmentazione dei pubblici reali. Pure se in contatto con le teorie operaiste di Panzieri, e sebbene al corrente, attraverso gli olivettiani, degli sforzi di analisi compiuti dai Mannucci, dai Gallino, Fortini diffidò con ostinazione della sociologia empirica, sospetta per lui di razionalità migliorista e connivente.
Ma poi, strano lukacsismo e strano francofortismo. Si schierava con Lukács e a un medesimo tempo con Proust e Kafka, ossia con i colossi della grande decadenza borghese. Reinterpretava Adorno, Horkheimer e Marcuse pur restando tenacemente convinto del conflitto strategico tra capitale e lavoro, qui, in occidente, dove urgeva più che mai una catarsi rivoluzionaria. Ad Adorno lo aveva introdotto Solmi, in procinto di accostarsi a Guénon e al nuovo gnosticismo adelphiano. «Grazie, ho già pranzato», fulminerà Fortini in un epigramma del 1975; ma intanto la dialettica negativa ne intrideva le pagine, conferendo alla sua saggistica quell’aspetto propriamente «sirenico», non solo per il comporsi straordinario di argomentazione e qualità espressiva, piuttosto per il mostrarsi apocalittica nel duplice significato religioso e mondano: come rivelazione inesausta del Regno a venire e come catastrofe senza ritorno. (Un’ultima nota per Luca Lenzini, eccellente prefatore del volume: quando Fortini si scaglia contro Metello e Il gattopardo, accusandoli di commercio con un emergente gusto di massa, temo, oggi, che a battagliare in retroguardia fosse lui).

FRANCO FORTINI - Saggi ed epigrammi - (a cura di Luca Lenzini, con uno scritto di Rossana Rossanda e bibliografia di Elisabetta Nencini) - Mondadori - 2003 - pp. CXXXIII-1849 - € 45




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Giovedì 11 Dicembre 2003

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