di Raffaele Panizza

La visione di una donna povera e grassa. Ecco cosa colpisce la giovane Nazneen nei suoi primi giorni a Londra. Perché in Bangladesh, dove è nata e cresciuta prima che un matrimonio combinato la catapultasse in Inghilterra appena diciottenne, era impossibile essere allo stesso tempo poveri e grassi. Almeno non più di quanto si potesse essere ricchi e contemporaneamente morire di fame. Un aspetto minuscolo, ma pur sempre uno dei tanti, del mondo alieno che le vittime della diaspora indiana hanno sperimentato in Europa negli ultimi vent’anni. Un mondo e un periodo che l’esordiente anglo-bengalese Monica Ali ha consegnato alle pagine di Sette mari e tredici fiumi (appena uscito per Marco Tropea editore), uno dei casi editoriali più incredibili degli ultimi anni, con i giornali di tutto il mondo a contendersi un’intervista e una recensione, pubblicando le sue foto a dimensioni da manifesto elettorale, come è accaduto recentemente sulla prima pagina del solitamente sobrio The Times.
Una storia di sradicamento e integrazione, raccontata dalle anguste stanze di una casetta di Brick Lane, quartiere bengalese nell’East-End di Londra, teatro di una comunità di immigrati che cerca di mantenere pallidamente in vita i riflessi della propria identità. Vicende in parte vissute dalla stessa autrice che, in questi giorni ad Amsterdam per promuovere il libro, racconta la storia del proprio viaggio verso l’Occidente: «Avevo solo tre anni, e durante i giorni di guerra in Bangladesh io e la mia famiglia dormivamo sul balcone, sempre pronti a scappare. Ricordo che mio padre teneva un fascio di banconote nelle calze pronto a far scattare un improbabile piano: in caso fossero arrivati i carri armati pakistani, lui e mia madre si sarebbero nascosti sull’albero di mango davanti a casa, mentre io e mio fratello ci saremmo mischiati ai bambini dell’orfanotrofio vicino. Ricordo poi che per due settimane - continua Monica - mia madre ci portò all’aeroporto sperando di riuscire a prendere un aereo per fuggire per sempre da quell’inferno. Alla fine partimmo. Mentre mio padre, impiegato governativo, riuscì a raggiungerci solo molto tempo dopo».
Per il resto, la storia personale di Monica Ali è stata meno drammatica di quella vissuta da Nazneen, la sua protagonista. Data in moglie a un uomo anziano e inconcludente che quantomeno non la picchia, circostanza che tra le amiche bengalesi suscita sospiri di invidia. Ma Nazneen vive col cuore diviso: una parte è rimasta in Bangladesh, dove l’amata sorella Hasina conduce una vita talmente reietta da spingerla fino alla prostituzione. E l’altra è portata via da Karim, giovane attivista impegnato nella difesa dei diritti delle comunità musulmane insieme a un gruppo di giovani che discutono di jihad con le Nike ai piedi, così diversi dal piagnucoloso marito che passa le giornate a crogiolarsi nella sua sterile erudizione. «Anch’io sono stata divisa in due. Nel senso che per gran parte della mia vita ho percepito la sensazione di vivere col piede in due scarpe. In due mondi culturali alla fine non comunicabili. Ma poi ho capito che per una scrittrice questo rappresenta una condizione privilegiata, e sono stata presa da una sorta di compulsione invincibile, una necessità di scrivere che mi ha portata fin qui».
Una compulsione davvero medianica, visto che le sono stati sufficienti i primi due capitoli (tra l’altro, a nostro modesto parere, i più deboli del libro) per convincere il suo editore inglese che lei fosse l’autrice sulla quale puntare. Sufficienti anche ad essere inserita da Granta nella lista dei giovani migliori scrittori inglesi, prima ancora che il libro venisse terminato. Ma di storie di questo genere, ultimamente, se ne sentono parecchie. Il problema, se mai, è confermare il proprio talento, e cercare nuovi motivi di ispirazione: «in un certo senso, mi spaventa la possibilità di non sentire più quell’energia che mi ha portata a scrivere Brick Lane (titolo inglese di Sette mari e tredici fiumi). In questo caso, credo mi toccherà restituire i soldi che mi hanno dato come anticipo per il secondo libro. Ma a parte le battute, sono convinta che per uno scrittore il periodo della vita più importante sia l’infanzia. È il momento in cui siamo in assoluto più percettivi e consapevoli. Continuerò a scavare lì dentro, attraverso forme e modalità che non sempre saranno evidenti al lettore».
Del resto, un po’ per le intenzioni di chi scrive e un po’ per la mania di appiccicare etichette, la storia di Monica Ali è stata più volte fraintesa. Non dai lettori di origine asiatica, che al contrario affollano in ogni occasione i suoi reading e dicono di riconoscere se stessi e i propri parenti nei personaggi nati dalla fantasia di Monica. Ma bensì da tutti i critici che l’hanno definita «la nuova voce dell’Inghilterra multiculturale». Una definizione non molto azzeccata, come la stessa Ali riconosce: «In effetti è curioso essere definita in questo modo, dal momento che nel romanzo non ci sono personaggi bianchi di cui parlare, e tutto accade all’interno della comunità bengalese. Credo che l’incomprensione sia dovuta a una visione romantica dell’immigrazione, all’idea di quartieri colorati dove donne col sari e uomini inglesi in giacca e cravatta danzano assieme per la strada. In realtà, il mondo che io racconto è molto chiuso e in qualche modo anche autosufficiente. E io non sono la voce dell’Inghilterra multiculturale, se mai del suo volto buio e nascosto».
[da il Mattino, 29.11.03]