I Miserabili
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Lethem: 'Fortress of Solitude'

di Michel Faber
[The Guardian, 20.12.03]

fortressofsolitude.giflethem64.jpgLo scorso agosto il New Yorker ha pubblicato "Prospettiva da una testa stretta in una presa di lotta libera", un distillato dei primi capitoli del romanzo, di imminente pubblicazione, Fortress of Solitude, di Jonathan Lethem. Risultato: le attese del libro sono schizzate alle stelle. Nei suoi quattro precedenti libri, Lethem aveva sciorinato un talento camaleontico, riuscendo in un'opera di reinvenzione dei generi cosiddetti 'pulp' o 'minori', mediante una combinatoria delle influenze letterarie più disparate, da Philip K. Dick a Raymond Chandler, da Don De Lillo a Italo Calvino. Motherless Brooklyn, un thriller che si è aggiudicato vari premi e in cui Lethem già iniziava a permettersi di esprimere l'autenticità di un sentimento che lo lega al suo luogo natale, preparava in qualche modo la strada alla successiva opera: un opus magnum a carattere autobiografico, che pone Lethem definitivamente nella schiera degli scrittori americani più importanti del presente. Fortress of Solitude si apprestava a divenire un Dickens virato verso James Baldwin e Philip Roth. Eppure, alla pubblicazione, il libro ha mantenuto le promesse almeno tanto quanto ha inflitto delusioni a chi nutriva aspettative. E sembra che anche nel Regno Unito provochi un'identica ambivalenza di giudizio.

La storia segue da vicino le esperienze dello stesso Lethem, durante il suo periodo di formazione nelle strade di Brooklyn, nell'arco degli anni Settanta. Dylan Ebdus, figlio di un pittore bohèmien, è un ragazzo bianco che cerca in tutti i modi l'inserimento in un quartiere nero. Mingus Rude, figlio d'artista canoro celebre nei tempi passati, riscatta Dylan dalla sua solitudine. Entrambi orfani di madre, attraversano le gioie e i drammi dell'infanzia sostenendosi con un'amicizia forte e leale. Ma quando arriva l'adolescenza, Mingus incomincia a identificarsi sempre più con il tribalismo autoctono della gioventù del loco, che è il ghetto: si unisce a bande di graffitari, salta la scuola per strafarsi di roba, irrimediabilmente sulle tracce di suo padre, uomo dal grande cuore disintegrato dall'abuso di cocaina. Dylan si impegna al massimo per diventare un "nero honoris causa" ma il suo istinto da nerd alla fine l'ha vinta e, supportato dai privilegi che derivano dalla sua appartenenza alla comunità bianca, trova rifugio in un'educazione da upper class e in un percorso di carriera di tutto comodo e molto borghese. D'altro canto, come prevedibile, Mingus diventa un tossico da crack e finisce in galera.
Riassunto in questo modo, si tratta di una storia da cliché letterario, ma il pregio di Lethem è di variarla magistralmente con inedite sfumature. A ogni paragrafo, viene effuso l'amore che l'autore nutre per Brooklyn; la sua comprensione delle dinamiche interne alla vita metropolitana è perfetta e profonda, che si stia descrivendo una partita a 'muro' tra ragazzini oppure una merenda oppure una scorribanda. E' raro leggere una descrizione tanto evocativa e precisa delle avventure eccitanti di un'infanzia. Straordinaria la capacità di entrare in empatia con le dinamiche razziali da parte di Lethem, nel rappresentare il modo in cui il colore della pelle forzi gli individui ad assumere, con la crescita, nuove identità che sono il risultato di alienazione sociale. Da una comunità di ragazzini che sono tutti sensibili al fascino dei fumetti Marvel e della musica Motown, ecco che vengono create due specie separate, distinte dal nero e dal bianco della pelle.
La prima parte del romanzo è narrata in terza persona. La prospettiva stoicamente naif di Dylan è perfetta nell'armonizzare le varie aree di esperienza del ragazzo, come quando viene dissezionato a dovere lo stoccaggio di massa delle scuole a Brooklyn: "La quinta era in pratica la quarta con in più qualcosa di sbagliato... Quelli che non sapevano leggere ancora non avevano imparato a farlo, i professori insegnavano la stessa cosa per la quinta volta e adesso si rifiutavano di incrociare il nostro sguardo, certi ragazzi erano stati bocciati due volte e avevano ora la statura dei bidelli. La scuola era una gabbia in cui si cresceva: nulla di più".
Questa sorta di laconicità diretta costituisce soltanto uno dei vari aspetti della prosa virtuosistica e variabile di Lethem. Ci sono anche flash in stile sperimentale e salti antipoetici ("Il pomeriggio si sgonfiava come un pallone"). Certe frasi durano 17 righe, sorta di flusso di coscienza mozzafiato, mentre altre risultano minimali, gnomiche, denuncia dell'inadeguatezza del linguaggio: "Tutti i giorni erano misteriosi e poi il sole tramontava".
Il trascorrere degli anni viene evocato attraverso la rapida evoluzione della cultura pop. Non si tratta di un problema se, come me, si è cresciuti nella stessa epoca, ascoltando la stessa musica e facendo collezione degli stessi fumetti. I lettori che ai tempi erano occupati in qualcos'altro, tuttavia, possono incontrare difficoltà di comprensione, poiché tra l'altro Dylan non elabora mai alcun codice ("La chiave di tutto è fingere che la prima volta non esista"). Basta semplicemente che Lethem menzioni una radio sintonizzata permanentemente sugli AM e che trasmetta Dream Weaver o Fly like an eagle, e noi capiamo subito che Dylan si avvia a separarsi dalla comunità di Mingus ed è destinato a finire in un college del Vermont ad ascoltare gli Orchestral Manoeuvres in the Dark. Ai non iniziati, di cui faranno ovviamente parte i lettori del futuro, tutte queste allusioni risulteranno incomprensibili senza note al testo.
E anche coloro per cui i Settanta americani sono territorio straniero possono risultare sviati dall'intensità emotiva dell'apertura del romanzo. La sfida vera comincia a pagina 311: è lì che la narrazione passa alla prima persona e Dylan di colpo è un critico musicale pressapoco trentenne in pieno freezing emotivo. Ciò che resta, nel romanzo, e si tratta di altre 200 pagine, è una sfuriata di scene sardoniche, flashback e un'assai poco convincente sottotrama che ha al suo centro un 'cerchio magico', una specie di sétta che conferisce il potere di volare e di essere invisibili. Se c'è un tema unificante, qui, è quello per cui l'adulto non può competere con il proprio passato preadolescenziale. La ragazza di Dylan, fuggevolmente introdotta con nessun altro proposito che avere una discussione con lui, si lamenta: "La tua infanzia è una specie di santuario privilegiato in cui tu vivi tutto il tempo, invece che qui con me".
Lethem prova a contrastare questo problema in maniera frontale, tentando di rendere le mancanze del Dylan invecchiato una forza tematica dell'ultima parte del romanzo. Il fatto è che l'esistenza postadolescenziale di Dylan, insulsa e priva di scopo, imprime insulsaggine e assenza di scopo alla narrazione.
La violenta intensità accumulata nelle scene a Brooklyn decresce appena Lethem sposta il focus su obbiettivi tutto sommato facili - cene pretenziose, postlaureati dissipati, convegni di fantascienza per computerdipendenti. La scena in cui Dylan visita un produttore di Hollywood per presentare il soggetto per un film basato su un gruppo musicale di detenuti, I Prigionieri, è un episodio tipico: divertente, strutturata come un buon racconto, però nulla più di una rappresentazione cumulativa di stereotipi. Verso la fine, un incongruo ma inflessibile elenco dei periodi di detenzione di Mingus viene minato dal fatto che prende la piega di un B-movie. Le pagine finali danno le vertigini grazie a una specie di trovata automistificatoria che qualunque editor avrebbe bocciato e rispedito all'autore mittente.
Uscita da Brooklyn, una bella storia si perde.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Lunedì 12 Gennaio 2004

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