di Sebastiano Triulzi
[da Alias]

Estate del '95, New Hampshire: in una piccola radura, circondata da un muro di pietra e rivestita d'un legno ormai scolorito, c'è la casa-rifugio (quella delle vacanze) di Gerald e Lydia. L'ora volge al desio e persino l'aria, "dolce" e "pigra", appare in sintonia: seduti sulla sdraio, i piedi nudi, i libri sparsi nell'erba, i due sorseggiano vino godendosi lo spettacolo d'un grande intenso lago blu. Eppure l'occhio che li osserva nota che sono abbronzati e dimagriti, nota che indossano vestiti succinti: quando Gerald e Lydia si accorgono dei nuovi arrivati - la figlia Maxine e il fidanzato Gogol - li accolgono con il più classico dei "Benvenuti in paradiso". È questa una scena madre del romanzo L'omonimo (Marcos y Marcos, trad. di Claudia Tarolo, pp. 345, ¤15, 50), seconda prova, dopo L'interprete dei malanni, di Jhumpa Lahiri.
Il punto di vista, che percepiamo straniante, è quello del protagonista Gogol. Perché se la scena appartiene forse al nostro immaginario, certamente non fa parte del suo: egli è infatti figlio di bengalesi emigrati da Calcutta alla fine degli anni Sessanta e trapiantati nel gelo del New England. Sappiamo come la comunità indiana sia tra quelle che più si sono inserite nell'american way of life: e questo in virtù del suo alto grado d'istruzione. Allo stesso tempo sappiamo come la società a stelle e strisce forzosamente incorpori immigrati nei propri valori: inglobare per unificare, compattare intorno a una idea, una economia; di qui anche un'integrazione che non è mai piena, definitiva, e dove la contaminazione è sempre a senso unico. La trasformazione della famiglia di Gogol in un tipico nucleo suburbano statunitense, che festeggia Halloween e il giorno del Ringraziamento, avviene nel romanzo, per gradi, alla stregua di un processo inesorabile. Lo stesso Gogol si sente americano: ha studiato nelle scuole statunitensi, dove ogni mattina giurava fedeltà alla bandiera americana e imparava a memoria brani della Dichiarazione d'Indipendenza; ha perso la verginità al college, ha fumato spinelli e amato i Beatles, si è laureato alla Columbia… E i pochi simboli della tradizione (il sari e il bindi indossati dalla madre), o i radi viaggi a Calcutta o le rumorose cene con altri bengalesi, li ha sempre mal sopportati. Ora è un architetto che vive a New York: nel mondo liberal di Maxine, nel suo stile di vita fatto di vini delicati e forti, di conversazioni su libri e mostre e buoni ristoranti, di risvegli nella casa dei genitori in stile neo-greco dalle parti di Chelsea, e di discorsi, l'estate, di notte, accovacciati sulle rive del lago, con gli occhi rivolti alle stelle, Gogol crede di essere finalmente libero. Eppure non è così. Era stata sua madre, Ashima, a centrare il punto: "essere stranieri" è come "una gravidanza che dura tutta una vita - un'attesa perenne, un fardello costante, una sensazione persistente di anomalia". E poco importa se in questo romanzo postcolonialista, che parla di padri e di figli che divengono adulti e seppelliscono i padri, l'amara epifania di questa non-appartenenza giungerà per Gogol proprio con la morte improvvisa del padre; e poco importa, anche, di come un'altra casa (l'appartamento in cui aveva vissuto il padre negli ultimi mesi, e i suoi oggetti: la foto di famiglia sul frigo, un sacco di riso e uno di lenticchie, il Time accanto al letto) sarà agnizione per lui di quella incomunicabilità tra classi, vigente negli Stati Uniti: a noi preme riflettere proprio su quella condizione universale che è l'essere stranieri e che l'autrice restituisce come sfogliando un album di famiglia; sorta di docudrama senza conflitti, dove tutto si percepisce a un grado zero - ma non meno di zero - dei sentimenti.
Ha notato Franco Cordelli come i racconti della Lahiri siano "votati alla normalità", confluiscano sempre "nel punto di stasi tra due nodi drammatici, là dove la vita quotidiana scorre nella sua uniformità". Non troveremo il maestro di scuola che tutti i giorni, alla stessa ora, apre le imposte di casa; né la guardia che attraversa ogni mattina la strada con la sciabola nel panciotto, né i cavalli di posta che di notte o di giorno si avviano sempre allo stesso stagno: eppure la sensazione è che qui (ma anche altrove) si voglia in un certo senso rifare il dramma borghese. Sostituendo tuttavia al canone dell'impersonalità quello dell'impermeabilità: dove i lettori, in questo universo in cui le cose accadono solo in superficie, trovano supremo conforto, ma restano, in profondità, come gli stessi protagonisti, sostanzialmente intangibili.