I Miserabili
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Gozzi: 'Una volta Mia'

Che cos'è l'incanto? E' l'esito di un'esperienza. Quando l'esperienza viene sgretolata dal semplice fatto di attraversarla, proprio mentre si è in mezzo all'esperienza, uno è nell'incanto. Per carità: nessun filosofema ermeneutico, nessun vezzo nautico metaletterario. Semplicemente: accade, è così. Uno si droga e si incanta - ma altro non sperimenta che un'intensificazione dell'esperienza e, quindi, dell'incanto. E che cos'è un'esperienza? A posteriori, sicuramente è una storia: ogni esperienza può essere raccontata, deviando dalla linfa ineffabile e vitale. E quando l'esperienza è essa stessa una storia? Accada quel che accada: è la letteratura. La letteratura veicola esperienza in quanto incanto. Chi racconta, chi sa raccontare, veicola incantamento. Prendete Martino Gozzi, esordiente, che pubblica Una volta Mia per i tipi peQuod: un talento narrativo che ha trovato fin da subito forma ritmo e immagini. Il suo primo romanzo è letteralmente e letterariamente incantevole. A leggerlo, sembra di essere Peter Pan che entra dentro Cuore selvaggio di David Lynch.

Martino Gozzi ha 23 anni e, leggo nella nota biografica, divide il suo tempo tra Milano e Portland (la città dove vive Palahniuk), nell'Oregon. Sembra un romanzo di Baricco e anche il suo libro, a prima vista, tributa alla danza scrittoria di Baricco gran parte della propria gioia di raccontare. A partire dal doppio senso del titolo, che manifesta il vantaggio di uno che sta facendo, fin da giovanissimo, i conti con un'esuberante cerebralità. Non è, questo, un difetto: è giusto così, poiché il racconto di Gozzi nasce dall'accumulo mediato dall'essenzialità della scrittura, che si rilascia alla perfezione quando raggiunge lo straniamento, quando è totalmente trasognata (esempio: "Sedeva a un tavolo non distante dai flipper meccanici e dai bersagli per le freccette, agganciati al muro, e non diceva una parola da quando si era seduto. Mangiava e basta. [...] Ogni respiro provocava un rantolo. Ogni morso, un crepito. Le sue dita svisceravano il cibo con l'ostinazione di un avvoltoio, mentre la sua sedia scricchiolava a ogni mossa. Tra le gambe, teneva una bombola per l'ossigeno" - il che dimostra, attraverso la rete di assonanze che tentano di erompere in onomatopee, che questo scrittore sa cos'è una lingua).
Questa storia di storie, tutte celestiali e al tempo stesso feroci, tributa omaggi anche a prestigiosi antenati: la griffe della celestialità, per esempio, non è affatto ingenua, mi pare di potere azzardare che Gozzi mira alto, alle latitudini ultraoceaniche su cui lancia il suo sguardo edenico il Benito Cereno di Melville. E non è che il grande fiume, il Sur, sia esente da richiami a Kerouac. Così come mi pare che esista qui una declinazione delicatamente mitteleuropea, e penso in particolar modo a Stifter e al secondo Schneider (intendo Robert), con la geniale variazione che, anziché assorbire la musica, qua la si irradia. Una volta Mia è, per chi desiderasse risolvere un rubik letterario, una scoperta continua e sorprendente.
Mi sembra di potere dire che, nonostante non si tratti di una narrazione di mare, il romanzo di Martino Gozzi, a conti fatti, sia un grande racconto di mare, assai più che un racconto di fiume à la Twain. Questo accade perché Gozzi fa intraprendere alla sua protagonista, Mia, un viaggio iniziatico quando l'iniziazione è già avvenuta: che è la traccia primaria ed essenziale di Conrad, come ben vide il miglior metabolizzatore conradiano d'Italia, che è Michele Mari, in La stiva e l'abisso. L'iniziazione assoluta, che ha la sua traduzione borghese (più che traduzione, a mia detta si tratta di decadenza) nel romanzo di formazione, prevede che una tabula rasa esperienziale venga segnata dall'incontro col mondo, dall'ineluttabilità del conflitto osmotico tra interiore ed esteriore. Non così nei romanzi marinareschi: la formazione e l'iniziazione è già avvenuta, si tratta di compiere un salto verso un'iniziazione ulteriore - solitamente un salto metafisico, il che conferisce a queste storie un assetto straniante, fino a costringerci a una percezione differente, a latere, di ciò che accade dentro il libro e fuori del libro. Per memorialistica personalissima, totalmente mia: la mia iniziazione alla letteratura è avvenuta grazie allo Charrière di Papillon, che è esattamente una storia ultrainiziatica del tipo a cui ho accennato.
Non è che Gozzi sia Henri Charrière, comunque è sulla strada buona per diventarlo. Poiché, a differenza dell'autore di Banco, Gozzi sceglie non la transustanziazione della vita vissuta e aggredita e subìta, bensì il limbo, lo spazio del sogno, il luogo fontale da cui i racconti iniziano a snodarsi.
Non desidero accennare nulla della storia di Una volta Mia, perché davvero non intendo privare gli eventuali lettori di un piacere composito e irrefrenabile che prende sin dalle prime parole ("La mattina in cui tutto saltò per aria") fino alle ultime ("Mia sentì, finalmente, il riverbero della piccola tristezza, nel costato, e fece cenno a [...], con il dito indice sulle labbra, di non dire nulla"). Tra queste due parentesi soltanto apparentemente nere e rosa, Gozzi lascia nel testo un bacio perfido: si assisterà a una serie di incontri e di svolte narrative che, pure non avendo nulla a che fare con la retorica abusatissima del colpo di scena, alimentano una suspence continua, come se si fosse sulla cresta di un'onda infinita, come se l'infinitudine delle narrazioni fosse concretamente tale.
Esordio folgorante, Una volta Mia impone Martino Gozzi nella schiera, non poi così folta, delle voci da ascoltare: quelle che fanno vibrare la vocazione al futuro della narrativa italiana. E conferma l'altissima qualità del lavoro di scouting e di acume editoriale di peQuod: Marco Monina e Antonio Rizzo, con l'ausilio di eminenze grigie avvertitissime.

Martino Gozzi - Una volta Mia - peQuod -10 euro




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Martedì 27 Gennaio 2004

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