
E' uscito per i tipi BD La Dea, il primo di due volumi a fumetti da Nicolas Eymerich, Inquisitore, memorabile tappa iniziale del ciclo di romanzi di Valerio Evangelisti dedicati al Magister. Firmano quest'impresa, che, come il soggetto, è pura epica, due nomi come Jorge Zentner (che con Lorenzo Mattotti ha firmato il recente einaudiano Il rumore della brina ed è autore di Caboto e Replay) e David Sala, più che grande scoperta ormai grande acquisizione della galassia fumettara. L'opera è già completa in Francia, dove Eymerich spopola da anni secondo i ritmi di una vorticosa ascesa all'immaginario collettivo. Qui in Italia stiamo per assistere alla rivoluzione multimediale che metterà in luce fino a che punto la letteratura sia uscita da se stessa: il format immaginale Eymerich diventerà a breve, oltre che narrativa e fumetto, anche cinema e videogioco.
Come nel caso dell'uscita a baloon presso Mondadori, curata da Evangelisti insieme a Mattioli, La furia di Eymerich, non entro nello specifico tecnico: entro soltanto nel letterario.
Va comunque detto che le tavole della Dea sono pure opere d'arte. Ed è proprio dalle tavole che sono costretto a evidenziare due elementi letterari che, al momento, sono intercettati dalla critica in maniera imprecisa: e cioè l'uso dei colori nelle storie di Evangelisti e, insieme e con il medesimo obbiettivo, l'utilizzo di più piani temporali, tra loro distantissimi, che magistralmente Evangelisti intreccia. Queste tecniche di composizione sono mirate all'espressione di un elemento alinguistico, e perciò difficilmente percepibile: è quello che potrei chiamare auratico.
L'aura, lo sappiamo tutti, è da anni uno dei più fastidiosi rifiuti del gran bidone new age o, come osservò Spengler, il risciacquo delle spiritualità secondarie - cioè di ritorno. E' davvero trash allo stato puro: l'emulazione fallita di figurazioni tradizionali, in questo caso appartenenti a tutte le tradizioni sapienziali umane, dal protosciamanesimo al buddhismo all'ermetismo. Mentre cialtroni all'Altea visualizzano ciò che non c'è, i nostri pittori medievali formalizzavano l'invisibile che esiste immaginalmente, attraverso un simbolo che, anche etimologicamente, è la scaturigine dell'aura: l'aureola. Questa vibrazione coloristica, immaginale e magnetica, è un'impressione. Lasciamo perdere il fondamento fisico dell'aura, per il quale non è nemmeno necessario ricorrere alla quantistica, poiché è banale osservazione che chiunque di noi emana un campo magnetico. Quando neuroscienze e microfisica affronteranno il quesito futuro, quello che domanda se il magnetico è coscienziale oltre l'inconscio, potremo dire qualcosa di più preciso ed esatto circa l'aura. Mi limito, ora, semplicemente al fatto: che è un fatto artistico: l'arte rappresenta aure.
Nel caso del fumetto di Evangelisti, l'elemento fondamentale è l'auratico: non soltanto perché le storie (futuro remoto e passato culturale) vengono tonalizzate con aura (neroblu freddo il futuro; rosso intenso e caldo la vicenda di Eymerich), ma perchè perfino i personaggi sono miracolosamente sfumati mantenendo la forma del corpo: uno li guarda e vede il loro corpo, ma vede anche qualcosa di più largo del corpo, una specie di corpo che gli induisti definirebbero pranico, un elemento di fisiologia sottile che esorbita dal fisico grossolano. Ora, questi personaggi sono chiamati a vivere un'esperienza (che sarebbe la narrazione, la storia) di confronto con entità di sogno, evanenscenze figurali che appaiono in cielo, o addirittura universi del passato raggiungibili attraverso viaggi letteralmente astrali mediante immersione nel sogno mentale. La mirabile allegoria di Evangelisti esplica una concezione tradizionale del fisico: c'è il piano materiale, c'è il piano di sogno che è sottile ma immaginale, c'è il piano oscuro e rosso di quando il sogno non c'è ma si dorme, e c'è un quarto elemento che attraversa questi tre stati e li sostanzia, ma non è percepibile e nemmeno narrabile, bensì è intuibile attraverso il confronto tra quei tre stati: come uno scarto costante, qualcosa di ineffabile che tiene tutto insieme. Irrappresentabile, questo quarto elemento è l'eterico allo stato puro: se si vuole allegorizzare insieme a Evangelisti, sarebbe la possibilità che si manifestino i colori, sarebbe il colore plenipotenziario ed energetico che fa da sfondo all'emergere dei singoli colori qualificati, sarebbe cioè l'idea vuota del colore. Sappiamo benissimo che non esiste materialmente un colore vuoto: che roba è?, e chi l'ha mai visto? Ma con gli occhi della mente, poiché pensiamo alla nozione "colore vuoto", sappiamo che sul piano immaginario (a cui si dà qui pari dignità rispetto al piano materico) il colore vuoto esiste.
Ecco dunque dove va a parare la storia allegorica di Evangelisti: alla potenza vuota, energetica, di cui in Occidente si ebbe teorizzazione esplicita pubblica e paradossalmente laica attraverso i padri cristiani della Scolastica, coevi a Eymerich, fossero essi tomisti o meno. La storia di Evangelisti non è, in se stessa, visionaria: appare visionaria, ma è algebrica. Certo, un'algebra i cui numeri sono simboli: ammesso che i numeri non siano già essi stessi simboli di vibrazioni e frequenze immaginali.
Le storie storiche di Evangelisti (il suo futuro e il suo medioevo, entrambi fantastici, alla Balthrusaitis) sono storie allegoriche: esprimono lo zero metafisico da cui l'uomo condensa le proprie potenze, i propri arcani, i propri angeli e demoni, i trionfi e i troni. O si capisce questo, o non si riuscirà mai - ma proprio mai - a comprendere perché in Evangelisti appaia il Mostruoso e l'Efferato. Con questa mossa letteraria, dunque, il padre di Eymerich supera l'ambigua e risibile lotta di bene e male, oltrepassando ogni moralismo, che chi non capisce ritiene essere il motore fabulistico delle storie del Magister (ah!, il prete che dovrebbe essere buono ed è cattivo!, ah!, l'operaio che fotte la classe lavoratrice!, ah!, il criminale pietoso!, ah!, il criminale impietoso!).
E' abbastanza allucinogeno (nel senso che scatena il conscio e l'inconscio) il modo in cui i due coautori de La Dea, Zentner e Sala, riescono a mettere in immagini il profondissimo discorso di Evangelisti: la fine delle immagini e dei discorsi, l'idea vuota, il colore vuoto - non i motori della Storia, bensì le molecole primarie di qualunque motore e di qualunque carburante.
Valerio Evangelisti (con Jorge Zentner e David Sala) - Nicolas Eymerich Inquisitore - vol 1: La Dea - BD - 14 euro