Una raccolta di saggi sullo scrittore americano, aiuta a districarsi in un'opera tra le più affascinanti del panorama novecentesco, dove il disturbo mentale genera la forma della realtà e il modo di conoscerla. Con il titolo La dissoluzione onesta, esce da Cronopio a cura di Caratello e Alfano, con contributi di Sandro Portelli, Tommaso Pincio, Luca Briasco
di EMANUELE TREVI
Nel campo della letteratura, nulla è forse altrettanto simile a una religione del rapporto che critici e lettori intrattengono con l'opera di Thomas Pynchon. A partire ovviamente dall'invisibilità da autentico deus absconditus nella quale, agli inizi degli anni `90, aveva ficcato il naso genialmente Don DeLillo, in quel gioiello di ironia e profondità che è Mao II. A differenza del nevrotico Salinger, che ha portato nel nero di seppia della sua privacy l'opera assieme all'uomo, il più sottile Pynchon non ha mai «sacralizzato» la privacy in sé. Bisogna sempre capire e distinguere comportamenti superficialmente simili (al contrario di quanto l'«informazione» fa di solito): anche Cormac McCarthy, per esempio, odia concedere interviste e se ne sta tranquillo in Texas. Ma non è mai detto. La solitudine è una circostanza complessa, ben più di una scelta sullo stile di vita. San Francesco di Sales dice che si può stare da soli anche in mezzo a un ricevimento mondano, fuggendo all'interno di se stessi come un cervo nel folto del bosco. Essere immortalato da un fotografo invadente con un carrello della spesa e l'aria incazzata, forse, non sarebbe un dramma per l'autore dell'Arcobaleno della gravità, così come lo è stato per l'ansioso Salinger. Fatto sta, che la vita di Pynchon coincide con la serie dei suoi libri - i cinque romanzi e il racconti di Slow Learner - e assomiglia molto più un canone (come la successione dei libri biblici) che a una laica bibliografia.
Una rivelazione ancora in atto, tra l'altro, visto che tutto lascia credere che la nuova fase inaugurata da Vineland (1988) e proseguita con Mason & Dixon (1997) non sia ancora esaurita. Indubbiamente, questi libri sono una sindone, una superficie dove si stampa il profilo di un'identità. Ma il luogo verbale dove con più sicurezza intravediamo questo profilo è sempre sulla soglia dell'opera: è una voce che racconta, un'inconfondibile mescolanza di cinismo, sapienza, senso dell'umorismo e capacità visionaria. La voce umana, come spiega a Oedipa suo marito, il dj radiofonico Mucho Maas, nell'Incanto del lotto 49, è un miracolo. Eppure, stabilita l'analogia sacrale, tra l'opera di Pynchon e una qualunque religione esiste anche una sostanziale differenza. Una volta fatta la distinzione tra testi canonici e apocrifi, infatti, una religione può dirsi costituita, e in grado di allontanare da sé, sulla base di quella scelta, ogni minaccia di eresia.
Nell'opera di Pynchon, invece, questa distinzione è impraticabile, si avvita su se stessa, conflagra definitivamente. L'apocrifo ha occupato il centro del canonico, si è confuso con lui, in un gioco di maschere senza regole e apparenti finalità. Nell'introduzione a una raccolta di saggi su Pynchon intitolata La dissoluzione onesta (Cronopio, pp. 246, euro 17,00) Mattia Caratello, che ha curato il libro assieme a Giancarlo Alfano, molto acutamente mette in campo il concetto di mistificazione con le sue varie e contraddittorie derive etimologiche. Il verbo francese mystifier, infatti, dal quale derivano le analoghe forme inglesi e italiane, ha un senso immediato che rimanda alla falsificazione e all'imbroglio, ma accanto a questo possiede anche il senso di iniziare a qualche mistero, condurre qualcuno al centro di una verità attraverso un arduo percorso di conoscenza. È nella dialettica tra queste due dimensioni del mystifier che ha preso forma, a partire da V, il primo romanzo del 1963, la voce narrativa, la voce-miracolo dei romanzi di Pynchon. Questa oscillazione perpetua, questa inaffidabile affidabilità, questo ipertrofico Cretese che ci ricorda ad ogni riga della sua opera immensa che tutti i Cretesi mentono, non solo è piantato al centro del testo come l'autoritratto in veste di narratore più complesso e affascinante del nostro tempo; ma condiziona l'attività del lettore fino alle estreme punte della sua sensibilità e della sua intelligenza. Tra l'altro, nell'interessantissimo saggio di Luca Briasco presente in questo volume, si dà conto in maniera esauriente di una vera e propria antipatia collettiva suscitata dall'opera di Pynchon fra gli scrittori americani: e si capisce. Pynchon è una disperazione per tutti gli altri scrittori. Non perché sia necessariamente più «bravo». Doctorow e DeLillo, per esempio sono, ognuno rispetto ai fini che si propongono, più «bravi». Ma il lavoro dello scrittore consiste in buona parte nell'inventare un punto di vista, una voce narrativa esteticamente credibile. Beckett è dovuto addirittura ricorrere al francese, per andare oltre Watt. Analoga l'impresa di Agota Kristov, ai giorni nostri. Ora, l'opera di Pynchon, con il suo continuo trasformismo da cartoon, è una specie di immensa enciclopedia parodistica di ogni possibile voce narrativa, anche futura, e già irrisa prima di nascere. (A voi non sarebbe antipatico?).
La dissoluzione onesta è un libro nato da un convegno su Pynchon del 1998, quando ancora non era uscita l'ottima traduzione di Giuseppe Di Natale dell'Arcobaleno della gravità, che da noi era decisamente il più importante libro non letto della seconda metà del Novecento. Circola in questi tredici saggi un'aria di scoperta, e anche una sana reattività politica, una nozione critica se non addirittura antagonista di postmodernità - tutto ciò che nella parte finale dell'Arcobaleno della gravità prende il nome di Forza Contraria. Il fatto è che nell'opera di Pynchon, esattamente come nel mondo in cui viviamo, il disturbo mentale genera la realtà nel suo complesso: la sua forma e il nostro modo di conoscerla. Sulla superficie delle cose, noi leggiamo la nostra stessa paranoia, dice Pynchon. E se tentiamo una mappa, come Mason e Dixon, lungi dal debellarlo, non facciamo che fornire al dusturbo un'ulteriore possibilità, un'ulteriore variante. Ma se il mondo è il discorso di un folle, ne consegue che questo discorso è, appunto, folle: né completamente falso né completamente vero.
Lungi dal fornirgli l'alibi di una spiegazione, non importa di che tipo, il testo-mistificazione di Pynchon lascia la palla in mano al lettore, demanda a lui la responsabilità dell'ulteriore giro di vite. Lo spiega benissimo Sandro Portelli in uno dei saggi più felici di questo libro, interpretando il finale dell'Incanto del lotto 49, aperto su uno scioglimento che non viene scritto, anche se questa omissione non ci delude. Siamo arrivati lì a fianco di Oedipa Maas, questa splendida figura di donna, tra le più attraenti e poetiche di tutta l'arte moderna, e aspettiamo con lei lo sciogliersi del mistero, il definitivo rivelarsi del Tristero. Questo scioglimento è impossibile, ma la consapevolezza del fallimento, lungi dal liberarci, è la nostra vera catena. Il discorso della follia rialza la posta, cambiando completamente il senso di quello stare, assieme a Oedipa, sulla soglia, al limitare dell'evento. Se il dire del racconto è sempre, per la sua stessa natura, anche un tacere qualcosa, con un geniale rovesciamento il suo flusso linguistico si arresta di fronte a un sipario che si sta sollevando di fronte ai nostri occhi. E nel momento in cui il libro è davvero finito per sempre, ci accorgiamo che anche questo nuovo silenzio, l'eloquente silenzio della paranoia, continua a parlarci.
[da il Manifesto]