I Miserabili
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Ken Kalfus: 'Il compagno Astapov'

kalfus2.jpgIl titolo fa schifo rispetto all'originale The Commissariat of Enlightenment (andava meglio, a questo punto, Kolkoz Illuminazione), ma tant'è. Però la traduzione di Margherita Carbonaro è ottima e permette di godere anche in italiano della prosa scintillante e intelligentissima (il punto che vado a sviluppare è questo: una prosa troppo sapiente, troppo scintillante...). Il compagno Astapov di Ken Kalfus è, a mio parere, l'ideale Pulitzer annuale: un romanzo esilarante, scoppiettante e al tempo stesso profondo su praticamente tutto il corredo tematico che può interessare ai borghesi occidentali nuovo stampo: la storia e la fiction, l'arte e il potere, la rivoluzione e la controrivoluzione, il comunismo secondo gli americani e la dittatura secondo i russi visti da un occhio ebreo-anglosassone acuto, investigatore, a tratti visionario, e comunque sagacemente illuminista. Un gran romanzo che, in quanto tale, manifesta a chiare lettere i crismi di un'abissale crisi da cui sta per essere sommersa l'intera letteratura contemporanea americana. Kalfus, a mia detta il migliore americano oggi insieme a Vollmann, dà la polvere soprattutto a Eggers e, va detto senza tante inibizioni, a quanto ha finora fatto il suo padrino letterario, David Foster Wallace. Dove sta il limite, dunque? Non nel godimento di una prosa che innesta vorticosità alla Gogol nel sarcasmo panottico di Bellow. E' piuttosto nella manifestazione del cinismo superstorico che Kalfus segna un limite per nulla suo personale, ma collettivo e tutto americano. Immaginate Roth che non combatte contro il proprio cinismo: i suoi capolavori equivarrebbero a una perenne, colossale alzata di sopracciglio. Beh: non è il nuovo Roth, Kalfus. Prima o poi lo si dirà, che è il nuovo Roth; per il momento la pubblicistica si ferma alla sua brillantezza. Il tempo dei padri è finito, per gli Stati Uniti: incomincia quello dei figliocci.

La trama è una sorta di compimento spirituale dell'avantpop: cioè, si tratta precisamente della fine dell'avantpop. Si chiudono postmodernamente i conti con la stupida etichetta del postmoderno: Coover mitridatizzato tramite il cooverismo (il Kissinger di Pelevin in Omon Ra o il Lyndon Johnson di Foster Wallace in Girl with curious hair). Ecco le linee di massima della trama. Un giovane collaboratore russo della Pathé Frères (versione già industrializzata dei Lumière) partecipa al can can mediatico ad Astapovo, la stazione terminale del viaggio esistenziale di Tolstoj. E' l'inizio del dramma, subito sotto il segno dell'eccezionalità, più che dell'eccezione. Qui la nascita emblematica dell'informazione globale, già commista a un'idea di economia esperienziale, raduna tutti i fili del romanzo: agenti segreti, sommovitori, rivoluzionari e controrivoluzionari, ricchi e poveri, protagonisti assoluti e comprimari, storia e controstoria, centro e periferia. Stalin, soprattutto, mentre crolla il cadavere di Tolstoj: una metafora (si badi bene: metafora e non allegoria) che segna il passaggio da un tempo a un altro e ha il suo specchio nella degenerazione da Lenin allo stesso Stalin. Il giovane russo assume una nuova identità: è il compagno Astapov, che a fianco di Stalin diventerà commissario del popolo per l'Istruzione, una sorta di Paragoebbels.
La storia è bellissima, godibile, immensa come la Russia. Tutti i caratteri etnici e spirituali della Grande Madre Patria sono compresenti e miscelati con la visione stralunata di un occidentale teletrasportato in Siberia. Un Pelevin (che è un russo che scrive all'americana) ma americano: un americano che tenta di fare il russo. Lo sfondo unico su cui è costretto a schiacciarsi Kalfus: la metafisica pesante e impazzita panslava. La nota metafisica è la Russia: tu vo' fa' il russo e allora ti adegui. Kalfus, che non so se sia ebreo o meno, utilizza l'unica risorsa metafisica a disposizione di un americano: è l'ebraismo, nelle sue terminazioni gnostiche (esattamente come fa il pelevin de Il mignolo di Buddha). Non la mistica ebraica, ma un'imitazione pallida e accettabile della stessa.
Ed ecco, dunque, la fine conclamata di una letteratura contemporanea: quella americana. Il cooverismo a cui accennavo è il sintomo della morte imminente. Si tratta della mania di commistionare storia vera e storia presunta e fiction pura. Non è possibile fare così. Questa è la degenerazione del mito, il supporto che giunge in aiuto nei momenti di debolezza. Ah, che clamoroso vedere un mito come Stalin su pagina di romanzo! Capirai la sorpresa... L'operazione di reclamo della storia nel testo è possibile soltanto operando al massimo grado di salute letteraria (cioè: il genio) e soltanto su due livelli. Uno è quello mitico: il che significa intraumano. Il che significa: l'icona aperta, infinita, l'esplosione della storia stessa. L'Ercole di Seneca dopo la stagione epica, per esempio; il Riccardo III di Shakespeare; in Novantatré di Victor Hugo, l'incontro in taverna tra Danton, Robespierre e Voltaire; Mason e Dixon in Pynchon; Sinatra in Ellroy o nelle prime pagine dell'Underworld di DeLillo. Questi personaggi storici (anche Ercole, come residuo storico del mito) sono infinitudini: spiegano sì un tempo, ma non importa: spiegano lo zero di ogni tempo, sono forme dell'infinità delle forme, diamanti che riflettono tutti gli universi possibili. Lo Stalin di Kalfus, indebolito dalla presenza di Astapov, non è universale: è solo memorabile. Hai detto poco... In realtà, sì: ho detto poco. Perché la letteratura non può accontentarsi del compromesso con la memorabilità e con la spiegazione del mondo. Lo Stalin di Kalfus riassume molte tematiche: la degenerazione, la libertà sfregiata dall'autoritarismo, l'idea stessa della memorabilità come obbiettivo del potere. Non basta: è poco.
In questo senso, i padri valevano di più: i loro padri, i padri americani. Perché Roth e Wolfe, che scrivono un romanzo (L'animale morente) e un saggio/racconto (ne La bestia umana) sul capodanno del 2000, hanno capito perfettamente che bisogna spalancare un vuoto e non offrire il pieno: essendo il pieno fatto di vuoto, ma non viceversa, raggiungono massime intensità poetiche. Non ci offrono figure storiche (anche se iper-storiche): no, segnalano il buco bianco da cui la storia si autoeietta e in cui si autoingurgita. Kalfus, brillantissimo, divertentissimo, che ci fa tanto pensare a cos'è stato il Novecento e a cosa sia l'oggi, non arriva al sempre e all'ovunque. Sebbene io abbia scandalizzato qualcuno (Lello Voce, in particolare) asserendo che la letteratura non fa pensare, mi tocca qui ripetere: non è questione di pensiero. Pensare pone un limite, riduce la mente a intelligenza: è il contrario del compito della letteratura.
Per quanto sia eccezionalmente piacevole leggere il bellissimo romanzo di Kalfus, in questo suo essere bellissimo si manifesta la crepa finale che sta per inghiottire i contemporanei americani: hanno perso il senso dell'infinitudine delle narrazioni, dell'errore e dello spreco, dell'inutilità. Sono utili idioti: idioti dell'utilitarismo in lettertura.

Ken Kalfus - Il compagno Astapov - Mondadori - 17.50 euro




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Domenica 29 Febbraio 2004

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