di Giovanni Raboni

Fra i libri di narratori esordienti che ho letto (o, nella maggior parte dei casi, tentato di leggere) in questo scorcio di stagione, quello che mi ha di gran lunga più interessato e convinto è Tuo figlio di Gian Mario Villalta (Mondadori, pagine 266, e 17,00); e la cosa è, a mio modo di vedere, tanto più degna di nota, in quanto il romanzo ha come sfondo e almeno in parte come argomento il ricordo di quegli « anni di piombo » che ultimamente hanno innescato, sia in campo letterario che in campo cinematografico, un buon numero di ambizioni sbagliate, equivoci e fallimenti.
C'era quasi di che concluderne che quello di raccontare le vicende del terrorismo di casa nostra, il clima in cui si sono svolte, le lacerazioni che hanno suscitato fosse, almeno per il momento, un compito impossibile — difficile decidere se per troppa lontananza o per troppa vicinanza, per eccesso di estraneità o, al contrario, di coinvolgimento.
E invece mi sembra che con questo libro il quarantacinquenne Villalta, noto prima d'ora ai lettori di poesia per le sue raccolte di versi e per la sua attività di critico e di studioso, ce l'abbia fatta, che sia riuscito a trovare il tono giusto, la giusta distanza per dire o evocare o sottintendere quella stagione disastrosa, quell'oscuro, angoscioso groviglio di illusioni e di errori. E che ci sia riuscito perché ha saputo imporre al suo protagonista — e probabilmente, e prima ancora, a se stesso — un atteggiamento di radicale e, ciò che più conta, naturale sospensione, una sorta, direbbero i filosofi, di epochè, che non è un rifiuto di sapere e capire quanto un rifiuto di giudicare, e che oltre a rivelarsi assai più redditizio dal punto di vista espressivo consente ai lettori una partecipazione emotiva più libera e dunque più intensa.
Mano a mano che ci si inoltra nella lettura si finisce infatti, non dico con l'abituarsi, ma certamente con l'acclimatarsi alla drammatica emergenza dalla quale i fatti narrati direttamente e indirettamente derivano: il che consente, fra l'altro, di concentrare l'attenzione su ciò che costituisce, che ha sempre costituito la sostanza, l'anima di qualsiasi romanzo degno di questo nome: la trama o, se si preferisce, il gioco dei desideri e degli affetti.
Sottraendosi felicemente al ricatto dell'esemplarità storico- ideologica come a quello, altrettanto insidioso, del senno di poi, la storia di Riccardo e di Sebastiano è libera così di apparirci nella sua nuda e toccante essenza sentimentale, vale a dire come la storia di una doppia orfanezza, di due esistenze mutilate che si riversano l'una nell'altra alla ricerca d'una completezza impossibile e tuttavia irrinunciabile.
Il primo, un ragazzo di ieri che la madre ha abbandonato pur amandolo per votarsi al sogno astratto e feroce della lotta armata, finisce con l'inventarsi padre del secondo, un ragazzo che la madre l'ha perduta molto più banalmente (la banalità degli anni non più di piombo, degli anni di polvere e di cenere) per colpa d'un incidente d'automobile. Ma i due — e in questo consistono, insieme, il marchingegno e la metafora, la trovata che mette e mantiene in moto la macchina narrativa e la fonte della sua sensatezza tragica — non sono due estranei, vengono da un passato familiare segretamente comune, da un unico, sprofondante ceppo di sventura... Ambientato in un Nord- Est al tempo stesso quotidiano e stupefatto (Villalta nomina Udine, Legnano, Bibione, Trieste, non nomina, perché non ce n'è bisogno, la sua Pordenone), il romanzo scorre quietamente e fatalmente attraverso il più semplice e ben presto non più avvertibile degli artifici compositivi — cioè variando e alternando, non espressionisticamente ma funzionalmente, punti di vista e livelli cronologici — verso il suo sbocco di disperazione e di pietà. I morti sono morti, e poco importa che siano stati dalla parte della violenza o da quella della rassegnazione; ai vivi non resta, non spetta altro che riconoscersi, finalmente e per sempre, loro figli.
[Corriere della Sera - 02/04/2026]