
Propongo una lettura del tutto personale, cioè che interessa solo me, di uno dei classici della letteratura moderna americana, The End of the Road, che esce ora in minimum classics, la splendida collana di minimum fax, con il titolo La fine della strada (273 pagine, 10 euro), nell'ottima traduzione di Aldo Buzzi e con una imperdibile prefazione di Simone Barillari, uno dei critici italiani che maggiormente ammiro. Che cosa mi interessa in questo romanzo atipico (per Barth)? Mi interessa la svolta. Avvengono, in uno scrittore, movimenti tellurici, spostamenti di faglia, cambiamenti geomorfici che mutano la superficie della scrittura - rivoluzioni di qella pangea che è il sé. Sono stagioni non felici. Il mutamento è per lo scrittore una mutazione. La mutazione è uno strappo biologico che si esprime per lacerazione, sofferenza, indistinguibilità tra destino e scelta. Per quanto sembri astratta, questa prosopopea è comunque effettiva e dolorosa, se non altro nel ring interiore di uno scrittore. Con La fine della strada, John Barth dà conto degli alti esiti di un simile processo di svolta e passa dall'accumulo alla sottrazione, dal caldo al freddo, dal molto al poco. Nessuno pensa a un Houellebecq barocco. Figurarsi se si pensa a un Barth essenziale. Invece è così: la conversione è necessaria, l'alterità viene abbracciata senza riserve. Ci si rovescia. E' grazie a questo mutamento che Barth ci ha regalato uno dei romanzi più belli degli ultimi cinquant'anni di letteratura americana.
La pubblicazione di The End of the Road avviene a due anni dal riconosciuto capolavoro di John Barth, quell'Opera galleggiante (già nei classici minimum fax) che testimonia l'avvenuta emersione del continente postmoderno. Cosa accade in due anni, dal 1956 al 1958, perché Barth abbracci il polo poetico opposto a quello che gli ha garantito successo e visibilità? Dall'esplosione dell'Opera galleggiante alla secchezza incisiva e antimoralistica della Fine della della strada si realizzano, con fulminea velocità, due sogni a cui ogni narratore si vota: da un lato la prova provata della sua possibilità di praticare l'intera gamma dell'arco stilistico, il caldo come il freddo, lo scatenamento così come la stasi; dall'altra, l'esperienza della perdita di sé, della fusione nell'assolutamente altro, di ciò che non corrisponde all'istinto e all'autorappresentazione che un uomo si è costruito su se stesso.
Ecco, dunque, la trama del libro. Si tratta, in apparenza, di un classico triangolo amoroso. Jacob Horner, voce narrante, ottiene una docenza al Wicomico State Teachers College, dove conosce una coppia vivace, Joe e Rennie Morgan, con cui instaura un'amicizia destinata a sollevare un marasma morale nella sua vita. Iniziata una relazione con Renny, infatti, Jacob descriverà con secchezza bernhardiana i conflitti immorali di un contemporaneo americano, scegliendo già stilisticamente la soluzione dei medesimi conflitti: il raggelamento, l'emiparesi psichica ed emotiva.
Impossibile identificarsi nel percorso psichico del protagonista di Barth. L'empatia, qui, sembra non esistere. E tuttavia, la letteratura supera l'empatia: la storia scorre, verso il nulla, puntando alla fine della strada, di ogni strada.
Come è chiaro, la scelta di Barth mira al classico, inteso attraverso il filtro della tradizione tragica. A cui riesce effettivamente ad ascendere, poiché la trasformazione di Jacob è parallela al potenziamento magnetico del personaggio quale funzione rappresentativa: dalla chance psicologista Barth rifugge con prodigiosa progressionenarrativa, per collocare Jacob in una sorta di vicenda profana composta per metope, un'allegoria fredda che nemmeno ha l'ambizione di rappresentare la condizione del contemporaneo, bensì di ribadire l'universalità umana anche in situazione contemporanea.
Barth pratica un'allegoresi raggelante che costituirà, in seguito, un debito costante per tutti i grandi autori americani: dall'algida anatomopatologia psichica di Carver a quel capolavoro di freddezza universale che è Body Art, non c'è autore americano che non sia passato attraverso la sperimentazione di questo anodino racconto al fulmicotone. Impossibile figurarsi il superamento del regime metaforico, nella letteratura americana contemporanea, prescindendo dalla Fine della strada che non porta a nulla (un nulla effettivo, esistenziale ancorché non esistenzialista), punto finale dell'identità in cui è impossibile raccontare l'identità ma anche l'illuminazione. Jacob Horner, questa sagoma vuota che irradia bibliche significazioni ed eredita dal melvilliano Billy Budd la sua anticelestiale metafisica, è l'uomo vuoto, l'attendente del Messia o, meglio, colui che attende il Messia, e contemporaneamente vive nell'attesa l'indifferenza tra psicologia e assenza di psicologia.
La fine della strada è il Purgatorio della moderna narrativa americana.