'La dissoluzione onesta. Scritti su Thomas Pynchon'

E' uscita per i tipi Cronopio la collettanea di saggi critici più importante che sia apparsa recentemente in Italia: La dissoluzione onesta - Scritti su Thomas Pynchon, con interventi tutti eccezionali, firmati da Mattia Carratello, Marino Sinibaldi, Alessandro Portelli, Susan Wolf, Gabriele Frasca, Tommaso Pincio, Umberto Rossi, Luc Herman, Giancarlo Alafano (con Carratello, è il curatore del libro), Hanjo Berressem, Paolo Prezzavento, Luca Briasco e Giuseppe Costigliola.
L'oggetto - Pynchon - è l'antioggetto per eccellenza, forse la più recente sfida della letteratura alla critica letteraria, ovvero l'autentico motore che rimette in moto la riflessione, e coloro che intervengono leggono questo colosso narrativo e poetico con una molteplicità di prospettive che fanno, di questa collettanea, un lavoro esso stesso pynchoniano.
Detto tutto il bene possibile di simili addentramenti critici, provo a entrare in colloquio con le prospettive espresse dai saggisti, dai poeti e dai narratori che hanno composto questo impressionante arabesco interpretativo. Mi muovo secondo una prospettiva personale, che non inficia minimamente alcuna delle traiettorie ad arco che tracciano il volume di Cronopio. La mia prospettiva su Pynchon impatta soprattutto sui due saggi firmati da Frasca e da Pincio.
Mentre infatti gli altri saggi, quasi tutti, manifestano comunque una preoccupazione di smarcamento (una tutela critica, in pratica), tentando di distinguere da categorie limitanti Pynchon stesso e andando di necessità a ridurre l'estensione dell'etichetta postmoderna, mi pare che Frasca e Pincio compiano un altro tipo di lavoro: definire mobili paradigmi a partire da Pynchon e dalla tradizione stessa.
Non a caso, il riferimento primario, in senso di accomunamento per Frasca e di distinzione per Pincio, è Joyce. In pratica, il poeta di Rive e l'autore dello Spazio sfinito lavorano sulla medesima materia, ma con intenti opposti: Frasca riconduce Pynchon a una filosofia della storia, mediante un'esposizione dottissima di impostazione strutturalista; Pincio legge la tradizione per nuclei emblematici (in questo caso, le "toilet bowls") per tentare di rendere conto dell'irradiazione che sprigiona da quegli stessi nuclei. Per Frasca, la conclusione è quella di un Pynchon paradossale, letto al tempo stesso con intento storicista (Pynchon precursore di un mutamento sensoriale specie-specifico) e con vena metafisica (Pynchon che non si limita a precorrere, ma torna a incarnare la potenza di quella profezia debole che la letteratura esprime). Pincio, d'altro canto, giunge a intercettare l'arco voltaico che scatta tra due poli figurali della tradizione contemporanea di area anglosassone: lo scatologico (in accezione fisiologica ma anche traslata), come rappresentante di ciò che fu detto "basso", e lo spirituale, in qualità di significazione dell'"alto".
Da una lettura congiunta dei due saggi, Pynchon esce come estrema figurazione della letteratura, se non totalizzante e assoluta, sicuramente esaustiva, in perfetta consecuzione con l'intento demistificante degli altri saggi presenti nella raccolta, che svelano Pynchon come evenienza ben al di là dell'"esaurimento".
Vengo dunque, in forma di domanda, alla mia prospettiva.
1) Circa la lettura di Gabriele Frasca (che fa perno, nell'esame impressionante ed eruditissimo compiuto attraverso gli assi del paradigma e del sintagma, su un passo di V anche per me fondamentale, cioè il dialogo con il manichino SHROUD), mi domando: l'enfasi sul neutro, sul medium tra biologico e artificiale, che fa da conclusione al saggio stesso, non è tautologica rispetto alla preacquisizione di Pynchon sulla realtà senziente e autonomamente paranoide? Questo limbo da cui SHROUD parla, pur tenendo conto del fatto che è un manichino protesi che sperimenta i rischi di contaminazione per conto dell'uomo, è una nuova evenienza del mito della natura? Sarebbe interessante che Frasca sviluppasse in questa direzione la sua riflessione. Se la realtà è minerale e disanimata, però anche senziente e nevrotica, SHROUD è, più che la profezia sull'uomo, una voce della natura e della realtà? Questo mette in luce, nell'approccio di Frasca, un'antica mancanza che la cultura strutturalista ha evitato di indagare: e cioè che cosa sia in effetti l'oggetto simbolico, il simbolo. La risposta, generalmente, è data in termini di energia psichica, facendo leva sulla psicoanalisi postfreudiana. In questo caso, però, mi pare che il romanzo stesso di Pynchon possa leggersi come una gigantesca domanda di questo tipo: che cos'è l'energia psichica? O, meglio: l'energia psichica è energia? Si comporta come si comporta l'energia? In questo caso, la lettura che di Pynchon dà Frasca può estendersi dall'esame dei protocolli linguistici (con felice intuizione, Frasca ne convoca uno di natura televisiva) ad altro tipo di protocolli. Se la riduzione di Pynchon a linguaggio è comunque semantica, come dimostra Frasca, che cosa dire dell'impossibilità semantica che esprime la ricerca fisica (macro e micro, intendo), la quale è la sede precisa dell'ermeneutica (anche linguistica) dell'energia?
2) Tommaso Pincio compie un lavoro complementare a quello svolto da Frasca: si chiede che cosa significhi l'energia che passa tra due apici emblematici (l'emblematica è una retorica che lo strutturalismo ha a bella posta ignorato, scavalcando il decisivo Benjamin del Dramma barocco tedesco e accusando qualunque ipotesi critica emblematica come supermetafisica, supersimbolica). Per Pincio, il carattere specifico di questa energia che passa tra un emblema e l'altro è l'istantaneità come coappartenenza: Pincio fornisce una lettura magistrale di un passo iniziale di Gravity's Rainbow, alla luce di questa istantaneità impossibile da tradursi nei termini lineari del linguaggio, e perciò manifestata da Pynchon attraverso un sistema complesso di velocità retorica (un rovesciamento improvviso) e di anticipazioni (la domanda come sospensione, come suspence, come manifestazione del non sapere, che distrugge ogni linearità). In questo Tao letterario, mi pare che Pincio perda una variabile importante, che è il sottotesto alchemico che corre lungo il capolavoro pynchoniano. Quando Pincio cita Profane (il cui eco metafisico, più che religioso, è còlto alla perfezione da Frasca) che "arranca attraverso quella nera miscela fertilizzante", egli non coglie il tecnicismo alchemico di Pynchon. La nera miscela fertilizzante, quel letame atrabiliare che fa arrancare Profane prima che egli possa cogliere le banane (una citazione precisa da America di Kafka, unico precedente letterario in cui le banane sono il rappresentante simbolico dell'oro), Pynchon è esplicito usando l'espressione "black compost". E' qui in scena una rappresentazione dell'opera al nero, della nigredo, che in termini grezzi potrebbe dirsi "tirare fuori l'oro dal letame". "Compost" non è infatti alcun tipo di miscela: il Compost alchemico (si chiama proprio così) è la Sostanza Fondamentale da cui si crea ogni universo fatto di essere, e che, manifestandosi in forma di energia psichica, appare nera, sporca, estrema sintesi minerali di qualcosa che è organico. Scioglierla significa, secondo antica espressione alchemica, "raccogliere i frutti" in un percorso mirato alla "conquista dell'Oro": il che sta per fare Profane, per l'appunto, che si accinge a cogliere frutti d'oro, le banane. In questa operazione, avvertono le maestranze alchemiche, si corre un rischio gravissimo, che il soggetto che opera l'ascesi interpreta come ansia diffusa, panico totale: è l'ombra del missile che può cadere sulla testa di Profane, la rovinosa e catastrofica e apocalittica distruzione dell'"io". Bisogna qui comprendere, dunque, che la logica emblematica, con cui il passo di Pynchon è leggibile, struttura un rovesciamento totale delle polarità richiamate da Pincio: quello che a Pincio appare passivo è in realtà attivo, poiché è il soggetto stesso che fa esplodere in sè il razzo, secondo la metafisica traiettoria di ascesa e decadenza, ovvero secondo la figura ultima che simbolizza l'intera creazione - caduta e ritorno all'alto, un arco opposto a quello compiuto dal razzo umano/disumano di Gravity's Rainbow, ma perfettamente coincidente con la traiettoria grafica della V, che in questa lettura divengono opere complementari, due facce diverse ma indisgiungibili della medesima realtà.
AA.VV. - La dissoluzione onesta - Scritti su Thomas Pynchon - Cronopio - 17 euro