di Marco Dellantonio
[da lettera.com]

Tre anni dopo All Tomorrow's Parties (American acropolis, in Italia - buffo caso di non-traduzione del titolo), ci siamo. Esce un nuovo libro di William Gibson - in Italia, da Mondadori con il titolo L'accademia dei sogni. La prima accoglienza all'ultimo nato si attiene scrupolosamente ad un rituale ormai collaudatissimo: Pattern Recognition, questo il titolo, è il miglior romanzo del nostro dai tempi di Neuromante. Ora, lo stesso è stato detto per buona parte dei suoi predecessori - alcuni dei quali piuttosto deludenti, per la verità - lasciando intravedere un lento processo di maturazione, di affinamento che, eventualmente in un tempo infinito, riporterà Gibson ai suoi massimi livelli. Su Amazon ne sono tutti convinti, davvero.
Il romanzo si apre con la protagonista, Cayce Pollard, in procinto di fornire una consulenza riguardo il nuovo logo di un grande marchio di scarpe sportive. Cayce ha una sensibilità nei confronti dei marchi di fabbrica. Alcuni la gettano nel panico, altri la disturbano solo debolmente, per contro è in grado di intuire se funzioneranno o meno. E' figlia di un esperto di sicurezza dell'NSA scomparso nel nulla a New York l'11 Settembre 2001. Scopriamo subito dopo che la nostra eroina appartiene ad un gruppo di estimatori di una serie di frammenti di film che ogni tanto appaiono su Internet in modo del tutto misterioso. Nulla si sa del loro creatore, ne´ se siano o meno parte di un'opera complessiva. Assoldata per scoprire di più sui frammenti da un pubblicitario che ne intuisce il valore commerciale, Cayce visiterà alcuni dei luoghi sacri a Gibson: Tokyo, Mosca, Londra, avvicinandosi sempre di più alla sorgente del flusso di immagini.
A differenza della quasi totalità della produzione gibsoniana, PR è ambientato nel nostro martoriato presente. Web invece del ciberspazio, quindi, telefoni cellulari al posto di impianti cerebrali, Power Mac al posto delle console dei cow boys della Matrice. 11 Settembre. Il presente di William Gibson assomiglia in modo impressionante al suo futuro. E' solo una questione di adattare, come dicevamo, le tecnologie disponibili. Per il resto la vicenda ha luogo, come sempre, in una dimensione prettamente culturale nella quale il presente, quello vero, non riesce ad insinuarsi granche´. A partire dall'autocitazione (anche in Giù nel cyberspazio la protagonista viene assoldata per rintracciare il misterioso artefice di una serie di manufatti che sembrano materializzarsi dal nulla), ritroviamo in PR i chiodi fissi dello scrittore americano: il Giappone degli otaku, la Russia post sovietica, quella necessità di collocare ogni oggetto in una griglia paese di fabbricazione/marchio di fabbrica.
Ritroviamo anche la caratteristica prevalenza delle descrizioni - luoghi, oggetti, personaggi, atmosfere - sulla trama vera e propria. A tratti, in particolare nella prima parte del libro mentre la protagonista entra ed esce dagli uffici di una prestigiosa agenzia pubblicitaria, ci si trova a chiedersi se una storia esista davvero. Va detto che le cose migliorano con il passare delle pagine, comunque.
Tra i pochi indizi che tradiscono il fatto che non è il 1984, alcuni spunti emersi in questi anni negli articoli scritti, ad esempio, su Wired. Il garage Kubrick, genio nascosto al lavoro su capolavori del cinema nel segreto del suo garage, o il mondo del collezionismo che, in questri anni, si è coagulato intorno a eBay e in cui GIbson è stato prevedibilmente risucchiato. E quindi la parata di oggetti esotici dal forte - per alcuni - potere evocativo (calcolatori Curta, Sinclair ZX81, il word processor Wang di Stephen King) e di personaggi bizzarri impegnati in una frenetica quanto semi clandestina attività di compravendita.
In realtà non è proprio tutto qui. Gibson non può non inserire l'11 Settembre nella sua storia. E' interessante come il ricordo di quel giorno terribile sia rigorosamente confinato all'interno di una sfera intimista, personale. Da qui potrebbe partire un discorso sull'apparente incapacità degli americani a collocare l'11/9 in una prospettiva storica complessiva, ma forse non è questa la sede.
Il potenziale letterario dei simboli culturali che definiscono la nostra società, dei meccanismi della cultura popolare in rapporto all'evoluzione della tecnologia, è stato largamente sfruttato dalla fantascienza soprattutto a partire dagli anni '80 e soprattutto a partire dai primi lavori di William Gibson. Ciò che è accaduto negli ultimi anni - l'esplosione della bolla di Internet, nuovi equilibri planetari - ha viceversa rispostato l'attenzione verso un piano più vicino ad un'attualità spesso drammatica. Il cyberpunk ha probabilmente detto quello che aveva da dire, ma Gibson è qualcosa di più di un semplice scrittore di genere e, se qualcuno può continuare a riferirsi a quell'immaginario questo è sicuramente lui. E Pattern recognition è veramente il suo miglior libro da molti anni.