
Esiste qualcosa di più detestabile del dare ragione a Tom Clancy? No, eppure questa volta bisogna, se di Robert Littell l'odioso thrillerista yankee ha detto: "Solo lui poteva inventare la spy story in America. E lo ha fatto". Non soltanto ha fatto questo, Robert Littell: con The Company ha letteralmente riedificato dalle fondamenta il genere spy story. E' un'operazione narrativa fondamentale, poiché la spy story costituisce un'interessante eccezione al dominio del genere nero che, in questi giorni e soprattutto in Italia, appare sfruttatissimo e privo di forza poetica innovativa. La spy story è stata data per morta all'indomani del crollo del Muro di Berlino, costringendo quasi alle scuse il povero John LeCarrè, il quale rimane a tutt'oggi uno degli scrittori più importanti al mondo. A differenza della vocazione politica del noir, che è psicologica e sociale, la vocazione politica della spy story è allegorica e sovrastorica. Raramente il noir è tragico, a meno che non assuma i connotati dell'opera totale a cui James Ellroy l'ha fatto ascendere. Spesso invece la spy story è tragica, poiché essa si confronta non con l'episodio del potere, ma con la totalità delle dinamiche sempreuguali del Potere che si incarna nei poteri storici. Morto Robert Ludlum, mentre lo stesso LeCarrè si è convinto (con la pubblicazione di Amici assoluti) a tornare sui propri passi, Littell ci regala un affresco impressionante e shakesperiano della Guerra Fredda, con un capolavoro di 850 pagine che, dalla morte di Papa Luciani, arretra nel tempo e scatta al presente secondo i ritmi dell'epica.
Alla ricerca della talpa Sasha, passando per l'esplorazione e la messa in scena di personaggi storici che sono autentici gorghi narrativi (Philby particolarmente, accanto ai Kennedy, al mio prediletto Kissinger, a Reagan, a Breznev e molti altri), viene qui organizzata la sacra rappresentazione laica di cinquant'anni di storia planetaria, di condizionamento di massa ottenuto attraverso la pratica sfrontata dell'intelligenza più cinica e dissolutamente perversa. Un'enorme allegoria del mentale che si è scatenato e ha preso le redini della civiltà determinandone i destini, una sterminata partita a scacchi che si costringe a eliminare l'emotivo come fine per utilizzarlo come mezzo: in pratica, la disumanizzazione di cui le pratiche di intelligence costituiscono un apice esemplificativo e un perfetto strumento narrativo.
Il filo rosso di questi cinquant'anni di lotta, che al suo culmine si dissolve per assumere una forma diversa e tuttavia identica, è un singolo personaggio e anche una comunità, entrambi memorabili, còlti a tutto tondo, secondo categorie che variano dallo psicologismo più profondo fino alla rappresentazione in azione di memoria omerica: Jack McAuliffe, di cui viene raccontata la formazione spionistica e l'emancipazione dal Maestro, è l'Apprendista Stregone di The Sorcerer (Stregone, per l'appunto), cioè Harvey Torriti, siculoamericano e responsabile della sezione Cia di Berlino, cioè il centro del mondo dell'intelligence fino al 1989. La Cia (la Company del titolo, secondo l'affettuoso nomignolo affibbiato all'agenzia dai suoi edenici dipendenti) viene raccontata dal momento della sua fondazione fino alla decadenza degli anni Novanta, che ha creato le condizioni per la "svista" dell'11 settembre. E' ammirevole il modo con cui Robert Littell racconta la Compagnia, facendone qualcosa in più di un personaggio e qualcosa in meno di una deità: è, piuttosto, l'incarnazione organizzativa di un contesto ideologico, che non prescinde da pratiche consolidatesi al di là di ogni ideologia - insomma, l'esponente attivo di un sapere politico che non ha colore e opera nella storia al di là delle idee. Questa straordinaria rappresentazione dell'intelligence come tecnica del conflitto storico è il medium perfetto per estraniarsi dall'intrico delle mezze verità e delle piene bugie con cui viene narrata la storia agli uomini. Si tratta, piuttosto, di un'arte della guerra silenziosa, le cui ritualità laiche prescrivono comportamenti e protocolli di azione/reazione, esattamente come il contesto di guerra definisce lo spazio assoluto delle vicende greche e troiane, di quelle di Tancredi e Clorinda, oppure, su un livello a bassa intensità e sul piano della "discreta" cospirazione di palazzo, quelle del Riccardo III di Shakespeare. Le movenze della spy story diventano cioè lo specchio completo di un'umanità votata all'autostravolgimento, vòlta essa stessa alla disumanizzazione. In pratica, un territorio di puro massimalismo, in cui ogni vicenda diviene immediatamente allegorica e la cui potenza viene definita dalla materia stessa che è in gioco: non tanto il segreto o l'enigma, quanto l'assolutezza del momento storico, l'idea pioneristica che nel piccolo si agisce sulla totalità del proprio presente.
Con The Company, Robert Littell non ha scritto soltanto quel che asserisce il sottotitolo, cioè Il grande romanzo della Cia - ha raggiunto piuttosto uno dei punti più alti di un genere chiave per raccontare agli uomini la loro storia.
Robert Littell - The Company - traduzione di Fabio Pezzoli - Mondadori - 20 euro