I Miserabili
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Pischedda: 'La grande sera del mondo'

pischeddagsdm.jpgCi arriva da Bruno Pischedda, saggista e romanziere, la maggiore opera di critica letteraria apparsa nell'ultimo decennio in Italia. Si intitola La grande sera del mondo, a cui va però necessariamente accompagnato l'illuminante sottotitolo del libro: Romanzi apocalittici nell'Italia del benessere. Vari strati di pensiero, scandagliati profondamente come per trivellazioni successive in depositi geologici, inducono a non rendere iperbolico il giudizio fornito in apertura di recensione. Il saggio di saggi a cui ha lavorato Pischedda configura l'orizzonte totale del nostro presente letterario, inducendo a riflessioni che trovano finalmente un ring appropriato nel tempo in cui lo sguardo viene lanciato - e cioè il presente stesso in cui si sta facendo la nostra cultura. La figurazione dell'apocalisse, oggetto privilegiato delle opere discusse da Pischedda (cioè Il giorno del giudizio di Satta, Petrolio di Pasolini, Aracoeli di Morante, La distruzione di Virgili, Dissipatio H.G. di Morselli, La trilogia atomica di Cassola e Il pianeta irritabile di Volponi), sta via via manifestandosi come l'ultima mitologia, il motore del tragico e del comico in epoca contemporanea, il residuo oltre la poetica postmoderna e, grazie anche al discorso di Pischedda, l'ombra che deve essere corrosa definitivamente da una critica laica.

E' fondamentale comprendere che l'importanza centrale di questo testo critico firmato da Pischedda è sostanziata perlomeno da due forze che hanno significanza nel nostro tempo.
Anzitutto la laicità della critica, nozione che bisogna chiarire. Per autodefinizione, Pischedda è un illuminista. Di quale illuminismo, tuttavia, egli si sente parte? Si tratta della compagine spirituale (mi si passi il termine ambiguo) che tenta di contrapporre una luce analitica contro le tenebre di ogni residuo oscuramente inindagato, essenzialmente metafisico e politicamente pericoloso. La dimensione politica della crisi, che è una soltanto delle irradiazioni della mitologia apocalittica (di cui evidentemente Dante Virgili è il campione tra gli autori presi in esame da Pischedda), viene dalla critica laica depotenziata attraverso la sconfitta della catena emotiva che la mitologia stessa mette in moto: sia essa la conclusione di un processo di emendazione della colpa (l'apocalisse come fio da pagare per necessità, divina o storica, indifferentemente) oppure sollievo di fronte alla depressione causata dall'ergersi del futuro, è chiaro che il sentimento gnostico che induce alla speranza della fine assoluta è, per l'appunto, non la Gnosi ma un sentimento, una distorsione dell'opera spirituale, una confessionalità illegittima per le zone d'ombra che si porta dietro. La centralità dell'apocalisse in epoca contemporanea è quindi il motivo che, automaticamente, esige una centralità diversa - quella della critica che illumina, che riduce l'irrazionalità delle tensioni suicide in un orizzonte di scomparsa della specie, e che nel postmoderno si è espressa più che altro come nevrosi complottistica (soprattutto in area anglosassone, con Pynchon e DeLillo su tutti). La riduzione della mitologia letteraria (e però anche e soprattutto filosofico-politica) che si figura la Fine come ultimo Messia: questo è l'obiettivo teoretico del saggio di saggi di Pischedda.
La strumentazione per ottenere un esito tanto alto è tradizionalmente fornita dall'apparato della critica laica: si tratta della riduzione del mito a storia. In Pischedda, la figura teoretica che incarna questa strumentazione è l'idea di massa antimassa, che Pischedda desume inaspettatamente da Bazlen, ma che ha salde radici gramsciane. Si tratta, in pratica, di utilizzare una speculazione che individui nell'heideggerismo di certe prospettive storico-critiche un oggetto polemico, a cui si propone l'alternativa dell'abbassamento analitico, della filologia come lume di spiegazione materialistica e psicologica, a prescindere dal contesto ideologico in cui le ossessioni mitologiche si sono rafforzate.
Sarà quindi su diversi livelli che la faticosa opera del critico riduzionista si esplicherà - e precisamente tutti i livelli su cui l'intelligenza di Pischedda si confronta con il magma inindagato della nera fascinazione apocalittica. Si intendano questi livelli come piano filosofico (il mondo è male, la Fine è il Ritorno), piano religioso (una religione spontanea, quanto mai emotiva e mai messa in discussione da parte di chi ne subisca il magnetismo - e in questo il saggio su Petrolio di Pasolini è davvero illuminante, quando Pischedda annota: "Nella sfiducia ferrea per qualsiasi futuro, qualcosa pare tuttavia vacillare. Troppo forte è il desiderio di leggere in quest'ultima contingenza torica i segni di una ciclicità trascendente che, in un volgere di tempo estremamente piùbreve, redimerebbe la cattiva diacronia borghese" - laddove l'analisi e l'emozione politica si trasforma in sentimento gnostico, il che è una prospettiva che deve essere indagata acora a pieno), piano storico (soprattutto con l'acquisizione, importantissima, che la letteratura apocalittica moderna non nasce per reazione alla tragedia della seconda guerra mondiale), piano della tradizione letteraria (fondamentale, in apertura di libro, in quello splendido compendio che è l'introduzione di Pischedda, è il riferimento, speso anche in termini formali, al Simplicissimus di Grimmelshausen), piano della teoria dei generi (uno dei punti di fuga della prospettiva di Pischedda è la definizione di postmoderno come atto di superamento di questa confusa categoria critica, con evidente polemica nei confronti di apparati generici e rozzi come la nozione di "contaminazione"). Bruno Pischedda affronta, nel giro di trecento pagine, questa messe impressionante di problemi del contemporaneo.
E qui è il secondo punto enormemente qualificante del discorso critico imbastito ne La grande sera del mondo: il contemporaneo viene radicato storiograficamente. Per quanto possa apparire operazione semplice e banale, poiché ogni contemporaneo è radicato storicamente in un pre-contemporaneo, si badi a quanto evitamento e cecità ha speso la critica letteraria italiana negli ultimi decenni, impedendosi il lavoro storiografico sul presente, considerato come produzione effettiva e storica, e l'operazione di congiunzione alla tradizione che ne ha veicolato i temi, i motivi e le tonalità essendo immediatamente prelusiva al presente stesso. Il lavoro di Pischedda manifesta invece una forza sorgiva della critica, che non si interroga minimamente sulla possibile ineffettività del suo oggetto: in altre parole, Pischedda dà come esistente una tradizione della prosa italiana e la eleva a oggetto privilegiato proprio alla luce di un motivo che normalmente taccerebbe di irrazionalismo ed espressionismo un fronte di opere che, al massimo, sono state esaminate e/o confutate sotto specie stilistica. E' soltanto disponendo di una consapevolezza storica di questo tipo che la critica (in primis la critica laica) può evitare la propria morte e ribadire la propria potenza funzionale. Simile potenza diviene quasi un manifesto per gli autori narrativi contemporanei, se si considerano le modalità con cui Pischedda affronta, nel capitolo dedicato a Dissipatio H.G. di Morselli, l'idea di "federazione di generi", discutendo l'importo massimalista che certi generi popolari, e nel caso del mito apocalittico soprattutto la fantascienza, sono in grado di regalare alle poetiche in corso. Questo corto circuito, la cui intensità è sempre tenuta sotto controllo dal critico, è la struttura spiraloidale che conduce dal passato al presente al futuro, e anche retroattivamente dal futuro al passato, in una somma relativizzazione degli sguardi umani sul mondo, che vengono disinnescati nella loro pretesa di essere sguardi unici e ultimativi, nella loro volontà di potenza che li elegge a terminatori del mondo.
Saggi, dunque, di impianto solidamente filosofico e politico, che non provano imbarazzo ad affrontare, finalmente, l'oggetto più imbarazzante che l'uomo possa partorire: la sua fine, il suo spiritualismo più equivoco e tentatore. La grande sera del mondo è l'esorcismo del male nella letteratura italiana - un esorcismo sotto forma di storiografia feconda, un viatico necessarissimo per comprendere qual è il campo delle forze in gioco nella letteratura del nostro presente, e non soltanto in quella della porzione novecentesca che Pischedda ha magistralmente fenomenologizzato.

Bruno Pischedda - La grande sera del mondo. Romanzi apocalittici nell'Italia del benessere - Aragno - 15 euro




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Venerdì 21 Maggio 2004

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