di Beniamino Soressi
[da SWIF - Sito Web Italiano per la Filosofia]
Die Antiquiertheit des Menschen [lett. l'antiquatezza dell'uomo] compare quest'anno in una riedizione
pregevole soprattutto per le due traduzioni (la prima felice e agevole e la seconda particolarmente accurata) e per
il fatto che, per la prima volta, i due volumi sono compresenti, come esige l'unitarietà dell'opera. Questo,
benché largamente ignorato, è un testo fondamentale della filosofia del Novecento. L'attualità
di molte delle sue pagine gli fa meritare il titolo di classico del pensiero contemporaneo, e fa pensare a esso
come al controcanto tecnologico e ultraradicalizzato degli studi sul totalitarismo compiuti dalla ex moglie
dell'autore, Annah Arendt.
Per Anders la nostra età della tecnica ci porta a vivere in un "totalitarismo morbido" globale. L'uomo
è antiquato è uno dei non molti testi del passato secolo in cui si respira in ogni frase
un'urgenza etica che riporta in vita, in maniera filosofica, le antiche tradizioni profetiche, e ci riconduce al
centro di una scena inquietante, chiusa da estremi fatali e decisivi.
Ma questo e, come suggerisce Costanzo Preve
nella sua introduzione, la critica di Anders alla "retorica della modernizzazione" da un lato e la "critica alla
retorica della complessità" dall'altro, fanno di lui un filosofo insopportabile che l'establishment
accademico preferisce ignorare, viste le difficoltà a ripresentarlo in forma "commestibile" attraverso
processi di edulcorazione verbale.
Anders descrive un mondo in cui la macchina e gli oggetti prodotti in serie sono diventati i protagonisti della
storia, il luogo in cui ogni essere umano è 'gettato' e costretto a vivere in qualità di essere
totalmente inadeguato ai nuovi tempi. Non stupisce quindi che Anders annoveri tra i maggiori filosofi del nostro
secolo autori di narrativa come Huxley, Orwell o Lem, tra i pochi scrittori in grado di intravedere il
problema posto dall'età della tecnica. Se la prima rivoluzione industriale è consistita
nell'introduzione del macchinismo, se la seconda si riferisce alla produzione dei bisogni, la terza rivoluzione
industriale è per Anders quella che produce l'alterazione irreversibile dell'ambiente e compromette la
sopravvivenza stessa dell'umanità.
Questi sconvolgenti cambiamenti hanno coinvolto la vita dell'uomo nella sua complessità, tanto che i
contorni di tre ambiti come quelli morale, estetico e politico si sono fatti evanescenti. Per Anders non è
possibile più affrontare questi temi secondo le categorie che abbiamo ereditato dalla grande tradizione
filosofica, religiosa, letteraria, o scientifica. Per esempio, non è più possibile parlare di
libertà senza tener conto della silenziosa, e paradossalmente invisibile, irruzione del pubblico nella
nostra vita a discapito di ogni residuo angolo di privatezza. Il nostro diventare un pubblico televisivo domestico
equivale alla scomparsa della vita privata. Anders descrive la nostra impossibilità di avere un'esperienza
diretta del mondo, che sia priva dei fantasmi che giungono nelle nostre case attraverso la televisione. Il vero
problema morale concerne il rischio del soffocamento di ogni impulso morale a opera della tecnica e dei suoi
connotati particolari: "le nostre stesse azioni 'morali' e 'immorali', che lo vogliamo o no, vagano prive di radici
nell'oceano dell'essere, moralmente indifferente, per così dire sotto forma di 'fiori metafisici recisi'"
(v. I, p. 77). "Ancor oggi nelle etiche accademiche gli impianti di sterminio sono un oggetto del futuro non ancora
scoperto" (v. I, p. 249). "L'addetto al campo di sterminio non ha "agito", ma, per quanto orrendo ciò
possa apparire, ha lavorato. E dato che scopo e risultato del suo lavoro non lo riguardano, dato che il suo
lavoro in quanto lavoro è considerato sempre 'moralmente neutrale', ha sbrigato una faccenda 'moralmente
neutrale'" (ivi, p. 299). Viviamo in un'epoca in cui è neutralizzata la differenza tra agire violento e
mansuetudine, un'epoca che ci preclude il "diritto alla cattiva coscienza" e che atrofizza la nostra
capacità di provare il senso di colpa (v. II, p. 60). L'uomo è ormai troppo antiquato per potere,
anche solo potenzialmente e ipoteticamente, condurre un'autentica vita etico-morale, e gli stessi filosofi
sono troppo "antiquati" per comprendere appieno quello che ci sta accadendo. I nostri apparati testuali e
concettuali, il nostro vocabolario, sono inadeguati. Di qui il tono provocatorio, spesso "eccessivo" di Anders
(come ha detto Pier Paolo Portinaro, "quello della deformazione, dell'esagerazione è anche il metodo di
Anders"), e di qui i suoi frequenti riferimenti al suo fondamentale scritto, erede "tecnologico" delle satira
swiftiana: il romanzo filosofico Die molussiche Katakombe, pubblicato solo nel 1992 a Monaco.
Quelli di Anders sono gli eccessi di chi cerca una visuale esterna a un mondo capillarmente tecnicizzato anche
nelle diramazioni culturali considerate più "elevate" e immuni dalla tendenza fondamentale del tempo. Nella
visione andersiana, l'umanità, come Gregor Samsa, si è lentamente adattata alla mostruosità di
un'alienazione che la investe in ogni istante e in ogni particolare della sua vita. Quella di Anders appare una
descrizione "kafkiana al contrario" nel suo intento di mostrare la completa alienazione della vita nella nostra
quotidiana "normalità". Il metodo di Anders, corrispondente a quella che egli chiama la sua "filosofia
d'occasione", è un mirabile tentativo di scoprire, a partire dai dettagli del nostro stile di vita di ogni
giorno, il processo sottostante: una disumanizzazione in fase talmente avanzata da coinvolgerci totalmente e da
impedirci di esserne consapevoli (la nostra "cecità all'apocalisse"). A questo proposito è eloquente
l'estrema scarsità di traduzioni e studi relativi a Anders in lingua inglese e quindi negli Stati Uniti (il
paese in cui Anders ha vissuto a lungo, facendo i lavori più disparati compreso naturalmente l'operaio ai
nastri), e che servono per lui da modello principe in cui può essere letto più chiaramente il libro
dell'avvenire (tanto che talora sorge il dubbio: in quali passi del testo Anders sta parlando della cultura
dell'età della tecnica, e dove invece egli sta parlando degli aspetti più deteriori della cultura e
della società statunitense? È possibile una distinzione?). Parlare di antiquatezza dell'uomo e
disumanizzazione non è certo espressione di un moralismo superficiale. Questa disumanizzazione appare una
realtà riconoscibile nella vita di ciascuno di noi, senza eccezione. Anders propone in quest'opera il
controcanto concreto e pratico-morale della filosofia della tecnica di Heidegger, il cui rifiuto di affrontare
direttamente il problema morale del nostro tempo è presentato da Anders come la conseguenza (e non come la
critica) di un atteggiamento moralistico (v. II, p. 6). La tensione morale sottesa a quest'opera è lontano
dal confondersi, come talora in Heidegger, con un atteggiamento da semi-esteta, sebbene presenti diversi punti
deboli ed esagerazioni che avrebbero richiesto una maggiore accuratezza.
Questo testo è una trattazione sui limiti di tutte le facoltà dell'uomo alla luce
dell'età della tecnica; sono riconoscibili, espressi in termini assai simili, ma con esempi illuminanti e
con meno tecnicismi, quasi tutti i temi di Psiche e techne, (1999), un testo in larghissima misura debitore
dell'opera di Anders, come ha riconosciuto l'autore Galimberti.
I limiti sono interpretati come una molteplicità di dislivelli tra l'anima dell'uomo e le forme della sua
prassi: tra immaginare e fare, tra sentire e agire, tra coscienza e conoscenza. Questa serie di dislivelli conduce
non solo alla totale impossibilità di una personalità armoniosa (v. I, p. 50-52), ma ad una
situazione in cui "nessuno di noi 'sa' in un senso realmente adeguato all'effettiva realizzazione: il comandante in
capo né più né meno dell'ultimo fantoccino, il presidente né più né meno
dell'ultimo operaio" (v. I, p. 279).
La parte del testo che appare la meno convincente e che fatico a fare combaciare con la mia esperienza
personale, stranamente, è la lunga parte prima, che presenta, con un'argomentazione accurata ma tendenziosa,
la tesi del sopraggiungere di una nuova varietà di vergogna (la "vergogna prometeica"), la vergogna
dell'uomo di fronte ai suoi stessi prodotti. Questa tesi dovrebbe costituire uno dei capisaldi del libro. Non
sempre convincente appare poi l'associazione diretta tra conformismo ed età della tecnica (non è il
conformismo qualcosa di cooriginario all'essere umano in quanto tale e alla struttura mimetica del suo sviluppo
cognitivo-affettivo?). Ma queste parti non compromettono la solida e coerente struttura interna del testo, che
è una ricerca esemplare, che offre un notevole numero di scottanti intuizioni, molte immagini originali e
genuinamente provocatorie di noi stessi. Uno specchio deformante, molti direbbero, ma Leonardo ci ha insegnato che
una caricatura può essere più veritiera di un ritratto realistico. Quest'opera apre ulteriormente gli
spazi problematici esplorati dai precedenti filosofi della tecnica, e lo fa in un linguaggio il più delle
volte concretissimo e accessibile anche a un pubblico di non specialisti (quindi è maggiormente triste
pensare che quest'opera probabilmente continuerà a restare abbastanza estranea a un pubblico diverso da
quello specialistico, per la scarsa attenzione dei media oltre che in ragione del prezzo elevato). Fare tesoro
delle intuizioni in essa contenute, potrebbe permetterci di stabilire letteralmente un nuovo quadro della
situazione (non solo in filosofia, ma anche in discipline che vanno dalla sociologia alla psicologia alla
teologia) una visuale senza precedenti sullo stato degli esseri umani e di ciò che chiamiamo la nostra
umanità.
Günther Anders - L'uomo è antiquato - Bollati Boringhieri - 26 euro