I Miserabili
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McCourt: 'James Joyce. Gli anni di Bloom'

di Nadia Fusini

Era il primo pomeriggio del 20 ottobre 1904 quando alla stazione di Trieste, dal treno che veniva da Lubiana, scese una giovane coppia - ventidue anni lui, venti lei. Lei è Nora Barnacle, una bella ragazza vivace, lui James Joyce, un tipo allampanato, dall'aria intellettuale. I due dovevano essere stanchi, viaggiavano da giorni. Erano partiti l'8 ottobre da Dublino, arrivando allo stesso treno separati, perché la coppia è clandestina. Lui fugge dalla famiglia: il padre, i fratelli, le sorelle - che l'hanno accompagnato numerosi alla stazione. Lei - attenzione al nome: barnacle è quel cirripede che s'attacca alle rocce, alle chiglie delle navi, e per senso traslato si applica a quel partner che una volta che t'ha scelto non si stacca - lei, dicevo, non fugge da nessuno, semmai segue. E' la scena iniziale della fortunatissima biografia che John McCourt dedica allo scrittore irlandese (uscita nel 2000 in Inghilterra), che ora Mondadori pubblica nella versione italiana di Valentina Olivastri: James Joyce. Gli anni di Bloom (pagg. 462, euro 30), con l'aggiunta di un capitolo inziale su Dublino e uno finale su Parigi che a tutti gli effetti completano la storia dell'esistenza terrena di Joyce.

Ho detto fortunatissima perché sulla stampa inglese e americana ha avuto un'accoglienza entusiasta, e credo che non mancherà di entusiasmare anche il nostro pubblico, visto che McCourt ci regala un Joyce italiano. Voglio dire, fa di Joyce uno scrittore a cui l'Italia dona non soltanto asilo, diciamo così, politico; ma una tana, un nido, un grembo spirituale, immaginativo. Perché se non v'è dubbio che in ogni sua fibra l'immaginazione di Joyce sia irlandese; tuttavia, secondo McCourt, irlandese anche lui che vive a Trieste, Trieste pesa sulle differenti creazioni joyciane, le più importanti delle quali, guarda caso, avvengono lì: molti dei racconti di Gente di Dublino, tutto Dedalus, Esuli, significativi brani dell'Ulisse. Perfino nei meandri linguistici del Finnegans Wake, scritto quando Joyce non è più lì, la voce di Trieste risuona.
McCourt rovescia, insomma, l'affermazione del fratello di Joyce, Stanislaus: Trieste non gli ha dato niente. Afferma, al contrario: Trieste è l'ambiente di coltura ideale, una specie di eco della familiare Dublino, che rimane sullo sfondo della città nuova, straniera.
I due emigranti che scendono alla stazione di Trieste nel lontano 1904 non seguono il flusso dell'emigrazione, che allora portava in Inghilterra o in America. Loro vengono nella patria di Dante e di Vico.
Condividono una certa idea della vita, che non si può realizzare in America. La loro idea è che nella vita conta sì mangiare e bere e vestirsi e andare all'opera e a teatro e al ristorante - Nora non è una donna domestica; contano perciò i soldi, e quelli James li farà insegnando, o facendoseli prestare, o non disdegnando l'aiuto del fratello Stanislaus, che di lì a poco li raggiungerà. Ma soprattutto conta che James scriva, perché James è un genio.
Nora non è affatto un'oca fanatica, né James un pavone illuso. E' proprio vero che lui è un genio e altrettanto vero che Nora è una creatura autentica, generosa, la fonte per Joyce di tutto quel che imparerà dell'amore; niente affatto un'eterea Musa, ma corpo femmina e mente femmina che al maschio offriranno l'accesso all'infinita ricchezza della vita femminile.
Senza Nora, non ci sarebbe Molly. Senza Nora, non ci sarebbe Bloom. Ci sarebbe stato solo Stephen Dedalus...
Quando arriva a Trieste Joyce ha l'età che ha Stephen Dedalus nell'Ulisse, e quando la lascia ha l'età di Leopold Bloom. Joyce crede nei numeri e questi calcoli dell'età non sono casuali, ma piuttosto un omaggio alla città dove lui è arrivato artista da giovane e s'è maturato scrittore. Trieste gli piace immensamente. Gli ricorda Dublino, quell'aria insieme patrizia e trasandata, la stessa dolce-amara melanconia, l'odore forte e acre di salmastro e catrame. Diversi da Dublino sono il chiasso, l'aria cosmopolita.
Quando nel 1909 torna in patria per qualche mese con l'idea di aprire una catena di cinema scrive a Nora: la nostra bella Trieste! Non vede l'ora di tornare.
Naturalmente non è facile vivere. La vita, anzi, è del tutto impossibile. Sia per lui che per Nora. Ma intanto nascono i figli Giorgio e Lucia, e lo scrittore finisce i racconti di Dublino: in una specie di creativo spaesamento, è come se l'immaginazione, eccitata dagli odori e colori locali, si intonasse in modo più vivido ai grigi cieli del Nord, al triste, introverso spirito dell'Irlanda edoardiana. Nell'Ulisse, invece, Trieste entra con il peso del suo multiculturalismo: se Stephen Dedalus è un personaggio in gran parte formato quando Joyce lascia l'Irlanda, Leopold Bloom non nasce nella provinciale Dublino.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Giovedì 3 Giugno 2004

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