di Laura Grimaldi
Il 4 marzo 1984 iniziava quello sciopero dei minatori inglesi che avrebbe dovuto mettere in ginocchio il governo di Margaret Thatcher e finì invece con la chiusura delle miniere e molte migliaia di licenziamenti. Il 4 marzo 2004, esattamente vent’anni dopo, una casa editrice prestigiosa come Faber & Faber seglie di essere nelle librerie con GB84, il nerissimo romanzo di David Peace che si snoda, appunto, lungo le cinquantatré settimane (tanto durò lo sciopero) che tennero l’Inghilterra in un ininterrotto stato di fibrillazione sociale.
Incluso nel 2003 dalla rivista Granta fra i dieci migliori giovani scrittori dell’ultimo decennio, David Peace è certo l’autore inglese che più prepotentemente si è affermato di recente sulla scena editoriale, e non solo europea.
La sua scrittura essenziale, crepitante (derivata, secondo alcuni, dal suo amore per il punk rock dei Sex Pistols, ma secondo noi soprattutto dalle possibilità ritmiche offerte da una lingua brevisillabica come l’inglese) e la precisione chirurgica con la quale osserva e descrive, e alla fine giudica, i crimini umani, l’hanno fatto definire il "più nero degli autori di neri". D’altro canto, Peace ha sempre sostenuto di aver comincito a scrivere per raccontare i mali commessi e subiti dall’uomo soprattutto là dove regna la povertà, convinto, insieme a George Bernard Shaw, che la miseria sia il peggiore dei crimini.
Come in GB84, anche nei romanzi precedenti, che compongono la quadrilogia chiamata Red Riding Hood - 1974, 1977, 1980 e 1983 - Peace prende programmaticamente avvio da fatti di cronaca, questa volta nera, realmente accaduti, teorizzando che "noi siamo definiti, e dannati, dai crimini commessi nella nostra epoca". E, anche se ormai vive da tempo a Tokio con la moglie giapponese, li ambienta tutti nel Nord dell’Inghilterra, dove disoccupazione e miseria fanno da motore a degrado e violenza.
1974, pubblicato in Italia da Meridiano Zero, racconta - ma forse converrebbe dire viviseziona la società inglese di quegli anni, "definita e dannata" dagli omicidi di quattro ragazzine di dieci anni, con il cadavere martoriato dell’ultima vittima che viene trovato con un paio d’ali di cigno cucite sulla schiena. Eppure, per quanto atroci possano apparire lo spettacolo e le suggestioni della morte delle piccole vittime, la dirompente forza espressiva di Peace si concentra su coloro che la società considera i suoi membri più rispettabili: poliziotti, magistrati, funzionari pubblici, giornalisti, facendoli a pezzi e non salvandone neanche un brandello. E l’inespresso anatema sembra voler condannare alle pene eterne dell’inferno non tanto il pluriomicida quanto coloro che per inerzia o corruzione non lo perseguono come dovrebbero.
Indubbiamente Peace ha giocato a carte scoperte fin dall’inizio, quando rilasciò una sorta di dichiarazione d’intenti: "La crime fiction ha sia l’opportunità sia l’obbligo di essere la forma più politica di espressione narrativa, dato che il crimine è l’esempio più manifesto della politica di un’epoca". A tratti, tuttavia, sembra spingersi un po’ troppo oltre, dimenticando il tradizionale, salutare pragmatismo britannico per abbandonarsi a una sorta di nichilismo che non salva niente e nessuno, e non lascia adito alla speranza.
Lo si percepisce anche in 1977, pubblicato in Italia sempre da Meridiano Zero. La storia parte dai delitti dello Squartatore dello Yorkshire (un gentiluomo che realmente aveva seviziato e ucciso numerose prostitute) per addentrarsi nel cuore umido e malandato della città di Leeds, dove "i buoni sono cattivi e i cattivi non sono poi così male". Difficile, a questo punto, stabilire a quale delle due categorie appartenga il giornalista Jack Whitehead, un giovanotto che venderebbe l’anima per uno scoop e già l’ha fatto - salvo poi provare qualche piccolo soprassalto di coscienza che non sa fare altro che affondare nell’alcol. O capire se Bob Fraser, il sergente della Omicidi assegnato al caso, sia un buono che è cattivo o un cattivo che non è poi così male, preso com’è dal suo amore ossessivo per una prostituta più che dal desiderio di dare giustizia alle bambine assassinate. O, ancora, giudicare se il Giubileo della Regina che si celebra sullo sfondo sia solo un mezzo metaforico per sottolineare l’assurdità delle ingiustizie di classe o piuttosto un bruciante sberleffo che include in egual misura chiunque abbia la sorte di emergere dalle pagine del romanzo.
[da il Sole 24 ore, 7.3.2026]
David Peace - 1977 - traduzione di Giuliana Zeuli - Meridiano Zero - Euro 15.50