di Igino Domanin
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Il decostruzionismo di Jacques Derrida è apparso, in alcuni casi notevoli della sua ricezione critica, come una proposta teorica priva di tensioni etico-politiche, disimpegnata di fronte ai dilemmi morali più drammatici della nostra epoca, capace solo di influire sul gusto estetizzante di una certa critica letteraria. Al contrario, lo sforzo teoretico di Derrida si è concentrato negli ultimi anni soprattutto nel chiarire come l’esercizio filosofico della decostruzione fosse innanzi tutto un travagliato compito etico. La pubblicazione di Stati Canaglia, edito in Italia presso Raffaello Cortina, indica con chiarezza come il percorso teorico di Derrida s’intrecci e si contamini sempre più con l’urgenza della militanza politica e, congiuntamente, con un ripensamento radicale delle categorie della sovranità e della democrazia nel quadro delle dinamiche della globalizzazione.
Intendo qui leggere il testo di Derrida in modo trasversale, ovvero sottolineando e discutendo alcune sue affermazioni, mettendo in conto il rischio di una certa arbitrarietà e di una imprevedibile casualità, per evidenziarne la sua decisiva importanza per l’elaborazione di una teoria e di una prassi politica della democrazia che intenda sfidare le tendenze oligarchiche del potere attuale e le ideologie neo-conservatrici contemporanee non sul terreno di un ripristino del costituzionalismo liberal-democratico, bensì fondandosi sul declino delle forme rappresentative delle istituzioni politiche.
Le dinamiche economiche della globalizzazione e la strategia di costruzione di un nuovo ordine mondiale delineano i tratti costituenti di un nuovo potere sovrano. La disgregazione dell’ordinamento politico tradizionale basato sulle relazioni interstatali implicava una ri-definizione della sovranità. Essa non è più caratterizzata da determinazioni territoriali calcolabili e circoscrivibili, non si attribuisce più alla padronanza di un soggetto indivisibile. Lo spazio globale della contemporaneità sovverte il quadro geopolitico tradizionale.
L’esercizio della sovranità, inteso come facoltà della decisione, non appartiene più alla rappresentanza degli Stati, ma s’incardina in ordinamenti globali (cioè che non fanno più riferimento a luoghi geograficamente delimitati, ma alla mondialità, al “mondo in generale”) costituiti da agenzie politiche istituzioni finanziarie, corporation economiche che agiscono in un quadro normativo che eccede gli spazi tradizionali del dominio statuale, all’interno di un patto costituzionale (poiché promulga leggi, prescrive comportamenti e sanziona coloro che non ubbidiscono) sancito da soggetti estranei ai processi politici della costituzione liberal-democratica di tipo rappresentativo.
In pratica ci troviamo di fronte a una forma di sovranità post-democratica, basata su accordi di potere tra élite oligarchiche, che non ha bisogno per funzionare del consenso democratico e dei meccanismi di elezione popolare. Al contrario essa si basa su una inedita forma di guerra permanente (la prassi della “giustizia infinita”) e sul decreto incondizionato dello stato d’eccezione (la lotta globale al terrorismo).
La genealogia di questa forma di sovranità è molto complessa. Tra i suoi fili annovera senz’altro la trasformazione del modo di produzione capitalistico e l’emergenza del lavoro immateriale ( la “transizione al postfordismo”), l’inedita rapidità e complessità dei cicli dell’innovazione tecnologica e la crisi riflessiva dei processi di modernizzazione (la “società del rischio” descritta da Ulrich Beck), l’avvento dell’infrastruttura del network come fondamento della società dell’informazione ( la “network society” teorizzata da Manuel Castells).
In questo contesto post-democratico il pensiero di Derrida mi sembra offrire una chance teorica molto importante. Derrida si sforza, infatti, di decostruire il legame tra sovranità e democrazia. Ovviamente questo sforzo di dissociazione non deve essere interpretato nei termini semplicistici di una loro contrapposizione. Al contrario si tratta di scavare una distanza che cerchi di pensare il rapporto inevitabile tra sovranità e democrazia nello spazio della loro reciproca differenza, piuttosto che nella sovrapposizione identitaria. La democrazia, quindi, non coincide con una forma di sovranità o, comunque non si risolve, nell’ambito di una teoria della sovranità.
Se nel quadro della filosofia politica moderna si è concepita la sovranità come un’entità indivisibile, come una forza elementare e soggettiva, come l’unità di un “Io posso”, allora il destino storico della democrazia moderna si è assoggettato al dover convergere o, quantomeno, approssimarsi a questa logica politica. La sovranità diventa la radice della democrazia nel momento in cui assoggetta ogni espressione di essa alla realizzazione di questa soggettività del potere. Derrida indica, invece una strada diversa, anche se assai problematica (al punto tale che il filosofo francese la definisce come inevitabilmente e costitutivamente aporetica). Si tratta di pensare la democrazia come ciò che divide la sovranità in generale, come ciò che non cessa di continuare a sottrarre l’unità e la padronanza dall’esercizio della sovranità, come ciò che è impossibile per ogni potere in generale e, quindi, delimita la sovranità.
Restiamo però avvertiti: la democrazia esercita comunque un potere, benché eccedente la logica della sovranità, poiché afferma il paradossale potere dell’impossibile proprio nei confronti della sovranità. Per questo motivo la democrazia non può recidere mai del tutto i propri rapporti con la sovranità. La democrazia per poter-essere deve lasciarsi determinare dal rapporto con l’altro da sé, cioè dalla presenza della sovranità, senza però mai potersi identificare con essa. Derrida parla di “democrazia-a-venire”, cioè di non di un ordinamento concreto che possa realizzarsi in qui e ora, ma di un diritto alla critica radicale e antagonistica, ad una prassi che de-limiti il potere sovrano e gli imponga il rapporto con l’altro, che lo costringa al rispetto della nuda singolarità dell’evento che eccede ogni norma e ogni calcolo.
A mio avviso il testo di Derrida ci offre lo spunto per pensare un nuovo terreno di lotta. La democrazia non come ideale regolativo o come forma rappresentativa, ma come critica radicale della forma di sovranità. Contro l’ordine politico mondiale post-democratico e neo-conservatore.
Jacques Derrida - Stati canaglia - Cortina - 19 euro