
Non avevo mai letto un romanzo di Vincenzo Pardini: nella vita, a volte, si commettono errori. In questo caso si tratta di un errore rimediabile, anzi, rimediato. Lettera a Dio è un libro straordinario, un'esperienza cupa di vitalismo e morte, di natura e lingua, una ferita belluina all'apparato percettivo di ogni lettore, una meditazione contorta e paranoica sull'individuo e la collettività, sulla storia e l'immaginazione della storia, sulla reclusione e sulla guerra, sull'Italia còlta nel gorgo di un passato che non passa e di un futuro che non trascolora nella sua minacciosa promessa di crollare su di noi, secondo i precipizi di una vicenda nazionale che continua a non essere risolta e si presenta con caratteri sempre diversi e sempre uguali. Lettera a Dio è un libro politico e religioso - una politica e una religiosità orfiche, ispessite da uno sguardo che culmina in visioni oscuramente profetiche e in scavi profondi nella storia popolare e nell'eternità naturale. Vicenda che intreccia la seconda guerra mondiale e gli anni Settanta, per farne parabole ctonie e impressionanti, secondo i ritmi di una lingua corrusca e folgorante. Insomma, un romanzo imperdibile.
La vicenda, anche quella storica, è tuttavia occasionale, seppure radicata nei suoi contorni storici. In una località imprecisata della Garfagnana, arriva il figlio di un collaterale dei partigiani che fu ucciso dai nazisti: Alarico Regnante è un eversore dell'ordine stabilito, un membro di fazioni terroristiche identificabili forse con le Brigate Rosse. I suoi traffici sono ambigui. I suoi contatti con i paesani sfociano in tragedie sfiorate, mentre si dà inizio alla macabra danza del ritrovamento di cadaveri. A farne le spese è il giovane narratore, che viene indagato quale fiancheggiatore di Regnante e, al tempo stesso, minacciato confusamente da Regnante medesimo. Si spalanca, per il protagonista, una vicenda di formazione psichica ed esistenziale tra le più eschilee della recente narrativa italiana. Costretto a rifugiarsi in una caserma d'altura gestita da una guardia forestale e da sua moglie, il nostro giovane verrà iniziato alle febbri del sesso e del delirio, del terrore puro e della magia - sesso terrore e magia che si radicano in un'esperienza titanica della vita, in un cortocircuito psicotico e alienato, a contatto con una natura divinamente feroce e nerissima. Fino all'esito di questa tragedia che è tale sia per l'individuo sia per la società in cui - qui più che mai - egli è gettato.
Una scrittura potente e vibrante, che fa perno su una declinazione virile dell'uso dei ritmi e del lessico, permette di compiere un percorso che si fa via via più angosciante, virtuosamente massimalista, se i temi sono quelli dell'amore e della violenza, del sacro e della morte, dell'assoluto e del rapporto con l'altro. Il tutto avviene sotto la cappa plumbea di uno sguardo pagano, ma vantaggiosamente pagano: è il basso tenorile di una natura che si presenta con il volto non del compromesso, ma della punizione inesplicabile, del fato che strappa le carni e le menti, secondo una tradizione visionaria che ha nella grecia più arcaica la sua origine occidentale. La redenzione impossibile e la pratica dell'esposizione alla necessità della storia trovano quindi in Pardini un avvertimento impressionante dell'universo come aggressore ferino e insondabile, una gnosi del buio in cui la luce penetra per lampi, come scaturente da cozzi astrali di inaccettabili dimensioni e potenza.
La vicenda del protagonista e della sua condanna kafkiana all'ineliminabilità del male viene resa attraverso tinte fosche che mi sembrano memorabili. Soprattutto perché non è scontato che questa cupezza biliare si offra a letture di sconcertante attualità. La parabola del terrorismo e dell'anarca schiacciato, per esempio, mi pare coincidere con l'ambiguità iperbolica a cui viene consegnato ai nostri giorni il terrorista e il reduce degli anni di piombo, secondo quanto accade con il compulsivo ricorso intertestuale del narratore di Pardini, che controvoglia e tra parentesi deve affidarsi, in maniera ossessivamente inefficace, alla voce della legge. Legge umana che rappresenta una superiore ambiguità, il rappresentante in terra di voleri demonici che danno alla luce e al buio casolari che sono ben più evocativi e terrifici di quello in cui culmina Blair Witch Project.
Lettera a Dio è un romanzo che ha l'ambizione di cogliere - e ci riesce - la totalità attraverso un'inquietante linearità, sovvertendo il percorso del romanzo di formazione tradizionale. E' la linearità della fiaba, una favola nera che si svolge tutta nel bosco, quando gli eroi si perdono e attendono i tempi lenti del lieto fine che, in Pardini, se anche avvenisse non sarebbe tale. Invertendo la rotta, Pardini scrive un potentissimo racconto non di formazione, bensì di iniziazione. Questa prospettiva fa sbalzare l'esistenza dal tono fragile e vibratile degli scribi psicologisti, che sono ombelicalmente votati al fascino della formazione. In Pardini non esiste fascino, ma universalità. La scelta lessicale è tutto tranne che esotica: è la scoperta di un italiano demetrico, plutonico, infernale e rurale, una lingua antica còlta non nelle sue terminazioni nervose e papillari, bensì nelle sue movenze muscolari, primitive, artesiane.
Un romanzo travolgente e stravolgente, una lettura che consiglio a tutti - una delle narrazioni davvero indispensabili del nostro tempo italiano.
Vincenzo Pardini - Lettera a Dio - peQuod - 14 euro