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Nicolas Genka: 'L'Epimostro'
di Roberto Laghi
[da Z.T.L. - Zona Traffico Limitato]
L'Epimostro è una narrazione in cui il confine tra prosa e poesia viene scardinato e spostato continuamente, in una tensione di scrittura capace di accostamenti visionari e sensazioni che delineano stati d'animo, azioni e paesaggi con un tratto deciso, necessario.
Immagini crude e crudeli sono messe in scena dalla parola, sempre precisa a ficcarsi dentro il reale, per descriverlo e decostruirne le apparenze, alla ricerca di un significato più profondo, in tensione contraria alla normalità.
Gli odori della campagna bretone irrompono dalle pagine, insieme con le piante e gli animali, con il vino e con le voci dei contadini sporchi dal lavoro che ciarlano e sbraitano sull'aia.
E come nota di bordone, che si frantuma pagina dopo pagina, frase dopo frase, la sibilante ipocrisia borghese, che evita di guardare alla lacerazione della famiglia, evitando così quella parte buia dell'anima umana che viene lentamente scoperta dall'autore e messa qui al centro della scena.
Un (micro)cosmo in delirio, in cui le leggi della vita vengono consapevolmente scaraventate via, per indagare quegli 'squarci imprevisti, forse ignoti, della coscienza umana'[1].
Genka, con questo testo uscito in Francia nel '61 e subito messo al bando perché potenziale minaccia per la gioventù, ci racconta con uno stile personalissimo - sia linguisticamente, che nella forma narrativa - una storia di disperazione incapace di decifrarsi e lasciarsi comprendere, un incesto consumato nel ricordo di una madre e moglie morta, in una visione costantemente distorta delle cose, delle persone, delle relazioni.
(Ma cosa è veramente distorto? Questo universo instabile o la quotidianità delle costruzioni e dei ruoli sociali 'normali'?) Tra le pagine di una scrittura che è essa stessa corpo inciso e che incide, sgorga la storia: i visi e i gesti di Marceline, figlia prediletta e capricciosa, rientrata dal collegio e viziata dalle lettere del padre e Mauda, ragazza di casa, umile e sofferente di cieca dedizione.
Ma non sono solo le persone a parlare: la natura - una natura non armoniosa, ma cupa e sconquassata, mostruosamente personificata - segna gli individui, dialoga con loro, li illude, li lusinga mentre di notte sono gli oggetti inanimati, come armadi, quadri e treni a incarnarsi in incubi dolorosi in cui la morte non riesce a trovare la propra collocazione ultima, in un vorticoso incrociarsi di realtà.
E lui, il protagonista, il padre che è padrone, despota, amante e Dio, il cui stesso nome, Morfay, lo condanna alla ricerca di una forma possibile, che rifiuta sia la religione che l'ideologia e non ha consolazione se non (comunque disperata) in Marceline e Mauda.
Una forma probabilmente impossibile, quella che cerca di plasmarsi, anche attraversando questi rivoltamenti dei sistemi umani, anche sperimentando un rapporto incestuoso che sa essere tenero di incondizionato e possessivo amore, nella sua spietatezza.
Amore e rabbia scorrono in Morfay. E generano furore. Un furore vomitato, quasi antiumano, profetico nella tragicità degli atti e delle invettive e che non risparmia nessuno:
“Verranno i giorni dell'antica collera, con i corvi verdi che si riuniranno sulle piogge del raccolto (…) Verranno per prima cosa le sottilissime crepe nella fede e nella credulità. Ma soprattutto l'enorme tedio che manderà il mondo fuor di sesto e il ghigno di Dio.”
Ma anche una tensione alla sacralità che si colloca sui confini indefinibili tra adorazione, follia e amore e che, di fatto, ne sancisce l'impossibilità, in questo mondo che “accusa, devasta, scarnifica, uccide”.
[1] M. Jouhandeau, postfazione
Nicolas Genka - L'Epimostro - traduzione di Luca Scarlini - Fandango - € 12.00
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Lunedì 21 Giugno 2004
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