Cinque maestri di genere finitiin un coacervo di marpioni e giovani esponenti del Postmoderno esistenziale: così l'antologia di Michael Chabon (ora tradotta) mostra tutta la senescenza di un cliché, e di un Paese
di Enzo Di Mauro
[da La Talpa, inserto de il manifesto]
Michael Chabon, quel giorno, avrebbe potuto alzare la cornetta del telefono per commissionare ad alcuni suoi colleghi - illustri, meno illustri o solo promettenti - un racconto che avesse come protagonista il cane. Per una semplice ma non banale ragione: i cani oggi vanno alla grande un po' come i lupi nel Duecento, in letteratura e fuori di essa, ovvero sulla pagina e (ciò che ormai, occorre rassegnarsi, più conta) nella vita. Quella mattina, invece, e dopo averne debitamente discusso con Dave Eggers in quanto direttore della rivista «McSweeney's» (la celebre fucina di talenti e di esercizi di stile), Chabon decide di chiamare un certo numero di maestri, confratelli e cuccioletti per investirli di un incarico di stampo (come dire?) più generalista e meno ambizioso, e insieme tuttavia più subdolo e colmo di pesanti insidie genealogiche e fattuali, almeno rispetto a quell'America «teorica» e astratta che non smette (fatte salve le non poche e grandi eccezioni) di frequentare l'ultima spiaggia della letteratura di genere, a cui si demanda ingenuamente la salvezza del romanzo e astutamente la tutela delle vendite.
Chabon mostra di saperlo quando riconduce il tema inesauribile dellavventura a una sorta, oggi e con efficace espressione, di «rugiada epifanica» - laddove qui si gioca per necessità al ribasso, ad esempio mediante il tentativo di ridare gloria alla trama come se la trama (l'intreccio) ne avesse bisogno e non trionfasse già dappertutto simile alla più vieta delle pratiche.L'ideatore e curatore del decimo numero di «McSweeney's», apparso negli Stati Uniti nel 1992 e ora tradotto a tante mani in italiano col titolo La super raccolta di storie d'avventura (Mondadori «Strade blu», pp. 455, 16 euro), volume accompagnato dalle illustrazioni originali di Howard Chaykin, irride e anzi sbeffeggia i suoi ospiti quando, a proposito del racconto breve (di fantasmi, dell'orrore, di investigazione, di suspence, del terrore, di mare, di spie, di guerra e via dicendo, fantastici o macabri, storici o d'amore) ricorda una serie di nomi di autori di «raccontini di basso livello», da Poe a Balzac, da Edith Wharton a James, da Conrad a Robert Graves, da Maugham a Faulkner a Twain a Cheever (e avrebbe potuto aggiungere, a completare l'opera, anche Stevenson, Melville, Kipling e altri ancora). Per intanto, Chabon ha chiesto un contributo ciascuno a Elmore Leonard, a Stephen King, a Michael Moorcock, ad Harlan Ellison e a Michael Crichton, cinque maestri della narrativa di genere i quali senza farselo ripetere - e sarà un elemento che meriterebbe una piccola riflessione - mettono al tappeto i restanti diciassette abitanti della casa (compresi Chabon ed Eggers) con altrettanti racconti sia pure composti con la mano sinistra, tra un impegno e una dormita. Ma chi sono gli altri condomini, oltre ai sunnominati? Eccoli, in ordine di apparizione, senza dimenticare che alcuni di loro, assai noti anche in Italia, possono ormai vantare una vicenda non esigua e dunque, di conseguenza, una fisionomia ferma e precisa benché non del tutto lineare in quanto a risultati raggiunti: Jim Shepard, Glen David Gold, Dan Chaon, Kelly Link, Carol Emshwiller, Neil Gaiman, Nick Hornby, Laurie King, Chris Offutt, Aimee Bender, Sherman Alexie, Karen Joy Fowler e Rick Moody. Una squadra nell'insieme composita e ricca ai limiti dell'incomprensibile, tra anziani e scaltri artigiani della fantascienza, dell'horror, del western, del poliziesco e del noir, e giovani e meno giovani esponenti del postmoderno esistenziale. Ma occorre prendere questi thrilling tales - così nel titolo originale - per il verso più utile (che non è affatto quello del divertimento; anzi, ci si annoia spesso e volentieri) a trarne un discorso e un eventuale e provvisorio punto conclusivo. E dire, innanzitutto, che l'antologia va trattata alla stregua di una teoria di sintomi, di uno schedario di sensi di colpa, di una mappa di rimorsi storici e politici, di un tracciato di movimenti psichici. La nozione dell'avventura - se così vogliamo continuare a chiamarla - viene restituita al mittente polverizzata piuttosto che glorificata. Oppure ritorna come detrito, scarto, torsolo, conchiglia fossile, irripetibile qualità di tempo ibernato. Due esempi. Nel racconto di Jim Shepard («Tedford e il Megalodon») è un grande, spaventoso animale marino (è uno squalo, ma le sue fattezze anche simboliche attengono all'inveduto) a rappresentare l'angoscia dell'influenza più che l'omaggio all'antico maestro Melville («Dove avrebbe portato Tedford il suo animale, se fosse stato in grado di avere la meglio? Chi poteva capire l'importanza di una simile creatura? Chi poteva capire la perdita? La separazione? Il nudo terrore dell'inadeguatezza? Le mandibole dello squalo eruppero intorno alla prua e alla poppa di Tedford, mentre cortine di spruzzi si frantumavano facendolo capovolgere, girandolo in modo che potesse guardare la luna, lasciandogli il tempo per un bagliore di pensiero rivolto a Giona, e bloccandolo un istante prima di tutto quello in cui aveva sperato, e di più»). Il secondo esempio lo prendiamo dal racconto di Gren David Gold («Le lacrime di Squonk e quel che successe dopo»), nel quale un elefante (che fu l'attrazione principale di un circo di provincia) riaffiora dal terreno come una reliquia preistorica («A dieci iarde dalla fine dei binari, sotto i detriti di sei generazioni di tecnologie ferroviarie abbandonate, c'è uno scavo largo venti piedi e profondo altrettanti, ricavato dalla terra battuta quasi cento anni fa, e riempito di nuovo quasi immediatamente. Al centro, tra le radici e le erbacce, le pietruzze e le schegge di vetro e metallo, giacciono le ossa di elefante. Incrostate di sporcizia, neri di tessuti secchi, esse luccicano anche assieme a un collare fatto di catena in acciaio inox, e c'è un mantello probabilmente rosso, un tempo forse increspato e imperiale, e che adesso è decomposto e incolore quanto la polvere»): ossa appunto mischiate ai materiali della modernità, laddove un secolo finisce per diventare, per dilatazione impazzita, una perduta era geologica le cui tracce brillano simili a una leggenda di streghe e gatti, e di api che ronzano nella testa degli uomini trasformandola in un letamaio di memorie sepolte. Quel ronzio (nel racconto di Dan Chaon) ritaglia alle ombre urlanti il loro desiderio di sepoltura. Che poi significa che siamo noi, qui e ora, a urlare. Che è l'America a non stare bene, ad avere il mal di pancia e a farlo venire agli altri, magari triplicato. In questa antologia, gli scrittori vengono chiamati a rispondere intorno alla senescenza dei cliché, alla loro potenza devastata dall'uso. Il genere mostra - ormai sgonfiati e macilenti - i vecchi muscoli alla maniera di chi, troppo lungamente, ci dice addio. Sia detto per inciso e come ipotesi: a leggere i racconti in questione si capisce come l'America non sia più la stessa e tuttavia, al medesimo tempo, quanto essa si ostini a somigliarsi. Anche questi scrittori, a modo loro, credono di somigliare ai maestri dell'avventura, benché ne siano solo i calchi fossili o, se si preferisce, con un ossimoro, i preistorici pronipoti.