I Miserabili
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Willeford: 'Tempi d'oro per i morti'

di Pier Mario Fasanotti

Charle Willeford - Tempi d'oro per i morti - Marcos y Marcos - 13.50 euro
willeford.jpgÈ doveroso dirlo subito: il sergente Hoke Moseley della polizia di Miami è uno che piace. Scatta immediatamente la simpatia tra questo detective dalla vita dinoccolata e il lettore. La ragione principale è che Hoke è uno sfortunato, quindi l'identificazione è automatica visto che tutti noi siamo o siamo stati poco felici nella vita. Ha 42 anni eppure porta la dentiera, che ogni sera depone in un bicchiere con liquido disinfettante, e vive in un albergaccioalla periferia della Miami invasa dai latinos (cubani e altri) dove il portiere non è certo così zelante nell'annotare le telefonate per lui (tempi in cui non c'era il cellulare).

Ma Hoke ha l'assilante problema di trovare una sistemazione nel comune di Miami, per disposizione della polizia, e quindi incappa subito in affitti alle stelle, in raggiri, in agenzie che offrono anche l'house sitting, formula che consente di pagare una cifra più che ragionevole in cambio della "guardia" alla casetta che il proprietario lascia temporaneamente disabitata.
Hoke è divorziato e paga gli alimenti alle due figlie secondo un accordo-capestro. Risultato: pochi soldi in tasca e tanti debiti. La sua vita sessuale è un mezzo disastro: non perchè non sia all'altezza, ma per la sua esistenza randagia e una radicale sfiducia verso la vita. Universo femminile compreso. Eppure - e meno male - in questa seconda avventura, c'è l'avvisaglia che il povero Hoke qualcosa rimedi a casa della languida e sinuosa Loretta, matrigna di un giovane morto per overdose. La donna entra subito nei suoi brevi e sgangherati sogni erotici per via del corpo flessuoso dentro una tunica leggera. Lo lasci invece indifferente la sua compagna fissa di pattuglia e investigazione, l'agente Ellita Sanchez, "profumatissima come tutte le cubane", timidamente arrogante, e probabilmente (questo è quel che pensa lui, con un automatismo da macho Yankee) un po' fredda tra le lenzuola, ammesso che le frequenti tra la lettura di un caso irrisolto e l'altro. Ellita, comunque, sarà una sorpresa: non è proprio il caso di sottovalutarla.
Seconda avventura, dicevamo. A firma di un grande del noir americano, Charles Willeford, giustamente riscoperto e rilanciato in un'epoca di pallori investigativi come la nostra se si esclude il Montalbano di Camilleri e pochissimi altri. S'intitola Tempi d'oro per i morti. E fa seguito al celeberrimo Miami Blues, cui Quentin Tarantino dedicò il suo Pulp Fiction.
Lo scenario è sempre lo stesso: la grande città della Florida, con interi quartieri che diventano a maggioranza neri o più sovente ispanici, con famiglie bianche che tendono a levar le tende, con club così esclusivi (e razzisti) da escludere perentoriamente la presenza di ebrei, neri e latinos, con i migliaia di profughi cubani (i marielitos) che gongolano quando vedono il presidente Reagan in tv e pensano che Miami sia, per eccellenza, la land of opportunity, dove coloro che hanno successo pensano subito che quelli che nella vita deragliano, o stanno costantemente al margine, non abbiano alcun alibi, a meno di cercarli nelle "riviste femminili dove qualche psicologo dice la sua stronzata".
Il secondo tassello della trilogia ambientata a Miami scorre come un torrente fresco, facendo cardine su una formula collaudata e vincente: molta suspense per via di casi intricati anche psicologicamente, e ampi squarci di vita privata e metropolitana. Viene facile annusare gli odori degli uomini e delle donne, registrare gli scatti talvolta rabbiosi delle loro anime, perdersi nell'intrico delle tangenziali o vagabondare nei bar, entrare negli uffici di avvocati che fanno soldi difendendo i narcotrafficanti e hanno qualche Chagall alle pareti di mogano (divertente la reazione del sergente Moseley: "Che è, un disegno di suo figlio quando era piccolo?").
Willeford, l'autore, è uno di quei pochi che ti inchiodano sulla sedia. E' nato in Arkansas nel 1919. A 8 anni, rimasto orfano, va a Los Angeles, dalla nonna. A 12 pensa di esserle di peso e invece di salire sul pulmino scolastico segue i binari della ferrovia, salta su un vagone merci e inizia così il suo vagabondaggio nei marciapiedi della Grande Depressione. Molti americani sono randagi, lui non fa eccezione. A 16 anni mente sull'età e si arruola: occasione che gli farà dire: "Una buona parte degli uomini che circolano nell'esercito sono psicopatici..." In ogni caso, con la divisa ci sta 20 anni. Poi ricomincia da capo, imboccando una strada diversissima: legge, studia, insegna. Scrive romanzi duri, che però non hanno alcun successo. Non molla la presa, ma deve aspettare fino al 1984, anno di Miami Blues, quando la città umida e selvatica del sergente Moseley diventa mitico fondale. Il suo terzo romanzo noir, Sideswipe, viene considerato un capolavoro. L'editore gli dà un assegno "stellare" per il suo quarto capitolo della serie (The Way We Die Now), ma il vecchio Charles non fa a tempo a vedere le vetrine inondate dai suoi libri. Muore nell'autunno dell'88.
Ricorda sua moglie Betsy. "Il suo senso dell'umorismo spesso aveva del macabro. Per Charles, Miami era un posto perfetto dove vivere. E quando leggo sul giornale un titolo tipo "Cadaveri nascosti in un'auto attirano folla di curiosi" sento moltissimo la sua mancanza". Anche noi. Noi lettori.
[da Il Giornale, giugno 2004]




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Martedì 6 Luglio 2004

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