I Miserabili
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Maria Grazia Calandrone: 'La scimmia randagia'

calandronecover.gifChe cos'è la poesia?
La domanda, talmente ingenua da essere abissale, perseguita sempre e in qualunque luogo chi si accosti a un testo autenticamente poetico. La poesia, per sua vocazione, è l'anarchia coscienziale allo stato puro, ciò che concilia, cioè, lo stato dell'ordine con l'oceano del caos, la norma con la sostanza mentale che la eccede, la cognizione con l'emozione, la lingua di superficie con la lingua di profondità, l'immagine con la pluriforme e inimmaginabile sorgente delle immagini. Purtroppo, da molto tempo, la poesia italiana si è assestata soltanto su una delle rive che osservano lo scorrere del fiume terrifico ed esaltante del poetante. Il bordo prescelto dagli italiani è quello più statico e vergognosamente pavido, cristallizzato nella forma funerea del fossile: la norma anziché la rottura dell'ordine esistente, la lingua solida anziché l'infinitudine linguistica, il bisturi autofilologico anziché la potenza che erra e che esplora. Le patrie lettere versano in uno stato non tanto di decadenza, quanto di rigidità dovuta alla scelta esplicita del gelo (o della codifica del caldo, che è una forma più sottile del gelo), dell'ossificazione formale, dell'adesione a norme consolidate che, al massimo, possono essere prosodicamente violate.

Chi da tempo ha violato questo protocollo irritante e mortuario, è Milo De Angelis. Chi ha approfondito la sua lezione, in sensi estremamente diversi, sono Mario Benedetti e Antonio Riccardie Blog. Spesso scambiata per aura sapienziale, l'esperienza proposta da questi poeti è tutt'altro che "religiosa" - è, anzitutto, condotta nel cuore della mente poetante. In questa linea rischiosa, renitente alla classificazione rigidamente formale, è Maria Grazia Calandrone, autrice del folgorante, splendido esordio intitolato La scimmia randagia (uscito per i tipi Crocetti, euro 14.80): siamo di fronte a un libro di poesia formidabile, a un talento che bisogna seguire nei suoi esiti futuri, a partire da una premessa che è già una conclusione: l'esperienza poetica che esalta e trascina.
E' possibile scommettere che, di fronte all'inondazione immaginale della poesia di Calandrone, più i poeti che i critici facciano fatica a determinare, per l'appunto, se si tratta di poesia o di caos linguistico. Sfugge, ai poeti contemporanei, la soluzione al dilemma della norma sicura, stabilita per tradizione: ah!, se avessero la possibilità dell'infanzia della poesia, quando la norma del sonetto o della canzone funziona! Fu, pressapoco, la difficoltà che incontrarono i colleghi, non i critici, del Rilke delle Elegie: ma che razza di elegie erano quelle rilkiane? L'errore ottico sta nel prendere per pandit sapienti autentiche scimmie antropoidi: da quando in qua la poesia sarebbe modulazione su norme tradizionalmente acquisite? Quando emerse per la prima volta una norma antinormativa (che so?, la saffica...), il fondatore della nuova norma soffrì di simili assalti? Si disse che non era un poeta?
Il richiamo a Rilke non è casuale, così come non lo è a proposito di De Angelis, Benedetti e Riccardi. Un altro poeta scambiato da chi non studia e, soprattutto, non sente, come ispirazionista, semiguru sapienziale. Ovviamente non è così. Maria Grazia Calandrone cita Rilke in esergo al suo primo testo:

"... io sono straniero e povero. E passerò; ma nelle tue mani deve restare tutto ciò che un tempo, se fossi stato più forte, sarebbe potuto diventare la mia patria".

In questa sanzione dell'insufficienza senza alterità, Rilke formula l'attacco più profondo al consolidamento della soggettività autonoma, falsamente autoirradiante. La messa in abisso del solido (la "patria") viene effettuata col ricorso alle "mani" dell'altro, dove resta il segno del passaggio, dove va a consumarsi e a raggiungere "povertà" una storia individuale e collettiva. Questo movimento di consegna della traccia, cioè della ricchezza dell'io, si autotrasforma dunque in nudità assoluta, essenzialità fuori del linguaggio, testimonianza della storia che non è tutta nella storia. E' questa stessa lezione l'unica cifra teoretica che si può rintracciare nell'esplosione linguistica e immaginifica della poesia di Maria Grazia Calandrone.
Che cosa resta, nelle nostre mani, dell'estraneità e della povertà di questa poetessa? Ci resta una ricchezza di folgorazioni memorabili. Commistione di prosa ritmicamente perfetta e senza posa sorprendente con una tensione alla brevitas davvero esemplare (è l'Orazio mistico di De Angelis, per intenderci, contro l'Orazio dei neoneopetrarchisti), la poesia di Maria Grazia Calandrone copre l'intero arco dell'espressione poetica italiana: l'espressionismo e il nitore, il prosastico e lo gnomico, il musicale e l'antimusicale, la distensione e la contrazione, il ruvido e il liscio, lo ctonio e l'apollineo.
Sono testi lunghi, a volte lunghissimi, estremamente lontani dall'intenzione narrativa, più vicini ai rivoluzionari tentativi in prosa dei Canti di Antonio Moresco: in pratica, per riprendere una notevole intuizione del critico Guido Mazzoni, la riprova dello slittamento convergente tra prosa e poesia, ma non nei termini che fin assunti dall'approccio formalistico. Versi straordinari, anche da un punto di vista eminentemente ritmico, come "La piaga sommaria della fontana di pietra da vicino ricorda", oppure sequenze come "e l'ossigeno, l'ossigeno / propagato dal trapianto degli olmi" dovrebbero levare le ansie ai custodi della forma morta.
L'esito del multiverso in continuo big bang a cui Calandrone espone il lettore è il niente: quel niente che è lo stupore stabile dell'osservazione che si pone fuori dall'universo stesso, che assiste al suo ciclo di nascita ed espansione e morte. Il delirio percettivo, montante come un sisma che non arresta la sua potenza e fa franare tutto all'infinito, è l'evidenza superficiale della poesia di maria Grazia Calandrone e costituisce una forma differente rispetto alla teoresi fenomenologica, ma raggiunge il medesimo risultato: la nudità dello sguardo, quella vitrea beanza incantatoria che sta prima e dopo il sorgere degli indefiniti mondi della percezione. E' questa la povertà rilkiana, è questo che si annida sotto il verde alla seconda di Zanzotto ("ma quanto verde sotto tutto questo verde"), o, per dirla direttamente con i versi di questa straordinaria poetessa, "acqua che non annega", "il vuoto vento dell'io".
Poesia che sarebbe da accogliere come renovatio delle folgoranti strutture di lingua e immagini delle Pitiche di Pindaro o, se si cerca un equivalente filosofico, della commutazione di sguardo secondo Plotino, i versi di Maria Grazia Calandrone regalano al panorama poetico italiano una protagonista fatta e finita, finalmente pronta a sfarsi e a finirsi.

Maria Grazia Calandrone - La scimmia randagia - Crocetti - 14.80 euro




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Lunedì 23 Agosto 2004

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