di Milly Berrone
“Nell’estate del 1990 a Mosca si sparse una voce. Dicevano che Honecker avesse aperto le frontiere agli ebrei provenienti dall’Unione Sovietica per compensare il fatto che la RDT non aveva mai partecipato agli indennizzi tedeschi a favore di Israele. Peraltro la propaganda ufficiale della Germania Est sosteneva che tutti gli ex nazisti vivevano nella Germania Ovest. A far circolare la notizia erano stati i numerosi commercianti all’ingrosso russi che facevano la spola ogni settimana tra Mosca e Berlino Ovest. E la voce si era diffusa in fretta: ben presto lo sapevano tutti (tranne Honecker, probabilmente)”. Presentata da Guanda con la partecipazione dell’autore alla Fiera del libro di Torino, così si apre la traduzione italiana, curata da Riccardo Cravero, della raccolta di racconti di Wladimir Kaminer, Russendisko, pubblicata in Germania ormai quattro anni fa.
Mai autore, titolo ed esordio potrebbero maggiormente trarre in inganno: fonetica evidentemente teutonica per una vicenda che sembra tuttavia iniziare a Mosca. E da Mosca, con novantasei rubli, una matrioska ed una bottiglia di vodka in tasca, parte infatti il giovane Vladimir. Destinazione una Berlino Est in cui il Muro è sul punto di crollare e dove inaspettatamente la sua origine ebraica non rappresenta più un problema, ma “il biglietto per il grande, vasto mondo, l’invito per un Nuovo Inizio”. E nell’Europa allargata e multiculturale, di cui la Berlino riunificata è indubbiamente il simbolo più convincente, Vladimir, giovane emigrato della quinta ondata, partito per Berlino “per vedere com’era e per farsi quattro risate” si trasformerà in Wladimir Kaminer, uno dei più promettenti giovani scrittori di lingua tedesca, per servirsi della definizione che in Germania gli viene generalmente affibbiata.
Russendisko – è evidente fin dal titolo – racconta in prima persona ed in forma autobiografica le vicissitudini dell’autore e di quanti come lui nei primi anni Novanta hanno lasciato l’ex Unione Sovietica per stabilirsi a Berlino: sono infatti note come Russendisko le serate di “disco russa” che Kaminer, insieme alla moglie e al dj Jurij Gurzhy, ha iniziato ad organizzare il 6 novembre del 1999 nei locali del centro sociale Tacheles nella ex Berlino Est con l’esplicativo sottotitolo – se mai ce ne fosse bisogno – di Tutti in pista per l’anniversario della grande Rivoluzione d’ottobre, e che ha in seguito trasferito nel più modaiolo Kaffee Burger.
Kaminer, diplomato a Mosca come tecnico del suono nonché studente dell’Istituto teatrale, non è infatti soltanto autore di romanzi e racconti, di cui Guanda nel 2003 ha tradotto anche Militärmusik (2001), ma ha anche partecipato a numerosi progetti teatrali ed è un collaboratore di Radio MultiKulti, significativo esempio di canale radiofonico dedicato alle numerose comunità berlinesi di immigrati. Sulle frequenze di Radio MultiKulti, da cui ha avuto modo di pubblicizzare la sua Russendisko, Kaminer tiene infatti una rubrica intitolata “Wladimirs Welt”, oltre a collaborare come giornalista free lance non solo, tra gli altri, con il noto quotidiano indipendente di sinistra Die Tageszeitung, ma anche con l’autorevole Frankfurter allgemeinen Zeitung e ad organizzare serate itineranti di lettura, che hanno tuttavia per base il solito Kaffee Burger, dedicate al tema della Ostalgie.
Credo siano sufficienti questi brevi cenni all’attività di Kaminer, ormai vera e propria “star” del panorama culturale berlinese, per comprendere come essa si muova disinvoltamente ed in modo del tutto consapevole tra il “basso” del costume e l’”alto” della letteratura in una felice miscela che si distingue per levità e spensieratezza. Se infatti le sue serate letterarie e la sua musica, un ironico mix di popolari motivi russi, italiani ed europei d’epoca sovietica e canzoni di propaganda del regime, ne costituiscono il versante apparentemente più effimero, con altrettanta leggerezza i racconti di Russendisko ne fanno un vero e proprio caso letterario.
Non c’è dunque da stupirsi del fatto che Heinz G. Konsalik, prolifico autore di best seller tedesco, rappresenti, come scrive lo stesso Kaminer sulle pagine del suo sito Internet (www.russendisko.de), uno dei suoi punti di riferimento. Utilizzando con grande sensibilità il linguaggio semplice ed essenziale del giornalismo, in quarantacinque anni Konsalik ha infatti pubblicato circa centoventicinque tra romanzi e racconti che, tradotti in numerose lingue, hanno avuto la capacità di raggiungere e conquistare il pubblico popolare, vendendo più di due miliardi di copie e permettendo al loro autore di arricchirsi a tal punto da poter acquistare la casa editrice che ne curava le pubblicazioni: da parte di Kaminer dunque un’esplicita rivendicazione di dignità per opere letterarie a larga diffusione e per la possibilità di ricavarne lauti compensi. Konsalik, nell’opinione di Kaminer, è tuttavia in primo luogo un umorista che, narrando sempre la medesima storia (l’affannosa e fatalmente insoddisfatta ricerca di un prigioniero di guerra tedesco dai forti impulsi masochistici, attraverso le steppe siberiane e fino in capo al mondo, del donnone sovietico, in uniforme e stivali di cuoio, di cui è innamorato), allude chiaramente alla comicità insita nella assurda tragedia che è la vita umana. Ed umoristi sarebbero anche Franz Kafka e, attraverso il prisma delle sue lezioni dedicate al romanzo Die Verwandlung, Vladimir Nabokov, “poiché un’esistenza tragica ed assurda – che sia vissuta sotto forma di farfalla o di qualcos’altro – con la certezza della morte al suo termine è comica”. E quanto per Kaminer l’esistenza umana sia semplicemente un tragico Witz, ce lo illustrano i gustosissimi racconti di Russendisko.
Nel rapido succedersi di cinquanta brevi frammenti che sembrano seguire i ritmi della Russendisko musicale, Kaminer riesce infatti a raccontare, senza tuttavia mai perdere di vista i suoi numerosi personaggi, le proprie – e le altrui – vicende di immigrato in una Berlino dove “nulla è come appare”. Se infatti il centro di accoglienza per immigrati in cui Vladimir ed il suo amico Miša trovano una prima sistemazione è stato un tempo un complesso ricreativo della Stasi, i primi tedeschi che i due ragazzotti incontrano sono in realtà vietnamiti ed essi stessi non sono affatto ebrei praticanti come vorrebbero i membri della Comunità ebraica di Berlino intenzionati a circonciderli, non meno stranianti e dunque umoristici sono i successivi episodi della avventurosa vita dei russi a Berlino. Dapprima la scoperta del misterioso fenomeno che Kaminer definisce mimetismo commerciale, constatando come non solo i gestori di una tavola calda turca siano in realtà bulgari che si fingono turchi per non turbare la clientela tedesca, ma rendendosi per di più conto del fatto che “la maggior parte dei sushi bar di Berlino appartengono ad ebrei che non vengono dal Giappone ma dall’America, che i cinesi della tavola calda di fronte a casa mia sono vietnamiti. L’indiano della Rykerstrasse è in realtà un orgoglioso tunisino di Cartagine. E il proprietario della Kneipe afroamericana che ostenta oggetti da vudù alle pareti è belga. Persino l’ultimo baluardo di autenticità, i vietnamiti che vendono le sigarette di contrabbando, sono solo un cliché diffuso dai telefilm. Eppure tutti fanno finta e ci marciano, anche se la polizia sa benissimo che i cosiddetti vietnamiti per la stragrande maggioranza vengono dall’interno della Mongolia”. Successivamente il voluto – e ben riuscito – equivoco in virtù del quale la Stalingrado cui è dedicato uno dei racconti più divertenti è in realtà il titolo del kolossal che Jean-Jacques Annaud sta girando nei pressi di Berlino ed in cui Chruščëv non è altri che il comico del film di Roger Rabbit e la popolazione civile è interpretata dai disoccupati russi.
La prospettiva straniante che lascia affiorare gli aspetti umoristici della realtà tedesca osservata con gli occhi di un russo si vena tuttavia di melanconia, quando all’inverso sono i tedeschi ad entrare in contatto con la realtà degli immigrati: il pregevole lavoro dello scultore Sergej N., una grande conchiglia di cemento con un buco al centro da cui fuoriescono dei raggi, si trasforma in una chiocciola su cui si arrampicano i bambini in un parco giochi cittadino, il ristorante con cui il lituano Vladimir spera di “varcare la soglia del ventunesimo secolo a cavallo del successo” si guadagna il soprannome di “bordello della mafia russa” e – forse unico episodio piuttosto convenzionale nella scoppiettante galleria di situazioni e personaggi creata da Kaminer – il professore di “Educazione della gioventù nella società socialista” costretto a riciclarsi come maestro in un asilo per i figli degli immigrati russi insieme al suo vicino di casa, archeologo in Unione Sovietica e sarto nella Berlino riunificata.
Il distacco, la fuga, il dolore, la memoria ed il rimpianto – temi cari a generazioni di emigrati russi – sono dunque stemperati in Russendisko in un umorismo assolutamente fresco ed originale, accompagnato da una lingua agile ed asciutta, di taglio giornalistico. L’abbandono della lingua russa in favore del tedesco, pur riconducendo inevitabilmente al caso Nabokov, si colloca d’altra parte in un contesto sociale e culturale del tutto differente: Kaminer frequenta soprattutto i suoi connazionali (che siano intellettuali, aspiranti imprenditori o disoccupati, poco importa), fa delle sue serate musicali un punto di aggregazione per i numerosissimi immigrati russi e non ha alcun interesse, come ammette al termine dei suoi racconti, per la cittadinanza tedesca, ma, in quanto autore migrante, sceglie di utilizzare la lingua del paese che lo ospita. Il tedesco che Kaminer ama, ed in certo qual modo nei suoi racconti rielabora, è tuttavia l’irrealistica lingua dei manuali di lingua sovietici (“Nel Tedesco dei tedeschi ritrovo un mondo parallelo, integro e rassicurante. Le persone che vi appaiono stanno tutte bene e conducono una vita piena e felice come non ne esiste in nessun altro libro: ‘Il compagno Petrov fa il contadino in un collettivo. È membro del Komsomol. Il compagno Petrov sta imparando il tedesco. È uno studente diligente. L’appartamento del compagno Petrov è al pianterreno. È un appartamento grande e luminoso. Ecco il compagno Petrov che studia tedesco. Un’attività faticosa ma interessante. Al mattino lui si alza alle sette in punto. A pranzo mangia sempre alla mensa comune’”), la cui lettura concilia il sonno e lo induce a sognare un’improbabile conversazione in tedesco, sotto un cielo sgombro di nubi e solcato dai fenicotteri che volano verso sud, tra lui, Karl Marx ed il compagno Petrov.
Siamo ad anni luce di distanza dallo stereotipo dell’emigrato russo perché siamo ad anni luce di distanza dalla realtà che lo aveva prodotto: al di là di tutti i rimandi letterari che può stimolare nel lettore (dal tradizionale umorismo ebraico, passando per la prosa di Sergej Dovlatov, per poi giungere al postmodernismo di Vladimir Sorokin o di Ingo Schulze), la prosa di Kaminer, convincente risposta all’invito di Calvino a sostenere le ragioni della leggerezza, non è altro che un brillante esempio di letteratura migrante e multiculturale.
Wladimir Kaminer - Russendisko - Guanda - 13.50 euro