di Stefano Ciavatta

“Molte persone oneste fanno letteratura, la maggior parte di costoro vanno a letto sapendo o sperando o, piuttosto, essendo certi che si sveglieranno il mattino dopo. E questo mi lascia un po’ perplesso. Io vorrei che qualcuno avesse qualche dubbio, sul suo risveglio” (Gianfranco Contini)
Oramai s’è tramutato in vulgata critica (la più semplicistica, aumentando i torti delle proprie riserve) quel destino posticcio (quindi niente affatto pertinente) che intende relegare Michele Mari sotto le bandiere talentuose della stravaganza linguistica. Il leit-motiv è presto detto: “Il ragazzo è bravo e ha talento, però…” dove quel “però” pesa come un macigno. E sta a rimproverare, nove su dieci, un eccesso di confidenza con la materia, un’abbondanza da zero in condotta, tale da generare nel lettore soffocamento per troppa voluttà. Nel frattempo il “ragazzo” è cresciuto (è nato a Milano nel 1955) e i tascabili Einaudi accolgono oggi la ristampa dei racconti di Euridice aveva un cane (Einaudi, pp. 127, euro 8.50), raccolta già pubblicata nel 1993, con vari consensi.
Ci sono opere uniche e deliziose che restano senza bisogno che gli sopravviva l’autore (Parodia di Guarini, per esempio). I libri di Mari appartengono a un’altra razza senza per questo doverli accomunare ai lessici di Bartezzaghi. Anzi a volerla dire tutta, l’occasione offerta da questa ristampa dovrebbe ribadire entusiasmi e ragioni proprio attorno allo scrittore lombardo e non distratte obiezioni. Tenuto conto che non è soltanto difficile trovarne vivi, ma individuarne semplicemente uno tra infiniti concorrenti, leggendo l’Euridice ci si trova davanti all’importanza di un contemporaneo, senza dover aspettare l’imprimatur della posterità. E non è poco.
Recitano ancora le imputazioni a carico di Mari: a furia di cesellare d’artificio i ponti della fantasia lo scrittore finirebbe per cadere nel vuoto dell’inautentico. Meglio allora un Mari più misurato (come a dire salviamo il salvabile). Abbaglio ricorrente con illustri predecessori. Anche Citati cercò invano nei Fatti della Fera il libro che riscattasse l’Horcynus Orca dal “vizio” della dilatazione della pagina senza accorgersi che quel vizio era pura forma. Il parziale recupero di Mari, da più parti invocato, ultimo Belardinelli, fa passare dalla padella alla brace le sue pagine, imbrigliandole alla fine come opera di un “ottimo, onesto, passionale passatista”. Niente di più sbagliato, o meglio, di non pertinente.
La prosa di Mari va a segno puntuale e precisa e lo fa certamente attingendo a una scrittura “letteraria”, sontuosa e preziosa, con un lessico desueto e arcaizzante, che “sembra” ingrassare le polveri verso l’esercizio di stile (che pure, quando capita, ha una sua compiutezza, senza sfilacciarsi nel compiacimento). A maggior ragione questo rischio verrebbe corso coniugando i racconti con il riferimento a una letteratura (quella che fa capo a Stevenson, Melville, Conrad, Verne, London, Defoe, Poe, Sterne e Cervantes) che non può di sicuro non definirsi classica, già recante i segni inossidabili della tradizione. Ma per Mari questa letteratura sa essere ancora sfrontata, coraggiosa, intrepida, cupa e misteriosa. Infatti Mari trova qui l’equilibrio che incanta e sgomenta il lettore: la classicità della sue storie (carattere non solo dei plot d’avventura ma soprattutto delle corde del cuore dei personaggi) non ancora pacificata e dolente, si imbatte in un linguaggio sì ricercato ma perfettamente immediato, viscerale (più di mille realismi d’accatto) che non incespica affatto nei gorghi linguistisci, non si perde, non ammicca al virtuosismo, non gira a vuoto.
Quanto all’ostinato passatista, per Mari vale la lezione saviniana: l’infanzia non è affatto la stagione spensierata della vita, casomai è “la tragedia da non ripetere”. Ma di tutti quegli affanni lontani e anche ingenui non rimane l’amarcord di un mondo pieno (non ci sono per Mari nemmeno appendici o tempi supplementari), ma il tempo privilegiato (e già scisso) di una esperienza e conoscenza immediata e autentica, che condivide l’ostinata fedeltà concessa a una felice intuizione e la frustrazione della corruzione del tempo, basti pensare al racconto l’Artigliopàpine, potente e virile iniziazione alla vita di un guerriero, nella tenda del capo che giace morto, dopo aver scoperto di essere il prescelto alla successione. Ma ormai tutto è perduto, e una jena magra s’avvicina a ricordare l’angoscia di un’inutile e sciocca fedeltà.
Avercene di scrittori così.
[da Pickwick.it]
Michele Mari - Euridice aveva un cane - Einaudi - € 8.80