I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Risposta agli appunti sparsi su Qualcuno ha mentito di Marco Mancassola

mancassola_s.jpgmancztl.jpgL'intervento Appunti sparsi su Qualcuno ha mentito di Marco Mancassola mi offre il destro per specificare alcune cose - e sul libro di Mancassola e sulla produzione di recensioni.
Qualcuno ha mentito è uno dei libri più belli di quest'anno di narrativa italiana. E' un romanzo completo, maturo, profondo. Non è un romanzo nelle mie corde, il che non significa nulla, perché la materia di riflessione che propone è esorbitante e va dalla definizione di un'intera generazione attraverso la letteratura a una serissima meditazione sulla sostanza stessa dello spaesamento. Questo spettro completo di colori con cui viene rappresentato il presente (uno dei molti presenti che si intrecciano nel presente) è la letteratura stessa. Può trattarsi di un mio solitario delirio, ma il titolo che più vedo vicino al romanzo di Mancassola è Giro di vite di James. Comunque c'è una derivazione gotica, volutamente sbiancata, che sostiene il vortice fattoci percorrere da Mancassola verso l'agnizione, verso la verità.
Ho parlato di presente ed ecco un altro miracolo della narrativa: Qualcuno a mentito è un libro che mette al centro gli anni Novanta.

Lo spaesamento è certamente una cifra interpretativa che i sociologi di professione, dopo avere inculcato a una società nazionale l'idea che esistesse una categoria detta "i giovani", hanno incominciato a individuare nella vita collettiva e nelle vite individuali di chi, come me, è nato alla fine degli anni Sessanta in questo Paese di merda. Mi hanno sempre fatto schifo i romanzi mimetici sulle incertezze generazionali e sul nichilismo di cui erano imbevuti i miei coetanei e quelli che avevano qualche inutile e bianco anno in più sulle spalle. Qui non sto dicendo che quei libri non erano nelle mie corde: dico proprio che mi facevano schifo, che erano dannose sociologate, ravanelli pallidi, introspezioni senza introspettore, psicologhemi da new age nemmeno tanto esotica. Il libro di Mancassola è esattamente il contrario di quella lunga teoria di narrazioni di imberbi a cinquant'anni: è il primo romanzo che fa perno sull'idea centrale e composita che lo spaesamento sia anzitutto uno spaesamento linguistico e che lo spaesamento sia non una malattia, ma un organo di sensazione del tutto adatto all'opera di captazione della verità.
La vicenda di Dave, raccontata in italiano mentre dovrebbe esserlo in inglese, ci fa sperimentare un grado zero linguistico, una sorta di prosodia della finta normalità, davanti al quale l'italiano di Anna risalta nello splendore vocale che il nostro idioma irradia senza che ce ne accorgiamo. Questa modulazione straniante, osservata da uno spazio linguistico irreale com'è quello in cui è installato Dave, ci dice sulla globalizzazione molto più di quanto intenderebbero fare certi romanzetti ascensoriali su Grandi Fratelli e Serial Killer. Si tratta di un'invenzione letteraria, di letteratura allo stato puro: l'irrealizzabile che è mitologico, ma senza trascendenza - mito in quanto ossessione compulsiva e necessitante della vita di una comunità.
Questi corpi acorporei in una Londra incorporea sudano e amano e mangiano: sono corporei. Però la letteratura non è corporea: lo è, certamente, ma non nel modo in cui un corpo ritiene di gestire se stesso. Dico che quelli di mancassola sono corpi acorporei anzitutto sotto il risguardo relazionale. Il parlato utilizzato da Mancassola è fittamente intrecciato alla narrazione, addirittura la precede: questo romanzo nasce come confessione e la confessione è un genere letterario relazionale (vedansi le acute osservazioni di María Zambrano in La confessione come genere letterario, Bruno Mondadori). Eppure in tutto il libro non esiste dialogo: non esiste a livello sintattico (non ci sono le virgolette, gli a capo, queste falsificazioni del parlare che devono essere usate con rigore estremo per non fare crollare uno scrittore nel ridicolo, il che accade spessissimo); e non esiste a livello di ricerca di verità, poiché la voce che si confessa, nello sbandierare il suo spaesamento, è un soggetto assoluto, una descrizione dittatoriale del mondo, una prospettiva che, per quanto spezzettata, è unica, appartenendo a un'unica percezione.
Una civiltà che sia fondata sul dialogo lo falsifica automaticamente: non esiste il supposto primato del dialogo. L'apertura all'altro è anzitutto consapevolezza, non espressività dialogante. Quindi la posizione letteraria di Mancassola non tollera reprimende stilistiche e nemmeno etico-politiche. Il suo esito immediato è infatti la complessità: una complessità nemmeno cerebrale, e neppure finta come quella che emerge dai dialoghi finti. Per esempio, la complessità di questo passo:

Tutto gli parlava di una dimensione nascosta, sebbene lui non avesse le prove per smascherarla. Eppure era così evidente. Come aveva potuto non pensarci prima? L'idea del tradimento spiegava molte cose. Era il pezzo mancante che dava un senso al resto, la sostanza chimica che legava con tutte le altre: le contraddizioni, l'eterno distacco di lei, l'incessante irrequietezza del suo sguardo (come un pesce che cerca, senza sosta, l'apertura nel vetro dell'acquario).

Per essere spaesati bisogna avere conosciuto il proprio paese - il che non è detto che capiti a chi non è spaesato, a chi ha il culto imbecille delle proprie radici, dei propri radicamenti.

Prima delle vacanze, a Milano, si è tenuto un incontro pubblico, nell'àmbito dell'iniziativa Biblioteche in giardino, a cui partecipavano Joe Landsdale e Marco Mancassola. A Landsdale il Corriere e altri media dedicarono tutta la pubblicità possibile (evitando scorrettamente di dire chi l'aveva portato in Italia: e si trattatava di Leonardo Pelo e di quelli di NoReply). Logica conseguenza: c'erano quattrocento persone che stringevano d'assedio Landsdale. Così pareva, almeno, perché in realtà stringevano d'assedio Mancassola: raramente mi è capitato di osservare un culto del genere sotto i miei occhi. Almeno duecento persone avevano in mano Qualcuno ha mentito. E, siccome il romanzo precedente di Mancassola piacque molto negli ambienti omosessuali e si pensa che Mancassola lo leggano i gay, va detto che i fan di Mancassola non sembravano gay dichiarati (queste stronzate della sociologia della lettura...). Ciò dovrebbe testimoniare che, al di là delle facili operazioni pubblicitarie, è possibile che un autore contemporaneo sia letto per immediato riconoscimento di ciò che intercetta a vantaggio di tutti.
Ho ragionato sul libro di Mancassola. Non ho ragionato sulla produzione di recensioni? Sì? Davvero?




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Martedì 14 Settembre 2004

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