di Gian Paolo Serino
Richard Powers - Tre contadini che vanno a ballare… - Traduzione di Luigi Schenoni- Bollati Boringhieri - 18 euro
Considerato tra i migliori scrittori americani degli ultimi anni Richard Powers [nella foto a sinistra] in Italia non ha ancora riscosso l’attenzione che meriterebbe. Erede del Grande Romanzo Americano (a partire da Melville per arrivare a Gaddis e Pynchon), Powers è un autore colto e raffinato che non ha paura di far implodere la più scorrevole delle trame in digressioni filosofiche.
Powers, infatti, è “una mosca umanista sul muro della tecnica”, uno scrittore che nella letteratura vede il luogo ideale per chi vuole avere una visione dall’alto del rapporto tra tecnica e vita, del rapporto tra tecnologia e responsabilità collettiva.
Non a caso in tutti i suoi romanzi – da Il dilemma del prigioniero a Galatea 2.2 a Tre contadini che vanno a ballare - lo scrittore ci racconta come ogni aspetto della nostra vita, l’idea che ci siamo fatti del mondo, la libertà e le sue limitazioni, il modo in cui viviamo, lavoriamo e ci comportiamo siano tematiche da affrontare dal punto di vista tecnologico e, quindi, scientifico.
Tre contadini… – finalmente riproposto dopo anni di oblio editoriale- è un grandioso affresco sul XX secolo e sulla sua “riproducibilità tecnica”: in particolare è un romanzo sull’impatto, devastante, della fotografia e delle immagini in una società dove tutto, ormai, è stato ridotto a produzione in serie.
Un XX secolo visto come un “Rinascimento prefabbricato” dove l’immagine del mondo non contiene nessuna grandezza osservabile, ma soltanto dei simboli.
“Persino il passato”, scrive Powers, “che dimora nella nostra vita mentre riempie le pagine della storia, può pretendere di avere un significato solo se suggerisce indirettamente un presente concomitante. Dato il coraggio, viviamo di momenti di interferenza tra il passato e il presente, momenti in cui il tempo ritorna in fase con se stesso. Ed è questo l’unico significato della Storia: cercare il passato non per altre creature ma soltanto per il nostro essere perduto”.
Quello che descrive Powers è un mondo che continua a progredire, ma nel quale nessuno progredisce veramente, un mondo in cui soltanto l’arte può rappresentare una via d’uscita che non sia una porta antipanico…
Perché come lui stesso sottolinea “l’arte è un modo di esprimere cosa significa essere vivi, e la caratteristica principale dell’esistenza è l’infinito numero di probabilità che sembrano negarla. Per ogni possibilità che abbiamo di essere in questo mondo, vi è un’infinità di modi di non esserci.
Gli incidenti storici cancellano interi universi a ogni ticchettio di orologio: la statistica ci considera ridicoli, la termodinamica ci nega. La vita, secondo qualunque metro razionale, è impossibile, e la nostra vita, questa, qui e ora, lo è infinitamente di più.
L’arte ci permette di dire, di fronte a tutta questa impossibilità, quanto valga la pena celebrare il fatto che siamo in grado addirittura di dire qualcosa”.
LA SCHEDA EDITORIALE
Nel 1914 il noto fotografo August Sander – uno dei primi a esercitare la propria macchina fotografica sul volto dell’uomo comune – scattò una foto a tre giovani che si recavano a un ballo campestre, aprendo così una porta tra quel momento e il futuro. La fotografia fornisce lo spunto a questo romanzo, notevole opera di ricostruzione storica, e gioca il ruolo principale nelle narrazioni reciprocamente collegate di cui si compone. I tre contadini vengono immortalati nei loro ultimi momenti di innocenza – che sono anche quelli del secolo – alle soglie della prima guerra mondiale. E mentre il romanzo narra la cronaca delle loro vicende attraverso le calamità del Novecento, si svolgono due storie dell’America contemporanea. Nella prima il giovane narratore vede la foto (a cui è stata data involontariamente una etichetta sbagliata) in un museo e, ossessionato dal desiderio di scoprire il mistero delle sue particolarità. Nella seconda il redattore di una rivista trova una copia della stessa fotografia tra i ricordi di famiglia ed è costretto a scoprire il proprio legame con il passato. I tre contadini europei non solo arrivano a vivere una vita propria, ma assurgono a proporzioni mitologiche all’interno della storia del xx secolo che essi rappresentano: il secolo che ha visto l’ascesa dell’uomo comune ma che lo ha anche visto diventare vulnerabile agli orrori della civiltà.