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Baker: Checkpoint
[Ovviamente non concordo con una riga che sia una dell'articolo qui sotto riprodotto, apparso sul Foglio di Giuliano Ferrara, sabato 18 settembre. Proprio perché non concordo, la lettura si fa educativa. Vi garantisco che più educativa ancora è la lettura del romanzo in questione, Checkpoint, di Nicholson Baker, uscito per Strade Blu Mondadori, 12 euro. gg]
CHECKPOINT
Baker [nella foto a sinistra] racconta l’America
che odia Bush fino a ucciderlo
e fa impallidire (persino) Moore
di Stefano Pistolini
Do you remember l’America che s’accapigliava
sul sesso orale tra stagiste e presidenti?
Bei tempi. Vecchio secolo. Gli intellettuali
prendevano posizione sui peccatucci
nella sala Ovale. E gli States, senza accorgersene,
vivevano una seconda Camelot. Tre anni
dopo l’attacco alle Torri, è un altro mondo.
Dove i soliti intellettuali si sentono perlopiù
minacciati dalle imprese dell’inquilino della
Casa Bianca. Le presidenziali incombono, le
convention impazzano e i pensatori di mestiere
s’arroventano. Se sei un romanziere di
successo come Nicholson Baker – lo stesso di
Vox, specializzato in romanzetti giocati su situazioni
scabrosamente intime – è il momento
di giocare duro e di giocare, appunto, “presidenziale”.
E Baker estrae il coniglio dal
cappello, a giudicare dal rumore che provoca
(proiettandosi nel cuore del pop, più vicino a
Eminem e alle neo-claustrofobie spielberghiane,
che a Mailer) con “Checkpoint”, resoconto
immaginario d’uno strano incontro in
una camera d’albergo di Washington.
Jay, mezz’età, acculturato ma piegato dalle
avversità, tipico intellettuale fregato dalla vita,
convoca il vecchio amico Ben per metterlo
a parte del suo progetto finale: ammazzare
George W. Bush, dopo averlo condannato a
morte nel privato tribunale della propria coscienza.
Nella nazione dell’allarme arancio,
dove una frase sconsiderata può provocare la
visita degli agenti federali, il libro ottiene l’effetto-
dinamite che perseguiva. Il Christian
Science Monitor non va per il sottile: “E’ un
romanzo: ma è legale?”. Leon Wieseltier sul
New York Times lo distrugge: “vomitevole libercolo”.
Ma i media hanno preso a occuparsene,
perché, innegabilmente, la pulsione –
non quella omicida, speriamo, ma quella data
dall’essere a un turning point epocale – è
percettibile, visibile. Ed è altrettanto individuabile
un’area intellettuale americana nella
quale i fatti degli ultimi tre anni hanno originato
un’effettiva sindrome psichica, nella
quale confluiscono paranoia e paura, depressione,
rabbia e isteria. L’oggetto di questo
magma emotivo ha un nome: George W.
Bush. Una volta che Ben l’ha raggiunto, Jay
accende il registratore, per tramandare ai posteri
le motivazioni del suo disegno. La conversazione
tra questi residuati della borghesia
bianca statunitense diversamente disillusi
è “Checkpoint”, e il titolo è la reificazione
dell’incubo con il quale Jay non viene a patti:
il massacro di una famiglia a un posto di
blocco dei marine in Iraq.
“Jay: Capisci? Tu cerchi di portare la famiglia,
fuori dalla zona di guerra… la tua fattoria
è stata distrutta dai missili e un branco di
gente si mette a sparare sui tuoi bambini.
Dio!
Ben: E’ orribile.
Jay: Liberatori: stronzate. Ed è solo uno dei
casi. Hanno ammazzato anche il nonno. Lo
sai com’era vestito? S’era messo il gessato,
per sembrare americano. Accidenti!”.
“Per il bene dell’umanità”
Per gli intellettuali radical, a precipitare
nella crisi è l’intero sistema della presenza
americana nel mondo. Jay vuole eliminare
Bush (con amenità tipo pallottole telecomandate)
“per il bene dell’umanità”. Inutile dire
che, di colpo, un irridente detrattore come
Michael Moore sembra uno scolaretto, di
fronte al quadro dipinto da Baker. C’è un’America
che odia visceralmente Bush, lo colloca
al centro della propria infelicità e della
propria ansia. E c’è un America, di cui Baker
è emblema, che odia Bush ma non ha il coraggio
d’ammetterlo, prova a riperticare una
qualche moderazione, in realtà schiumando
insofferenza. E’ l’estrema degradazione di un
discorso che non è più politico ma psicologico.
Una crisi nella quale i creativi disinvolti
prosperano. E Baker è uno di loro. Il suo libro
è furbo e disturbante. Il suo scopo mellifluo:
esporre un malessere per cavalcarlo mediaticamente.
Il gioco di Baker fa saltare i nervi alla destra
(“Dove si spingerà l’odio per Bush, prima
che gli americani gridino: Basta?” tuona il
commentatore Rush Limbaugh), pascola nel
sensazionalismo del disturbato Jay, ma si
mette al riparo della moderazione speculativa
di Ben. Infine diventa pericoloso ribadendo
l’estrema semplificazione: identificare tutto
il male del mondo con l’icona pompata di
George W. Del resto Baker, dopo aver costruito
la bomba, spegne la miccia. I suoi personaggi
archiviano il progetto (“Sei una persona
civile” ricorda Ben a Jay, “Non più” risponde
l’amico, implicitamente rientrando
tra i ranghi del dibattito). Ma il segnale è dato.
I bagliori iracheni sono stati teatralizzati,
come neppure Oliver Stone osò fare. Il dialogo
socratico è stato strumentalizzato. Il coito
verso la fatale elezione conosce un altro defatigante
scrollone.
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Mercoledì 22 Settembre 2004
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