I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Baker: Checkpoint
[Ovviamente non concordo con una riga che sia una dell'articolo qui sotto riprodotto, apparso sul Foglio di Giuliano Ferrara, sabato 18 settembre. Proprio perché non concordo, la lettura si fa educativa. Vi garantisco che più educativa ancora è la lettura del romanzo in questione, Checkpoint, di Nicholson Baker, uscito per Strade Blu Mondadori, 12 euro. gg]

baker.jpgCHECKPOINT
Baker [nella foto a sinistra] racconta l’America che odia Bush fino a ucciderlo e fa impallidire (persino) Moore
di Stefano Pistolini
Do you remember l’America che s’accapigliava sul sesso orale tra stagiste e presidenti? Bei tempi. Vecchio secolo. Gli intellettuali prendevano posizione sui peccatucci nella sala Ovale. E gli States, senza accorgersene, vivevano una seconda Camelot. Tre anni dopo l’attacco alle Torri, è un altro mondo. Dove i soliti intellettuali si sentono perlopiù minacciati dalle imprese dell’inquilino della Casa Bianca. Le presidenziali incombono, le convention impazzano e i pensatori di mestiere s’arroventano. Se sei un romanziere di successo come Nicholson Baker – lo stesso di Vox, specializzato in romanzetti giocati su situazioni scabrosamente intime – è il momento di giocare duro e di giocare, appunto, “presidenziale”.
E Baker estrae il coniglio dal cappello, a giudicare dal rumore che provoca (proiettandosi nel cuore del pop, più vicino a Eminem e alle neo-claustrofobie spielberghiane, che a Mailer) con “Checkpoint”, resoconto immaginario d’uno strano incontro in una camera d’albergo di Washington. Jay, mezz’età, acculturato ma piegato dalle avversità, tipico intellettuale fregato dalla vita, convoca il vecchio amico Ben per metterlo a parte del suo progetto finale: ammazzare George W. Bush, dopo averlo condannato a morte nel privato tribunale della propria coscienza.
Nella nazione dell’allarme arancio, dove una frase sconsiderata può provocare la visita degli agenti federali, il libro ottiene l’effetto- dinamite che perseguiva. Il Christian Science Monitor non va per il sottile: “E’ un romanzo: ma è legale?”. Leon Wieseltier sul New York Times lo distrugge: “vomitevole libercolo”.
Ma i media hanno preso a occuparsene, perché, innegabilmente, la pulsione – non quella omicida, speriamo, ma quella data dall’essere a un turning point epocale – è percettibile, visibile. Ed è altrettanto individuabile un’area intellettuale americana nella quale i fatti degli ultimi tre anni hanno originato un’effettiva sindrome psichica, nella quale confluiscono paranoia e paura, depressione, rabbia e isteria. L’oggetto di questo magma emotivo ha un nome: George W. Bush. Una volta che Ben l’ha raggiunto, Jay accende il registratore, per tramandare ai posteri le motivazioni del suo disegno. La conversazione tra questi residuati della borghesia bianca statunitense diversamente disillusi è “Checkpoint”, e il titolo è la reificazione dell’incubo con il quale Jay non viene a patti: il massacro di una famiglia a un posto di blocco dei marine in Iraq.
“Jay: Capisci? Tu cerchi di portare la famiglia, fuori dalla zona di guerra… la tua fattoria è stata distrutta dai missili e un branco di gente si mette a sparare sui tuoi bambini. Dio!
Ben: E’ orribile.
Jay: Liberatori: stronzate. Ed è solo uno dei casi. Hanno ammazzato anche il nonno. Lo sai com’era vestito? S’era messo il gessato, per sembrare americano. Accidenti!”.

“Per il bene dell’umanità”
Per gli intellettuali radical, a precipitare nella crisi è l’intero sistema della presenza americana nel mondo. Jay vuole eliminare Bush (con amenità tipo pallottole telecomandate) “per il bene dell’umanità”. Inutile dire che, di colpo, un irridente detrattore come Michael Moore sembra uno scolaretto, di fronte al quadro dipinto da Baker. C’è un’America che odia visceralmente Bush, lo colloca al centro della propria infelicità e della propria ansia. E c’è un America, di cui Baker è emblema, che odia Bush ma non ha il coraggio d’ammetterlo, prova a riperticare una qualche moderazione, in realtà schiumando insofferenza. E’ l’estrema degradazione di un discorso che non è più politico ma psicologico. Una crisi nella quale i creativi disinvolti prosperano. E Baker è uno di loro. Il suo libro è furbo e disturbante. Il suo scopo mellifluo: esporre un malessere per cavalcarlo mediaticamente.
Il gioco di Baker fa saltare i nervi alla destra (“Dove si spingerà l’odio per Bush, prima che gli americani gridino: Basta?” tuona il commentatore Rush Limbaugh), pascola nel sensazionalismo del disturbato Jay, ma si mette al riparo della moderazione speculativa di Ben. Infine diventa pericoloso ribadendo l’estrema semplificazione: identificare tutto il male del mondo con l’icona pompata di George W. Del resto Baker, dopo aver costruito la bomba, spegne la miccia. I suoi personaggi archiviano il progetto (“Sei una persona civile” ricorda Ben a Jay, “Non più” risponde l’amico, implicitamente rientrando tra i ranghi del dibattito). Ma il segnale è dato. I bagliori iracheni sono stati teatralizzati, come neppure Oliver Stone osò fare. Il dialogo socratico è stato strumentalizzato. Il coito verso la fatale elezione conosce un altro defatigante scrollone.


Pubblicato da Giuseppe Genna , il Mercoledì 22 Settembre 2004

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