di Marco Cicala
Lillian Ross - Picture. Processo a Hollywood - Minimum Fax - € 14
C'erano una volta giornalisti talentuosi e fortunati che passavano mesi su un'inchiesta, e li pagavano pure, e poi magari l'inchiesta diventava un libro di quelli che fanno epoca e scuola. C'era una volta miss Lillian Ross, firma di punta del New Yorker, che un bel giorno siamo nel 1950 si mette in testa un'idea semplice semplice e, insieme, da matti: «imparare tutto il possibile sull'industria cinematografica americana». Tutto? Sì proprio tutto. Delirante. Eppure lei è tranquillissima. Sa già da che parte cominciare. Siccome conosce il grande regista John Huston e si stanno simpatici, decide di andarsi ad appostare sul set del suo ultimo film The Red Badge of Courage (La prova del fuoco, il titolo italiano) e di seguirne le burrascose, ma molto istruttive, vicissitudini fino al lancio nelle sale.
La smisurata macchina hollywoodiana raccontata da dentro, dalle viscere. Per un anno e mezzo miss Ross resterà seduta nel ventre della balena annotando tutto su taccuini formato otto per dodici. Ne verrà fuori quello che Newsweek ha definito «il miglior libro su Hollywood mai pubblicato». Non esagerava. Picture. Processo a Hollywood, che ora minimum fax riporta in libreria, resta una delle radiografie più eleganti, dettagliate e oneste mai realizzate sul funzionamento degli Studios. Chiunque faccia cinema, tv, dischi, libri e insomma, abbia rapporti con la fabbrica culturale dovrebbe darle almeno una sbirciatina. E poi farsi qualche domanda.
Se non ci fosse stato il reportage di Lillian Ross forse in pochissimi si ricorderebbero dell'esistenza di un film di John Huston intitolato La prova del fuoco. Era tratto dal capolavoro di Stephen Crane sulla guerra civile americana. Il progetto di portarlo sullo schermo non convinceva troppo i pezzi grossi della Metro Goldwin Mayer: dicevano che nella storia non c'erano donne né amori e nemmeno un vero climax drammatico. Erano certi che non avrebbe funzionato. Ma Huston restava pur sempre uno dei cavalli di razza della scuderia Mgm e, come tale, andava accontentato. Perciò lo lasciano fare. E lui, tanto per cominciare, ti mette insieme un cast anomalo: del tutto privo di star («Detesto le star» diceva, malgrado avesse lavorato con le più grandi «Non sono attori, quelli»). Per il ruolo del protagonista sceglie un vero ex soldato passato al cinema: Audie Murphy, l'eroe americano più decorato della Seconda guerra mondiale.
Le riprese si svolgono in una soffocante estate californiana ma senza inconvenienti di rilievo. Alla fine, anche i più scettici, sembrano contenti del risultato. Supervisionato il montaggio, Huston se ne parte in Congo per girare La regina d'Africa con Katherine Hepburn e Humphrey Bogart (che vinse l'Oscar). Nel frattempo il film sulla guerra di secessione è presentato nei cinema di provincia per una serie di proiezioni test. Le reazioni degli spettatori, però, sono pessime. In sala la gente sbadiglia, sghignazza, rumoreggia. Boccia La prova del fuoco, senza appello. Per scongiurare il flop la Mgm corre subito ai ripari. Rimette mano al film e piano piano lo trasforma in qualcosa di totalmente diverso dall'originale. Inseguendo i gusti del pubblico in una rimonta impossibile, si sopprimono sequenze, si cambia il montaggio. Si introduce perfino una voce narrante non prevista dal regista. Tanto lui, Huston, è lontano, tra le mangrovie africane. Sta girando uno dei suoi maggiori successi e nelle pause di lavorazione si diverte a sparare agli elefanti. Quando tornerà in America e vedrà come hanno sfigurato l'altro suo film la prenderà malissimo, ma sportivamente. Nello stile di quegli eroi hemingwayani la cui massima è grace under pressure, classe anche nelle sventure. Il libro di Lillian Ross è il racconto di questo «fallimento d'autore». Ma è anche molto altro: un imperdibile spaccato d'epoca e una vulcanica, mai pettegola, galleria di personaggi.
Con la tv che le insidia il primato di «fabbrica dei sogni», quella del Cinquanta non è più la Hollywood corsara e sanguigna degli anni d'oro '20 e '30: è una corazzata industriale, un transatlantico in cui resta vivo però l'antico spirito da filibusta. Un posto dove si portano ancora calzoni alla zuava, coppole di tweed calate di sbieco su un occhio e grossi Avana a un angolo di bocca. Dove tutti si chiamano «amigo» o «figliolo» o «vecchio mio». E interrompono le conversazioni ordinando Martini per l'intera brigata. Conversazioni così plastiche da sembrare sceneggiate. Saltellanti come incontri di boxe tra amici, dove coi guantoni ti sfiori soltanto le mascelle e solo qualche volta colpisci duro sui denti con una battuta al curaro. Party, gin tonic, barzellette che ti piegano in due dalle risate per quanto non fanno ridere. Chiacchiere perfette, dopate dal cinismo, la disillusione, l'allegria etilica. «La maggior parte di noi vive in una tranquilla disperazione» dice qualcuno a un certo punto, citando Thoreau. C'è Bogey esausto e rinunciatario sotto il peso della propria icona: «Un nuovo ruolo? Che problema c'è? Quell'impermeabile l'ho indossato in metà dei film che ho fatto». C'è il «comunista» John Garfield che sogna l'Europa per ripararsi dalle persecuzioni maccartiste. C'è il «dandy» Edward G. Robinson che invece in Europa ci va per acquistare opere d'arte, Soutine e Rouault. C'è il biforcuto produttore Gottfried Reinhardt (figlio del grande regista Max) che è sbarcato negli Usa dalla Germania nazista, parla per aforismi affilati e sembra Karl Kraus sul Sunset Boulevard. Soprattutto ci sono i tycoon che ti ipnotizzano coi loro ragionamenti elementari e feroci, tanto simili a quelli che dopo cena ti senti fare da grandi manager o grandi farabutti: «L'industria cinematografica dà al pubblico quello che vuole».
Che vuole chi? Il pubblico o l'industria? Ma questa è un'altra storia. Una vecchia storia.
[da 'il Venerdì']