Ai tempi dell'università (Statale di Milano, facoltà di filosofia) facevamo festini di fronte ai quali i romani più luculliani sarebbero impalliditi. Era un nutrito gruppo di aspiranti intellettuali confusi e lucidissimi, quello: c'era chi pretendeva di profetizzare un radioso futuro per sé e non per gli altri, c'era chi si lasciava andare a derive alcoliche impressionanti continuando a monologare inascoltato su Foucault, c'era chi suonava la chitarra coi capelli lunghi e l'aria da elfo, c'era chi nel baillamme etilico studiava Lacan seduto sul bordo di un letto, c'era chi (come me) li odiava tutti e a quesi festini resisteva non più di quaranta minuti. Gli anni sono trascorsi e, di quei memorabili personaggi, non ho perso traccia. C'è chi, come Antonio Scurati, insegna comunicazione all'università di Bergamo; c'è chi, come Igino Domanin, fa il filosofo e il narratore; c'è chi, come Domenico Cosenza, è una delle personalità più in vista nel presente del lacanismo. Avevo perso invece le tracce di Giuseppe Goisis: musicista e battitore libero, si era addentrato in esperienze londinesi a me ignote. Finché non mi arriva a casa un libro di racconti, peraltro pubblicato da uno dei miei editori, peQuod. Apro, e leggo: Giuseppe Goisis, Un posto vale un altro. E' lui, il mio compagno di università. Mi addentro nella fitta selva delle sue immagini ritmate secondo sequenze da rock narrativo. Un libro stupendo. Sono stordito. Uno dei migliori libri italiani di quest'anno, secondo me.
Provo a dare un'idea del ritmo della scrittura di Goisis - una sorta di bombardamento fonico e immaginale, un dettato parlato che svia del tutto le inveterate distinzioni tra lingua bassa e alta: Goisis invera definitivamente una delle categorie portanti della narrativa italiana contemporanea, e cioè che la lingua va data per scontata, senza alcun manierismo, e che possiamo benedettamente occuparci di altro, di un'altra lingua: la lingua delle storie. Ecco un passo esemplificativo:
1 settembre, settembre è il mio mese preferito
Intervista a Maria Blyzinsky, responsabile del dipartimento
astronomico all’Old Royal Observatory, in Greenwich. Lei è contenta
del Dome. Dice qualunque idea ha pro e contro. In una
zona “dimenticata” come Greenwich il Dome porterà parecchio
lavoro. Anche il Christal Palace fu criticato, e pure l’osservatorio
venne attaccato dalla chiesa a causa della sua scientificità. Carina
questa Maria. Con le labbra rosso fuoco, contornate da una linea
nera marcata. Frangia da bambina e completo da uomo.
Dice adesso siamo indaffaratissimi. Oltre alla normale attività
del laboratorio c’è in allestimento un’imponente mostra
sulla storia del tempo. Sarà eccitante. Lei non vede l’ora che
giunga il futuro. Non si può essere pessimisti a riguardo. E
pensare che qualcuno teme il duemila come la fine del mondo.
Ridacchia. Porta le lenti rotonde.
Al giornale tutto bene.
Kim. More than a fantasy. Less than a memory.
Con il treno verso Kingston, da quelli che dovrebbero essere
i genitori.
Speriamo.
Questo è uno stralcio piuttosto significativo del procedimento di Goisis e della sua poetica totale. Goisis utilizza protocolli da New Journalism, e Capote (un Capote stravolto, banalizzato, perpetuamente in bilico tra altitudini immense e cazzi propri) potrebbe risultare un ascendente importante, un padre fondatore. Però questo non lo si può sapere con certezza, perché in questi racconti, che folgorano, mi pare emergere un'attenzione esasperante e del tutto naturale (quindi, un'attenzione senza sforzo, da vocazione pura) a evitare ogni sorta di intellettualismo, di autoconsapevolezza rispetto alla tradizione letteraria su cui ci si è formati. Qui è il talento puro a dettare la sua legge e lo fa certamente su una materia umana spessa anche dal punto di vista intellettuale, ma essenzialmente vitale. Di per sé essere vivi non costa alcuno sforzo. Che la vita sia dura è questione di storia, non di congenita fatica. Goisis racconta questa sostanza della vita: una sorta di nube nemmeno spirituale o, se spirituale, secondo le etimologie dell'anima, dello pneuma: questo è un soffio di aria pura, un vento narrativo che non fa nessuna fatica a invadere il pianeta e a scombussolarlo.
Ancora dal primo dei racconti di questa raccolta:
Il sottosegretario tal dei tali mi riceve e mi concede
trentasette minuti preziosi. Ammanniscono tè e pasticcini su
guantiere argentate.
Il Dome?
La quintessenza di ciò che siamo, dice, mutuando dalla filosofia
per gli scopi della politica. Un tessuto di sentimenti
diversi, emozioni, spirito, divertimento, l’uomo nell’espressione
più ampia delle sue potenzialità. Sarà esilarante come
Walt Disney, interattivo e didattico come il Museo della Scienza,
emozionante come il musical West e… West e qualcosa,
non ricordo e non ricordava neanche lui. Devo controllare.
Lo ammetto: mi ha infastidito. I capelli untuosi e le unghie
da mandarino.
L’orrida tappezzeria.
Fuori, Canterbury si annoia in silenzio sotto una pioggia
monotona.
Underground."
Qui emerge uno degli sfondi fondamentali attraverso cui il vento ciclonico di Goisis soffia anarchicamente: è la questione del politico. Si tratta sempre di un afflato alla libertà, che viene ridotto a griglie imposte dall'esterno, a limitazioni e galatei, a codici e carceri. Un anarchismo totale che si scontra con ciò che nel mondo è il nemico della letteratura, e cioè l'idea di un'unicità pressante, totalitaria, che nasce nel momento stesso in cui un individuo si pensa e incontra altri individui. Il racconto politico, in Goisis, è talmente radicale, che viene per forza a coincidere con una sensazione implicita di liberazione prima e di libertà dopo. C'è una carica eversiva in questa narrazione, un impeto che non è né emotivo né intellettuale, ma pertiene direttamente al fatto stesso che si sta raccontando. E' la lingua delle storie allo stato brado. Una delle sensazioni più impressionanti, nel leggere questi racconti, è un sospetto: il sospetto che Goisis stia scrivendo circa ventotto trame di romanzi in quaranta righe. Un'accumulazione di narrazioni talmente incredibile da sorpassare l'ulteriore sospetto che si tratti di una strategia narrativa: non lo è, niente in questo libro è strategico. E niente, allo stesso modo, è naif.
Il nucleo del politico si rovescia poi totalmente nel suo apparente contrario: che è la natura. L'incredibile racconto sul Dome londinese ha il suo controcanto esattissimo in una sorta di revival, per niente postmoderno, della natura nella sua funzione di sorgente di storie, che esplode nel secondo racconto:
Sto qui dunque, e penso.
Ieri ho pensato ai leoni. Si sentiva il ruggito. Quando ruggiscono
tutti gli animali si terrorizzano, tranne gli elefanti, che
se ne infischiano.
C’è una bella storia di una ragazza di nome Melba che fugge
di notte per raggiungere il villaggio del suo amore, e che
sulla strada sconfigge un leone. Le madri la raccontano alle
figlie per non farle innamorare di uomini lontani. Ma a me
piace proprio perché lei alla fine arrivava. Se avrò una figlia,
la chiamerò Melba.
È quando sono vecchi che i leoni attaccano, mentre gli elefanti
quando sono vecchi non sollevano più la proboscide e
per bere devono andare al largo, restano impantanati e vengono
risucchiati sul fondo. Anch’io vorrei morire senza un
luogo preciso.
Ora è proprio tempo che vada.
Ho sempre agitazione.
Le liane invece sono immobili.
Fa umidità stanotte. Spessa. Sembra l’alito dei rinoceronti.
E il responsabile non russa.
Speriamo non sia un problema.
Il mestruo invece no, è finito ieri.
Meno male.
Ci sono un sacco di cose che non si possono fare durante il mestruo. Non toccare il fuoco. Non chiudere la porta di casa.
Non dormire sulla stuoia. Non dare da mangiare a un bambino.
Io l’unica che rispetto è quella della stuoia.
Ho sognato una volta di volare da una liana all’altra come
una libellula. Ma c’era molto vento e rischiavo di maciullarmi
come le libellule vere.
Anche se non vale più del mucido Joaquim è sempre molto
puntuale.
Bisogna sapersi accontentare.
Ricordo anche un’altra cosa sui leoni, di mia nonna. Diceva
che ci sono donne che fanno l’amore con i leoni e che poi
raccolgono la loro urina per cospargersi il capo. A me piaceva
anche questa storia, per via dell’urina. Ma non ho mai chiesto
perché lo facevano.
Pur utilizzando il simbolico e l'immaginario, Goisis non punta a giocare col "saputo". Quest'Africa non è l'esotismo con cui certi idioti pensano di fuggire l'occidente. Quest'Africa è l'Africa. E' l'angosciante transumanza dei greggi umani impazziti ed è l'assenza dell'umano dal mondo. In mezzo, a connettere elettricamente i due poli, ci sono le storie: miti a ripetizione, un jukebox di miti, sconosciuti e conturbanti, enormi ondate psichiche che investono il lettore e sensibilmente lo spostano. la politica giocata sul terreno riarso e desertificato della biopolitica. E' uno dei tentativi più arditi, in questi anni italiani, di mettere in racconto la politica nella sua totalità, il mondo nella sua sfericità.
Del resto è una specie di carica tartara quella che Goisis lancia al pianeta intero. Ovunque, fotogrammi della psiche che attraversano il vuoto della psiche:
Quel giorno, sopra il verde mosso del prato, c’era un cielo
blu, e vento tiepido. La nonna che azzannava imperterrita le
sue fette. “Devo andare nell’orto”, disse mia madre. “Vieni
con me? Mi occorrono lattuga e barbabietole”. Zoccoli ai piedi
ci avviammo sul sentiero di pietre.
Iniziai io: “Van Beethoven significa del giardino delle barbabietole.
Fu un cognome molto frequente nei villaggi del
Brabante. Il padre era un alcolizzato, burbero e autoritario”.
Lei replicò: “Il decotto della lattuga serve per la stipsi e i dolori
reumatici. L’acqua dove la si cuoce è utile contro il catarro
notturno e l’insonnia dei bambini”.
Se dovessi richiamare altri padri nobili, citerei il Pasolini de L'odore dell'India e dell'Orestea africana, ma anche il Burroughs di Tangeri. Si fa una fatica immensa a esercitare un qualunque lavoro filogenetico, rispetto a Un posto vale l'altro.
Mi viene in mente un verso di Zanzotto. "Ovunque è come ovunque". In entrambe le occorrenze, quella di Goisis e quella di Zanzotto, sembrerebbe spirare un'aria di nichilsmo, si potrebbe percepire una pàtina depressiva: e invece, in entrambi, è il contrario.
Questa scrittura è la vita che dice no alla sopravvivenza e alla morte, alla sopravvivenza che è la morte in vita.
Giuseppe Goisis - Un posto vale l'altro - peQuod - € 12,00