I Miserabili
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Mario Benedetti: su Nel lutto della luce di Vegliante

llv.gifdi Mario Benedetti

mbjcv.gifJean-Charles Vegliante, Nel lutto della luce, Einaudi 2004, pp. 186 (Euro 13,00)
E’ uscito a maggio nella collana di poesia einaudiana il volume Nel lutto della luce di Jean-Charles Vegliante nella traduzione del compianto Giovanni Raboni. Si tratta di un’antologia poetica dell’autore francese, intellettuale famoso, italianista e traduttore, che insegna alla Sorbonne Nouvelle di Parigi.
Si può entrare nella sostanza del libro venendo da subito investiti da ciò che è registrato come “scenario povero”, p.33, o ancora meglio come “disastro”, p.25, del paesaggio umano, delle nostre vite; “il disastro insostenibile degli amori / terrestri”, p.131, che si impone costantemente via via nelle pagine attraverso l’incessante colloquio dell’autore con il proprio io e con il tu di una presenza femminile, interlocutrice che offre spessore alla narrazione.
Ma perché, c’è da chiedersi, questa visione desolante, perché la dominante del dolore, della lucida disperazione?

Un’indicazione è data dal verso seguente: “Dire è abolire?”, p.35. Sì, credo sia la risposta. Mettere tutta la propria vita, nel proprio corpo la voglia di scrivere il nome amato, significa trovarlo disfatto, trovarlo “affannato fiato del tempo, traccia…”, p.49; traccia, appunto, secondo la lezione lacaniana, presente di certo a Vegliante. Così pure il motivo della “forma”: “Senza forma, chi ci consolerà?”, p.81; ordine simbolico legato allo stadio dello specchio di lacaniana memoria: “una forma / un tempo confortata dallo specchio”, p.131. Con ciò tutto è vissuto di fronte alla “diga delle parole” in faglie inevitabili dove scorrono come ombra, e senso di vuoto, il passato, la giovinezza con i suoi sogni, la bellezza, assieme alla “paura del domani”, p.121, dell’“anno nuovo (…) andato tante volte a catafascio”, p.115, del “putrefarsi di forme che ci parvero amabili”, p.87, verso il baratro, l’orrido, la morte. Ma “morte / è una parola dove non sta nessuno”, dice il poeta, e allora una possibile conquista decisiva è il “nero delle lettere”, p.133. “Ma se in noi sopravvive dell’umano / è più in là che occorre cercare”, p.91, nelle “paure opache in fondo alle selvagge / nostre vene”, p.101, nell’opacità della materia “impudica, inaccessibile”, per prendere “forza dal nero”, da “una notte senza fondo”, p.63. Dal lutto della luce, come testimonia l’intensa poesia Fraternità di Van Gogh, pp.61-63. E tuttavia è possibile considerare l’aspetto tremendo della vita, come destino di perdita irrimediabile e di disperante insensatezza vissuta con una commozione senza lacrime, secondo modalità più antiche e tradizionali. Un atteggiamento simile del lettore non toglierebbe nulla alla drammaticità del testo. Si può leggerlo, voglio dire, anche senza Lacan.
Quale lingua incontriamo in questo libro teso, spietato eppure proprio per questo, a mio modo di vedere, così umano, e quale prosodia? Possiamo dire, con il poeta, una lingua che ha “ una tristezza atona”, p.59, dove si rimane “commossi senza poterci muovere”, p.111, ma anche dove “a volte il canto snoda le sue spire / seducenti fra le pietre”. In alcuni casi è una commozione che ci dà un forte tremito, come nei versi: “il tempo che passa ci fa male / nei volti, pochi, che abbiamo amato”, p.105, oppure: “Fra quali braccia ti stendi come uno che dorme / e sei di nuovo alle erbe, alle nebbie dell’alba / sulle irrisorie dimore dove / pietà dei padri vuole che restiamo”, p.111.
Occorre ancora accennare, come postilla metrico-stilistica a questo breve commento, al dialogo che compare nelle ultime pagine del libro tra Vegliante e Raboni a proposito degli intrecci che intercorrono nei versi del poeta francese tra la tradizione poetica italiana e quella francese, al fatto di dover misurarsi oggigiorno con un’apertura, soprattutto fra aree socio-linguistiche affini, che dovrebbe riguardare tutti. Si avverte in Vegliante, dice Raboni, un verseggiare più “italiano” il quale mai ha abdicato al tradizionale “furore metrico”, mentre in Francia, secondo Vegliante, abbiamo assistito e assistiamo al “fiume della lingua” poetica, dalla stagione del surrealismo, dopo la figura paralizzante di Mallarmé. L’alessandrino, il parisillabo, molto letterario, sembra aver ostacolato una ricerca formale più rigorosa, mentre l’endecasillabo (con il settenario e il novenario) facendo parte della lingua parlata italiana, è stato difficile smarrirlo. Si tratta di un dialogo davvero interessante. Si può anche osservare, tra parentesi, che Bonnefoy ha trovato un imparisillabo nell’alexandrin boité, parisillabo claudicante, nel corso della sua non certo trascurabile ricerca poetica. Quindi forse scambi e intrecci ci sono stati e senz’altro ci saranno per il rinnovamento anche involontario delle forme espressive, dettato da ragioni ormai certamente sociali e politiche, fra i due paesi vicini.




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Giovedì 28 Ottobre 2004

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