I Miserabili
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Il doppio legame. Vita di Primo Levi
levi.jpgdi Marco Belpoliti
[da ttL]

Lo strumento ottico preferito dagli autori di biografie è la lente d’ingrandimento. Avvicinando la superficie convessa al proprio oggetto-soggetto d’indagine - poeta, scienziato, scrittore, artista, musicista, regista ecc. - i biografi possono far risaltare dettagli o particolari che a occhio nudo non si colgono affatto. Tuttavia in questo modo essi ottengono l’effetto di dilatare un particolare a scapito dell’insieme. Un sistema ottico che possa mostrare i dettagli, e nel medesimo tempo il tutto, non esiste. Così, il detective-biografo guarda quasi sempre con un occhio solo. Leggendo l’ampia e complessa biografia che Carole Angier ha dedicato a Primo Levi, si ha la sensazione di vedere il suo occhio: un grande occhio ingrandito. Che il libro, frutto di un lavoro lungo e meticoloso, ponga una questione di ottica e di visione è suggerito, forse inconsapevolmente, anche dalla copertina, dove compare una bellissima fotografia di Levi, scattata da Jullian Edelstein, già presente nell’edizione inglese. Vi si vede l’autore di Se questo è un uomo mentre solleva all’altezza della testa il suo paio d’occhiali: la mano destra getta un’ombra sul viso, in modo tale che si scorge un solo occhio incorniciato dall’ombra della montatura. Il risultato è un ritratto inquietante, in cui lo scrittore ci guarda con severità dandoci nel contempo la sensazione di osservarci attraverso un binocolo; nella parte superiore della fotografia, poi, si scorge la testa con gli occhiali, ma priva d’occhi.
Carole Angier sostiene una tesi che è icasticamente riassunta dal titolo: il doppio legame. Si tratta di un termine, double bind - l’autrice vi accenna solo in un passaggio -, introdotto da Gregory Bateson nella psichiatria, poi ripreso dagli psicologi della scuola di Palo Alto. Indica un tipo di comunicazione interpersonale determinata da un profondo dilemma, di tipo patologico, per cui chi ne è interessato non è in grado di decidere tra due opposte comunicazioni che riceve da una persona a cui è intensamente legato, ad esempio la madre, un messaggio che è insieme di esortazione e di interdizione. Bateson ne ha fatto la chiave per leggere la schizofrenia, ovvero un collasso psichico di enormi proporzioni.
La tesi di Carole Angier è che nella vita di Primo Levi a trasmettergli messaggi contraddittori, minandone le scelte personali e facendo di lui, «un colosso di pensiero», «un bambino nelle faccende affettive», sono le donne, prima la madre e poi la moglie.
Tutta la biografia è incentrata su questo leitmotiv: il rapporto difficile, doloroso, contraddittorio, che lo scrittore ha avuto con il mondo femminile a partire dalla sua adolescenza fino all’età matura, avanzando, almeno in parte, l’ipotesi che la depressione, che lo ha condotto al suicidio, abbia a che fare con questa relazione fallimentare. Anzi, si può dire che il tema del terrore del sesso sia per l’autrice la vera chiave per leggere l’intera vicenda dello scrittore e le sue stesse opere. Come sanno i lettori attenti dei libri di Primo Levi, e in particolare dei suoi racconti, egli ha sempre parlato, seppur con discrezione, e con quel tipo particolare di riservatezza che è propria degli uomini della sua generazione nati nel vecchio Piemonte, del suo complesso rapporto con le donne.
Fin dalle prime righe di Se questo è un uomo, si accenna alle «amicizie femminili esangui», così come nell’autobiografia letteraria, Il sistema periodico, lo scrittore narra di sé con evidenza e sincerità, alludendo in modo diretto alla propria depressione giovanile che egli non nasconde e che lo rende ancora più vicino ai lettori (la depressione è la malattia del XX secolo, non più una vergogna da occultare a se stessi e agli altri).
Carole Angier, che è una sottile narratrice, utilizza questa lente per ingrandire le figure femminili del mondo di Primo Levi, ma anche i suoi parenti, le sue amicizie, i suoi personaggi letterari, costruendo una fitta trama di rimandi che si stringe intorno allo scrittore come una robusta rete d’acciaio. L’effetto immediato è quello di incentrare il suo racconto più sugli episodi della vita quotidiana di un uomo molto normale, per usare un’efficace intuizione di Robert Gordon, dotato di altrettante normali virtù (memoria, discrezione, senso comune, amicizia, ironia, misura ecc.), a scapito di quello che è davvero l’unico evento eccezionale della sua vita e che lo ha trasformato in uno scrittore: Auschwitz.
Le parti del volume dedicate all’anno trascorso nel Lager di Monowitz, e al lungo viaggio di ritorno narrato nella Tregua, sono meno complesse, meno ricche di dettagli e di novità biografiche dei capitoli consacrati all’«uomo Levi», alla sua rete di amicizie, alle frequentazioni torinesi, al lavoro di chimico alla Siva, la fabbrica di vernici in cui fu, per quasi trent’anni, impiegato ogni giorno. Carole Angier ha raccolto una grande massa di notizie, attraverso interviste, colloqui, lettere, incontri. In particolare, i primi capitoli, quelli dedicati all’albero genealogico dei Levi, agli antenati raffigurati in modo così arguto e divertente in Argon (Il sistema periodico), sono scritti con grande partecipazione.
Da scrittrice qual è, Carole Angier si colloca dentro il quadro che descrive, narra il suo viaggio esplorativo a Bene Vagienna per raccogliere dettagli sulla famiglia di Primo Levi, sulle incerte vicende della banca posseduta dalla sua famiglia, fino all’esito infausto. I dialoghi e la visita all’archivio offrono al lettore pagine efficaci, che si contrappongono invece a quelle più didattiche e meno partecipate di altri capitoli, dove l’autrice cambia tono e diventa una narratrice più prosastica della biografia del suo «eroe». Questi cambi di registro denunciano uno squilibrio tra i due aspetti del libro: la ricerca che riguarda la tesi di fondo, dove Carole Angier si fa più sottile, sinuosa, attenta a costruire il racconto, con materiali spesso labili, e la parte in cui ripercorre, in modo molto più neutro, una biografia che non presenta veri colpi di scena, ma procede nei binari di una ordinaria normalità.
Nel primo registro l’autrice dimostra una capacità narrativa più forte (si leggano le parti finali dedicate alla misteriosa Signora, mai citata col suo vero nome, che sarebbe stata l’ultimo amore platonico dello scrittore, e destinataria di un libro interrotto e inedito), mentre nel secondo, pur conservando una scrittura nitida e tersa, non possiede altrettanta convinzione narrativa. Questo fa sì che, mentre da un lato la lettura delle 850 pagine del libro non sia faticosa, dall’altro, nonostante la grande massa di dati e notizie, la solidità della biografia appare rosa internamente da un invisibile tarlo. L’autrice ha raccolto infatti delle testimonianze di cui non può dar conto, come si attenderebbe da una biografa - nomi e prove esibite -, cosa che induce il lettore, con una sorta di feedback, a interrogarsi sulla effettiva solidità della sua tesi di fondo.
Altri punti cardine del racconto sono poi affidati all’interpretazione di due opere narrative - il romanzo di un cugino di Primo, Paolo Levi, Il filo della memoria, e quello della figlia del proprietario della Siva, Luisa Accati, Il matrimonio di Raffaele Albanese -, da cui Carole Angier fa discendere alcune affermazioni sulla vita dello scrittore e della sua famiglia che sembrano appartenere più alla critica letteraria che non a una solida biografia. All’efficace ricostruzione delle storie del gruppo di amici ebrei di Levi durante il fascismo, o della sua breve esperienza partigiana (cui dedica 31 pagine contro le 50 della Tregua), fanno da contrappunto pagine in cui, armata della sua lente di ingrandimento, l’autrice sembra, nonostante le sue dichiarate intenzioni, voler trafiggere il proprio «personaggio» come una vistosa farfalla da collezione.

Carole Angier - Il doppio legame. Vita di Primo Levi - Mondadori - 40 euro


Pubblicato da Giuseppe Genna , il Martedì 2 Novembre 2004

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