Uno non può sapere tutto, arrivare a tutto. Gli capita, per esempio, di scoprire ad altezza 2004 che è uscito, per i tipi economici del suo nuovo editore, un testo fondamentale di cui ignorava l'esistenza - e intendo l'ignoranza non della traduzione italiana, ma addirittura dell'originale. Il libro è una leggenda delle leggende e si intitola Rock Babilonia. L'ha scritto Gary Herman, facendo il verso al celeberrimo ed esoterico Hollywood Babilonia di Kenneth Anger (il quale era un discepolo del grande satanista Aleister Crowley), uno dei libri su cui il sottoscritto si è formato, anche grazie all'instancabile opera di persuasione su di lui effettuata dal compassionevole spirito hyperpop di Igino Domanin.
Riparo a questo mio storico scotoma (Rock Babilonia uscì per Tropea nel 2001, ma era già stato pubblicato per Interno Giallo, mitologica casa editrice diretta dallo stesso Tropea nel '91, e poi rieditato con aggiornamenti). Pubblico la scheda editoriale del libro, insieme a un allucinante capitolo dello stesso.
GARY HERMAN: ROCK BABILONIA

Nell'immaginazione del pubblico, essere una rockstar significa successo e ricchezza, legioni adoranti di fan, una vita trascorsa in uno stato perenne di esaltazione. Ma una rockstar può finire schiacciata dall'adulazione di massa, intrappolata in un immagine costruita a tavolino o in vizi fin troppo reali. Questo libro è il primo a indagare sui retroscena, gli scandali e le tragedie del mondo del rock, all'apparenza scintillante, ma sotto la facciata fragile e insicuro quanto quello hollywoodiano.
Gary Herman, basandosi su una vasta documentazione e accompagnando il testo con un repertorio invidiabile di foto rivelatrici, segue l'evoluzione del costume sociale e musicale, dello scandalo e della sua accettazione. Il suo lungo racconto parte dalla metà degli anni cinquanta, quando il rock'n'roll esplose come una bomba con la sua carica rivoluzionaria, fino ad arrivare ai giorni nostri, a quest'epoca in cui la musica è diventata una merce come tutte le altre. Le sue pagine attraversano le vicende dei grandi eroi del rock, mostrando come dietro ogni storia di successo ci siano episodi drammatici, traffici oscuri e vite spezzate prematuramente: dal declino di Elvis Presley, segnato da mille ossessioni, alle tragiche morti di Janis Joplin, Jimi Hendrix e Jim Morrison; dalla carriera costellata di scandali dei Rolling Stones all'accusa di omicidio contro Sid Vicious; dalle droghe dell'"estate dell'amore" alla tragedia di Altamont; dalle manie dei fan alle manipolazioni delle case discografiche.
Negli ultimi capitoli l'autore prende in esame gli anni ottanta, dominati dall'apparenza e dall'edonismo; l'esplosione della musica rap e dei gruppi metal come sfogo di due gioventù, nera e bianca, molto diverse ma ugualmente emarginate; il pop britannico degli anni novanta, con gruppi come i Take That, gli Oasis e le Spice Girls; la parentesi del grunge e del sound di Seattle; gli "scandalosi" Eminem e Marilyn Manson. Caustico e graffiante, Rock Babilonia mette a nudo i miti del rock attraverso pagine in cui si mescolano l'amore per la musica, l'entusiasmo per le potenzialità che rappresentava, e la rabbia per come un grande slancio creativo si è trasformato in un industria popolata di stelle effimere, vittime e carnefici.
Gary Herman - Rock Babilonia - traduzione di Danilo Arona - Net - € 14.80
UN CAPITOLO DA ROCK BABILONIA di Gary Herman
Il Party di Fine Millennio
Nel corso degli anni novanta, i divi incontrastati del rock vissero in una sorta di evidente illusione di onnipotenza ed eterna giovinezza. Rod Stewart, il padrino brizzolato della "cultura giovanile" del decennio, si trovò spiazzato quando per la prima volta fu piantato in asso da Rachel Hunter, l'ultima delle sue mogli, tutte bionde e apparentemente intercambiabili. Dopo aver fatto i bagagli ed essersene andata, la poco più che ventenne signora Hunter si lamentò che Rod lo stallone, ormai prossimo ai cinquantacinque anni, dedicava maggiori attenzioni al suo modellino di treno che a lei e che, come tutti i veri "giovani", si trovava più a suo agio con i vecchi amici giù al bar.
Lo stesso Jumpin'Jack Flash, l'eterno vanesio Mick Jagger, rischiò il divorzio nel 1996. Jerry Hall, allora sulla quarantina, a causa delle ripetute infedeltà di Mick si rivolse a Anthony Julius, lo stesso avvocato che aveva patrocinato la causa di divorzio della principessa Diana.
Facendo l'amore per sventare la guerra coniugale, i Jagger sembrarono riconciliati dalla nascita del quarto figlio, Gabriel Luke Beauregard Jagger (soprannominato il "bambino baci e trucco" dai rotocalchi britannici), nel dicembre del 1997. Un Rolling Stone, però, che frequenti o meno il Marleybone Cricket Club, non è un paladino della monogamia. All'inizio del 1999 circolò la voce che il cinquantaseienne Jagger avesse messo incinta l'indossatrice brasiliana di biancheria intima Luciana Morad (ventotto anni, con uno sguardo sensuale che ricordava vagamente la giovane Bianca Jagger) e Jerry decise infine di rivolgersi al tribunale civile.
Preoccupato di proteggere la sua fortuna, stimata sui centocinquanta milioni di dollari, il rockettaro preferito dall 'establishment fu nuovamente colpito nel portafogli quando un test del DNA gli attribuì inequivocabilmente la paternità di Lucas, il bambino della signora Morad. Quando la corte di New York si riunì per esaminare la richiesta di Luciana, che rivendicava la bellezza di trentacinquemila dollari al mese per il mantenimento del figlio, Jagger, che fino ad allora non aveva mai rivelato l'ammontare del suo patrimonio neanche alla ex moglie, sentì il giudice pronunciare le parole che nessun uomo d'affari vorrebbe mai sentire: "Mostratemi i vostri conti!".
Tra le stelle della generazione successiva, George Michael, progenitore delle boy-band e trasformatosi in cantante soul dagli occhi azzurri, non era nuovo alle liti giudiziarie, avendo perso un processo presso l'Alta corte di Londra contro la sua casa discografica, la Sony, nell'ottobre 1992.
Alla fine degli anni novanta, le congetture sulla presunta bisessualità del cantante anglo-greco erano di dominio comune. I rotocalchi inglesi avevano scritto della sua disperazione per la morte di un intimo amico e di come l'avesse combattuta fumando grandi quantità di marijuana. (Il cantautore in seguito rassicurò il suo pubblico spiegando che: "Le canzoni che ho scritto mentre stavo con donne parlavano realmente di donne. E le canzoni che ho scritto dopo di allora parlano piuttosto chiaramente di uomini".)
Forse la vera doccia fredda, nella nuova patria di adozione, arrivò quando il cantante fu costretto nel modo più brutale possibile a palesare pubblicamente la propria omosessualità. La sera del 17 aprile 1998, l'agente di polizia di Beverly Hills Marcelo Rodriguez arrestò il trentaquattrenne Michael dopo averlo visto masturbarsi nei bagni pubblici di un parco del quartiere. (Paradossalmente con l'accusa di aver "commesso un atto omosessuale da solo", accusa che, come hanno sottolineato i commentatori, farebbe di George un ragazzo davvero molto dotato.)
In seguito, durante un'intervista televisiva alla CNN, il cantante per nulla pentito affermò con fervore: "Sono stato stupido, imprudente e debole per aver lasciato che la mia sessualità venisse esibita in questo modo. Ma non provo alcun tipo di vergogna". Michael fu condannato a una multa di ottocentodieci dollari e a ottanta ore di servizio per la comunità. Con ammirevole impertinenza, decise di non cercare di nascondere l'infelice episodio ma di metterlo in ridicolo nel video promozionale del suo singolo in uscita, Outside. Tuttavia, questo capovolgimento di posizioni suscitò le proteste dell'agente Rodriguez, che sosteneva di essere stato calunnialo dal cantante e dalla parodia della vicenda presentata nel video. Michael aveva parlato di istigazione e, secondo una portavoce legale di Rodriguez, di "profferte sessuali da parte del poliziotto". A causa di queste ingiuriose insinuazioni Rodriguez annunciò nel settembre 1999 che avrebbe citato Michael in giudizio per un totale di "almeno dieci milioni di dollari".
La richiesta fu respinta nel giro di sei mesi, sulla base del diritto costituzionale dell'individuo alla libera espressione. Con grande destrezza, George Michael era uscito indenne da una vicenda squallida per dipingersi come una figura di fuorilegge quasi eroico, che ballava con aria di sfida in una toilette pubblica. Per quanto controversi potessero sembrare, questi piccoli scandali non furono niente a confronto della profusione di notizie e di commenti che tutti i mass media avevano riversato sul pubblico solo pochi mesi prima. Diana, la principessa di Galles, era forse il personaggio più vicino a una rockstar che la dimora reale di Windsor avesse mai accolto nei suoi confini stantii: per quanto si trattasse di una rockstar dall'immagine ripulita e gradita agli adulti.
Amica personale di George Michael e di altre celebrità del momento, era diventata una figura così onnipresente nei media del globo che sembrò crudo ma calzante che dovesse andare incontro a una morte da diva. Quando, nella notte del 31 agosto 1997, lei, il fidanzato Dodi Al-Fayed e l'autista Henri Paul (a quanto pare sotto l'effetto dell'alcol e degli psicofarmaci) rimasero uccisi dopo una corsa ad alta velocità nel centro di Parigi, gli ingredienti c'erano tutti: sesso, fama, velocità, morte violenta. Il villaggio globale ne rimase sconvolto come gran parte del pubblico inglese, che, nello sconcerto del momento, attribuì ai media la responsabilità della tragedia, sentendosi in qualche modo legato a una donna che conosceva solo attraverso i giornali e la televisione.
Diana, una donna enormemente ricca che dedicava parte di una vita spensierata a prestare la sua immagine per varie iniziative di beneficenza, divenne in poco tempo per i suoi sudditi una sorta di santa moderna. Il cordoglio per la sua morte raggiunse quasi livelli di isterismo, al punto che parve non solo opportuno, ma addirittura essenziale che il funerale di stato dell'unico rap-presentante populista della famiglia reale prevedesse un tributo che avesse valore anche per la folla che la considerava, come dichiarò commosso il primo ministro Tony Blair, "la principessa del popolo". Ecco arrivare Elton John, versatile intrattenitore e amico personale della principessa. L'ultima volta che Diana ed Elton erano stati fotografati insieme in pubblico era stato al funerale dello stilista assassinato Gianni Versace, quando lei fu vista mettere un braccio intorno alle spalle del pianista in lacrime, per confortarlo. Era il momento per Elton di restituire il favore, di eseguire una serenata per l'amica morta e di rassicurare le masse che la "loro Diana" sarebbe stata salutata nel modo che lei avrebbe gradito.
"Candle in the Wind", nella versione originale del 1973, era un omaggio sentimentale a Marilyn Monroe, che visse una vita tempestosa e difficile. Spogliata dei riff di chitarra in stile anni settanta e ridotta a una melodia per piano stentata e senza carattere, divenne un lamento sdolcinato in cui la frase "Arrivederci Norma Jean" era maldestramente trasformata in "Arrivederci rosa d'Inghilterra".
In un certo senso, comunque, il fatto che la Corona britannica acconsentì all'esecuzione nella cattedrale di Westminster fu una sorta di trionfo per-verso per la cultura pop: una versione scipita di un vecchio successo, interpretata da un ex cocainomane ostentatamente affettato e ascoltata con tetra gravità. Non tutti apprezzarono.
Keith Richards, disintossicato dall'eroina ormai da vent'anni, ma ancora testimonianza vivente degli effetti di una vita all'insegna dell'edonismo, si comportava ovunque come se i Rolling Stones fossero ancora i giovani scavezzacollo di un tempo e non il fruttuoso marchio che sono diventati oggi. Il rock'n'roll, spiegò, non aveva niente a che fare con accompagnamenti musicali per le cerimonie funebri della famiglia reale, ne con "canzoni in memoria di bionde decedute". La primadonna della musica pop considerò queste osservazioni troppo provocatorie per essere ignorate. "È così patetico, poveretto" dichiarò perfidamente Sir Elton (perché, manco a dirlo, Elton John fu ordinato cavaliere per il suo ruolo, definito dall'0bserver "la Vera Lynn degli anni novanta"). "È come una scimmia con l'artrite, che cerca di salire sul palco e sembrare giovane." Secondo la sua opinione, gli Stones avrebbero dovuto piantare in asso il povero vecchio Keith già anni prima, suggerendo così che quel gruppo di attempati uomini d'affari dovesse privarsi della sua ultima risorsa di credibilità.
Tuttavia, in questo mondo di celebrità dell'epoca del dopo Band Aid e del dopo Diana, Elton si sarebbe distinto involontariamente come la personificazione della decadenza. Le udienze presso l'Alta corte di Londra, protrattesi dall'autunno del 2000 all'aprile del 2001, per una accusa di negligenza contro tale Andrew Haydon, ex dirigente della John Reid Enterprises (JREL), e contro la PriceWaterhouse-Coopers, che amministrava il patrimonio di Sir Elton, furono vivacizzate dalla partecipazione dello stesso John Reid.
Reid, il manager che portò Elton alle vette del successo, fu molto schietto nel ricordare la loro relazione sentimentale ai tempi in cui il suo protetto non era ancora tanto dichiaratamente gay quanto, piuttosto, un esibizionista. Sullo sfondo di problemi comuni con l'alcol e la cocaina emersero confessioni di altri tipi di consumo, altrettanto interessanti, per quanto meno rischiosi. Elton, nel descrivere lo "stile di vita in un certo senso sfarzoso" suo e di Reid, fece del suo meglio per spiegare come aveva speso trenta milioni di sterline nel giro di soli dodici mesi. "Non ho nessuno a cui lasciare i soldi" commentò, con appena un leggero tono difensivo. "Sono un uomo solo. Mi piace spendere i soldi."
Spendendo, in quello stesso arco di tempo, ben 293 mila sterline in fiori, il buon vecchio Sir Elton ha decisamente raggiunto un livello di decadenza estetica eguagliato da pochi altri nella già babilonica storia del rock. (La corte dichiarò Elton John colpevole, addebitandogli le spese processuali, che si aggiungevano alle altre spese ammontanti a diversi milioni di sterline. La sua negligenza nei confronti del proprio patrimonio, secondo la difesa, era da attribuirsi alla sua "avversione per gli uomini in abito scuro... che lo tormentavano con tutti quei dettagli noiosi".)