I Miserabili
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Davide Longo: Il mangiatore di pietre

longocover.jpgdi Mauro Baudino
[da 'Specchio', inserto de La Stampa]

Ha il fisico asciutto e l’aspetto del montanaro, anche se è nato a Carmagnola, nella campagna di pianura, sotto Torino, tra fabbriche, supermercati e campi dove si continuano a coltivare i celebri peperoni locali. Del montanaro ha anche l’aria di vaga solitudine, il riserbo sorridente e un po’ brusco: proprio come i suoi personaggi, quelli almeno di Il mangiatore di pietre, che esce in questi giorni per Marcos Y Marcos. Davide Longo, 33 anni, professore di lettere con giovane moglie e figlia piccolissima (Emma ha 11 mesi), ex allievo della scuola Holden, quella fondata da Alessandro Baricco, giocatore di basket, musicista e sceneggiatore, è piaciuto molto alla critica con il suo libro di esordio, Un mattino a Irgalem, che ha vinto il Grinzane Cavour-opera prima ed è stato tradotto in Francia.

Questa volta ha affrontato la "sua" montagna, e cioè il luogo che ama di più, il paesaggio sul quale sembra ritagliata da sempre la sua figura di atletico camminatore. Ne è uscito un romanzo destinato, c’è da giurarci, a fare molta strada. Il mangiatore di pietre è scabro e nello stesso tempo lirico, di poche parole, poche frasi secche ed esatte, una trama con colpi di scena e una geografia riconoscibile: quella della Val Varaita, nel Cuneese, tra località che hanno già di loro nomi evocativi e densi di storia, odorosi di Francia, come Sampeyre, Casteldelfino, Confine. Davide Longo li conosce bene: ha una baita isolata proprio a Confine, dove va ogni estate da quando aveva tre anni. E nel tempo ha imparato a selezionare odori e silenzi. "La montagna", dice, "è uno dei pochi luoghi dove si riesce a stare soli, basta allontanarsi un po’ dalle strade battute. A me piace camminare per ore, dormire all’aperto, essere da solo quando lo desidero. Credo che la montagna sia ormai uno dei pochi posti dove sopravvive la bellezza nella sua natura crudele. E la bellezza è sempre crudele".

L’eco di Francesco Biamonti
Sembra di sentire parlare "l’attore giovane" del libro, Sergio, che venera come un maestro un uomo dalla dura scorza, Cesare, per molti anni passeur, uno che guidava oltre confine, in Francia , gruppi di clandestini. Cesare conosce tutti i sentieri, tutti gli scoscendimenti, tutti i "cumbo", i mille vallonetti che solcano le pendici dei monti. Sa anche di essere l’ultimo, uno che chiude una porta, una storia; l’ultimo della sua razza di taciturni maestri. E se nel suo nome risuona il ricordo di un altro Cesare, che non faceva il passeur "ma era un ex alpino di Saluzzo, l’uomo che mi ha davvero insegnato a camminare", nel soprannome, "il Francese", c’è come l’eco di un grande scrittore scomparso, che tra Bordighera e Ventimiglia tutti chiamano "Fransé". Davide Longo ammette: "Francesco Biamonti è uno degli scrittori che ho amato di più". E si vede. Sembra quasi un passaggio di consegne quello tra il compianto autore dell’Angelo di Avrigue o di Vento largo e il giovane romanziere. Tutti e due sul confine, intrisi d’Italia, di Provenza e di Francia, lirici ed essenziali, abituati a lavorare di scavo.
Anche Biamonti era affascinato dalla figura ambigua del passeur e dalla grandiosità severa del paesaggio come qualcosa di vivente per forza propria, rivelando piccole le vicende e piccoli gli uomini. Che amano, rimpiangono, ammazzano, muoiono. Non racconteremo la trama, né il modo sorprendente e amaro in cui si conclude. Basti dire che Cesare si ritroverà costretto a tornare nel mondo che aveva abbandonato, e lo farà solo per senso dell’onore, o per umanità. Il mangiatore di pietre è la conferma di una voce forte, nuova, e rara. Sono rari i narratori di confine, sono rari i narratori di montagna, anche se Longo ci spiega che per lui il confine si può trovare dovunque, "perché è uno di quei posti dove finisce chi non riesce a stare al centro di una situazione", e quindi può essere benissimo anche "un’osteria di Torino alle 3 di notte".
Questo libro è nello stesso tempo sorprendente per la sua intensità, da una parte, e per il suo essere perfettamente congegnato come un "noir", dall’altra. È un ritratto simbolico di una valle, anche se racconta cose che lì non sono mai accadute. "La Val Varaita non è zona di passeur, non ci sono mai stati episodi come quelli che narro", precisa l’autore, "e forse non è neppure abbandonata come la descrivo. Però cammini e vedi i segni delle persone, delle generazioni che l’hanno abitata,i muretti a secco che tenevano su la montagna e ora sono abbandonati, e hai il senso di una fortificazione caduta". Scrivere è come camminare. E lui lo fa "cercando di evitare la retorica e il sentimento, di asciugare tutte le frasi, di dar loro il ritmo dei passi brevi e regolari di chi va in montagna".
Resta una curiosità: è sicuro che in valle saranno contenti? "Non saprei. Ho scelto un posto che conosco bene per una vicenda immaginaria. E mi piaceva l’idea di uno che abita lì, compie ogni volta un percorso accompagnando per un tratto limitato persone che invece stanno facendo un lungo viaggio, e di loro non sa nulla. Non fa così l’insegnante? Traghetta dei ragazzi per quel tratto di strada che serve, e poi passa il testimone. Ecco, la mia idea era di scrivere un romanzo su un passaggio di testimone tra le generazioni".

Davide Longo - Il mangiatore di pietre - Marcos y Marcos - € 13,50




Pubblicato da Giuseppe Genna , il Martedì 9 Novembre 2004

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