|
R. Yates: Disturbo della quiete pubblica
 Esce Disturbo della quiete pubblica, un altro capolavoro di Richard Yates, il ciclopico precursore di Carver, il contraltare di Cheever, l'autore del celebratissimo Revolutionary Road [qui la recensione di Tommaso Pincio e qui quella del Miserabile Scrittore]. E', al solito, minimum fax a regalarci questo impressionante viaggio nelle viscere dell'America che è stata e che continua a essere (nella collana classics, a soltanto 9 euro). Ulteriore chicca: l'introduzione di A.M. Homes). La traduzione è di Maria Falcinelli. Pubblichiamo l'incipit mozzafiato del libro, in cui si apprezza già tutto Yates, come accade sempre con i grandi scrittori.
Per Janice Wilder le cose cominciarono ad andare storte nella
tarda estate del 1960. E il peggio, come non fece che ripetere
in seguito, il lato più orribile della faccenda è che tutto
parve capitare senza il minimo segno premonitore.
Aveva trentaquattro anni e un figlio di dieci. Non la seccava
il fatto che la sua gioventù stesse svanendo – non era stata
comunque una gioventù avventurosa, né priva di preoccupazioni
– e, se il matrimonio era stato per lei più un modo
per sistemarsi che un romanzo d’amore, anche questo le stava
bene così. Nessuno ha una vita perfetta. Le piaceva lo
svolgersi ordinato delle sue giornate, le piacevano i libri, che
possedeva in gran quantità, e le piaceva anche il suo appartamento
alto e luminoso, con vista sui grattacieli di Manhattan.
Non era certo lussuoso o elegante, ma era un appartamento
comodo; e comodo era una delle parole preferite da
Janice Wilder. Le piaceva anche la parola civile, e ragionevole
e sistemazione e rapporto. Erano poche le cose che la
sconvolgevano o la spaventavano; le uniche a riuscirci, al
punto di farle ghiacciare il sangue, erano le cose che non capiva.
“Non capisco”, disse al marito per telefono. “Come sarebbe
a dire, che ‘non puoi’ tornare a casa?” E lanciò un’occhiata
imbarazzata al figlio che mangiava una mela seduto
sul tappeto, tutto preso dal notiziario serale della CBS.
“Cosa?”, disse. “Non riesco a sentirti. Sei... cosa? Aspetta;
mi sposto in camera da letto”.
Quando fu da sola all’altro apparecchio, dietro due porte
chiuse, disse: “Va bene, John. Ricomincia dall’inizio. Dove
sei? All’aeroporto?”
“No, grazie a Dio. Finalmente mi sono liberato di quel posto
di merda. Mi è toccato andare in giro come minimo due
ore prima di riuscire a trovare un tassì; e ho incocciato in uno
di quei maledetti autisti chiacchieroni e lui...”
“Sei ubriaco, eh?”
“Mi vuoi lasciar finire? No, non sono ubriaco. Ho bevuto,
ma non sono ubriaco. Stammi a sentire: sai quanto ho dormito
a Chicago? Per tutta la settimana? Quasi niente. Una,
due ore a notte e l’ultima non ho dormito per niente. Non mi
credi, eh? Non credi mai alla verità”.
“Dimmi solo da dove stai chiamando”.
“Non lo so; da una cabina telefonica, e ho le gambe che a
momenti... Grand Central. Il Biltmore. No, aspetta, il Commodore.
Mi sto facendo un bicchierino al Commodore”.
“Be’, caro, è praticamente dietro l’angolo. Non devi fare
altro che...”
“Maledizione, ma non mi stai a sentire? Ti ho appena detto
che non posso venire a casa”.
Lei si chinò sulla sponda del letto matrimoniale coi gomiti
puntati alle ginocchia, serrando il telefono con tutte e due
le mani. “Ma perché?”, disse.
“Gesù. Per centinaia di ragioni. Più di quante posso umanamente cominciare... umanamente cominciare a elencare.
Tanto per dirne una, mi sono dimenticato di prendere un regalo
a Tommy”.
“Oh, John, è assurdo. Ha dieci anni, non si aspetta certo
che gli porti un regalo ogni volta che...”
“D’accordo, c’è un’altra cosa. C’era una ragazza a Chicago,
la ragazzetta delle pubbliche relazioni di una delle distillerie.
Ci ho scopato cinque volte alla Palmer House. Che ne
dici di questo?”
Non era certo una novità nel suo genere – c’erano state un
sacco di ragazze – ma era la prima volta che glielo diceva a
quel modo, come un ragazzetto spaccone che tenta di scioccare
la madre. Pensò di rispondergli: “Cosa ti piacerebbe che
ne pensassi?”, ma non si fidava della propria voce: poteva
suonare offesa – e sarebbe stato un errore – o poteva suonare
secca e tollerante – il che sarebbe stato anche peggio. Fortunatamente
lui non aspettò a lungo la risposta.
“E che ne pensi di questo? Per tutto il viaggio di ritorno,
non ho fatto altro che guardare questa bella carta di credito
che mi hanno dato per i biglietti aerei. Sai che ci potrei fare con
questa carta quando mi sento così? Potrei dire: all’inferno tutto
quanto. Saltare su uno di quegli uccelloni d’argento e filarmela
in qualche posto tipo Rio; e sbattermi al sole e bere e non
far assolutamente niente, assolutamente niente finché...”
“John, non voglio starti più a sentire. Dimmi perché non
puoi tornare a casa”.
“Lo vuoi veramente sapere, dolcezza? Perché ho paura
che potrei uccidervi, ecco perché. Tutti e due”.
QUANDO REVOLUTIONARY ROAD ERA I NON CONFORMISTI
di Lorenza Ceriati
Tutti conoscono i tormenti esistenziali di Francis Scott Fitzgerald, i suoi personaggi malinconici e perduti, dal "Grande Gatsby", alla coppia disperata e decadente di "Belli e dannati", tragica esemplificazione dello stesso scrittore e della moglie Zelda, al mito della vita facile e spensierata dei "Racconti dell'età del jazz", alla tristezza struggente di "Tenera è la notte". Il protagonista è, spesso, un giovane di buona famiglia, di belle speranze, che si crede- e che tutti credono- superiore alla massa, alla grettezza borghese; un giovane immerso nei sogni e nella contemplazione di sé stesso, amante della bellezza in ogni sua forma, soggiogato da figure femminili stupendamente capricciose e volubili. L'incostanza lo attrae come virtù aristocratica, segno di grandezza d'animo, di libertà morale; il perbenismo e i valori sociali lo ripugnano, ma non può fare a meno di una vita splendente, non tollera la meschinità e la bruttezza della povertà, in cui inevitabilmente cade in una progressiva e desolante "discesa agli inferi". Sono tutti tratti già delineati in Amory, protagonista di "Al di qua del Paradiso", opera giovanile per molti versi enfatica, non riuscita, ma utile per capire l'intero universo dello scrittore.
Molte delle ossessioni di Fitzgerald si ritrovano in un'altra opera poco conosciuta, "I non conformisti" di Richard Yates.
Il totale cinismo della storia supera anche quello di Francis Scott, che comunque intravedeva la possibilità di un amore puro al di là del trionfale egoismo umano.
Qui l'amore non esiste, esiste solo la finzione dell'amore fra April e Franck, tipica coppia americana, che vive in un tipico sobborgo americano, credendosi ostinatamente migliore dell'ambiente borghese che li circonda, dei buoni padri di famiglia che lavano l'auto alla domenica mattina nel giardino davanti a casa. Hanno due soli amici, marito e moglie (il marito è segretamente innamorato di April), coi quali passano le serate convincendosi a vicenda che la loro vita potrebbe essere più elevata, più nobile, se solo le circostanze lo permettessero, se non ci fosse la quotidianità frustrante dei figli, del lavoro…Franck, dopo aver messa incinta la fidanzata, appena terminata l'università, ha deliberatamente scelto un lavoro comodo e noioso, nella stessa ditta del padre: ritenendo, con un confuso ragionamento, che non potesse esistere una professione adeguata a lui, e che un impegno vero e pesante avrebbe pregiudicato la sua libertà intellettuale.
O almeno, così si giustifica all'inizio: in realtà, fuori dall'azienda non riesce ad attuare nessuno dei velleitari progetti che aveva in testa, quando era ancora uno studente promettente (ancora il "giovane di belle speranze" di Fitzgerald, con le speranze dissolte nella vita).
April si è sposata controvoglia, e ha avuto due bambini controvoglia. Anche lei era una bellissima ragazza, e tutti immaginavano che avrebbe fatto uno splendido matrimonio: invece eccola qua, in una villetta unifamiliare con giardino, intenta a pulire e rassettare, sognando un futuro impossibile.
E' lei ad avere l'idea e a convincere il marito: sarebbero emigrati a Parigi, per cambiare ambiente e rendere possibile il dispiegamento delle loro personalità. Lei avrebbe trovato lavoro, mentre lui avrebbe occupato il tempo cercando di capire quale fosse, davvero, la sua strada, la sua vocazione.
Ne parlano anche con il figlio della padrona di casa, un ex- professore di matematica divenuto pazzo, che appare però l'unico personaggio lucido del libro: Franck dice di voler sfuggire "il vuoto disperato" della loro città e della loro vita.
Ma la sua felicità non è reale. All'improvviso, dopo tanti anni passati a non far nulla, un suo depliant pubblicitario per la ditta ottiene un grandissimo successo presso i superiori.
April si prepara alla partenza, lui è sempre più incerto, senza osare confessarlo; finché, a cavarlo d'impaccio, giunge la nuova gravidanza della moglie, come le altre non voluta.
Lei vorrebbe abortire, con un metodo artigianale sicuro solo nei primi tre mesi (l'aborto non era legale): lui rifiuta, non per amore del nuovo figlio, ma semplicemente per non partire. Ognuno cerca di ingannare l'altro, con frasi fatte che nascondono il loro egoismo: la spunta Franck, che ormai gode di largo credito nell'azienda. La sua vocazione, dunque, era quella, era la carriera che aveva sempre avuto a portata di mano e che aveva sempre disprezzato.
"Non potete partire perché non avete abbastanza soldi per far crescere il nuovo bambino là?" sghignazza crudelmente l'ex- professore. "Ma i soldi non sono quasi mai la ragione vera.
E allora, qual è il vero motivo, Franck? Forse non te la senti, tutto sommato, di lasciare il buon vecchio vuoto disperato?"
Difatti, lui non se la sente. Il colpo, per April, è troppo forte: decide di abortire molto dopo il terzo mese di gravidanza, sapendo che sarebbe probabilmente morta.
Vorrebbe lasciare una lettera al marito: la scrive e la riscrive, prima acrimoniosa, in linea con i loro continui litigi ("hai sempre scambiato per amore ciò che era la somma delle nostre debolezze e dei nostri egoismi…"), poi, stanca, la riduce a poche parole pietose. "Qualsiasi cosa accada, non dare la colpa a te stesso".
Franck, dopo la morte della moglie, si trasforma in un ripetitivo manichino della ditta. I due figli vengono lasciati alla custodia di alcuni parenti, come era successo a April da bambina; il suicidio viene snaturato in aneddoto, pettegolezzo per le comari della periferia.
Il "non conformismo" velleitario e verbale, la confusa aspirazione a una vita migliore, più ricca, più piena, sentimenti ispirati a un deteriore romanticismo, come insegna già Flaubert in "Madame Bovary", diventano protagonisti di una vicenda ironica, a tratti divertente nella satira ai costumi americani, ma quanto mai drammatica e disperante nei contenuti. Non c'è un solo spiraglio concesso alla speranza.
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Mercoledì 1 Dicembre 2004
|