di Mario Fortunato
[da l'Espresso]

minimal conosceva una sorta di planetaria ipostatizzazione nei campi del design, della moda, dell'arte, da noi quel termine divenne (letterariamente parlando) quasi un insulto. Per dire che un romanzo era mediocre o stitico, i nostri critici dicevano: è minimalista. Col che dimostravano in pari tempo ignoranza e (il consueto) provincialismo.
Perdonate il cappello.
Ma ho letto con sincero piacere il libro di Mary Robison, Dimmi.
Piacere derivato da due diversi ordini di considerazione: uno squisitamente letterario, l'altro culturale in senso lato. I racconti della Robison possiedono infatti un equilibrio di perfetto gusto minimal che l'editore rivendica: asserendo giustamente che l'autrice - mai tradotta prima da noi - è una capofila di quella corrente letteraria definita a ragione come "la più influente nella narrativa americana del dopoguerra".
Si tratta di una manciata di racconti pubblicati un paio d'ani fa negli Usa. Robison è tutt'altro che una giovane scrittrice: è nata nel 1949 e ha altri titoli alle spalle. Le pagine qui raccolte rivelano innanzitutto che con Carver (a cui spesso è stata accomunata) ha poco a che vedere: certo, ritroviamo l'attenzione al dettaglio della quotidianità, ma nella scrittrice la pagina è più tonda. Il dolore, la desolazione in cui i personaggi sono immersi fino al collo sono un dolore e una desolazione accettati, compresi, e perciò redenti. La figura che domina la scrittura è l'allusione. Nel non detto, la straordinaria forza del suo stile.
Bella e generosa l'introduzione di David Leavitt.
Mary Robinson - Dimmi - traduzione di Mario Fillioley - minimum fax - € 10,50