di MARIANNA OTTAVIANI
[da iperstoria scaffali]
La storia - sia quella con la esse maiuscola
che quella con la esse minuscola - occupa un ruolo di primo
piano nei dibattiti e nelle letterature postcoloniali. Basti pensare
al lavoro portato avanti dal gruppo dei Subaltern Studies oppure
alle opere di scrittori quali Salman Rushdie e Gabriel García
Márquez, per ricordare solo i più internazionalmente
conosciuti. Aspetto fondamentale di una decolonizzazione culturale
e mentale prima ancora che politica, la ri-scrittura e la re-visione
della storia sembrano costituire un vero e proprio imperativo per
gli scrittori provenienti dalle cosiddette ex-colonie, i quali,
in contesti assolutamente diversi e adottando modalità differenti,
cercano di fare i conti con il proprio passato segnato dal colonialismo
oppure con la storia più recente caratterizzata dal neo-colonialismo
statunitense.
Quali esempi si possono citare Things Fall Apart del
nigeriano Chinua Achebe, Red Earth and Pouring Rain dell’indiano
Vikram Chandra e il poco conosciuto Angel della caraibica Merle
Collins, nel quale viene rivissuta l’invasione statunitense
a Grenada del 1983 che ha posto fine a un tentativo di rivoluzione
‘comunista’. Ma l’elenco è, senza alcuna
esagerazione, pressoché interminabile.
Il volume a cura di Silvia Albertazzi, Barnaba
Maj e Roberto Vecchi intitolato Periferie della storia. Il passato
come rappresentazione nelle culture omeoglotte, recentemente pubblicato
da Quodlibet, è dedicato proprio alla disamina delle problematiche
legate alla rappresentazione della storia in ambito postcoloniale.
Suddiviso in tre sezioni, “Rappresentare la storia”,
“Raffigurare la storia” e “Raccontare la storia”,
il volume non può che aprirsi con un’indispensabile
capitolo, “Colonialismo, postcolonialismo e neocolonialismo:
questioni generali di rappresentazione della storia”, che
ha il compito di introdurre da un punto di vista storico e metodologico
il contesto in cui si inscrivono i contributi successivi. In modo
sintetico e molto incisivo l’autore, Barnaba Maj, delinea
i punti più importanti della storia mondiale degli ultimi
centocinquanta anni circa. Si inizia con la descrizione del “declino
del colonialismo classico sia come ideologia che come prassi storico-politica”
(p. 15), un declino che ha avuto luogo nella seconda metà
del XIX secolo e che ha visto gli stessi stati, e non più
solo singole personalità o gruppi privati, lanciarsi in nuove
imprese coloniali. Oltretutto, nuovi stati si affacciano sulla scena
mondiale e tentano di espandersi oltre i propri confini, come Germania
e Italia, ma non vanno dimenticate neppure la Russia zarista, gli
Usa e il Giappone, la cui espansione coloniale “ha avuto un
ruolo storico dirompente nel sistema degli equilibri asiatici, con
effetti di portata mondiale” (p. 16). Ampio spazio viene poi
dato a un’analisi della storia più recente, alle due
guerre mondiali, alla guerra fredda e al ruolo degli USA negli attuali
equilibri mondiali. Un occhio di riguardo è sempre rivolto
ai mezzi attraverso i quali la storia viene rappresentata e alla
loro evoluzione. Maj evidenzia infatti come nel 1911 gli italiani
potessero seguire l’impresa coloniale libica attraverso le
pagine e le illustrazioni della “Domenica del Corriere”
mentre la più recente Guerra del Golfo è stata seguita
in diretta televisiva in tutto il mondo attraverso la CNN. L’ultima
riflessione riguarda lo smantellamento di quasi tutte le colonie
avvenuto dopo la fine della seconda guerra mondiale e, in questo
contesto, viene sollevato il legittimo dubbio “se la decolonizzazione
sia stata davvero la fine del colonialismo o soltanto il necessario
cambiamento delle forme politiche e delle relazioni internazionali,
per instaurare un nuovo tipo di rapporti ‘coloniali’”.
E Barnaba Maj aggiunge:
Se una percezione di questo tipo della realtà
storica contemporanea si salda con una rilettura o una rappresentazione
della storia del passato schiavistico e coloniale e ciò trova
la sua cristallizzazione in un’ideologia politico-religiosa
è impossibile pensare che questo coagulo non “produca”
storia. L’azione storica muove sempre da una rappresentazione
storica del passato, ovvero del passato riletto dal presente. Poiché
mai come ora la realtà della storia contemporanea sembra
non più suscettibile di dubbi e la contemporaneità
è ormai inscindibile dall’universalità, non
si può eludere il compito di una comprensione culturale che
muova dalla coscienza dell’insostenibilità dello squilibrio,
se si vuole che il confronto sostituisca il conflitto tra civiltà.
(p. 37)
A questo capitolo fanno seguito i contributi
di notevole spessore di due studiosi molto importanti, lo storico
australiano Patrick Wolfe e il teorico comparatista statunitense
Timothy Brennan. In “Il musulmano ha diritto di parola? Una
critica obbligata” Wolfe prende in esame alcune delle tesi
postulate da Gayatri Spivak, senza ombra di dubbio uno degli studiosi
che ha maggiormente influenzato gli studi postcoloniali, ma anche
uno dei più controversi. Il titolo scelto da Wolfe evoca
il celebre saggio “Can the Subaltern Speak?” nel quale
Spivak ha risaputamene discusso il caso del sati, ovvero delle vedove
indù che si immolavano sulla pira funebre dei mariti (1)
. Il sati ritorna anche nel più recente volume della studiosa,
A Critique of Postcolonial Reason: Toward a History of the Vanishing
Present, e costituisce lo spunto dal quale Wolfe prende le mosse.
In riferimento all’immolazione delle vedove Spivak argomenta
che solamente le versioni dei colonizzatori inglesi e dei bramini
sono ampiamente conosciute, mentre si ignora il punto di vista delle
donne che si sono sacrificate, la cui voce non potrà mai
essere ascoltata. Dal problema del sati Wolfe sposta però
la sua attenzione sulla soppressione del regno Mughal in India da
parte degli inglesi, “al fine di valutare la complicità
strutturale tra il testo di Spivak e quelli dei legislatori coloniali
e dei bramini che hanno affrontato la questione del sati”
(p. 46). Lo storico australiano introduce questo spostamento sottolineando
che si tratta di “una cancellazione prodotta dal modo stesso
in cui Spivak rende conto del binarismo coloniale (e se è
per questo, anche indigeno). Perché, infatti, le figure presenti
nel suo schema (uomini bianchi, uomini dalla pelle scura, buone
mogli, Bramini, sapienti shastrici, ecc.) sono tutti indù
o cristiani - cioè a dire, sono tutti non-musulmani”
(p. 51). Ciò che Wolfe intende fare è infatti dimostrare
che “i tre tipi di testo convergono nel suscitare la domanda:
il musulmano ha diritto di parola?” (p. 46-47). Per meglio
analizzare la cancellazione dei musulmani in India e scandagliare
la complicità tra colonialismo inglese e nazionalismo indù
in questo contesto, Wolfe chiama in causa la figura storica del
Rajah Rammohun Roy, “il riformatore indù che è
stato definito il padre sia dell’India moderna sia della scienza
delle religioni comparate” (p. 52). Rammohun, contrario a
ogni settarismo religioso, da lui considerato una delle “cause
della disarmonia sociale che vedeva attorno a sé” riteneva
che “tutte le religioni erano espressioni della fede nello
stesso unico Dio, anche se adorato sotto nomi e forme differenti”
(p. 53). Ciò che si tende a trascurare se non a elidere completamente
è il debito che tali asserzioni hanno nei confronti dell’eredità
islamica indiana e che “i principi riformatori attribuiti
alle influenze europee erano già stati enunciati in idioma
indiano prima che Rammohun imparasse l’inglese” (p.
60). Si tratta, per lo studioso australiano, di un caso lampante
di rimozione del retaggio islamico.
Di rimozione di un passato e di idee ‘scomode’
si occupa anche Timothy Brennan nel suo saggio intitolato “L’intellettuale
meridionale”, in cui l’autore sembra voler dare una
scossa ai più recenti dibattiti in ambito postcoloniale.
Tutta la parte introduttiva del suo saggio è dedicato a una
disamina della ricezione di Antonio Gramsci, poiché “nessuno
ha mai esaminato Gramsci come fonte intellettuale per uno studio
ampio e interdisciplinare del colonialismo e dell’imperialismo;
né è stato ancora descritto il paradigma emergente
della sua ricezione da parte dei teorici postcoloniali” (p.
71). Se, da una parte, lo scopo dello studioso statunitense è
mettere in luce il ruolo fondamentale di Gramsci all’interno
degli studi postcoloniali, dall’altra, la tesi che Brennan
porta avanti lungo tutto il suo saggio in modo estremamente efficace
e convincente può essere così riassunta: la stragrande
maggioranza dei teorici postcoloniali rimandano a Gramsci e lo considerano
una sorta di nume tutelare senza avere una conoscenza di prima mano
dei suoi scritti. Con le parole di Brennan:
Nella ricezione di Gramsci in effetti colpisce
che la quasi totalità dei testi postcoloniali ne riconosce
l’autorità, rifiutandosi però nello stesso tempo
di fare i conti con la sua opera in maniera sistematica e originale.
Tutti i suoi articoli politici, le sue circolari di partito, come
molti passi non antologizzati dei Quaderni, restano in larga misura
sconosciuti agli studiosi che lo citano. In questo modo, nella sua
quasi unanimità la ricezione spesso assume una tonalità
emotiva in contrasto con le tesi proprie di Gramsci, il suo pensiero
e le prospettive da cui parte. In luogo di un’esposizione
accurata o di una lettura attenta, troviamo atti di fedeltà
all’interno del quadro delineato da quattro termini classificatori
presi a prestito dalla sua opera (egemonia, subalterno, rivoluzione
passiva, senso comune). (pp. 73-74)
Brennan pone inoltre l’accento sul fatto
che Gramsci è giunto alla maggior parte dei teorici postcoloniali
tramite una fonte ben precisa, il filosofo Louis Althusser, il quale
non ha mai fatto mistero di non avere lavorato direttamente sui
testi gramsciani. In questo modo, “i miti inaugurati da Althusser
sono stati trasmessi come gli errori nelle trascrizioni medievali”
(p. 97). Nello specifico, l’autore del saggio prende in considerazione
come è stato ‘recepito’ Gramsci da Stuart Hall
e nei Subaltern Studies. Hall, in modo particolare, sembra aver
attuato una sorta di separazione tra la persona Gramsci e i suoi
testi:
È in questa incarnazione che Gramsci diventa
una sorta di santo patrono della teoria postcoloniale. Considerata
come persona nel mondo, Gramsci è particolarmente adatto
allo scopo di colpire sistematicamente il marxismo dal suo stesso
interno per l’impossibilità di replicare ai suoi interpreti,
per la sua lunga detenzione, per la morte avvenuta prima della seconda
guerra mondiale e per la possibilità per così dire
di impersonare il presunto spostamento della sua teoria dalla classe
ad altre forme di identità marginalizzata in virtù
della sua provenienza dal meridione povero d’Italia. (p. 106)
In realtà, Brennan
sostiene, non senza un pizzico di ironia, che “Malgrado questa
tendenza a glorificare la sua persona, i suoi commentatori della
Nuova Sinistra sarebbero rimasti sicuramente sgomenti se lo avessero
incontrato negli anni ’20. Verosimilmente sarebbe loro apparso
privo di senso dell’umorismo, inutilmente passionale, solitario
e inflessibile” (p. 107). Come quest’ultima considerazione
lascia ben intendere, ciò che lo studioso statunitense è
riuscito a fare con il suo saggio è “catturare di nuovo
figure, idee e movimenti che sono stati oscurati, se non espunti
dal ricordo del passato - lasciati al margine perché
non si adattavano ai racconti generalmente accettati del nostro
passato politico” (p. 141).
La sezione successiva contiene due saggi molto originali: “Ritratto
fotografico in Costa d’Avorio. Cornelius Yao Azaglo Augustt”
di Luca Acquarelli e “Illuminismo à la Lumière.
I pericoli della rappresentazione tra rivoluzione, romanzo e cinema”
di Davide Messina. Presente in Africa già a partire dalla
fine dell’800, la pratica fotografica del ritratto costituisce
un modo molto interessante di esaminare la rappresentazione dell’alterità.
Come osserva Acquarelli, “L’indagine condotta su questo
prodotto culturale ibrido ha […] l’intento di promuovere
una conoscenza dell’altro a partire dall’Altro, sostenendo
il presupposto che nessun singolo mondo può essere contenuto
da un altro mondo, a favore di un’altra estetica africana
al di fuori del discorso colonialista” (p. 182). Grazie all’analisi
accurata di alcuni ritratti fotografici appartenenti alla produzione
di un fotografo africano, Cornelius Yao Azaglo Augustt, Acquarelli
tenta di mettere in luce i piccoli accorgimenti ai quali il fotografo
ha fatto ricorso per lasciare la propria impronta anche in quelle
che altro non dovevano essere che foto in formato tessera, ma soprattutto
tenta di dare spazio e ‘voce’ all’atteggiamento
dei soggetti ritratti, conferendo quindi loro un ruolo tutt’altro
che passivo.
Davide Messina esamina
un altro strumento di raffigurazione, il cinema. Lo spunto da cui
prende le mosse il suo saggio è la tripartizione operata
da Balzac nel suo studio su Stendhal tra littérature des
idèes, littérature des images e éclectisme
littéraire. A illustrare un caso calzante di letteratura
di immagini sono The Viceroy of Ouidah di Bruce Chatwin e la versione
cinematografica realizzata da Werner Herzog, Cobra Verde. Non a
caso, nell’analisi che Messina fa del libro di Chatwin vengono
posti in risalto i ‘colori dominanti’ in alcune scene
del romanzo, quasi si trattasse di un dipinto. La sceneggiatura
del film Queimada di Gillo Pontecorvo viene invece discussa quale
esemplificazione della letteratura di idee.
A questa fa seguito una sezione in cui viene presa in considerazione
la riscrittura della storia operata da alcuni scrittori postcoloniali
appartenenti a aree linguistiche diverse: anglofoba, francofona,
ispanofona e lusofona. Nel suo saggio, “Salman Rushdie e la
storia: dal revisionismo magico all’iperrealismo del presente”,
Silvia Albertazzi ripercorre tutta la produzione letteraria di Salman
Rushdie - a partire dal primo romanzo Grimus, un’opera
che lo scrittore stesso aveva rigettato, proibendone ulteriori traduzioni
(ma del quale è recentemente uscita la versione italiana),
fino a Fury, pubblicato alla fine del 2001. L’accento è
posto sui diversi modi in cui Rushdie ha rappresentato la Storia
e le storie nelle sue opere e su come le sue modalità di
rappresentazione siano mutate nel corso degli anni. Midnight’s
Children, Shame e The Satanic Verses - i suoi primi romanzi
di successo - sono infatti caratterizzati da un rifiuto del
“concetto tradizionale di mimesi realistica a favore di un
modo di porsi a confronto col reale che tenga conto dei lati oscuri,
irrazionali, confusi di quella stessa realtà” (p. 212).
Si tratta quindi di opere contraddistinte da una peculiare commistione
di fantastico e reale e, soprattutto, da un punto di vista “‘altro’,
soggettivo, orientale, demistificante, irrealistico, irriverente
nei confronti della cronaca e del potere. Derisione e revisione,
alla base della storiografia fantastica, personale e collettiva,
rushdiana, altro non sono che modi di sovversione - e la sovversione
è inseparabile dall’innovazione dei contenuti”
(p. 215). In altri termini, nelle sue prime opere Rushdie mina “alla
base i principi di fondo della storia ufficiale - rigorosa
separazione del reale dall’immaginario e sequenza temporale
irreversibile” (p. 220). Proprio per questi motivi lo scrittore
indoinglese è stato da più parti accostato, suo malgrado,
al ‘realismo magico’ sudamericano. Con le sue opere
successive il discorso sembra però mutare, in modo particolare
con l’ultimo romanzo. Inoltre, se Midnight’s Children,
Shame e The Satanic Verses possono essere letti come modi diversi
in cui Rushdie ha cercato di fare i conti con la storia rispettivamente
dell’India, del Pakistan e della diaspora indiana in Inghilterra,
con The Ground Beneath Her Feet lo scrittore indoinglese sembra
aprire “un discorso, tuttora in atto, sulla rappresentazione
non più e non soltanto della storia, ma degli eventi storici
nel processo di globalizzazione” (p. 234). In The Ground Beneath
Her Feet ci troviamo, non a caso, a cavallo tra India, Inghilterra
e Stati Uniti, viene cioè inaugurato quello spostamento verso
gli Stati Uniti che verrà completato nel suo ultimo romanzo,
Fury, ambientato a New York, la ‘capitale dell’impero
americano’, “un mondo caratterizzato dall’esaltazione
dei simulacri, dalla soddisfazione di inesistenti bisogni indotti
dalla pubblicità e dal marketing, dalla frustrazione per
la mancanza di cose mai conosciute (o, se si preferisce, mai perdute),
in una parola, da una forma dilaniante di ‘nostalgia senza
memoria’” (p. 238). In questo romanzo, lo scrittore
indoinglese fa ricorso a una “sorta di iperrealismo narrativo,
in cui le parole fotografano il mondo reale, trasformandolo in immagini
di simulacri ‘più veri del vero’, copie perfette
di originali mai esistiti” (p. 236). Tuttavia, sostiene Silvia
Albertazzi, sbaglia chi ravvisa in questa modalità di rappresentazione
una netta cesura con quanto scritto da Rushdie in precedenza: “è
piuttosto una derivazione del suo cosiddetto ‘realismo magico’,
una forma di iperrealismo che, proprio per la sua natura esasperata,
non risulta meno ‘fantastico’ delle sue precedenti narrazioni
antimimetiche” (p. 238). E questo sembra essere proprio il
modo più indicato per rappresentare il presente come fosse
già passato come fa Rushdie in Fury, in cui stigmatizza “ironicamente
la valorizzazione dell’effimero, che caratterizza la nostra
attuale società occidentale” (p. 238).
Carminella Biondi dedica
il suo saggio a uno studio del pensatore-scrittore martinicano Édouard
Glissant: “La ‘visione profetica del passato’
di Édouard Glissant”. A un’opera in particolare
viene conferito un ruolo di primo piano nel saggio, Le quatrième
siècle. Si tratta un romanzo nel quale lo scrittore ha ricostruito
la storia caraibica degli ultimi quattro secoli, dal momento in
cui, cioè, ha avuto inizio la storia dei neri nei Caraibi
in seguito al middle passage. Come si può ben comprendere,
si tratta di una storia estremamente difficile da ricostruire a
causa della mancanza di fonti e testimonianze scritte: “Lo
scrittore deve prendere atto che per lui i libri di storia e i documenti
d’archivio sono muti: possono tutt’al più aiutarlo
a stabilire qualche riferimento cronologico, fornirgli notizie sui
documenti ufficiali, su eventi che hanno fatto scalpore, sui coloni
e i loro sistemi di vita, tutte informazioni che lo concernano ma
che di fatto lo escludono” (p. 249). E non a caso Carminella
Biondi aggiunge: “Credo che il grande colpo di genio e la
novità assoluta dello scrittore Glissant stia proprio nell’aver
capito che quel passato così drammatico, intenso, vivo eppur
inesistente e muto, non si potesse ricostruire adottando i modelli
storici e i canoni narrativi di cui ci si era serviti per obliterarlo;
di aver preso atto che in quel passato ci sono vuoti ormai incolmabili
con cui si devono fare i conti e che bisognava pertanto tentare
di valorizzare i pochi ‘pieni’ rimasti, o inventare
dei ‘pieni’ caricandoli di tutto il peso di una ricostruzione
storica globale” (p. 250). Ed è grazie a quella che
Glissant stesso ha chiamato la “vision prophétique
du passé” che la storia viene ricostruita o, meglio,
immaginata. Vi è un episodio che lo scrittore ama ricordare
e che è paradigmatico. All’interno di Le quatrième
siècle ha ‘immaginato’ una scena in cui, in seguito
all’emancipazione degli schiavi in Martinica nel 1848, vengono
conferiti nomi a tutti gli schiavi che ancora non ne possedevano
uno. Questa scena, frutto dell’immaginazione di Glissant ma
assolutamente verosimile, è stata citata all’interno
di una rivista “très sérieuse, confidentielle
et très scientifique” sull’onomastica, in un
saggio molto rigoroso scritto da un “grand savant en la matière”.
Quel capitolo tratto da Le quatrième siècle, “que
j’avais complètement imaginé et complètement
inventé […] est devenu un élément de
science” e altro non era se non, appunto, una ‘visione
profetica del passato’. Va infatti sottolineata “la
funzione imprescindibile dell’immaginazione visionaria nella
scrittura del passato, nella scrittura della storia”. Ma va
soprattutto chiarito che ciò non vale solo per “i popoli
la cui storia è stata occultata”, ma anche per “altri
contesti, per evitare che la scienza storica, come ogni altra scienza,
sia solo vuoto sistema, sradicato dalla vita, incapace di cogliere
le latenze profonde dei fenomeni umani che sono sottese alla parola
e le danno un senso” (p. 256).
Come esplica il titolo,
“Il tempo difratto: Biblique des derniers gestes di Patrick
Chamoiseau come espressione di problemi storiografici”, Paola
Ghinelli nel suo saggio si è proposta di ripercorrere gli
sviluppi più recenti della teoria storiografica e di verificarne
le consonanze con l’imponente romanzo del martinicano Patrick
Chamoiseau. Ghinelli evidenzia in modo particolare come le modalità
di scrivere la storia abbiano subito notevoli mutamenti negli ultimi
anni. Ampio spazio viene infatti ora concesso alle “microstorie,
ovvero le ricostruzioni della vita quotidiana di persone comuni.
È stata sperimentata altresì la narrazione storica
non ordinata cronologicamente, o che muove dal presente al passato.
Altre volte si sono giustapposti documenti autentici riguardanti
un singolo episodio o personaggio. Più in generale negli
ultimi decenni si è accordata sempre più importanza
al confronto tra vita pubblica e privata, alla pluralità
di punti di vista, alle percezioni culturali degli eventi”
(p. 279). Tali ‘innovazioni’ in ambito storiografico
erano però già state utilizzate in romanzi come quello
di Chamoiseau, “che è al contempo una ‘storia
totale’, un insieme di microstorie, una narrazione priva di
ordine cronologico e che si svolge a ritroso, nonché una
giustapposizione di documenti (autentici o plausibili)” (pp.
279-280). Va infatti tenuto a mente che “raccontare secondo
un punto di vista idoneo a rappresentare la molteplicità
del reale è un obiettivo comune alla storiografia e a questo
tipo di letteratura, per definizione alla ricerca di una verità
alternativa a quella narrata dai libri di storia” (pp. 280-281).
Cristina Fiallega dedica
il suo saggio, “‘Sono condannato ad un destino di teatro’:
Simón Bolívar nella narrativa di García Márquez”,
alla disamina della rappresentazione della figura storica del Libertador
Simón Bolívar all’interno di un particolare
romanzo di Gabriel García Márquez, El general en su
laberinto. In altri termini, il saggio esamina come un “famosissimo
scrittore, oltre che affermato giornalista di cronaca, ha deciso
di raccontare a modo suo una storia risaputa, e per farlo ha unito
alle sue competenze giornalistiche (capacità di attingere
a fonti affidabili, sia scritte che orali o di altro tipo) l’apparato
retorico-poetico del cd. Realismo magico. In tal modo, ha creato
un’immagine inedita di uno dei più celebri eroi latinoamericani”
(p. 305).
Roberto Mulinacci in
“L’ombra di Camões. L’impossibile ritorno
della storia in As Naus di Lobo Antunes” […] mostra
al lettore come “quel metaforico scarabocchio che As Naus
rappresentano sul grande Libro della storia portoghese” possa
essere considerato “un irriverente sberleffo in faccia a secoli
di conclamata gloria nazionale” (p. 322). Mulinacci rincara
la dose facendo notare come il “riso beffardo dell’autore”
sia rivolto “contro la concezione sacrale di quel passato
e l’assunzione acritica della sua eredità nella sfera
del vero storico, assolutamente certo e incontrovertibile”
(p. 322). Ancora una volta ci troviamo di fronte a un autore che
con le sue ‘storie’ si prende gioco della ‘Storia’
ufficiale, canonizzata e, pertanto, ritenuta irrefutabile.
Nell’ultimo saggio del volume, “Genealogie del trauma:
memoria e rappresentazione storica nella letteratura femminile della
guerra coloniale”, Roberto Vecchi prende in considerazione
la rappresentazione della guerra combattuta dal Portogallo nelle
sue colonie africane per contrastare i movimenti indipendentisti.
Interessante è vedere come la sua riflessione sia incentrata
sulla possibilità stessa dell’esistenza di una letteratura
della guerra coloniale, poiché la sua effettiva esistenza
tradisce “la tensione esistente tra la letteratura come menzogna,
così come oggi siamo inclini, in chiave postmoderna, a concepirla,
e una letteratura contrassegnata da una forte carica testimoniale,
una letteratura-verità che in alcune circostanze, come nel
Portogallo attuale, siamo tenuti - o vi siamo indotti dai
molti silenzi od omissioni della storia - ad affrontarla”
(p. 340). In altri termini, Vecchi si chiede se sia possibile concepire
la letteratura anche come “rappresentazione storica condivisibile
di memorie che ancora non hanno prodotto una storia condivisa”
(p. 340). L’autore del saggio complica ulteriormente il problema
concentrandosi sul punto di vista femminile e domandandosi come
“una figura silenziosa e ridotta al silenzio, la donna dinanzi
alla guerra, può contribuire a rappresentare un tema, silenzioso
e ridotto al silenzio, come la rappresentazione della guerra coloniale”
(p. 344). La conclusione di Vecchi è che “la letteratura
può […] offrire atti di autori-autrici essenziali per
una effettiva comprensione storica” (p. 349), anche se non
va dimenticato che “Si tratta di una storia che esplora dimensioni
implicite e singolari, quanto normalmente viene escluso dalla storia,
i sentimenti, i desideri, la coscienza, gli istinti” (p. 356).
Periferie delle storie è dunque un volume molto denso, i
cui saggi estremamente eterogenei offrono svariati spunti di riflessione.
Soprattutto, però, come sottolineano i curatori del volume
nella loro nota introduttiva che reca il titolo di “Silenzi
ricolmi di immagini”, i saggi mettono in luce “se ancora
una volta era necessario farlo, la straordinaria vitalità
e resistenza che le culture periferiche oppongono alle Storie metropolitane,
riuscendo attraverso una profonda riformulazione delle categorie
rappresentative, a fare emergere comunque le loro voci sommerse
e subalterne” (p. 11). Ma, aspetto forse ancora più
interessante, alcuni dei saggi possono essere letti come tentativi
di dare una risposta a un quesito particolarmente scottante e complesso,
ovvero se un’opera narrativa, di fiction, possa essere considerata
o meno una sorta di ‘documento storico’. A tale proposito
vorrei concludere con alcune riflessioni di una scrittrice giamaicana,
Erna Brodber, le cui opere non sono state prese in considerazione
all’interno del volume, ma che vi potrebbero sicuramente rientrare.
La Brodber, sia nella sua produzione letteraria che saggistica,
ha da sempre cercato di salvare dall’oblio la storia del suo
paese e della sua gente e, in una recente raccolta di suoi scritti,
ha ribadito come sia giunta a credere profondamente “in the
therapeutic value of knowing one’s history” (Erna Brodber,
The Continent of Back Consciousness, London, New Beacon Books, 2003,
p. 162). Inoltre, in un altro saggio in cui la scrittrice sostiene
la legittimità di fare ricorso a fonti orali nella “creation
of a social history of the region” (Erna Brodber, “Oral
sources and the creation of a social history of the Caribbean”,
Jamaica Journal, 6: 4 1983, p. 2), prende in considerazione tre
scrittori caraibici e le loro opere: Kamau Brathwaite, Orlando Patterson
e Vic Reid, tutti e tre accomunati dal fatto che conoscono benissimo
“the significance of historical evidence” (p. 4), in
quanto il primo è uno storico, il secondo un sociologo e
il terzo un giornalista. Ciononostante, “they all found archival
data inadequate for describing the responses of their forefathers”
e Brodber si pone quindi una domanda che racchiude anche la risposta:
“where, if not in the imagination of the creative writers,
will we find the admissible data on the behaviour of people who
left no memoirs?” (p. 7). Non certo per caso Glissant, in
occasione della presentazione della traduzione italiana di Le quatrième
siècle avvenuta a Bologna il 23 giugno 2004 ha affermato,
sempre in riferimento all’episodio del suo romanzo discusso
più sopra: “Non l’ho inventato, l’ho immaginato,
ma sono sicuro che è andata così”.
(1) Wolfe fa notare i diversi significati
della parola sati (“verità”, “virtù”)
e evidenzia che il termine è passato alla storia con il significato
che normalmente gli si attribuisce poiché è stata
tradotto male nel discorso coloniale (cfr. p. 47).
Silvia Albertazzi, Barnaba Maj, Roberto Vecchi - Periferie della storia - Quodlibet - € 18