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Milo De Angelis, Orfeo lombardo
È questo il primo, vero libro «orfico» di De Angelis, di un orfismo però in negativo, in cui la parola, schiacciante necessità e insieme scacco, è sempre insufficiente: come le cure mediche che non sono riuscite a richiamare in vita la moglie del poeta
di ANDREA CORTELLESSA
[da il manifesto]
Da sempre la poesia di Milo De Angelis possiede la misteriosa proprietà di apparire, a un tempo, inattesa e necessaria. La
sua irruzione, a metà degli anni settanta, segnò la più traumatica discontinuità col visibilismo oggettuale lombardo', lo sperimentalismo realistico di «Officina», la gestualità intellettuale della neoavanguardia: tutti d'accordo nel liquidare l'obscurisme post-simbolista
dell'ermetismo fiorentino come l'attrezzo più impresentabile d'un Novecento precocemente invecchiato. Figurarsi quanto potesse apparire eversiva
una parola - come quella di De Angelis - che riattizzava l'incendio dell'analogismo puro, della verticalizzazione più esilarante. Non stupisce
che si guadagnasse, più che lettori, un manipolo di fanatici.
Ma la sua assoluta alterità non era solo diacronica. Mentre altri si reincantavano dell'io» che la neoavanguardia (almeno nei programmi) aveva «ridotto», la poesia di Somiglianze e dei tre libri seguenti non lasciava
margini ad alcuna indulgenza narcisistica. Nel saggio Poesia e destino De Angelis si poneva agli antipodi rispetto all'orfismo, fumosa categoria
alla quale sùbito la sua poesia era stata ricondotta. Perentoria la sua definizione di Rimbaud e Campana (phares, certo, altamente indiziati) come «due
tra le posizioni più matematiche del furore mediterraneo». Perentorietà: ecco una categoria-chiave di questa poesia (che forse spiega la contrastata
passione, per essa, di Franco Fortini). Dove la metafora matematica' traduce il proprio stesso inconfondibile «tono tra gnomico e iussivo, che contrassegna - ha scritto Paolo Zublena - «l'inesorabilità del fato». È la morsa spietata dell'ananke a guidare
questa parola: verso un approdo che è, infatti, inequivocabilmente tragico.Questi caratteri disegnano una figura d'indubbio rilievo storico. Eppure, con
tutta l'ammirazione per il talento dispiegato in quei primi libri, quel De Angelis non mi ha mai convinto del tutto. È stato detto (da Giovanni Raboni)
che nella sua scrittura albergava, più che una sintesi, un cozzare continuo tra sospensione del senso e «ricerca di una folta e dolente concretezza espressiva: «contrappesi terrestri» alla sua «ardita e a volte (per rastremazione o accelerazione) inafferrabile tensione analogica». Verissimo.
Ma mi appariva deontologicamente ingiustificato, per così dire, che determinati catalizzatori di senso venissero ostinatamente celati, per essere offerti solo
all'esterno del testo: pratica 'esoterica', alla lettera, cara all'ermetismo di tutte le epoche e latitudini. Penso per esempio,
in Somiglianze, a un episodio come «T.S.»: fuga a ritroso nel tempo nella quale si susseguono immagini di bruciante bellezza. Ma
tutto acquista senso narrativo' (fra molte virgolette) solo una volta che si sappia che quella sigla va sciolta in «Tentato Suicidio».Segnano
una soluzione di continuità i due ultimi libri, Biografia sommaria del '99 e questo Tema dell'addio («Specchio» Mondadori,
pp. 85, ÷ 9,40). Nei due titoli occorrono termini - biografia, tema - che alludono proprio a una qualche forma di narratività,
denotata anche dai tempi verbali: mentre nei primi libri prevaleva il presente assoluto (con lampeggiamenti di futuro apocalittico'), negli ultimi due
si fa strada la più sfumata tavolozza dei passati e, in particolare, dell'imperfetto. Tuttavia sarebbe un errore interpretare tale svolta del respiro nella chiave d'un memorialismo chiarista', à la page. La forza di questi componimenti (soprattutto nella prima e folgorante, ma anche
nelle altre cinque sezioni dell'ultimo libro, troviamo una decina fra le poesie più belle degli ultimi anni) continua a consistere nell'arduo equilibrio
tra figuratività (ispessita col ricorso alla toponomastica lombarda e al «paesaggio che fu di Sironi») e suo contrario. «Abbiamo visto laperto e il nascosto di un attimo», recita un verso del primo componimento: ed è una sigla che vale per tutto De Angelis (per questo appaiono maiuscoli
i suoi versi più lunghi, nei quali i due versanti hanno modo di congiungersi, sprizzando scintille; mentre quelli più brevi tornano, talora, a posture vaticinanti).La
vera novità del libro è nel «tema» enunciato nel titolo. L'addio è quello dato alla fine del 2003 alla moglie, la poetessa Giovanna
Sicari. S'intuisce che alcuni testi siano stati scritti prima, forse durante il terribile decorso del male, ma la brutalità del dato (ribadito dalla dedica
«a Giovanna») non può che ingiungere la lettura dell'intero libro alla nera luce del lutto. Proprio questa, in ogni caso, cambia la prospettiva
di De Angelis. Specie nella prima sezione martellano il verso ossessivi indicatori di realtà, applicati con lancinante volontà 'documentaria' a segmenti
sovrilluminati della biografia condivisa («È avvenuto, certamente / è avvenuto»; «C'è stato un compleanno, all'inizio,
certamente. / [...] C'è stato, quello c'è stato»; «Il luogo era quello. Era lì / che stavi morendo»). Questa percussività dellErlebnis adotta lo strumento dell'iterazione: come nella squassante terza poesia (forse la più bella di tutte), dilacerata fra l'anafora
dell'incipit, «Non è più dato», e l'eco che strangola gli ultimi quattro versi: «Non è più dato. Uno solo è il tempo, una sola
/ la morte, poche le ossessioni, poche / le notti d'amore, pochi i baci, poche le strade / che portano fuori di noi, poche le poesie».Così, en
abîme, i singoli componimenti riproducono la funzione strutturante del «tema»: cioè la sua tendenza a saturare tutti i luoghi del libro, a ricondurli
a un'unica chiave (interna, dunque, oltre che esterna). La spietata letteralità della morte colma il verso, lo satura delle sue lucenti stimmate
negative (Non è più dato... Non c'era più tempo...). Viene da pensare a Campana, all'incanto allucinatorio dei Canti Orfici ma soprattutto
(per l'esplosivo incontro di catatonica iterazione e tragica negatività) alla terza poesia per Sibilla Aleramo («In un momento / sono sfiorite le
rose / [...] le rose che non erano le nostre rose / le mie rose le sue rose». Si veda, qui, la formidabile poesia sull'asfalto di pagina 26).Allora
è questo il primo, vero libro orfico di De Angelis: beninteso ove s'intenda, l'ominosa categoria (come per il Campana più essenziale), in
negativo. Cioè, appunto, tragicamente. Non l'ontologia della parola ma la sua schiacciante necessità e, insieme, il suo scacco ineluttabile. È per questo
che le poesie sono poche. Non nel numero, bensì in quanto costitutivamente insufficienti: nell'operazione di richiamare
a sé coloro che non sono più. Poesia e cure mediche, così, si sovrappongono - ma entrambe sconfitte: «queste poesie tornano nella loro grammatica, [...]
/ Sono morte. Si radunano lì. Hanno sbagliato, / hanno sbagliato l'operazione»; «non si trova la via per la sorgente, ma / non si trova la
vena, dio mio, non si trova». Cecidere manus.
Così recita l'incredibile finale di un'altra poesia di colore stigio, daere perso (vi torna, infatti, il Leitmotiv dell'asfalto): «torna, non tornare più / qui, nella nostalgia dei viventi, torna, /
non tornare, ritorna, mai, più». Il destino di Orfeo è in sé contraddittorio e insufficiente: è lui stesso che, voltandosi (come, etimologicamente,
fa ogni verso...), decreta la fine del suo sogno d'onnipotenza - cioè d'eternità. Per condannarsi alla strage del tempo.
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Lunedì 21 Febbraio 2005
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