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Moretti: La letteratura vista da lontano
di MARCO BELPOLITI
Lette poche pagine della
Letteratura vista da
lontano di Franco Moretti
un'immagine s'impossessa
di me: vedo l'autore a
Stanford, nella sua università americana;
lo vedo nello studio (dove
non sono mai stato) alle prese con
mappe, carte, grafici, alberi evolutivi,
trafelato e raggiante. Vedo la
sua bella faccia italiana, intravista
sulle pagine di un quotidiano, sorridente
e anche un po' strafottente -
la strafottenza che hanno stampata
in viso gli intelligenti -, mentre
gira le pagine dei suoi repertori,
oppure tira giù dagli scaffali tomi
di storia della lettura e di sociologia
della letteratura.
Moretti me lo immagino così: in
lotta con un’idea, con una serie di
domande, di interrogativi, simile a
un personaggio di Saul Steinberg
che regge in mano un bel punto
interrogativo, come se fosse teschio
di Amleto. La letteratura
vista da lontano è un catalogo di
interrogazioni, ma anche un libro
di metodo, o almeno così dovrebbe
essere nelle intenzioni dell'autore.
Il testo sprizza scintille ed è pervaso
da una curiosità e un'intelligenza
notevoli, ma è anche un libro
frustrante per le risposte che non ci
sono, per le rinunce che contiene,
per il poco o nulla che stringe in
mano l'autore, alla fine.
Come si può riassumerlo? Diciamo
così: Franco Moretti cerca la
regola che definisce i "cicli letterari"
del romanzo. Perché a un certo
punto nel Settecento trionfa il romanzo
gotico? Oppure, perché declina
a
il romanzo epistolare? Perché
muoiono e nascono nuovi generi
letterari? Che cosa decreta il cambio
di stagione tra i romanzi? Per
rispondere a queste domande, invece
di considerare pochi capolavori,
egli ha analizzato i romanzi apparsi
in una data epoca, tutti i romanzi
di quel periodo. Utilizzando un
inventario-catalogo che arriva al
1850, una sorta di cimitero degli
elefanti del romanzo, ha trasformato
in dati quantitativi i libri stessi,
tracciato tabelle, stereogrammi.
Il presupposto di tutto questo è
però l'esclusione dal suo campo
visivo dei testi. Franco Moretti non
è interessato a cosa e come racconta
una certa storia quel romanzo, Il
Castello di Otranto, poniamo, ma,
appunto, allo sguardo d'insieme.
Da qui il titolo, La letteratura vista
da lontano, che riecheggia quello
di una raccolta di saggi di Lévi-Strauss. Il metodo di Moretti non è
però quello strutturalista; e non lo
si può definire formalistico, per
quanto tragga ispirazione da entrambi.
Dal punto di vista metodologico,
il suo è un ibrido: è il
"metodo-Moretti", composto di interrogativi
ossessivi, di risposte
intelligenti, di scorciatoie, ma anche
di lunghe digressioni.
A parlare nel libro è la voce di
un acuto allievo di Darwin, ma
anche di Conan Doyle, una sorta di
Sherlock Holmes della sociologia
letteraria: ricostruire un intero
continente perduto partendo da un
osso. Non si può certo dire che il
libro sia noioso, anzi. Riserva continue
sorprese, per via del continuo
cambio di marcia dell'autore, il
quale, più cerca la via principale,
la sola che lo può portare fuori
dall'intrico delle questioni da lui
stesso sollevate, più si sperde nella
foresta dei propri interrogativi.
Somiglia, per restare a Saul Steinberg,
a quella donna che si trova in
equilibrio su un asse: da una parte
il suo interrogativo e dall'altra lei
perfettamente calibrati; solo che la
donna sta per sferrare un gran
colpo di martello al proprio problema
ignorando che così andrà gambe
all'aria. Come si fa a cercare
delle risposte sulla storia del romanzo
senza parlare dei libri, ma
solo ricorrendo a dati quantitativi?
Si può, ma così la letteratura,
composta di parole, frasi, non esiste
più, diventa un puntolino lontano,
qualcosa di assente, un fantasma:
La letteratura fantasma dovrebbe
intitolarsi il libro.
A tratti si ha l'impressione che
Moretti abbia preso una cotta per
metodi classificatori che tuttavia,
alla fine, producono ben poco dal
punto di vista conoscitivo. Le figure
utilizzate nel libro - figure e non
immagini - i grafici, le mappe, gli
alberi appartengono a un campionario
grafico un po' vecchiotto,
desueto, come se Moretti non conoscesse
il lavoro di Edward R. Tufte,
i suoi meravigliosi libri sulla "quantitative
information", in cui le
"quantità" sono rappresentate in
modo poetico, cosa che questa materia
- la letteratura - esigerebbe.
Perché Moretti, valente e inventivo
saggista, si è così allontanato
dalla lettura dei testi? Forse anche
lui, come certi critici e studiosi
contemporanei, ha cominciato a
odiare quella materia magmatica e
incerta che si chiama narrazione?
Oppure, perché nutre ambizioni
così forti da sentire l'esigenza di
scartare da tutto l'esistente per
trovare una strada propria? Cerca,
dice, una "storia letteraria più razionale".
Ma cos'è questa razionalità?
Questo libro come il precedente,
il fascinoso Atlante del romanzo
europeo, assomiglia a una raccolta
di mappe immaginarie: è più figlio
di Borges che non di Darwin, un
libro in cui il talento letterario
dell'autore è nascosto sotto una
coltre spessa di discorsi metodologici
che smarriscono anche il lettore
più attento. In uno dei punti più
belli del libro Moretti chiama in
campo lo straordinario libro di
D'Arcy Thompson, Crescita e forma,
pubblicato nel 1917 e ritenuto
da Lévi-Strauss uno dei monumenti
intellettuali del nostro tempo (in
catalogo da Bollati Boringhieri,
1992). D'Arcy Thompson descrive
ciò che lega le corna degli animali
allo spericolato volo degli insetti, i
gusci delle lumache alla forma dei
ponti. La tesi centrale del suo
lavoro è che la forma delle cose, la
loro morfologia, dipende da un
sistema di forze che D'Arcy Thompson
cerca di descrivere mediante
l'uso della matematica e della geometria.
La similarità delle forme -
un ponte sospeso e una tela di
ragno - dipende da questo sistema,
così che tutto quello che vediamo,
dalle nuvole al percorso di un
insetto attratto dalla luce, ha la
propria origine in cause fisiche.
Moretti, da buon materialista e
marxista, quale ancora è, è convinto
di poter fare la medesima cosa
con i romanzi, ricorrendo ai numeri,
alle rappresentazioni quantitative.
Si può? Solo in parte. Voglio
dire, è vero che un romanzo è una
forma, come un albero o un fiore,
una forma complessa regolata da
leggi generali, tuttavia ogni libro è
anche, nel bene e nel male, nella
sua riuscita o nel suo fallimento,
una forma unica; solo apparentemente,
attraverso il genere (poliziesco,
fantascienza, ecc.), esso appartiene
ipoteticamente a un insieme
più vasto.
Negli ultimi anni della sua vita
Italo Calvino, sulla scorta di Roland
Barthes, aveva pensato a una
Mathesis singularis contrapposta a
quella universalis, ovvero a una
scienza dell'unicità. La letteratura
è esattamente questo: un catalogo
infinito di casi singoli. Fare critica,
ma anche sociologia della letteratura,
vuol dire usare gli strumenti
della generalizzazione scientifica e
insieme la sensibilità poetica "volta
alla definizione del singolare e
dell'irripetibile". Spero che prima o
poi nella suo confortevole ufficio
californiano Moretti deponga grafici
e mappe, e riprenda a scrivere
quei saggi sensibili e intelligenti
che ci fece assaggiare diversi anni
fa in Segni e stile del moderno.
[da ttL]
Franco Moretti - La letteratura vista da lontano - Einaudi - € 16.50
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Lunedì 28 Febbraio 2005
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