I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
   NEWSLETTER
   RECENSIONI
   SPECIALI
   INTERVENTI
   TESTI
   SEGNALAZIONI
   INTERVISTE
   ULTRALETTERATURA
   L'ARCHIVIO
   Blog
Moretti: La letteratura vista da lontano
di MARCO BELPOLITI

Lette poche pagine della Letteratura vista da lontano di Franco Moretti un'immagine s'impossessa di me: vedo l'autore a Stanford, nella sua università americana; lo vedo nello studio (dove non sono mai stato) alle prese con mappe, carte, grafici, alberi evolutivi, trafelato e raggiante. Vedo la sua bella faccia italiana, intravista sulle pagine di un quotidiano, sorridente e anche un po' strafottente - la strafottenza che hanno stampata in viso gli intelligenti -, mentre gira le pagine dei suoi repertori, oppure tira giù dagli scaffali tomi di storia della lettura e di sociologia della letteratura.
Moretti me lo immagino così: in lotta con un’idea, con una serie di domande, di interrogativi, simile a un personaggio di Saul Steinberg che regge in mano un bel punto interrogativo, come se fosse teschio di Amleto. La letteratura vista da lontano è un catalogo di interrogazioni, ma anche un libro di metodo, o almeno così dovrebbe essere nelle intenzioni dell'autore. Il testo sprizza scintille ed è pervaso da una curiosità e un'intelligenza notevoli, ma è anche un libro frustrante per le risposte che non ci sono, per le rinunce che contiene, per il poco o nulla che stringe in mano l'autore, alla fine.
Come si può riassumerlo? Diciamo così: Franco Moretti cerca la regola che definisce i "cicli letterari" del romanzo. Perché a un certo punto nel Settecento trionfa il romanzo gotico? Oppure, perché declina a il romanzo epistolare? Perché muoiono e nascono nuovi generi letterari? Che cosa decreta il cambio di stagione tra i romanzi? Per rispondere a queste domande, invece di considerare pochi capolavori, egli ha analizzato i romanzi apparsi in una data epoca, tutti i romanzi di quel periodo. Utilizzando un inventario-catalogo che arriva al 1850, una sorta di cimitero degli elefanti del romanzo, ha trasformato in dati quantitativi i libri stessi, tracciato tabelle, stereogrammi. Il presupposto di tutto questo è però l'esclusione dal suo campo visivo dei testi. Franco Moretti non è interessato a cosa e come racconta una certa storia quel romanzo, Il Castello di Otranto, poniamo, ma, appunto, allo sguardo d'insieme. Da qui il titolo, La letteratura vista da lontano, che riecheggia quello di una raccolta di saggi di Lévi-Strauss. Il metodo di Moretti non è però quello strutturalista; e non lo si può definire formalistico, per quanto tragga ispirazione da entrambi. Dal punto di vista metodologico, il suo è un ibrido: è il "metodo-Moretti", composto di interrogativi ossessivi, di risposte intelligenti, di scorciatoie, ma anche di lunghe digressioni.
A parlare nel libro è la voce di un acuto allievo di Darwin, ma anche di Conan Doyle, una sorta di Sherlock Holmes della sociologia letteraria: ricostruire un intero continente perduto partendo da un osso. Non si può certo dire che il libro sia noioso, anzi. Riserva continue sorprese, per via del continuo cambio di marcia dell'autore, il quale, più cerca la via principale, la sola che lo può portare fuori dall'intrico delle questioni da lui stesso sollevate, più si sperde nella foresta dei propri interrogativi.
Somiglia, per restare a Saul Steinberg, a quella donna che si trova in equilibrio su un asse: da una parte il suo interrogativo e dall'altra lei perfettamente calibrati; solo che la donna sta per sferrare un gran colpo di martello al proprio problema ignorando che così andrà gambe all'aria. Come si fa a cercare delle risposte sulla storia del romanzo senza parlare dei libri, ma solo ricorrendo a dati quantitativi? Si può, ma così la letteratura, composta di parole, frasi, non esiste più, diventa un puntolino lontano, qualcosa di assente, un fantasma: La letteratura fantasma dovrebbe intitolarsi il libro.
A tratti si ha l'impressione che Moretti abbia preso una cotta per metodi classificatori che tuttavia, alla fine, producono ben poco dal punto di vista conoscitivo. Le figure utilizzate nel libro - figure e non immagini - i grafici, le mappe, gli alberi appartengono a un campionario grafico un po' vecchiotto, desueto, come se Moretti non conoscesse il lavoro di Edward R. Tufte, i suoi meravigliosi libri sulla "quantitative information", in cui le "quantità" sono rappresentate in modo poetico, cosa che questa materia - la letteratura - esigerebbe.
Perché Moretti, valente e inventivo saggista, si è così allontanato dalla lettura dei testi? Forse anche lui, come certi critici e studiosi contemporanei, ha cominciato a odiare quella materia magmatica e incerta che si chiama narrazione? Oppure, perché nutre ambizioni così forti da sentire l'esigenza di scartare da tutto l'esistente per trovare una strada propria? Cerca, dice, una "storia letteraria più razionale". Ma cos'è questa razionalità? Questo libro come il precedente, il fascinoso Atlante del romanzo europeo, assomiglia a una raccolta di mappe immaginarie: è più figlio di Borges che non di Darwin, un libro in cui il talento letterario dell'autore è nascosto sotto una coltre spessa di discorsi metodologici che smarriscono anche il lettore più attento. In uno dei punti più belli del libro Moretti chiama in campo lo straordinario libro di D'Arcy Thompson, Crescita e forma, pubblicato nel 1917 e ritenuto da Lévi-Strauss uno dei monumenti intellettuali del nostro tempo (in catalogo da Bollati Boringhieri, 1992). D'Arcy Thompson descrive ciò che lega le corna degli animali allo spericolato volo degli insetti, i gusci delle lumache alla forma dei ponti. La tesi centrale del suo lavoro è che la forma delle cose, la loro morfologia, dipende da un sistema di forze che D'Arcy Thompson cerca di descrivere mediante l'uso della matematica e della geometria. La similarità delle forme - un ponte sospeso e una tela di ragno - dipende da questo sistema, così che tutto quello che vediamo, dalle nuvole al percorso di un insetto attratto dalla luce, ha la propria origine in cause fisiche. Moretti, da buon materialista e marxista, quale ancora è, è convinto di poter fare la medesima cosa con i romanzi, ricorrendo ai numeri, alle rappresentazioni quantitative. Si può? Solo in parte. Voglio dire, è vero che un romanzo è una forma, come un albero o un fiore, una forma complessa regolata da leggi generali, tuttavia ogni libro è anche, nel bene e nel male, nella sua riuscita o nel suo fallimento, una forma unica; solo apparentemente, attraverso il genere (poliziesco, fantascienza, ecc.), esso appartiene ipoteticamente a un insieme più vasto.
Negli ultimi anni della sua vita Italo Calvino, sulla scorta di Roland Barthes, aveva pensato a una Mathesis singularis contrapposta a quella universalis, ovvero a una scienza dell'unicità. La letteratura è esattamente questo: un catalogo infinito di casi singoli. Fare critica, ma anche sociologia della letteratura, vuol dire usare gli strumenti della generalizzazione scientifica e insieme la sensibilità poetica "volta alla definizione del singolare e dell'irripetibile". Spero che prima o poi nella suo confortevole ufficio californiano Moretti deponga grafici e mappe, e riprenda a scrivere quei saggi sensibili e intelligenti che ci fece assaggiare diversi anni fa in Segni e stile del moderno.
[da ttL]

Franco Moretti - La letteratura vista da lontano - Einaudi - € 16.50


Pubblicato da Giuseppe Genna , il Lunedì 28 Febbraio 2005

stacco.gif