di FRANCO CORDELLI
Nel gennaio del 2003 ero a Milano, per la presentazione di un libro. Inaspettati, alla Feltrinelli di piazza Piemonte apparvero Giovanna Sicari e Milo De Angelis. Fu un incontro affettuoso. Non vedevo Giovanna da molto tempo e quella fu l’ultima volta che ci parlammo. Sapevo che era stata male, ma mi disse che era guarita. Lo disse sorridendo, rossa in viso per il freddo, contenta dei vecchi amici: «Quando ho letto i vostri nomi sul giornale ho voluto ritrovare un po’ di Roma». Nel dicembre di quell’anno, dopo aver dato l’addio a un amico in un clinica romana, seppi che poche stanze più avanti si era spenta anche lei, Giovanna. Sapevo che il male s’era presentato di nuovo, non sapevo che lei era lì, a due passi. A 49 anni, Giovanna lasciava un bambino e sette libri di poesia. L’ultimo, Epoca immobile, sarebbe uscito postumo. Anche Tema dell’addio, pubblicato nello Specchio di Mondadori (pagine 79, 9,40) è il settimo libro di poesie di Milo De Angelis, che di Giovanna era il marito: un libro in suo nome, nella dedica e in ciascuna delle 48 poesie, un numero forse casuale, e forse no.
Una delle obiezioni che venivano mosse a De Angelis è d’essere un poeta non già ermetico, bensì esoterico, come se si divertisse a cifrare il suo linguaggio, o non potesse farne a meno. Credo che quelle obiezioni non fossero infondate. Non solo. Forse De Angelis, dopo Somiglianze , il suo folgorante libro d’esordio del 1976, non si era ripetuto. O meglio: s’era fin troppo ripetuto, come se la sua fede assoluta gli impedisse di venire a patti con la realtà o con ciò che chiamiamo il senso comune. L’indeterminato senso della perdita di De Angelis, la sua mistica ubbidienza gli ordini, il suo inclinare verso l’astrazione, verso il raggiungimento di una pronuncia priva di accento umano (il sovrumano, l’ultrasuono erano il suo obiettivo) avevano di fatto prodotto libri del tutto simili al primo.
Ben diverso è il caso di Tema dell’addio. Oso dire che esso sta alle sue precedenti opere come Satura, e in specie la prima sezione, «Xenia», dedicata alla moglie morta, stava alla precedente opera di Montale. In Tema dell’addio, beninteso, De Angelis è sempre De Angelis, non ha ceduto la sua posizione di un millimetro - per citare una parola a lui cara, un suo titolo (Millimetri del 1983). La novità è che un oggetto, se si può usare un termine così grossolano, un fatto, se questo fatto non coincidesse con un non-fatto, con una sparizione (una perdita determinata), occupa l’intero orizzonte della poesia e la àncora a terra. Essa, questa poesia, si divincola disperatamente. Ma la sua voce, per quanto compulsiva, è ferma. Sta lì, come una roccia.
Non posso che rapidamente osservarne qualche caratteristica, vecchia o nuova. L’idea che l’esperienza sia un «cerchio perfetto» e che vi sia, come giudice una «stella fissa». Il constatare, appunto compulsivo, che sempre vi è tensione smisurata tra gli (irrelati) opposti e che un indicibile attimo di equilibrio ne sia la grazia (pagg. 29, 41, 48, 73).
L’idea che si fluttui dall’universale al particolare (pag. 18) e viceversa (pag. 65), travolti nel tumulto. L’estate, l’agosto che sempre ritorna e che ne è il culmine, coincide con la caduta. La scoperta che la clausola è tutto. In essa, volenti o nolenti, si affaccia un senso, ovvero un non-senso: che «l’alleanza si è rotta». Non a caso i termini preciso, precisione, sono accostati a termini come mistero, congedo, brivido. E non a caso in esse clausole (pagg. 23, 27, 35, 37, 43, 50, 51) ciò che si dà come privazione è l’unico compimento possibile («Non andartene, abisso, dal mio fianco»; oppure: «questa morte / non ha più tempo»; o ancora: «ogni dimora / si allontana da chi l’abita»). La ripetizione di singoli sintagmi o parole (pagg. 11, 12, 13, ecc.) e l’enumerazione, come di chi, incalzato, non possa stabilire più i nessi sintattici, sono l’elemento percussivo di questo addio.
La parola più spesso ricorrente è «seno», legata a parole come ferita, operazione, esplorazione. La nomenclatura dei luoghi, l’unica ricorrente, l’unica che sia del tempo antagonista, è romana (Prenestina), o milanese: (Bovisasca, Roserio, Crescenzago, Quarto Oggiaro, Brera). È in questa nomenclatura che precisi e tuttavia dolenti, o luttuosi e tuttavia senza appello, si confutano e si riaffermano, della memoria e della poesia, il potere e la gloria.
[dal Corriere della Sera, 8.3.05]