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Il crollo di casa Schwartz
di NADIA FUSINI
In originale il titolo suona: The sleeping father, il padre
addormentato. In italiano il romanzo di Matthew Sharpe cambia
nome, o meglio prende il nome della famiglia che lo anima e suona
così: Gli Schwartz (trad. Matteo Colombo, Einaudi, pagg. 300, euro
14,80). Non è sbagliato perché di una saga famigliare si tratta -
una famiglia, visto che siamo in America, naturalmente dissestata,
un resto di famiglia insieme tipica e stramba composta da un padre
e due figli, abbandonati tutti da una madre né buona né cattiva,
che nella sua fuga insegue una qualche affermazione di non si sa
quale sua virtù, o professione. Senz' altro buono è invece il
padre Bernie; una pasta d' uomo che l' esistenza non ricompensa
come dovrebbe della sua bontà. Ma che i figli amano. Anche se
depresso, astenico, fallito. Amano, aggiungo, in un modo tutto
loro, asentimentale, critico, ribelle.
Ma sia a Chris che a Cathy
il padre, se non rispetto, ispira una forma di amore che si
potrebbe anche chiamare carità, o pietà. Così in un certo senso,
da subito il rapporto di valori è scambiato, e non si capisce chi
protegge chi, e chi rappresenti la paternità, chi abbia l'
autorità. O addirittura, se alla voce "padre" vada attribuita tale
significazione. E il dubbio viene se non sia obsoleta, oltre la
significazione, la parola stessa. Che significa "padre" in
America? Essendo che nel continente americano si è giunti a una
completa revisione dei valori, essendo lì prima che altrove il
genere umano entrato in una mutazione post-umana, non saranno per
caso cambiate le parti in commedia? E prima che l' ingegneria
genetica trionfi nelle sue virtuosistiche imprese volte senz'altro a scardinare quel sistema della parentela su cui da secoli
qui in Europa ci si basa, sapendo che non è certo universale;
bene, anche prima di allora, già adesso, non vale la pena di
andare a indagare in che stato si trovano le relazioni famigliari,
su cui abbiamo costruito, a ben pensarci, prima tragedie, poi
romanzi? E' quanto fa questo romanzo. Il punto di vita prevalente
nel libro è quello del figlio Chris, sì che, fin dalla prima
pagina, Bernard Schwartz è «il padre di Chris Schwartz» e Cathy la
sorella di Chris e Frank Dial l'amico black di Chris. Per
vocazione cristologica (per quanto ebreo), Chris il figlio si
assume la cura del padre. Il quale, vuoi per errore o per
distrazione congenita al suo tipo, eccede in una mistura di Prozac
e altre sostanze e si ritrova una mattina con la faccia
paralizzata, e più tardi in coma. Il padre si addormenta. Diventa
un "padre dormiente" che il figlio confessa, a un certo punto, di
preferire al "padre sveglio". E tuttavia, da ora in poi, Chris non
attende che il miracolo del risveglio del Padre. E il padre,
novello Rip Van Winkle, si sveglierà non vent'anni dopo, e con
programmi non altrettanto redentivi. Tornerà alla vita, ripeto, ma
come a una specie di Sleepy Hollow, un luogo dove una comunità
priva di testa, acefala, conduce una forma di esistenza, in cui
domina una violenza stolta e inconcludente. Esiste nella
letteratura americana un vero e proprio genere, il romanzo di
iniziazione; quello in cui un adolescente si inizia alla vita
attraverso una serie di riti di passaggio i più vari: può essere
la fuga di Huckleberry Finn lungo il fiume con annesse avventure.
Può essere la caccia all' orso di Ike McCaslin nel Go down Moses
di Faulkner. Per Nick Adams può essere la pesca nel Grande fiume
dai due cuori, di Ernst Hemingway. Non essendo come nelle società
antiche il capo, o il mago della tribù, a officiare la cerimonia,
in molti casi americani l' adolescente è solo, senza una guida. L'
ultimo caso di questa genia di eroi iniziatici è senz' altro in
ordine di tempo Il giovane Holden, iscritto in ogni piega di
questo romanzo, che se ne appropria per negazione, pretendendo
grazie a questa mossa astuta di allontanare il suo fantasma. Sì
che quando il nostro protagonista protesta che Holden Caulfield, a
lui, lo fa vomitare, tale affermazione suona più come una
operazione scaramantica, che una vera e propria presa di distanza.
Per Chris Holden Caulfield non è un mito, neppure un libro
decente, forse solo quasi decente. Ma del resto, per Chris non
esistono né le buone scuole, né le buone famiglie, né i buoni
amici, né una buona vita. Né tantomeno i buoni libri. Così si dice
a pag. 3. E mi domando se lo scrittore intende con ciò giudicare
anche il proprio prodotto. E tuttavia, questo che non vuole essere
un buon libro, al fondo lo è. Lo è in senso tecnico, ha struttura
e materia e consistenza. Non a caso il suo autore insegna, mi
dicono, scrittura creativa alla Columbia University. Si sente.
Forse anche troppo. A mio avviso infarcisce troppo e la lingua a
volte ha il sapore precotto di quegli hamburger a più piani che si
confezionano solo in America. Ma ha anche i suoi momenti di
autentica, irresistibile comicità, e di vero dramma. Chris è
davvero molto simpatico. E così sua sorella. E se leggendo vengono
le lacrime agli occhi, e il sorriso alla bocca, che altro si può
pretendere da un libro? E' un buon libro anche nel senso che è un
libro buono. Alla fine un' ideologia buonista trionfa. Esempio: la
sorella Cathy, oltre la conversione mistica dall' ebraismo al
cattolicesimo, approda più realisticamente a un' idea di
sacrificio in fondo terra terra, di tipo materno; che conclude,
per capirci, nell' accettazione di una gravidanza non pianificata,
ma accettata appunto nel riconoscimento della sacralità della
vita. Ed è buono, perché i cattivi non sono veri cattivi, sono
buoni anche loro. Esempio: chi va per rubare e spara, non uccide.
E se il padre entra in coma, è vero anche che si risveglia. E se
Cathy sta lì lì per suicidarsi, però non lo fa. E se Chris sta lì
lì per morire, però non muore. E la madre disonesta,
irresponsabile, anche lei in fondo vuole bene ai suoi bambini, e
non intende fare loro del male. Ma è questo il punto: nessuno
intende fare del male, è piuttosto il male ad accadere per via di
errori, imprecisioni, imprevisti... Il male è sempre imprevisto, e
per lo più, come sappiamo, in America si pensa sempre che venga da
fuori, da altrove. Mentre uno potrebbe dire: ma il male non sarà
la nebbia morale in cui tutti vivono odiandosi e volendosi bene
allo stesso tempo? Non sarà questa particolare forma di
indifferenza planetaria che da più secoli ci opprime e che in
particolare in America si è realizzata su ampia scala? Non
consiste precisamente nella compiuta equivalenza di bene e male
nel clima limbale che il romanzo rappresenta? Al di là dei vezzi e
manierismi che lo intessono, al di là del ron ron di battute e
frasi fatte secondo un registro di linguaggio volutamente basso,
volutamente sproloquiante che il romanzo americano copia dal
cinema, Gli Schwartz ha un sottofondo filosofico, moraleggiante.
Tanto che i personaggi, più che personaggi e se non proprio
allegorie, sono maschere. Il padre è per definizione ideologica
"debole", il figlio "confuso", la figlia "fanatica" e così via. E
l' infanzia domina non solo come età, ma come allegoria di un'
innocenza che in America ha sempre avuto quel nome. Il libro
finisce con Chris in un fosso, dove ha una visione: di sé e di suo
padre che ora e nei secoli a venire si scambieranno i loro danni
cerebrali in un "ciclo limitato di crolli e consolazione
conosciuto come il futuro". D' accordo, non è un futuro roseo. Di
coma in coma, di sonno in sonno, però, continueranno a volersi
bene. Se questo è il bene.
Pubblicato da Giuseppe Genna , il Venerdì 11 Marzo 2005
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