I Miserabili
GIORNALE DI LETTERATURA E MONDO FONDATO DA GIUSEPPE GENNA NEL 2002
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Il crollo di casa Schwartz
di NADIA FUSINI

In originale il titolo suona: The sleeping father, il padre addormentato. In italiano il romanzo di Matthew Sharpe cambia nome, o meglio prende il nome della famiglia che lo anima e suona così: Gli Schwartz (trad. Matteo Colombo, Einaudi, pagg. 300, euro 14,80). Non è sbagliato perché di una saga famigliare si tratta - una famiglia, visto che siamo in America, naturalmente dissestata, un resto di famiglia insieme tipica e stramba composta da un padre e due figli, abbandonati tutti da una madre né buona né cattiva, che nella sua fuga insegue una qualche affermazione di non si sa quale sua virtù, o professione. Senz' altro buono è invece il padre Bernie; una pasta d' uomo che l' esistenza non ricompensa come dovrebbe della sua bontà. Ma che i figli amano. Anche se depresso, astenico, fallito. Amano, aggiungo, in un modo tutto loro, asentimentale, critico, ribelle. Ma sia a Chris che a Cathy il padre, se non rispetto, ispira una forma di amore che si potrebbe anche chiamare carità, o pietà. Così in un certo senso, da subito il rapporto di valori è scambiato, e non si capisce chi protegge chi, e chi rappresenti la paternità, chi abbia l' autorità. O addirittura, se alla voce "padre" vada attribuita tale significazione. E il dubbio viene se non sia obsoleta, oltre la significazione, la parola stessa. Che significa "padre" in America? Essendo che nel continente americano si è giunti a una completa revisione dei valori, essendo lì prima che altrove il genere umano entrato in una mutazione post-umana, non saranno per caso cambiate le parti in commedia? E prima che l' ingegneria genetica trionfi nelle sue virtuosistiche imprese volte senz'altro a scardinare quel sistema della parentela su cui da secoli qui in Europa ci si basa, sapendo che non è certo universale; bene, anche prima di allora, già adesso, non vale la pena di andare a indagare in che stato si trovano le relazioni famigliari, su cui abbiamo costruito, a ben pensarci, prima tragedie, poi romanzi? E' quanto fa questo romanzo. Il punto di vita prevalente nel libro è quello del figlio Chris, sì che, fin dalla prima pagina, Bernard Schwartz è «il padre di Chris Schwartz» e Cathy la sorella di Chris e Frank Dial l'amico black di Chris. Per vocazione cristologica (per quanto ebreo), Chris il figlio si assume la cura del padre. Il quale, vuoi per errore o per distrazione congenita al suo tipo, eccede in una mistura di Prozac e altre sostanze e si ritrova una mattina con la faccia paralizzata, e più tardi in coma. Il padre si addormenta. Diventa un "padre dormiente" che il figlio confessa, a un certo punto, di preferire al "padre sveglio". E tuttavia, da ora in poi, Chris non attende che il miracolo del risveglio del Padre. E il padre, novello Rip Van Winkle, si sveglierà non vent'anni dopo, e con programmi non altrettanto redentivi. Tornerà alla vita, ripeto, ma come a una specie di Sleepy Hollow, un luogo dove una comunità priva di testa, acefala, conduce una forma di esistenza, in cui domina una violenza stolta e inconcludente. Esiste nella letteratura americana un vero e proprio genere, il romanzo di iniziazione; quello in cui un adolescente si inizia alla vita attraverso una serie di riti di passaggio i più vari: può essere la fuga di Huckleberry Finn lungo il fiume con annesse avventure. Può essere la caccia all' orso di Ike McCaslin nel Go down Moses di Faulkner. Per Nick Adams può essere la pesca nel Grande fiume dai due cuori, di Ernst Hemingway. Non essendo come nelle società antiche il capo, o il mago della tribù, a officiare la cerimonia, in molti casi americani l' adolescente è solo, senza una guida. L' ultimo caso di questa genia di eroi iniziatici è senz' altro in ordine di tempo Il giovane Holden, iscritto in ogni piega di questo romanzo, che se ne appropria per negazione, pretendendo grazie a questa mossa astuta di allontanare il suo fantasma. Sì che quando il nostro protagonista protesta che Holden Caulfield, a lui, lo fa vomitare, tale affermazione suona più come una operazione scaramantica, che una vera e propria presa di distanza. Per Chris Holden Caulfield non è un mito, neppure un libro decente, forse solo quasi decente. Ma del resto, per Chris non esistono né le buone scuole, né le buone famiglie, né i buoni amici, né una buona vita. Né tantomeno i buoni libri. Così si dice a pag. 3. E mi domando se lo scrittore intende con ciò giudicare anche il proprio prodotto. E tuttavia, questo che non vuole essere un buon libro, al fondo lo è. Lo è in senso tecnico, ha struttura e materia e consistenza. Non a caso il suo autore insegna, mi dicono, scrittura creativa alla Columbia University. Si sente. Forse anche troppo. A mio avviso infarcisce troppo e la lingua a volte ha il sapore precotto di quegli hamburger a più piani che si confezionano solo in America. Ma ha anche i suoi momenti di autentica, irresistibile comicità, e di vero dramma. Chris è davvero molto simpatico. E così sua sorella. E se leggendo vengono le lacrime agli occhi, e il sorriso alla bocca, che altro si può pretendere da un libro? E' un buon libro anche nel senso che è un libro buono. Alla fine un' ideologia buonista trionfa. Esempio: la sorella Cathy, oltre la conversione mistica dall' ebraismo al cattolicesimo, approda più realisticamente a un' idea di sacrificio in fondo terra terra, di tipo materno; che conclude, per capirci, nell' accettazione di una gravidanza non pianificata, ma accettata appunto nel riconoscimento della sacralità della vita. Ed è buono, perché i cattivi non sono veri cattivi, sono buoni anche loro. Esempio: chi va per rubare e spara, non uccide. E se il padre entra in coma, è vero anche che si risveglia. E se Cathy sta lì lì per suicidarsi, però non lo fa. E se Chris sta lì lì per morire, però non muore. E la madre disonesta, irresponsabile, anche lei in fondo vuole bene ai suoi bambini, e non intende fare loro del male. Ma è questo il punto: nessuno intende fare del male, è piuttosto il male ad accadere per via di errori, imprecisioni, imprevisti... Il male è sempre imprevisto, e per lo più, come sappiamo, in America si pensa sempre che venga da fuori, da altrove. Mentre uno potrebbe dire: ma il male non sarà la nebbia morale in cui tutti vivono odiandosi e volendosi bene allo stesso tempo? Non sarà questa particolare forma di indifferenza planetaria che da più secoli ci opprime e che in particolare in America si è realizzata su ampia scala? Non consiste precisamente nella compiuta equivalenza di bene e male nel clima limbale che il romanzo rappresenta? Al di là dei vezzi e manierismi che lo intessono, al di là del ron ron di battute e frasi fatte secondo un registro di linguaggio volutamente basso, volutamente sproloquiante che il romanzo americano copia dal cinema, Gli Schwartz ha un sottofondo filosofico, moraleggiante. Tanto che i personaggi, più che personaggi e se non proprio allegorie, sono maschere. Il padre è per definizione ideologica "debole", il figlio "confuso", la figlia "fanatica" e così via. E l' infanzia domina non solo come età, ma come allegoria di un' innocenza che in America ha sempre avuto quel nome. Il libro finisce con Chris in un fosso, dove ha una visione: di sé e di suo padre che ora e nei secoli a venire si scambieranno i loro danni cerebrali in un "ciclo limitato di crolli e consolazione conosciuto come il futuro". D' accordo, non è un futuro roseo. Di coma in coma, di sonno in sonno, però, continueranno a volersi bene. Se questo è il bene.


Pubblicato da Giuseppe Genna , il Venerdì 11 Marzo 2005

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