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'La Stampa' su Genna/La Porta: fiction o faction?
• TENDENZA MUSIL O TENDENZA CAPOTE? Suona l'ora della faction come le opere di Corrias e Romagnoli,reportage in diretta dal presente.Ma c'è chi non è d'accordo e difende a spada tratta la fiction, ossia la letteratura-letteratura, quella stile Pincio o Luther Blissett, dove si creano miti. di GIOVANNA ZUCCONI [da La Stampa, 18.5.06]
Secondo un luogo comune molto condiviso e molto ripetuto, negli ultimi anni sarebbero stati i romanzi gialli e noir a raccontare meglio l'Italia. Ora che il genere ha saturato le librerie e i lettori, qual è la letteratura più centrale e più necessaria, quale la scrittura che meglio restituisce lo spirito del tempo? Recensendo sul Corriere della Sera l'ultimo libro di Pino Corrias, una raccolta di dieci reportage in luoghi italiani cruciali dal Vajont a Arcore, il critico Filippo La Porta ha scritto che oggi in Italia la vera letteratura è quella non di invenzione ma di racconto della realtà. Faction (cioè narrazione documentale) e non fiction, come direbbero gli anglosassoni: più Truman Capote, e meno Philip Roth o Robert Musil. A Filippo La Porta ha risposto (nel sito della collana rizzoliana 24/7) Giuseppe Genna, accalorandosi a favore della letteratura-letteratura che inventa la realtà e non insegue tivù e giornali: fiction e non faction. Mentre la polemica sta rimbalzando nella rete, per esempio nel blog di Loredana Lipperini Lipperatura, mettiamo qui a confronto e a contrasto le voci di Filippo La Porta e Giuseppe Genna.
Genna su La Porta: fiction vs faction
Sul Corriere della Sera, pochissime righe a supporto dell'articolo che celebra Luoghi comuni di Pino Corrias: ne è autore Filippo La Porta che, nuovamente, si schiera per la schiavitù della letteratura alla cosiddetta "realtà" e contro l'immaginario. La risposta dell'autore del Dies Irae, Giuseppe Genna [a destra nella foto; a sinistra, Filippo La Porta].
• CARO LA PORTA, LA TUA REALTA' NON E' LA MIA. E NEMMENO LA LETTERATURA di GIUSEPPE GENNA
Poiché la critica vera è quasi morta, rappresentata ormai da grandissimi intellettuali come Citati Cordelli Siciliano Canali Mengaldo, dovremmo accontentarci della critica giornalistica? Su questo punto non ho il minimo dubbio: sì. La critica letteraria, sui giornali, accenna, grazie alla capacità di lettori professionali, a suggestioni intorno a un libro, e divulga affinché il libro venga letto. La critica vera, invece, non è critica: è teoria della letteratura o non è. La teoria della letteratura non ha praticamente rappresentanza sui quotidiani o sui mezzi di comunicazione e, da scrittore di ormai lunga navigazione nel cosiddetto "àmbito editoriale", è circa un ventennio (diciamo dalla fine di Alfabeta) che ravviso la pubblica assenza di teoria della letteratura su media massivi (discorso altro, ovviamente, per i libri: ne escono, e di ottimi). Soltanto gli intellettuali di cui ho fatto i nomi sopra sono recentemente intervenuti (e recentemente vale qui per un periodo, diciamo, di cinque anni: il che è tutto dire) con potenza e profondità, per aiutare gli scrittori a chiarire le tenebre in cui sono immersi nell'affrontare il presente.
Terzo grado all'emulazione fallita dell'intellettuale italiano
Il saggio di Lavagetto (di cui, qui) ha un grande merito: sgombera definitivamente il campo dalle assurde imbecillaggini che, da un paio di anni, vanno strepitando personaggi. I quali, d'ora in poi, verranno nominati su questo e-zine solo allorquando scriveranno o diranno cose di cui vale la pena di parlare. E' impressionante osservare le scempiaggini propalate come vaticini da gente a cui io, Giuseppe Genna, nel pieno delle mie facoltà mentali ma non fisiche, non concedo personalmente d'ora in poi la patente di intellettuali. E' uno sconforto che mi ha preso per un paio di mesi e nei confronti del quale ho elaborato questa terapia: rimozione. Discutere a Fahrenheit con due esponenti della cosiddetta "Cultura", che non hanno la benché minima idea degli abissi spalancati da Guido Ceronetti, del quale sono chiamati a parlare; osservare l'immeritato grado di attenzione che in Rete si concede a fatti e comparse fumettistiche risibili e grotteschi; verificare, da centrale del gossip editoriale quale sono mio malgrado diventato, affermazioni deliranti da parte di editor, consulenti, agenti e quant'altro; leggere paginate intere dedicate a palesi cazzate su quotidiani nazionali; ascoltare interviste di personaggi ormai alla deriva nel gran mare della saccenza - tutto ciò è un'occupazione che impegna energie psichiche in maniera inutile. Come già avevo fatto qui, mi rivolgo dunque, per l'ultima volta, a un emblema generale del mondo della "Cultura": una sommatoria antropoide di caratteristiche per me disgustose, che a mio giudizio non ha ospitalità in alcun pantheon né dignità di essere ascoltato nel momento in cui parla, a chissà che titolo, di cultura.
Ecco l'ennoio in forma di terzo grado a questo inutile idiota.
SERGIO ENDRIGO, 1933-2005
di WU MING
[Mi ha colto di sorpresa la morte di Sergio Endrigo. In un giro di sms, Igino Domanin mi ha scritto il più azzeccato commento: con Endrigo si chiude un'era. I Miserabili avevano aderito (qui) alla campagna per la rivalutazione letteraria di questo grande autore: grande autore non soltanto in senso canoro. La suggestione era stata lanciata da Wu Ming 1, ed è per questo motivo che i Miserabili tornano ad appoggiarsi a WM, autore di un bellissimo pezzo spedito ierisera e che subito è stato ripreso da molte parti in Rete. gg]
Ci coglie di sorpresa la morte di Sergio Endrigo, appena annunciata al telegiornale.
Ho sentito l’urlo di belve
In gabbia e in catena
E il passero in cerca di pane
Il silenzio della prigione
E il grido degli ospedali
Chi nasce e chi muore
Ho sentito la voce dell’uomo
Che canta per fame
Per rabbia ed amore
La voce dell’uomo
Quando canta io l’ascolto.
Meridiani di sangue
 L'ambizione della bella collana i Meridiani di Mondadori era un tempo esplicita: essere la Plèiade italiana. Una collana come i Meridiani conferisce prestigio a una casa editrice e fornisce l'idea che questa casa editrice sia il vero grande catalogo di un'editoria nazionale. Di qui, la convinzione di costituirsi quale realtà letteraria in grado di fornire un canone - forse l'unico canone rimasto in vita nelle librerie. Beh, niente di tutto questo, se non che il canone c'è sì, ma nelle edicole, e quindi va a non esserci più. Allegando i Meridiani a 10 euro a riviste come Panorama, Donna Moderna e Chi, Mondadori ha compiuto il passo definitivo verso l'abbattimento di ogni idea di cultura che non sia legata al Mercato Svaccato. Non sta qui parlando uno che ha la puzza sotto il naso rispetto al mercato, sia chiaro. Però resto convinto che una cosa sia il mercato (svaccato, per di più) e un'altra la comunità dei lettori, la cosiddetta Repubblica Democratica dei Lettori. Se uno scrive, se uno pubblica, è chiaro che desidera che il libro sia letto da molte persone. E' però ovvio che non questa è la prospettiva in cui si è messa Mondadori con quest'operazione: allegare i Meridiani a riviste di quella fatta significa semplicemente voler guadagnare, o mettersi a rincorrere gli allegati letterari di Repubblica contro cui la stessa Mondadori si era schierata nei suoi massimi gradi dirigenziali. Ciò che va perduto, e secondo me definitivamente, è il prestigio dei Meridiani, già molto compromesso negli ultimi anni per scelte che destavano il sospetto di furbizia, come quella di piazzare in quella collana i romanzi di uno scrittore come Camilleri, che vende moltissimo e pubblicherà - speriamo per moltissimo tempo - romanzi.
L'autore inesistente. Pseudonimi, eteronimi, noms de plume
di GIANLUCA RIVOLTA
[Succede che un libretto di 32 pagine autoprodotto nel gennaio scorso da Felice Campora (48 anni, narratore e insegnante di inglese al liceo scientifico di Amantea, provincia di Cosenza) venga spedito, insieme ad altri materiali, alla redazione del settimanale Carta, all'attenzione però del collettivo Wu Ming. Da Roma il plico viene inoltrato a Bologna, dove il libretto viene letto e segnalato al Miserabile Scrittore. Trattasi di una raccolta di tre brevi saggi tra il serio e il faceto. Il primo ("Una modesta proposta per migliorare la segnalazione del fallo di fuorigioco nel gioco del calcio") è firmato dallo stesso Campora, gli altri due, rispettivamente, da Gianluca Rivolta a.k.a. "Gianni Blissiano" (nella foto a destra) e da Marco Vittorio Castello. Il saggio di Rivolta riassume con grande chiarezza e nitore i termini di un'annosa questione: la "identità dell'autore". Tale riassumere casca come cacio sui maccheroni scotti di recenti polemiche sui nicknames. Sì, perché dopo tanto confusionismo, qui c'è bisogno di tornare all'abc.
Dall'introduzione di Campora: "Rivolta riesce a giocare continuamente con l'argomento, chiudendo il testo con una ironia sconosciuta negli scritti che di lui ho già avuto modo di leggere. Rivolta è infatti autore di un racconto breve, La Macchia, che ho avuto l’onore di presentare in una raccolta intitolata Sette Racconti di Mistero, stampata solo un mese fa. In precedenza, Rivolta si era già interessato alla pseudonimia con un breve articolo apparso su Ora Locale nel Dicembre del 1997; il suo è quindi un interesse originale e autonomo."
Col permesso di autore e curatore, proponiamo qui il testo.]
Pincio: Welcome into the unreal world…
di TOMMASO PINCIO
[Invito i Miserabili Lettori a visitare la distopia che l'autore de La ragazza che non era lei ha aperto nella sua temporary autonome zone. Da qui, riprendo una dichiarazione di estetica e psicostoria dello stesso Pincio, che mi pare fondamentale per abituarsi a guardare alle rinnovate poetiche italiane. gg]
“Qual era il suo posto nel mondo? Aveva mai spezzato il cuore a qualcuno o era soltanto una sognatrice? E se lo era, cos’è che sognava? Di essere piccola come un batterio o di vivere una vita semplice tipo sesso, droga e rock & roll?”
Nei giorni in cui ero ancora un bambino spaurito capitava che mia madre mi portasse con sé nei suoi irrequieti giri per le vie di centro. Ricordo come mi incantavo guardando i giovani che allora popolavano le strade. Avevano capelli lunghi, vestiti colorati e sedevano sul selciato suonando la chitarra e cantando incuranti della gente che scuoteva la testa.
Cacciari: sull'Ulisse di Dante
di MASSIMO CACCIARI
Tutto l’itinerario lungo le prime due Cantiche è un ritorno del pellegrino in se stesso, un doloroso rammemorare i peccati commessi, le seduzioni e i pericoli che ne hanno minacciato la salvezza. Ma due figure ardono ancora ai suoi occhi con tale «violenza» da farlo cadere , da sembrare capaci di sbarrargli la via. Esse sono strettamente intrecciate nel più paradossale degli abbracci, al di là di ogni differenza di tempo e cultura. È la «bufera» che trascina, stringe, vince l’amore di Francesca, «bufera» che non concede riposo per tutta l’eternità. È l’ardore, il furor di Ulisse, incapace anch’esso di stare , fiamma che si alimenta da sé, inestinguibile. «Allor mi dolsi...»: sono queste le figure che riaccendono in Dante tutta l’ angustia per la sua vita passata, insieme all'ansia struggente di metanoia , di conversio ; «... e ora mi ridoglio»: e tanto forte è stata quell’ angustia vissuta nel momento dell’incontro, che ancora adesso, che il viaggio è finito, che la suprema visione è stata attinta, il suo ricordo lo tormenta.
"Avrei preferenza di no": il Bartleby di Melville
Bartleby alle radici del romanzo contemporaneo
di JACOPO DE MICHELIS
C'è qualcosa in Bartleby lo scrivano, questa strana e bellissima novella di Melville, che sembra sottrarla alla letteratura dell'Ottocento per assegnarle un posto di diritto accanto alle opere di Kafka, Musil, Joyce, Pirandello, Gadda, eccetera. Bartleby anticipa infatti in modo stupefacente temi e modi che saranno fatti propri dalla narrativa novecentesca.
Pincio: Philip Dick tradito dal futuro
di TOMMASO PINCIO
Consideriamo la seguente domanda retorica: «E dove vuoi che succedano le cose, se non nel futuro?». La si direbbe una considerazione più che plausibile. Il passato è passato e dunque non alla portata di eventi che non siano già accaduti, mentre il presente è spesso di una noia mortale e comunque sia slitta costantemente verso il futuro. Tutt'altro che secondario, poi, è che la domanda in questione venga posta dal personaggio di un romanzo di fantascienza, genere avveniristico per definizione. Ma siccome stiamo parlando di un romanzo fantascientifico affatto particolare e di uno scrittore per il quale niente è davvero ciò che sembra, è bene essere cauti. Per l'esattezza, stiamo parlando di Noi marziani di Philip K. Dick, il che ci autorizza a dubitare. Anzi, di più, ci impone di ipotizzare che se mai c'è un luogo nel quale la desolante prospettiva di una calma piatta è possibile, questo è proprio il futuro.
Chi ci dice che il futuro passerà?
L'incrocio Capote-Parise
di STEFANO CIAVATTA
[Questo articolo è stato pubblicato sul 'Giornale di Sardegna'il 31 maggio scorso. Ringrazio Stefano Ciavatta per il permesso di riprodurlo qui. gg]
“Sono sempre stato un lettore e un ammiratore di due autori. Somerset Maughan e Truman Capote. Il primo per la sua infinita leggibilità e humour, il secondo per una certa sua magia creata da immagini e parole, quanto meno insolite, ricercate e barocche. Entrambi autori snob, oggi ben poco letti e perciò pronti per essere ripubblicati da Adelphi.” Vent’anni dopo il commento di Goffredo Parise, accade il contrario, che a rilanciare lo scrittore veneto sia proprio quell’editore, definito snob senza malizia da Parise stesso, mentre Capote si gode già da tempo un meritato Meridiano. Ma non finisce qui: entrambi gli enfant prodige (affini nella carriera come nei successi, nella prematura scomparsa e nelle due opere finali, i Sillabari e le Preghiere esaudite rimaste incompiute per lo stessa sindrome da pagina bianca) vedono oggi riproposti sugli scaffali due volumi di prose brevi, composti da testi, articoli con vocazione di saggi letterari (è il caso di Parise con Quando la fantasia ballava il boogie, Adelphi, 20 euro), ritratti, reportages, cartoline, incastonate in precedenza nei rispettivi meridiani. Come a dire che su queste pagine non è ancora stata detta l’ultima parola.
Safran Foer: Immaginazione
di JONATHAN SAFRAN FOER
[Autore celebratissimo dalla critica americana, dopo l'esordio con Ogni cosa è illuminata, Jonathan Safran Foer è presente attualmente in tutte le librerie italiane con il suo secondo romanzo, Molto forte, incredibilmente vicino, edito da Guanda]
L’immaginazione come strumento di comprensione
1. Una formula vaga in un momento di disperazione
Ho comunicato il titolo di questa conferenza molto tempo prima che avessi la
benché minima idea del tema del mio intervento. Era il 2 novembre, giorno
dell’elezione del Presidente degli Stati Uniti. Vale a dire che la disperazione era
nell’aria già prima di ricevere la telefonata con cui venivo informato che prima della
fine di quella telefonata avrei dovuto trovare un titolo. «Un titolo per cosa?» ho
domandato.
Mi trovavo in California. Ero appena tornato dopo un mese in Giappone – per il
mio viaggio di nozze – e pativo il cambio di fuso orario, ero frastornato e ansioso di
tornare nel mio letto, nella mia camera, in casa mia, e nella mia New York
inossidabilmente pro-democratici. «È per la conferenza di Venezia» mi ha spiegato la
mia agente. «Scusa un attimo…» le ho risposto, calando il secchio nel pozzo del mio
cervello. Ma è tornato su vuoto. «Forse, se trovi una formula vaga…» mi ha suggerito
lei.
Io ho calato di nuovo il secchio e mi sono ricordato – a proposito di chissà che –
una poesia letta di recente, del poeta polacco Zbigniew Herbert. Uno dei versi diceva:
«L’immaginazione è lo strumento della comprensione».
Mitopoiesi di Sergio Endrigo, ancora
di SCOTT.RONSON
[Si ricorderà la campagna lanciata, da più scrittori, per la salvaguardia e la valorizzazione letteraria di Sergio Endrigo, autore del folgorante romanzo autobiografico Quanto mi dài se mi sparo?. La campagna ha dato buoni frutti: Endrigo è stato a Fahrenheit a parlare del suo romanzo, e poi si è catapultato sul palco dell'Ariston, segnando un record: un libro presentato per la prima volta nella storia del Festival di Sanremo. Ora, sul blog BUONI PRESAGI, appare un intervento che mi pare il caso di riprendere... gg]
"Tutta l'opera di Petrarca si può riassumere con il verso di Endrigo 'dite a Laura che l'amo'" (V. Sgarbi)
A cavallo tra il 3 e il 4 marzo 2005, attorno alla mezzanotte, il festival di San Remo è stato teatro di un avvenimento incredibile: il presentatore si è intrattenuto qualche minuto (pochini, a dire il vero) con un attempato cantante italiano di altri tempi, Sergio Endrigo, che su quel palco aveva presentato trentacinque anni prima una canzone intitolata “L’arca di Noè”, intrisa allo stesso tempo di visioni apocalittiche che manco Dylan (“un volo di gabbiani telecomandati e una spiaggia di conchiglie morte”) e di una dolce speranza per una vita e un mondo migliore. Nel frattempo, Endrigo è stato dimenticato, relegato nel passato, in una tradizione cantautorale e melodica antiquata rispetto ai vari Guccini, De André e ad altri cantautori che possono vantare un ampio seguito trans-generazionale, e ha avuto modo di riflettere sul senso di questa caduta nell’oblio, sulle sue ragioni, sulle sue conseguenze, sulle possibili vie di uscita. E ne ha tratto un romanzo.
Pasolini: dal mito della morte al mito del morto
di BRUNO PISCHEDDA
[Viviamo in un Paese strano, per non dire di merda. A distanza di quasi trent'anni dall'omicidio di Pier Paolo Pasolini, un carosello romano ha ravvivato il funebre can can con cui si consumò collettivamente la morte di uno dei nostri grandi artisti. Rievocazioni à go go, più o meno interessate, tutte lugubremente pittoresche: le amnesie di Pino Pelosi, i ricordi di Sergio Citti, le inchieste di Furio Colombo con Moravia e Antonioni. Morale: tutto immorale. E, come sempre, a farne le spese è la persona Pasolini e la sua opera: entrambe non viste, non lette, non discusse e al limite contestate. E' perciò con gratitudine che accolgo l'invito del critico Bruno Pischedda a pubblicare questo intervento, apparso nel '96 su Tirature con il titolo Il genere «Pasolini». E' un piccolo saggio di anticonformismo intellettuale. Ne abbiamo bisogno, di questi tempi, in questo Paese di merda. gg]
«Oggi, una delle ragioni del fascino di cui gode la figura di Pasolini è nella mitologia della sua morte romanzesca. Per l’adorazione collettiva di una personalità già molto visibile attraverso il cinema e attraverso gli scandali della sua vita, è stato deci-sivo il vecchio cliché romantico di una fine così tragica.»
Sono parole di Edoardo Sanguineti, a conclusione di un lungo articolo dal tono aspro, impietoso, ma del quale è difficile negare la fondatezza (Radicalismo e patologia, “MicroMega”, 4/95). A distanza di oltre vent’anni dalla scomparsa, parlare del poeta friulano è ancora e principalmente parlare del suo mito scandaloso. Non c’è modo di rescindere l’opera creativa dalla vita dello scrittore: e della vita, con gusto macabro e scontato, esaltando sempre l’apice violento, lo scempio conclusivo.
Lettura silenziosa della poesia
di MARIO BENEDETTI
Siamo ancora abituati alla lettura silenziosa? La poesia recitata o cantata con l’accompagnamento di strumenti musicali è stato fenomeno antico. Poi, si dice, è avvenuta la definitiva rivoluzione romantica. Oggi la poesia, eminentemente lirica, si compromette con la sua teatralizzazione o con le parole per melodie di arcadia dei sentimenti: cantautori e cantautrici. Non che la poesia non si possa proporre così, ma in questo modo si elude quanto di irrinunciabile la lettura silenziosa porta con sé: un fatto di modalità ma anche di contenuti. La modalità risiede innanzitutto nel tipo di tempo che richiede la lettura silenziosa: uno scarto temporale, una temporalità di natura diversa, senza rumore, e lenta, per intenderci, che rifiuta l’ordinarietà; un tempo interrotto per dire così, scandito dal ritmo della musica dei versi, differente per ogni libro e autore.
Clevenger su Baer: Baciami, Giuda
di CRAIG CLEVENGER
In occasione dell'uscita, per gli imperdibili tipi di Marsilio Black, del grande noir di Will Christopher Baer, Baciami, Giuda (€ 14.50; qui il booktrailer), l'eminenza nera della collana, Jacopo De Michelis, ha tradotto questo appassionato intervento di Craig Clevenger, il cui Manuale del contorsionista sta per uscire per Strade Blu Mondadori. Ringrazio Jacopo per il permesso di pubblicare questo pezzo. gg]
Alla terza riga del primo romanzo di Will Christopher Baer, Baciami, Giuda, c’è scritto: «Sono freddo, religiosamente freddo». Letta quella riga, ho chiuso di scatto il libro, ho smesso di curiosare tra gli scaffali e l’ho comprato, praticamente divorando la storia quello stesso pomeriggio. Stando a quanto mi dicono tutti, la reazione è sempre la stessa. Quella riga è il punto di non ritorno, quando il lettore cade preda del libro.
«Stavo pensando all’aria in quelle antiche cattedrali europee», dice Baer, «quelle enormi cattedrali di marmo, e ho immaginato che l’aria in quei luoghi dovesse assomigliare a quella del tuo ultimo respiro.»
Chi spia le spie?
di THOMAS POWERS
[da la Rivista dei Libri]
Una storia dei servizi di intelligence americani [vedi Cloak and Dollar: A History of American Secret Intelligence, di Rhodri Jeffreys-Jones, edito da Yale University Press] potrebbe articolarsi in vari modi — come un succedersi di manie a livello della Casa Bianca, per esempio, che vedrebbe la CIA affannosamente intenta a soddisfare le richieste presidenziali di informazione sui programmi militari sovietici, di rovesciare governi ostili in Guatemala o in Iraq, di debellare i movimenti di guerriglia in Congo o in Vietnam. Oppure come un susseguirsi di scandali a seguito di subitanee rivelazioni di crimini e orrori — complotti per uccidere Castro, cittadini americani spiati, pericolosi esperimenti con droghe fatte assumere a qualcuno a sua insaputa, sostegno a trafficanti di droga, addestramento di squadre della morte latino-americane, fondi illegali per movimenti di guerriglia.
Szondi: Ricerca del tempo tra Proust e Benjamin
di PETER SZONDI
Il libro di Walter Benjamin dedicato alla memoria, Infanzia berlinese intorno al 1900,
si apre con le seguenti parole: “Non sapersi orientare in una città non vuol dire molto. Ma
smarrirsi in una città come ci si smarrisce in una foresta è una cosa tutta da imparare. I
nomi delle strade devono suonare, allora, all’orecchio dell’errabondo come lo scricchiolio
dei rami secchi, e le viuzze interne gli devono scandire senza incertezze, come le gole
montane, le ore del giorno. Tardi ho appreso quest’arte; essa ha coronato il sogno, i primi
segni del quale furono i labirinti che arabescavano le carte assorbenti dei miei quaderni.
No, non i primi, poiché li precedette quell’altro, che ad essi è sopravvissuto. La strada per
questo labirinto, cui non è mancata la sua Arianna, passava sul ponte Blender, il cui dolce
arco fu per me la prima curva di collina. Non lontano di lì era la meta: Friedrich Wilhelm e
la regina Luise. Sui loro tondi piedistalli si levavano dalle aiuole come se le magiche curve
tracciate intorno a loro nella sabbia da un corso d’acqua li avessero imprigionati. Più
ancora che i regnanti mi attiravano i piedistalli, perché le scene che vi si trovavano
rappresentate, anche se il contesto non era chiaro, erano più facilmente accessibili. Che in
questo vagabondare fosse celato qualcosa, lo avvertii sin dal primo momento nell’ampio,
banale spiazzo, che per nulla lasciava presagire come lì, solo a pochi passi dal corso delle
vetture e delle carrozze, dormisse la parte più particolare del parco. Già molto presto me
ne fu dato un segno. Appunto lì, o non lontano, deve aver avuto la sua dimora
quell’Arianna alla cui presenza per la prima volta, e per non dimenticarlo mai più, avvertii
ciò di cui solo più tardi imparai il nome: amore” (1).
Pynchon inedito: Superletteratura
di THOMAS PYNCHON
[Se Pynchon scrive la postfazione a un romanzo, cosa può saltare fuori? Probabilmente un delirio. E' quanto accade nel saggio con cui il genio di Gravity's Rainbow ha postfato Stone Junction di Jim Dodge. Del romanzo di Dodge importa assai meno delle indicazioni di poetica (e di reazione sociale all'ideologia del presente occidentale) che Pynchon fornisce con un profluvio di prosa paraproustiana e un acume politico che culmina in metafisica. La traduzione è mia, quindi è quella che è: accontentatevi! :-) gg]
Se accettiamo la nozione che l'utilizzo del potere contro chi non dispone di potere è sbagliato, ne consegue una serie di corollari sufficientemente chiari. Per esempio entriamo in possesso di un criterio che permette di distinguere, come hanno fatto del resto tutti i popoli (ma non sempre i loro governanti), tra fuorilegge e agenti del male, tra extralegalità e peccato. Non è necessaria un'analisi approfondita in merito, è un qualcosa che si avverte nella sua immediatezza drammaticamente impellente. "Ma sono banditi!" gemono indignati i custodi della legge, "banditi motivati unicamente dalla fame di denaro!". Certo. Salvo che, disponendo da un'eternità del criterio di distinzione tra furto e riequilibrio, comprendiamo perfettamente i termini di una transazione in cui i fuorilegge, in qualità di broker dei poveri, risultando molto più esperti nelle arti e nelle tecniche del riaggiustamento karmico, operano un ricarico non superiore a una semplice iva, ricarico talmente leggero per i loro clienti da risultare a tutti gli effetti accettabile per costoro e tuttavia abbastanza cospicuo da coprire i rischi estremi che si sono assunti, e insomma noi finiamo per amare questa gente, noi adoriamo Rob Roy, Jesse James, John Dillinger, con un'intensità di passione che di solito si riserva ad atti di tifoseria sportiva.
Vollmann inedito: Autoritratto umano totale
di WLLIAM T. VOLLMANN
[Traduco importanti affermazioni di poetica che William T. Vollmann, a mia detta il più grande autore americano vivente sotto i cinquant'anni, espresse dodici anni orsono sulla The Review of Contemporary Fiction, in una lunga e abissale conversazione con Larry McCaffery, che fu ideatore dell'etichetta AvantPop. gg]
Il mio mondo primario e basale è un "mondo di sogno" in cui vivo da quando ero ragazzo. Questi mondi che vedo e dei quali scrivo sono dunque reali e coesistono, e io non devo lasciare il mondo suppostamente reale per abitare ed esperire gli universi di cui parlo. Credo si tratti di qualcosa di simile a una vocazione. E tuttavia mi è chiaro che, per queste stesse ragioni, tali universi sono al medesimo tempo irreali, il che comporta che io non possa prendere troppo sul serio nulla di essi. Nessuno di questi universi ha precedenza sull'altro.
Reiner Kunze suis verbis
di REINER KUNZE
[Uno dei massimi poeti contemporanei di lingua tedesca, Reiner Kunze, nato in Sassonia nel 1933, insignito del massimo riconoscimento letterario conferito dal suo paese, il Premio Hölderlin, descrive se stesso e la propria opera in questa antologia di passi scelti da Peter Patti]
"Essere un poeta significa produrre testi tra cui, qua e là, ne emergerà uno o più d'uno che potrà ritenersi degno di appartenere alla letteratura. La responsabilità del poeta nei confronti della parola parlata e scritta può paragonarsi a quella del muratore nei riguardi dei mattoni. Un muratore incaricato di innalzare un muro, infatti, non deve usare un solo mattone in più o in meno del necessario, ma la giusta quantità di materiale da costruzione".
Morte, lascito e testamento del Gruppo 63
Soltanto in Italia può accadere che, a distanza di quarantadue anni, si debba avvertire sulle spalle il peso di un dibattito logoro, inutile se non dannoso. Mi riferisco alla persistenza non soltanto di una poetica, ma proprio di un sistema extraletterario di valutazione, di cui l'etichetta Gruppo 63 ha contaminato il suo futuro (cioè: il nostro presente), un po' come se le lumache lasciassero una scia di bava davanti e non dietro sé [nell'immagine, un servizio su un magazine dedicato a Nanni Balestrini e firmato Aldo Nove]. Accade in Italia perché qui il rinnovamento generazionale è simile a quello vaticano e spesso si scambia la reverenza pelosa per rispetto dei padri. Edipo e Laio non frequentano le italiche lande. Il mio papà letterario è stato Antonio Porta, esimio esponente del Gruppo 63. Se mio padre pretende di pilotarmi l'esistenza a 35 anni, mi rifiuto. La persistenza di tutto il sistema estetico di riferimento per il Gruppo 63 è questo automatico tentativo di delegittimazione del divenire autonomo, un'autentica icona della cristallizzazione storica, l'estremo tentativo della mosca di sopravvivere murandosi nell'ambra. Non vivo né morto, questo sistema ex-neo-avanguardistico si propaga nella sfera culturale e si pretenderebbe sempreverde. E' un fatto extraletterario, oltre che letterario. Per me - e suppongo anche per altri - rappresenta il principio di autoritarismo e perciò molto mi fa piacere sbarazzarmene in pubblico.
La polemica letteraria su "Liberazione"!!!!!!!!!!
Era prevedibile che, stroncando (e in quel modo) Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno, lo scrittore Aldo Nove avrebbe innescato una di quelle polemiche di cui sono molto golosi i quotidiani. E' cosa facile quando stronchi un bestseller di Faletti - figurarsi se stronchi il bestseller di un autentico scrittore. Infatti il Corriere ha ripreso i giudizi in tralice di Aldo Nove, apparsi su Liberazione, dando ossigeno a una pista interpretativa che sta tra il gossip e l'intenzione seriosa. Si è accodato il Foglio, che non ha perso occasione per offendere in maniera indegna Aldo Nove, pratica a cui tutti i giornalini di destra sono ormai abbonati. Comunque la polemica ha avuto un luogo nativo e d'elezione: e cioè il quotidiano Liberazione. Elena Stancanelli, con tecnica che sta tra la mise en abime e il seppuku, mi ha accusato di tatticismi berlusconiani. Poi è stata pubblicata una serie di pareri raccolti da Angela Azzaro in merito alla querelle. Infine (si spera infine) oggi è uscita una mia risposta, sempre sul quotidiano di Rifondazione. L'articolo di Nove è leggibile qui; la mia risposta sui Miserabili sta qui. A seguire, in ordine cronologico, gli interventi apparsi su Liberazione: il pezzo di Stancanelli, quello di Azzaro e il mio.
Tuttavia la prospettiva più opportuna da adottare rispetto alla stroncatura di Aldo Nove concerne (è un parere del tutto personale) la storia dei meccanismi culturali in Italia: valutare il peso che, a più di quarant'anni, grava ancora oggi su tutti noi grazie alla ex-neo-avanguardia del Gruppo 63. E' un discorso che affronterò su queste pagine nei prossimi giorni: è lungo e complesso, su un quotidiano non c'è né spazio né interesse per farlo ospitare.
Aldo Nove con le peggiori intenzioni
Sono immune da sospetti: più volte ho dichiarato il mio incondizionato amore per la prosa poetica di Aldo Nove, ho individuato nuclei per me fondamentali del suo discorso extranarrativo, ho provato entusiasmo per i suoi versi, ho presentato pubblicamente i suoi libri, l'ho difeso da volgari parafascismi e attacchi da parte di giornali ferocemente reazionari. Potevo scrivere di quello che non mi convinceva nella sua finta narrativa, ma ho scelto di esaltarne il positivo. Sono, dunque, esente da accuse qualsiasi se, in questa occasione, prendo posizione contro Aldo Nove e contro una stroncatura, che giudico vergognosa, comminata dall'autore di Woobinda ad Alessandro Piperno e al suo Con le peggiori intenzioni [nella foto, Nove accanto al romanzo di Piperno].
Ho intenzione qui, per un volta, di non risultare paradossale, poiché la stroncatura dello scrittore Nove allo scrittore Piperno è tutto tranne che paradossale. Suona piuttosto come canto verista della cecità ideologica e dell'assolutismo pretenzioso di chi presume di detenere una verità indiscutibile. Come se milioni di italiani avessero sbagliato a piangere il Papa morto: ehi!, quello era un Papa finto, il Papa vero è vivo vegeto e scrive sulle pagine culturali di Liberazione...
Questo è il mio corpo?
Mentre scrivo il Papa è grave.
Siccome scrivo da sempre, il Papa è grave da sempre? No. La Chiesa è grave, il Papa si è aggravato soltanto negli ultimi anni. Da giorni, settimane e mesi è un rincorrersi di bollettini, di speciali, di CNN news, di reportage condotti grazie ai depositi storici del profluvio di immagini con cui questo Pontefice ha identificato il proprio mandato.
Prescindo, perciò, proprio in ragione di questa identificazione religiosa di sé e della Chiesa con le immagini di sé e della Chiesa, da una valutazione geriatrica di quanto accade a questo pover'uomo, devastato da un male che conosco bene e che non auguro a nessuno. Prescindo altresì dalle valutazioni storiche (il Papa che sconfigge il comunismo, il Papa che se la piglia poi col capitalismo), materia di altro tipo di geriatri, che sono gli storiografi tutti.
Affronto invece un tema metafisico, che è fisico: il dono del corpo e l'esito di questo dono - cioè il martirio mediatizzato a cui il Papa si è sottoposto nel dare un lungo congedo alla sua storia e a quella di tutti noi.
CONTINUA SU CARMILLA

Cinema e letteratura: il Viaggio dell'Eroe
di STEPHEN ROBERTS
In una conferenza del 1992 all'Università di Harvard, Gore Vidal, scrittore e commediografo americano nonché autore della sceneggiatura di Ben Hur, affermò che i libri e chi li scrive non possono più aspirare alla fama di un tempo: di loro al giorno d'oggi non si parla più come si fa invece per un film di successo. Per quanto possa essere noto negli ambienti culturali, un romanziere (o un poeta) difficilmente diventerà un personaggio conosciuto: il romanzo in quanto tale ha scarsa rilevanza, tanto per gli intellettuali quanto - a maggior ragione - per la gente comune. La notorietà letteraria è morta. Oggi come oggi, chi è veramente famoso lo deve in effetti al cinema. "Il cinema è la lingua franca del ventesimo secolo ... Dove prima c'era la letteratura ora c'è il cinema", annunciò Vidal (3).
La rivoluzione Carmilla
Ciò che sta accadendo sulla rivista on line Carmilla è, a mio modo di vedere, abbastanza rivoluzionario per il mondo delle patrie lettere, oggi più in movimento che mai (soprattutto, più in movimento che negli Ottanta e all'inizio dei Novanta). Carmilla sta infatti pubblicando dei romanzi a puntate. Questi romanzi sono inediti, non sono ancora approdati al cartaceo. E non si tratta di romanzi casuali, scelti tra i manoscritti digitali di amici e conoscenti. Sono romanzi vagliati dalla redazione di Carmilla, e di cui ci facciamo garanti Valerio Evangelisti e il sottoscritto. Non è che io ed Evangelisti siamo editori, però accade che siamo intellettuali - e intellettuali appassionati, entrambi con una spiccata vocazione all'apertura, all'allargamento degli spazi esistenti. In questo senso, siamo più che editori e facciamo un lavoro destinato a soppiantare alcune consolidate prerogative degli editor istituzionali, a differenza dei quali operiamo gratuitamente. Questo è importante, ma è sicuramente meno importante del fatto che i romanzi on line di Carmilla hanno registrato un boom di contatti. Di uno di essi, Imperium, si è occupata la stampa tradizionale (il Venerdì di Repubblica). Quest'operazione carmillica si iscrive in un vasto movimento di democratizzazione della lettura, consono all'opera che Wu Ming e i Quindici hanno svolto magnificamente in questi anni.
Sontag '64: Note sul "Camp"
 di SUSAN SONTAG
Molte cose al mondo non hanno un nome, e molte, anche se il nome ce l’hanno,
non sono mai state descritte. Una di queste è la sensibilità – inconfondibilmente
moderna, una variante della sofisticazione anche se con essa difficilmente si
identifica – che va sotto il nome di Camp.
Una sensibilità (in quanto si distingue da un’idea) è una cosa di cui è
estremamente difficile parlare, ma ci sono anche ragioni speciali che hanno sinora
impedito che ci si occupasse di Camp. Esso non è un tipo di sensibilità naturale,
ammesso che una sensibilità naturale possa esistere. Anzi, l’essenza di Camp è il suo
amore per l’innaturale, per l’artificio, per l’eccesso. In più Camp è esoterico, una
specie di cifrario privato, addirittura un distintivo di riconoscimento tra piccole
cricche urbane.
Tommaso Pincio su Gli Schwartz
di TOMMASO PINCIO
[Tra le moltissime recensioni uscite ovunque a proposito del romanzo Gli Schwartz di Matthew Sharpe, giudico fondamentale questo intervento di Tommaso Pincio, uscito su il manifesto (è raro, tra l'altro, che un intervento di Pincio non mi sembri fondamentale). La categoria di "stranezza", che utilizza l'autore di La ragazza che non era lei (il romanzo di prossima uscita per Einaudi, di cui, come anticipato, ci si occuperà qui intensivamente), è per me oggi imprescindibile e va legata alle riflessioni sull'estetica dell'improbabile. Sia anche chiaro, per chiosare la chiusa di Pincio, che a oggi i Simpson sono per me più centrali dei Buddenbrook, in quanto sono la stessa cosa. gg]
Si dice che le ragioni per cui un libro «esplode» sono sempre misteriose. Ciò è vero solo in parte. A volte dietro un successo si nascondono ragioni ben individuabili. A volte, ed è il caso de Gli Schwartz (Einaudi Stile Libero, traduzione di Matteo Colombo, Euro 14,80, pp. 300), il successo può essere il frutto di un equivoco.
Su Il Gorgo di Beppe Fenoglio
di LUIGI PREZIOSI
Il Gorgo (in Romanzi e racconti, Einaudi - Gallimard Torino, 1991) appartiene
all'area dei racconti di vita contadina, ed è la storia di un padre che, tormentato
per le sventure dei suoi figli, tenta il suicidio. Il tema non è pertanto originale
(tanta narrativa ottocentesca ne è piena), e può generare insidiose scivolate
retoriche, che Fenoglio, come vedremo, evita accuratamente, esercitando un rigoroso
controllo sulla materia trattata. Il racconto, brevissimo(poco più di due pagine),
ha una struttura narrativa di radicale semplicità. Non c'è alcuna articolazione, la
sequenza narrativa è unica, priva di soluzioni di continuità, e fonde eventi ed
impressioni nel ricordo, narrato in prima persona, del figlio dell'aspirante
suicida. L'incipit è folgorante:
"Nostro padre si decise per il gorgo, e in tutta la nostra famiglia soltanto
io lo capii, che avevo nove anni ed ero l'ultimo".
Piperno e Sharpe: rivoluzione del genere, della generazione
Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno e Gli Shwartz di Matthew Sharpe presentano simiglianze inquietanti, che lo sono (inquietanti) solo per chi teme l'apertura di uno spazio letterario in cui tutto è possibile. Questi due libri, con una medesima potenza e con un medesimo tema, con assonanze a diversi livelli e con un'esplosione mediatica consimile, sono in classifica e impongono riflessioni. Sono, secondo me, il sintomo di una rivoluzione sociologica e poetica, l'apice di un movimento che da almeno dieci anni va realizzandosi, e non solo in Italia.
Enuncio le simiglianze e poi passo agli esiti che questi due straordinari romanzi impongono.
Ecco, anzitutto, i punti in comune.
Criterio mobile: Il culto dei morti nell'Italia contemporanea
Compio un'operazione in corpore vili: non il corpo del giudizio critico, diciamo invece sul corpo del giudizio allucinatorio. Non so se questa ulteriore dimostrazione della mobilità del criterio miserabile possa essere utile a comprendere la modalità acritica che guida la stesura dei miei interventi su queste pagine. E' più probabile che la cosa indigni o si pensi a una gratuita operazione estetica o, peggio, a un'indebita leccata di culo. Nelle mie intenzioni, invece, si tratta di mostrare come un criterio aperto sia l'approccio alla storia e ai testi che, su queste pagine, mi interessa. Trovo che una religione indegna e innaturale sia quella della cristallizzazione del giudizio e dell'attenzione. Non è cristallizzando, e soprattutto non è cristallizzando il criterio che fattosi linguistico, che si può - letterale - godere la storia. Io godo della storia per immersione e movimento, per abbattimenti sequenziali del me, dell'idea che non può essere unica. Un simile movimento cade sotto leggi fisiche molto sottili, la cui grammatica cerco di chiarire nell'area Ultrapsichica.
Veniamo dunque all'enunciazione di un frame del movimento a cui è sottoposto il miserabile criterio: il finto poema a firma Giulio Mozzi Il culto dei morti nell'Italia contemporanea (Einaudi, 2000) è un libro fondamentale per la letteratura italiana.
Leonardo Colombati su La macchia umana di Roth
Leonardo Colombati mi ha inviato, ierisera, una risposta alle mie considerazioni su La macchia umana di Philip Roth. Stia a significare, questo dibattito che appare sui Miserabili, come una parabola del mutamento di vita interna all'attuale comunità letteraria italiana. Leonardo Colombati è l'autore di Perceber, in uscita a fine aprile per Sironi, che su queste pagine fu detto Capolavoro Misterioso.
Caro Giuseppe,
ti va di continuare la partita di squash? Voglio risponderti a proposito de La macchia umana di Roth e lo faccio raggruppando qualche osservazione attorno ai tre nuclei del tuo intervento: l’odio, l’improbabilità e la tragedia.
Piperno, Colombati , il Miserabile: La macchia umana di Roth
E' una situazione fantastica, quella che sto vivendo da un po' di tempo. Due dei colleghi scrittori che stimo ai massimi livelli sono diventati miei amici, e sono Alessandro Piperno e Leonardo Colombati (nella foto insieme al Miserabile, che è quello sulla destra). Con loro discuto di testi, cosa che non mi accadeva da tanto tempo. A parte certe oasi intellettuali e amicali (un nome per tutti: Valerio Evangelisti), incontravo difficoltà a discutere di testi. Sembra una sega mentale, ma per uno scrittore non lo è affatto. Discutere appoggiandosi sui testi permette di pensare, esplorare e scoprire, essere spostato da altre prospettive. E, soprattutto, permette di dire e di sentirsi dire "no" senza che il rapporto sia minimamente intaccato - esercizio che, significativamente, nei nostri tempi non è più un'atletica, ma una guerra preventiva e poi realizzata.
Qui esprimo il mio "no" a Piperno e Colombati intorno ai giudizi che hanno espresso circa La macchia umana di Philip Roth: Piperno sui Miserabili, Colombati su Nuovi Argomenti (nel numero appena uscito, il 29, dal titolo FUORI CASA, di cui presto mi occuperò appena disporrò della copertina digitalizzata; Colombati ha pubblicato su uno dei suoi blog parte dell'articolo in questione). Tre scrittori che discutono appassionatamente di Roth sono, secondo me, un fatto importante nel contesto di una cultura nazionale che sta ricostruendosi con immensi sforzi.
Ricordo di Mario Luzi
di ANDREA ZANZOTTO
Anche se aveva solo sette anni più di me, Mario Luzi ha esercitato sul mio lavoro un’influenza straordinaria. Voglio dire che era un autentico maestro, non da imitare, ma capace di insegnare nelle maniere più differenti. Dopo i primi libri, la sua poesia s’è caratterizzata come una forma di orfismo di derivazione ermetica. In Onore del vero sembra abbandonare la strada intrapresa: una sorta di verità rivolta all’astratto, per guardare ad una verità di alta concretezza. E si rivela grande poeta della campagna, grandissimo poeta del paesaggio e del dramma che la natura porta con sé e dell’uomo che vive in questa dimensione. Proprio da queste pagine, emerge una Toscana vera e profonda di cui Luzi è stato cantore davvero eccezionale.
Calasso: la questione editoriale
di ROBERTO CALASSO
[dal numero inaugurale di 'Adelphiana']
Le cifre delle tirature sono sempre sorprendenti e invitano a fantasticare in varie direzioni. Soprattutto se si mettono a confronto le pochissime copie spesso circolanti di alcuni testi e i loro, a volte vastissimi, effetti. La Nouvelle Revue Française, nel momento di massimo fulgore, non tirava più di duemila copie. Corona, la rivista della cerchia di Hofmannsthal, oscillò sempre fra le ottocento e le milletrecento. E da altri esempi si ricava l’impressione che i libri siano fra le poche cose che si permettono di ignorare la demografia. Il Discours de la méthode di Descartes fu pubblicato in duemila esemplari e, se Descartes fosse un illustre epistemologo di oggi, forse una University Press si terrebbe su quelle stesse cifre - anzi, magari per prudenza ne farebbe milleottocento.
Aria di crisi nel delta della critica
 di GIUSEPPE PONTIGGIA
Perlustrare il delta di un fiume
significa di solito perdersi in un dedalo di canali e di argini, di cielo e di acqua, di
paludi nascoste tra le canne e di lagune biancheggianti di gabbiani. Perché si possa
ritrovare il filo della corrente bisogna procedere in senso contrario lungo le rive. E
risalire fino alla sorgente non ha solo la fascinazione del viaggio di ritorno, ma
consente di cogliere la distanza che ci divide dallinizio e di riaffrontarla
idealmente attraverso nuovi spazi. Così accade nel paesaggio fluviale della critica.
Il (loro) insopportabile Postmoderno
Chiamato in causa da Loredana Lipperini, a proposito di un'antica e tuttora valida recensione su un libro firmato (per Castelvecchi) da Fulvio Carmagnola e Mauro Ferraresi, trovo spunto per allucinare un poco sul Postmoderno secondo i parziali studi e i parziali pensamenti dei postmodernisti italici.
Non ho nulla contro Carmagnola. C'è uno splendido saggio di Carmagnola sull'ultimo numero di aut aut: Calliope o il simbolico dopo la modernità. E' davvero una meditazione interessante, che connette una lettura del simbolico che da Kant a Hegel a Lacan arriva fino a Middlesex di Eugenides. Non è sulle competenze di Carmagnola che desidero appuntare l'attenzione, ma piuttosto sulla sua analisi della contemporaneità in quanto sintomo ininvestigato di un atteggiamento prepotente che appare ingiustificato sotto l'aspetto della teoresi: è il nostro parzialissimo presente che si autoscruta ed enuncia leggi apodittiche su di sé e sul tempo umano tutto. Questo abnorme sintomo coincide con la discussione del Postmoderno in Italia.
Hans Ulrich Obrist: Interviste
di MICHAEL DIERS
"Caro Hans Peter [Feldmann],
mentre il libro di interviste va aumentando, crescono anche i dubbi sul genere intervista in generale. Gadamer mi ha detto che un grande problema nelle interviste è che non si possono trascrivere i silenzi.
Cordiali saluti, Hans Ulrich [Obrist]"
Forma d'arte. Il progetto di Hans Ulrich Obrist [nella foto cliccabile a sinistra] sulle interviste è una forma ricavata da uno stampo molto insolito e personale (il libro è edito da Charta e costa 57 euro). L'impresa non è né giornalistica, né accademica, segue piuttosto un modello enciclopedico-filosofico, basato su una precisa concezione di conversazione come scambio fruttuoso/riuscito di idee, di cui la forma dell'intervista è un esempio. Tale connotazione enciclopedica non è dovuta solo alla quantità di interviste realizzate (a oggi, ce ne sono circa 320 nell'archivio), ma è altresì un risultato del modo in cui le interviste sono state condotte e della gamma di professioni rappresentate dagli interlocutori. A partire da una serie di interviste ad artisti realizzate da Obrist nei primi anni novanta per il "museum in progress" a Vienna, la cerchia degli interlocutori si è allargata a livello internazionale, fino a comprendere curatori e professionisti che lavorano nell'ambito dei musei, storici e critici dell'arte, scrittori, gente del cinema, fotografi, filosofi, scienziati, architetti e urbanisti.
La monocultura del sapone
"Il sapone, oggi, lo comprano tutti al supermercato, e non è più il bel sapone di un tempo, fatto con gli ingredienti che piacevano alle massaie di un tempo, che erano le massaie vere, non quelle di oggi, che non sono davvero massaie, ma segretarie di azienda, donne in carriera a cui non importa più la qualità del sapone e che se ne fregano del bucato, perché le multinazionali del sapone le hanno condizionate. A queste massaie alienate sembra di lavare i panni sporchi, ma non li lavano più davvero. Questi saponi nuovi, della Palmolive al supermercato, vengono venduti in milioni di esemplari e hanno sostituito del tutto l'eccellente sapone di un tempo, che ora rischia di non venire più prodotto": è questa la sfida lanciata a tutti gli operatori del lavaggio da Carla Benedetti sulle pagine molto pulite dell'Espresso.
E il dibattito si è incendiato, le coscienze sporche hanno dichiarato che il sapone non è più efficace a pulire nulla.
Su Gli Schwartz di Sharpe: Kafka reloaded
Più mi avventuro nelle secche del dibattito sulle differenze tra letteratura popolare e letteratura di massa, più provo sconforto. Assisto a inutili conclamazioni di malattie immaginarie: il popolo non esiste più, la vera letteratura rischia di non esistere più, Gramsci è ideologico e inadeguato nei giudizi critici che sono ormai fossili paleontologici, esiste una monocultura del bestseller e altre insensatezze. Ci sono, tuttavia, variazioni che spostano il discorso sui testi e uno dei testi entrati in questo dibattito è Gli Schwartz di Matthew Sharpe. Della sua storia editoriale, già si è detto (anche su Carmilla), ed è quindi sistemato il ragionamento su poteri o micropoteri che siano - discorso estraneo al piano letterario su cui ora tento di intervenire. Ciò che adesso faccio è tentare non un esercizio critico, bensì una pratica allucinatoria su alcune suggestioni che provengono da Gli Schwartz.
Stile Libero Celebration
di MIRELLA APPIOTTI
[L'autrice di questo articolo tratto da ttL, Mirella Appiotti, si chiede: in fatto di editoria brillante e letteraria, Roma le sta suonando a Milano? La risposta è: sì. Non è soltanto un fatto di testi pubblicati, anche se i testi contano: Gli Schwartz di Matthew Sharpe, in uscita a marzo e di cui torneremo a parlare (visto il dibattito sviluppatosi su Lipperatura), dimostra che Stile Libero Einaudi guarda più avanti degli altri [nella foto cliccabile, Paolo Repetti e Severino Cesari, fondatori e responsabili di Stile Libero]. E', piuttosto, la disinibizione, la sete di varianza rispetto all'editoria-moloch, il coraggio di sperimentare. Non solo Roma e non solo Stile Libero, comunque. Se si pensa al numero e alla qualità di intellettuali e scrittori di Bologna (da Evangelisti a Macchiavelli ai Wu Ming a Lucarelli), la Milano editoriale esce con le ossa rotte dal confronto. Valga dunque, questa segnalazione, come fotografia di una realtà culturale, quella italiana, che sta smuovendo antiche e consolidate gerarchie. gg]
Davvero, nell'editoria
(impropriamente)
detta «giovane»,
letterariamente curiosa
e di ricerca, Roma sta battendo
Milano? A Milano l'establishment
del libro con i suoi moloch. A
Roma, pelago da sempre della
politica e dei suoi conformismi,
ma anche «la» città degli scrittori,
una diffusa creatività. Sicché alle
sigle capitoline «nuove» e «classiche», questa rubrica dedicherà
alcune puntate.
Partendo da Stile Libero, che
proprio romana non è, dal '96 costola,
pur da sempre autonoma, dello
Struzzo, nata per il «coraggio dell'Einaudi
(di Giulio stesso, di Ernesto
Franco ora direttore editoriale), subito
in serie A, senza paletti», dicono
Severino Cesari e Paolo Repetti, i
«dioscuri» che l'hanno inventata
«con una scommessa molto forte...», spesso accompagnata da polemiche,
pronto il mondo della cultura
italiana a pizzicarne, ma sì lo
ammettono loro stessi, «qualche
effimero, qualche caduta di stile...».
Piperno, D'Orrico e la strategia culturale: un elogio
E' per chiunque imbarazzante tessere elogi, ma ho avuto l'accortezza di fare dell'imbarazzo una professione, per di più non pagata, il che mi scagiona da eventuali sensi di colpa.
Sono qui, dunque, a tessere l'elogio non tanto del romanzo di Alessandro Piperno, Con le peggiori intenzioni, di cui a breve la recensione sui Miserabili; quanto del suo primo recensore, Antonio D'Orrico, che sul Magazine del Corriere della Sera di ieri ha dedicato a questa straordinaria saga proustiano/romano/ebraica un servizio di tre paginoni, dando il benvenuto a un grande scrittore italiano contemporaneo.
Se tesso l'elogio di D'Orrico è perché D'Orrico è diventato, nelle opinioni apocalittiche e depistanti che appaiono in questi giorni sulle pagine del Corriere (in seconda di Cultura, taglio basso), una funzione manichea e non una persona pensante: D'Orrico, avendo lanciato Faletti, sarebbe il Male Assoluto Del Mercato Che Aggredisce La Vera Cultura.
Per me, non è così, quindi, senza malizia, rilevo alcuni esiti formidabili ottenuti da D'Orrico.
Genocidio culturale
Ricevo via mail questo intervento anonimo, breve ma incisivo, e volentieri lo pubblico. gg
Eccezionale, qui si denuncia il "genocidio culturale" in atto con argomentazioni complementari a quelle della Benedetti: http://www.ccsg.it/Antonio.html
Bentham: Panopticon
di GIOVANNI MARIOTTI
Panopticon, un modello di carcere che permette di vedere tutto. Un'utopia che anticipa Orwell e il voyeurismo televisivo di oggi
"Panopticon": questo felice calco greco entrò nella lingua inglese verso la fine del XVIII secolo. L'aveva coniato un filosofo e giurista bizzarro, di nome Jeremy Bentham, che nel 1786 aveva scritto un opuscolo dal titolo Panopticon o la Casa d'Ispezione. Non occorreva essere esperti grecisti per capire il significato della parola: il panopticon era un dispositivo attraverso cui l'uomo poteva appropriarsi di una delle più impressionanti prerogative della divinità: quella di vedere tutto.
Il Piccolo Principe è insopportabile
 di CARLO FRUTTERO
[da ttL]
E’ inutile, non riesco proprio a farmelo piacere, questo Piccolo
Principe. Già quando lo lessi
la prima volta dopo Vol de
nuit, fu una delusione. Ma
allora ero giovane e tagliente,
non avevo pazienza con le
fiabette lacrimevoli (detesto
H.C. Andersen, se mi è permesso precisare, per esempio). A
rileggerlo ora provo lo stesso
fastidio.
"Siamo ancora vivi, bastardi!" Letteratura nell'era di massa
Desidero intervenire in un dibattito nel quale non desidero intervenire. O meglio: non desideravo intervenire teorizzando, bensì limitandomi a produrre testi, in sequenza rispetto a una forte tensione politica e immaginaria che la letteratura contemporanea italiana sta esprimendo da parecchi anni, dopo un periodo di freezing.
Il dibattito in questione è quello che si è sviluppato dopo la risposta di Loredana Lipperini a una "provocazione" di Carla Benedetti, che dalle pagine dell'Espresso sollevava un grido d'allarme rispetto alla monocultura del bestseller, all'imperio di una finta letteratura bassa, all'appiattimento dell'editoria sul mercato.
Il Corriere della Sera si è occupato della questione. Il Corriere ha preso al balzo la questione, discutendo al proprio desk della faccenda avendo sul tavolo la copertina di Eva Tremila, quella con Costantino biografato senza autorizzazione da me e da Michele Monina. Sotto l'articolo di apertura sulla letteratura nell'era di massa, l'illustre parere di Edoardo Sanguineti, secondo cui "Gramsci si sarebbe occupato del caso Lecciso".
Ecco, secondo filogenesi (dell'ontogenesi si occupano tutti i Miserabili, del resto), cosa ho pensato e cosa penso di questa "annosa questione".
Giovanissimi scrittori quarantenni che fanno schifo
Su il Messaggero, quotidiano progressista del gruppo trotzkiano Caltagirone, è uscito uno strampalato articolo di un linguista, che si chiama Raffaele Simone senza dirci quale ne sia il cognome. Siccome egli è un linguista, specifico che qui non si dice "linguista" come si dice "abile linguista" in certi annunci su certe riviste. Sistemata la nostra competenza in fatto di linguistica, giusto per fare comprendere che non siamo strampalati e che conosciamo perfettamente le leggi della filologia e della lessicografia, passiamo a dire cosa facciamo di qui a un clic (quello da effettuarsi sulla parolina CONTINUA, qui sotto). Facciamo questo: riportiamo, nella colonna di sinistra, l'articolo di Simone o Raffaele, mentre a destra lo traduciamo, come ai tempi di Clarence. L'articolo di Raffaele o Simone - che si occupa dei linguaggi giovanili e li connette a quella che egli intende come "recente letteratura", oltre a ridicolizzare Monina Culicchia Brizzi Mastrocola Caliceti - risulta infatti incomprensibile a chi si occupi di letteratura italiana contemporanea o sia nato dopo il 1960. Facciamo quindi un'opera di abile linguistica. Buona lettura.
Su aut aut, Nancy per Derrida: 'Resta, vieni'
 di JEAN-LUC NANCY
E' in tutte le librerie il nuovo numero di aut aut, la rivista filosofica edita da il Saggiatore. Dopo un iniziale omaggio a Derrida, con la pubblicazione di un suo inedito, sono molteplici le traiettorie e gli interventi d'autore proposti sotto il titolo Fenomenologia e percezione, tra i quali segnalo una lettura strabica di Zizek su Kant e uno straordinario saggio hegeliano di Carmagnola che, partendo dal testo antigoneo della Butler, arriva a proporre una lettura sorprendente di Middlesex di Eugenides. Si propone qui l'articolo di Jean-Luc Nancy in morte di Jacques Derrida.
È davvero difficile scrivere quando il silenzio si impone.
E tuttavia bisogna farlo, bisogna rivolgere il saluto,
senza attendere. Jacques, mi è impossibile scrivere
oggi senza rivolgermi a te.
Domanin: Scrittura cooperativa e pensiero connettivo
E' appena uscito, per i tipi Apogeo, un testo che si può definire consuntivo e imprescindibile, per quanto concerne la filosofia digitale in tutte le sue accezioni. Si intitola Filosofia dell’ipertesto - Esperienza di pensiero, scrittura elettronica, sperimentazione didattica e ne sono autori il professor Paolo D'Alessandro e Igino Domanin, della cattedra di Filosofia teoretica presso l'Università Statale di Milano. Mi occuperò presto di ragionare sulle molte implicazioni di questo libro. Per il momento anticipo un capitolo scritto da Igino Domanin, che mi sembra entrare in profondità in questioni di cui si sta attualmente dibattendo in Rete.
Scrittura cooperativa e pensiero connettivo
di IGINO DOMANIN
Ermeneutica radicale
L’ermeneutica del testo, cioè, nella sua dinamica di comprensione ed esplicitazione
del senso si attua in base a operazioni differenti. Gli abiti pragmatici
dell’interpretazione mutano e l’effettuazione del significato, la sua concreta
produzione, accade nell’ambito ermeneutico in relazione a un nuovo contesto.
In altri termini si potrebbe parlare di un’ermeneutica radicale e performativa,
di una “ermeneutica dell’ermeneutica”, ovvero della necessità di mostrare
come le condizioni di possibilità della prassi del comprendere mutano in relazione
al frame tecnologico nel quale l’interpretazione viene a essere praticata.
Il caso Michelstaedter
di GIORGIO VALENTINO FELCHERO
[da SIGNIFICATO DELL’ARTE NELLA SPECULAZIONE MICHELSTAEDTERIANA]
La negazione michelstaedteriana del mondo, che attraversa tutta l’architettura del reale, dal soggetto all’oggetto, alle strutture che li relazionano, non ha un esito tale che così l’unico valore che emerga sia il nulla della sua negazione (noluntà), ma si costituisce, pur attraverso il suo carattere negativo, come più autentica attività di rivolta.
Foscolo: degenerazione della letteratura
di UGO FOSCOLO
[da DELL’ORIGINE E DELL’UFFICIO DELLA LETTERATURA]
Ma poichè le allegorie vennero adulterate dall’orgoglio de’ potenti, dalla ignoranza del volgo, dalla venalità dei letterati, le scienze si vergognarono della poesia, e si ravvolsero tra i misteri dei loro numeri; e Venere fu meretrice e plebea, sposa di quanti tiranni vollero essere numi, genitrice di quanti numi abbisognavano a’ sacerdoti, ministra di quante immaginazioni conferivano alle laide allusioni degli artefici e dei cantori, ed esempio di quanti vizi effeminavano le repubbliche.
Esempio di Latoguardia: doccia di gossip editoriale
Prima la filologia: Lato è il cognome del calciatore polacco, non il nome di battesimo, che è invece Gregorz.
Quindi, la cronaca. L'ultima pubblicazione di Latoguardia firmata dal sottoscritto è stata postata ierinotte su Carmilla, col titolo Le strabilianti coincidenze Lincoln-Kennedy: il complotto come narratologia.
L'unica cosa da tenere presente: Latoguardia non è situazionismo. Il mio capolavoro in fatto di Latoguardia è questo.
E ora, un esempio fresco fresco di Latoguardia: tre ore di telefonate di un medio scrittore italiano - una doccia di gossip editoriale non richiesta.
Latoguardia
Ben più incisiva di un'eventuale e apparente polemica letteraria, la proposta formulata da Loredana Lipperini apre uno spazio di suggestione notevole: della retoguardia e della reazione travestita da alternativismo avevamo qui già detto (e detto questo: non se ne dirà più in proposito); della battaglia di avanguardia (non nel senso della avanguardie storiche italiane), invece, si sostiene il totale affidamento ai testi, alle esplorazioni al buio, ai tentativi di costruzione di un'epica, di rimessa in moto del fluido divenire. Qui, in questo ambiente, altro si fa: una battaglia di Latoguardia (nella foto, Lato Gregorz, inatteso e improbabile capocannoniere polacco ai Mondiali del '74, estroso e bizzarro con fisico e sembiante da proletario).
I giudizi di merito vengono formulati non attraverso gerarchie fossilizzate o categorie derivate da saperi immobili. Si funziona per suggestioni, nevrosi, libido, soddisfacimenti temporanei o duraturi, logiche frattali, accademie inesistenti, desideri di abbraccio. Non si dà vita a grupponi con Faustocoppi soli al comando, non si compilano manifesti, non si fa stalinismo critico. Si è gli incursori. Il reggimento di riferimento non sta né alle spalle né davanti: sta di lato. In realtà, nemmeno di lato: il mio reggimento è l'aria.
Si annunciano qui futuri aggiornamenti circa il tema della Latoguardia.

Endrigo re-reloaded
di LOREDANA LIPPERINI
[da la Repubblica]
C’è il libro del momento: Chronicles, primo volume dei tre che andranno a costituire l’autobiografia di Bob Dylan, appena pubblicato da Feltrinelli e già esaltatissimo. E c’è un libro rifiutato: un “giallo filosofico dal titolo curioso de Il caso del pompelmo levigato”, lo descrive il suo autore, presentandosi come “caso umano” in una lettera indirizzata ad editore dopo editore. All’aspirante scrittore dicono no, nel tempo, Mondadori, Garzanti, Einaudi, Marcos y Marcos, Baldini Castoldi Dalai. Finchè, dal momento che il richiedente si chiama Bruno Lauzi e ha scritto e cantato un bel pezzo di musica italiana, interviene Franco Battiato: che legge il libro, lo apprezza, lo segnala ad Elisabetta Sgarbi per Bompiani. Che lo pubblicherà a giugno.
L'amoroso senso della letteratura
Pietro Citati, su la Repubblica, ha dichiarato l'altro dì che dallo scoccare dell'anno 2000 la letteratura italiana non esiste. Ora, Citati è un trombone e non si può dargli ragione. Però ha ragione. Perché non esiste al giorno d'oggi consapevolezza profonda di cosa sia la letteratura, e quindi la letteratura non viene fatta, se non da pochissimi che poi stentano a saperne parlare e da ancora meno che sanno amare la consapevolezza e l'abbraccio intimo che la letteratura comporta e stralavorano in questo senso. I più abbracciano se stessi, credendo di abbracciare altri. C'è un rapido test che uno può fare per comprendere se ha fatto o meno letteratura: basta che si chieda quanto immaginario collettivo di amore addiveniente ha mobilitato. Questo test risale a tempi un po' più antichi di quelli di Citati e trova una sua limpida esplicitazione nel passo di Francesco De Sanctis culminante nella distinzione tra la letteratura (e il dio) di Dante e quella di Machiavelli, in cui si espone una visione della letteratura così totale che, dopo averne preso atto, resta ben poco da indignarsi di fronte alle trombonate.
Il carteggio Santi-Genna su Nuovi Argomenti
Questo carteggio sulla letteratura, che è molto idiosincratico, è apparso sull'ultimo numero di Nuovi Argomenti. Serve tra l'altro da introduzione alla recensione che sto per pubblicare, nei prossimi giorni, sull'ultimo libro di poesia di Flavio Santi, Il ragazzo X, edito da Atelier. Questa versione è inoltre integrale: su NA è stata tagliata la parte iniziale dell'ultima lettera, che concerne il caso Battisti.
Caro Giuseppe,
“la vita scritta nel sangue”, è un bellissimo verso di James Merrill. Incastona la verità più preziosa. L’inchiostro più vero con cui tutti scrivono la loro vita è il sangue, l’essere qui e ora, presenti nel proprio corpo. Dopo vengono le parole. Le parole non cambiano il mondo. Ma noi dobbiamo scrivere come se lo cambiassero. Le parole servono a registrare dei sintomi, dei toni, delle idiosincrasie. Siamo fatti di centinaia di miliardi di cellule che nascono, muoiono, si rigenerano in continuazione, siamo una struttura di per sé in perenne oscillazione, siamo intimamente contraddittori. Noi che siamo il mondo, noi, siamo fatti di seghe, di deliri, di sogni inconfessati, polluzioni notturne e diurne, fantasie raccapriccianti, ma anche di affetti semplici, tenerezze, commozioni delicate, mormorii. Chi scrive deve abbracciare più mondo, più mondi possibili.
Colombati, Piperno, Domanin (e Pincio): esperienze letterarie 2005
Annunci di prossimo incanto letterario in assenza degli oggetti e in presenza di fiducia
Escono quest'anno certi libri - e altri, purtroppo, non escono - che non sono romanzi, ma che sono a mio avviso esperienze da attraversare. Essi assomigliano anzitutto a gorghi, le cui strutture sono poco tradizionali e fuori dalle ortodossie della tradizione italiana. Simili gorghi non hanno nulla di avanguardistico. Non esiste, in queste esperienze letterarie, alcuna mozione di rivalsa nei confronti di ciò che è stato il linguaggio o la letteratura. Se un sognatore sogna, entra nel sogno: non si chiede chi lo abbia costruito. Quel sogno, in quanto sogno, è plausibile. Il discorso della legittimazione critica di un'esperienza è, per l'appunto, un discorso a posteriori.
Sto dunque accennando a esperienze letterarie, non romanzi, che conducono nel sogno della letteratura. Se queste esperienze letterarie passeranno o meno alla storia della cultura, non è un fatto che mi riguarda (non mi ha mai riguardato).
Faccio tre nomi di autori (più un quarto) di esperienze letterarie in uscita nel 2005.
Sul massimalismo nella letteratura italiana contemporanea
Ripropongo qui un testo che avevo pubblicato qualche anno fa su Carmilla. Si tratta di un saggio critico: l'unico che io abbia mai scritto in vita mia. Fu steso nel 1999, pensando principalmente a Tommaso Pincio, Valerio Evangelisti e gli autori di Q che ora si chiamano Wu Ming (ma anche ad altri autori, in particolare di poesia). L'etichetta "massimalismo" era sloganistica, cioè relativa all'immediatezza storica in cui il testo nasceva, ed è quindi emendabile.
Scrittori solitari e solitamente schivi possono osservare un medesimo orizzonte. A differenza di quanto accaduto negli ultimi vent’anni di letteratura italiana, essi condividono un medesimo orizzonte a partire da una consapevolezza e una coerenza di ordine estetico che è più potente di ogni eventuale classificazione. Ciò che qui si tenta è un’estemporanea ricognizione delle tematiche e dei tratti di poetica che sembrano emergere, come un profilo coerente, dalle opere di alcuni poeti e narratori italiani contemporanei.
Frame
Retroterra filosofico e possibili applicazioni filosofiche
di DAVIDE ZOLETTO
1. La nozione di frame (cornice, contesto, inquadramento) viene usata per la prima volta
nell'ambito delle scienze sociali dall'antropologo inglese Gregory Bateson che nel 1954 la
introduce nel tentativo di applicare la Teoria dei Tipi logici di Russell all'analisi di messaggi
come "Questo è un gioco" che condensano i vari livelli comunicativi e metacomunicativi
presenti nell'interazione ludica degli animali (Bateson 1955 e 1956).
Critiche alle critiche alla critica su Desiati
Caro sig. Turco,
esporrò in breve e con volontari accenti comici i motivi dell'infondatezza delle Sue osservazioni intorno alla recensione che ho pubblicato su Le luci gialle della contraerea di Mario Desiati.
Il Suo primo passo è di un'infondatezza clamorosa: chi pensa infatti che esistano realmente due categorie di valutazione del testo rissumibili sotto etichetta tecnico/formale e sociologica? E' chiaro che simili prospettive, fossili di carcinomi quando non siano messe in osmosi e in fluidità, esistono in certa accademia, che questo giornale non rappresenta e non desidererà giammai rappresentare.
Critiche alla critica su Desiati
Mi scrive il poeta Guido Turco, per farmi osservazioni critiche riguardo alla recensione che ho pubblicato intorno al libro di poesia di Mario Desiati, Le luci gialle della contraerea. Qui di seguito la lettera di Turco, a cui rispondo sopra. gg
Sig. Genna,
Chiunque dotato di una qualche minima nozione di poesia quale noi della tradizione classica intendiamo, e alla quale manifestamente Lei si riferisce, alla lettura della nota alle poesie di Desiati deve concludere: c’è un’officina critica, ci sono anche alcune idee, ergo la lapalissiana conclusione: ecco un critico.
La quale constatazione ne apre altre due, che constatazione non sono più, ma questioni attinenti alla poesia:
a) la questione tecnica, o critica della forma
b) la questione sociologica, o della fruizione
Venendo alla questione a), molto meno importante della questione b), e da essa discendente mi sia consentito di premettere alle mie riflessioni quella ben più autorevole del Paul Valéry di: i miei versi hanno il segno che gli si presta: quello che io gli ho dato non serve che a me stesso: non lo credo opponibile a nessuno.
Quando la filosofia occidentale non capisce un cazzo
da La filosofia italiana nelle sue relazioni con la filosofia europea (1909, Laterza)
di Bertrando Spaventa
L'antichità ci presenta due grandi filosofie: l'indiana e la greca. In ambedue si riflette nettamente lo spirito nazionale.
È noto, che uno degli elementi più intimi e fondamentali della vita de' popoli, è la loro rappresentazione religiosa dell'universo. Naturalmente quale è l'idea di Dio, tale è l'idea dell'essenza dell'uomo e della comunità umana, e in generale di tutte le relazioni della vita. Se non che nei popoli antichi la religione è la nazionalità stessa: essi hanno, nel vero senso, religioni nazionali. Ne' popoli moderni all'opposto la relazione tra religione e nazionalità è più larga e indeterminata; l'intuizione religiosa è essenzialmente la stessa in tutti, non ostante le differenze nazionali, e spesso le specificazioni di questa identica essenza vivono insieme nella stessa nazione.
Lippi: Fantascienza e teologia
 di Giuseppe Lippi
[da Letture, n°612]
La religione è un ramo della letteratura fantastica»: questa celebre
battuta di Borges vuole dire, fra l’altro, che in qualunque metafisica
vi è quel tanto di surreale ed epico-irrazionale da cui non si può
prescindere per formare un buon racconto. La religione infatti, che per il
credente è un atto di fede, non soddisferebbe le più profonde esigenze
dell’essere se non fosse altresì narrativa, poema e racconto di gesta.
La teologia, che rappresenta uno stadio successivo di elaborazione,
costituisce la riflessione dottrinale sul racconto e l’esplorazione
delle sue implicazioni; ma la favola è essenziale, e nelle religioni più
antiche essa si perde nelle rispettive cosmogonie, cioè nelle storie
sulle origini del mondo.
"Forma, sostanza e differenza": su un articolo di Bateson
di Antonio Armenia
[psicologo, psicoterapeuta della famiglia a Genova, realizza il sito www.terapiasistemica.it]
 L'articolo "Forma, sostanza e differenza" di Gregory Bateson parte da una riflessione sulle idee pitagoriche di forma e sostanza. Pitagora era più incline a indagare la forma che la sostanza. La dicotomia tra mente e sostanza ha dato origine nel tempo ai diversi approcci delle scienze fisiche e delle scienze psicologiche. Bateson osserva come i concetti esplicativi di mente e forma siano stati estromessi verso la metà dell'Ottocento dalle teorie evoluzionistiche, tra cui quella di Darwin, fino a che le moderne idee provenienti dalla cibernetica, dalla teoria dei sistemi e dell'informazione hanno consentito di definire, o perlomeno, iniziare a definire cosa sia una mente.
Bauman: Il povero visto come un criminale
di Zygmunt Bauman
[da Lavoro, consumismo e nuove povertà, 2004, casa editrice Città Aperta]
Il pamphlet di Mead contro i poveri che "hanno scelto" di non lavorare per guadagnarsi da vivere termina con un'esortazione enfatica: "La politica sociale deve opporre una giusta e decisa resistenza alla povertà passiva - allo stesso modo in cui l'Occidente è riuscito a contenere il comunismo - finché la ragione non prevarrà e il sistema cui ci si contrappone non crollerà sotto il suo stesso peso." Non si potrebbe scegliere metafora migliore. Uno dei principali servizi che la sottoclasse rende all'attuale società opulenta è quello di polarizzare tutte le paure e le angosce non più suscitate da un nemico esterno. Ed è destinata a rimpiazzarlo come nemico interno, assumendo così la funzione di valvola di sfogo delle tensioni collettive derivanti dall'insicurezza individuale. La sottoclasse è particolarmente adatta a svolgere questo ruolo.
Come di base si legge L'infinito di Leopardi
di Luigi De Bellis
Questa lirica,
della primavera-autunno del 1819, appartiene alla serie che
nell'edizione 1826 porta il titolo di Idilli e che comprende altri
cinque testi, tra cui La sera del dì di festa e Alla luna. «Idilli»
sono per il Leopardi componimenti ché esprimono - com'egli scrive -
«situazioni; affezioni, avventure storiche del mio animo»,
componimenti cioè «di carattere più intimo, quasi pagine di diario,
parentesi di confessione personale» (Fubini-Bigi), che in questi
anni si oppongono alle canzoni, di tono e contenuto più eloquente.
Se la denominazione rimanda agli idilli greci (e in particolare agli
Idilli di Mosco, che egli tradusse), tuttavia la natura di questi
componimenti richiama modelli poetici e sentimentali più recenti,
dal Werther all'Ortis, ai Pensieri d'amore e agli Sciolti a
Sigismondo Chigi del Monti.
Negli Idilli, poi, è posta sempre in primo piano «la figura del
poeta solitario, intento ad ascoltare i moti del proprio cuore»,
mentre «del mondo esterno non compaiono che alcuni aspetti della
natura, testimone e confidente delle sue meditazioni» (Fubini-Bigi).
Nota metrica: endecasillabi sciolti.
E ora: la lettura.
Wallace è "Wallace" (purtroppo...)
L'articolo di Tommaso Pincio su Oblio di David Foster Wallace (Wallace non è "Wallace") mette in evidenza alcuni punti ambigui dell'attuale narrativa americana. Al di là dei pregi del multitesto di DFW, ma anche dei difetti, volendo tagliare con l'accetta, Pincio interroga due fattori di straordinaria importanza per la narrativa contemporanea. Che, a mio avviso, sono: a) come si rappresenti la dissociazione e se la dissociazione sia il segno psichico del nostro presente; b) come sia possibile fare letteratura in rapporto a una tradizione.
Discuto, in una prospettiva del tutto personale, entrambi i punti.
Pischedda: "Narrare immagini"
La parola romanzesca nell’universo multimediale
di Bruno Pischedda
È molto noto e altrettanto citato un passo di Epos e romanzo in cui il grande critico russo Michail Bachtin usa il termine “romanzizzare”, “romanzizzazione”, per indicare la presa egemonica che il nuovo modello di narrativa in prosa viene esercitando sui generi circonvicini. A partire dalla metà del ‘700 – scrive Bachtin – il dramma, il poema e persino la lirica diventano “più liberi e più plastici”, il loro linguaggio si rinnova dando spazio al riso, all’ironia, al senso parodico. La messa in causa delle retoriche statuite e la spinta che essi patiscono verso strati più profondi dell’espressione verbale ne accentuano “l’aspetto problematico, la specifica apertura semantica e il vivo contatto con l’evo contemporaneo incompiuto e diveniente”.
Difficile negare valore a queste righe, che ci ricordano tra il resto due elementi cruciali ai fini del nostro discorso. Anzitutto la conflittualità sistemica di cui il romanzo si è reso protagonista sin dal suo apparire storico: Bachtin parla in proposito di “dominio”; spiega che il nuovo genere “soppianta” i tipi precedenti, li “smaschera”, li “attrae imperiosamente”, suscita il “dramma dello sviluppo letterario nell’età moderna”.
Gli Ultracorpi e la letteratura contemporanea
di Piero Sorrentino
“Bisogna che badi con la massima accuratezza a non prendere imprudentemente qualche altra cosa per me.” Cartesio, Discorso sul metodo
“Ma non t’è mai capitato di pensare che noi non siamo più noi? Come se a noi, o a ciò che siamo stati, avessero sottratto il corpo? Tu riesci a essere sicuro che non ti hanno sostituito?”.
A un’intera generazione di spettatori - forse irripetibile nella storia dell’estetica cinematografica pop per la mescolanza fatale di fatti storici e evoluzioni inedite dei modelli di fruizione mediale - toccò in sorte di misurarsi, per la prima volta nel 1956, con un’invenzione così affilata e terribile da vanificare qualunque tentativo di esorcismo e anzi capace di annidarsi, fino a oggi e chissà per quanto altro tempo ancora, nelle aree più buie della psiche umana.
L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel (il cui nucleo portante è da rintracciare nel romanzo Gli invasati di Jack Finney) alla metà del secolo scorso poteva essere letto - piuttosto ingenuamente - come simbolo della caccia alle streghe nell'America maccartista o come metafora della minaccia di un’incombente invasione comunista. Oggi, quando i temi della biopolitica e della manipolazione dei corpi sono diventati un argomento così centrale da influenzare in maniera decisiva l’elezione di un presidente degli Stati uniti d’America, ragionare intorno al film di Siegel assume le fattezze di uno stile cognitivo tanto produttivo quanto irrinunciabile.
Michelstaedter - persuasione e retorica
di Pierandrea Amato
[estratto da "L'attimo persuaso, filosofia e letteratura in Carlo Michelstaedter", Studi Goriziani n. 89-90]
Per cogliere la complessità del labirinto che La persuasione e la rettorica rappresenta una considerazione preliminare è indispensabile: la tesi di laurea ha sopportato una lunga incertezza derivante dall'incapacità dell'autore di prevederne le 'dimensioni' - i limiti - che con il tempo diventano sempre più incerte, tanto da rendere La persuasione e la rettorica un'opera insoddisfacente, improponibile se valutata con i canoni di genere. Michelstaedter nel corso del lavoro comprende che non riuscirà a scrivere una tesi di laurea, ad acconsentire al rito celebrativo che essa pretende. L'opera mai è conclusa, quando appare prossima ala definitiva stesura - pronta per la discussione universitaria - l'epilogo è ancora lontano.
Benjamin e Deleuze: il cinema del pensiero
di Patrizia Pesci
[da Il Giardino dei Pensieri - Studi di storia della Filosofia]
 In un saggio di Walter Benjamin [foto a sinistra; a destra, Deleuze] intitolato L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, scritto nel 1936, si affronta per la prima volta il problema estetico posto dall'emergere di una nuova forma di produzione artistica: il cinema.
Dopo l'avvento del cinema sonoro, diffusosi proprio a partire dagli anni Trenta del Novecento, si inizia a parlare della neonata forma d'arte come di un mezzo ideale al fine della democratizzazione della cultura. Nell'ambito delle discussioni teoriche e politiche di quegli anni sul rapporto arte-società di massa, emergono, contro il pessimismo della scuola di Francoforte (Horkheimer e Adorno), le nuove tesi di Benjamin e Brecht.
Reazioni a The plot against America di Roth
di Leonardo Merlini
[da Virgilio Slow News]
Oggi settantunenne, Philip Roth manda in libreria un nuovo romanzo a sfondo storico che scava - una volta di più - negli incubi dell'America ebraica, uscendo dall'ambito privato che aveva caratterizzato molti dei suoi personaggi precedenti per tuffarsi nel vorticoso turbinio delle grandi vicende politiche.
The plot against America [di cui abbiamo già pubblicato qui una recensione di Christian Rocca] racconta infatti un passato immaginario nel quale l'aviatore filonazista Charles Lindbergh - eroe della prima trasvolata oceanica senza scalo nel 1927 - batte Franklin Delano Roosevelt alle presidenziali del 1940 e imprime una svolta antisemita alla politica della Casa Bianca. La recensione pubblicata sulla rivista americana The Village Voice riassume molto in breve gli sviluppi successivi: "Il governo di Lindbergh fa leva sulle paure e sugli interessi particolari dei cittadini americani, gli ebrei sono perseguitati, Ribbentrop balla alla Casa Bianca e a Newark la famiglia Roth cade in rovina".
La redenzione della «razza operaia» in Emile Zola
Misticismo, scientismo e messianesimo
di Alain Morice
[da Le Monde Diplomatique]
Secondo dei Quatre Evangiles dopo Fécondité, Travail è l'ultimo romanzo
di Emile Zola pubblicato quando l'autore era ancora in vita. Alla
sua morte, il 28 settembre 1902, erano uscite solo le prime puntate
di Vérité, e Justice era appena abbozzato.
L'insieme degli ultimi lavori di Zola (1) si presenta come un'immensa
utopia, dove la foga superba e generosa, che ha fatto la posterità
del geniale autore dei venti romanzi della serie dei Rougon-Macquart,
si esprime ormai in uno stile quasi catechistico. Per Zola, a fronte
dell'orrore che gli provocano sia il capitalismo trionfante che i
pericoli del socialismo rivoluzionario, si tratta di proporre ciò
che oggi chiameremmo un «progetto di società».
Hrabal: "Io, cioè lo scrittore, e il regista"
Da mesi mi sto trattenendo. Vorrei scrivere in continuazione dell'incredibile esperienza che sto vivendo con un regista [nella foto a fianco], col quale sto lavorando a una cosa televisiva, che raduna in sé tutte - ma dico tutte - le tematiche narrative e le modalità estetiche che mi coinvolgono in quanto scrittore. L'annuncio della cosa e i ragionamenti a proposito di essa seguiranno. Per il momento, sparsi qua e là sui Miserabili, appaiono frammenti che, in seguito, risulteranno riconducibili a questa esperienza di letteratura fuori della letteratura.
Tengo tuttavia a sottolineare fin d'ora che la cosa stessa, oltre che il mio personale approccio a questo lavoro, non coincide in nulla con ciò che altri scrittori hanno fatto in tv con la fiction. E questa non sia un'osservazione polemica: semplicemente, la fiction tv italiana mi pare morta, si aggirano spettri caricaturali per i nostri schermi. Superare questo funebre carnevale di Caponnetti che piangono è, dunque, ciò che mi interessa in quanto scrittore. In quanto scrittore, a me interessa Collateral.
Inizio questa serie di interventi, circa la letteratura fuori della letteratura e anche fuori del cinema, con un meraviglioso pezzo di Bohumil Hrabal. [gg]
Evangelisti sulla letteratura nera: "L'estinzione del movente"
di Valerio Evangelisti
[da Carmilla]
Ormai il genere detto noir ha rimpiazzato larga parte della narrativa poliziesca tradizionale, di cui, pure, rappresenta un’evoluzione. Credo non sia un caso: è che anche nella vita reale, o perlomeno in quella sua componente non secondaria che è il crimine, il colore nero si è sovrapposto ampiamente al giallo.
Il dato è spaventoso, ma ne va preso atto. Se nel campo terroristico diventa sempre più difficile individuare ideologia e moventi dei suoi protagonisti, in quello puramente e semplicemente criminale si moltiplicano gli atti di un’efferatezza inspiegabile, gli omicidi insensati, le esplosioni gratuite di sadismo. Giovanissimi innamorati alla Peynet accoltellano genitori e fratellini; ragazzine si inventano dal nulla una setta satanica e compiono un sacrificio umano; adolescenti di quartiere appiccano fuoco a un barbone oppure violentano e uccidono una compagna di classe. Anche una “tradizionale” rapina in una villa può mutarsi nell’occasione per l’esercizio di una ferocia non necessaria, mentre, sul versante opposto, la difesa legittima dei propri beni rischia di degenerare nell’omicidio di un aggressore disarmato.
continua su Carmilla...

Forme di sottocultura: Luzi senatore a vita
Considero Mario Luzi un poeta minore del Novecento. Per me non è, come qualcuno ha detto, "un maestro dell'ermetismo". Non mi interessa il cattolicesimo nella prima fase della poesia di Luzi, che è valida in quanto è poesia, mentre mi interessa la sua svolta cristiano-primitiva nella seconda fase della sua opera, che però non considero poesia. Posizione del tutto personale, non intendo bollare Luzi e la sua opera in alcun modo. C'è chi lo fa, invece: lo Stato, nella persona del presidente Ciampi, che ha nominato Luzi senatore a vita. Questa nomina mi interessa dal punto di vista sociologico: per me è un perfetto esempio di quanto intendo con il termine "sottocultura". Le dichiarazioni di Luzi dopo il Nobel a Dario Fo, Nobel che era un esempio dell'intronazione della sottocultura, costituivano per me la risposta della sottocultura a un altro tipo di sottocultura. L'intervista sul Corriere, in occasione del suo novantesimo compleanno, in cui Luzi rispondeva a una domanda su Zanzotto ("Sono molto distante da lui") è per me una risposta sottoculturale.
Cerco di spiegarmi.
Il tradimento dei critici, due anni dopo
di Carla Benedetti
[Citata per diffamazione da Walter Pedullà, che si riteneva offeso dall'ultimo capitolo del saggio Il tradimento dei critici e aveva chiesto un risarcimento di due miliardi di lire, Carla Benedetti ha vinto la più celebre causa dell'editoria di questi ultimi dieci anni. Pubblico un suo intervento apparso anche su Nazione Indiana. gg]
Due anni fa, subito dopo l’uscita del Tradimento dei critici, fui denunciata per diffamazione a mezzo stampa assieme all’editore Bollati Boringhieri, con una richiesta di riparazione di un milione di euro. Incriminato era l’ultimo capitolo del libro, “Il potere che ognuno conosce e nessuno racconta”, dove ripercorrevo gli avvenimenti che avevano portato alle dimissioni di Mario Martone dalla direzione del Teatro di Roma, ricostruiti attraverso articoli apparsi su giornali e riviste, e altri documenti di dominio pubblico.
Blonsky & Desnoes: 'La top model e la letteratura'
 di Marshall Blonsky e Edmundo Desnoes
Si pubblicano più libri di quanti se ne siano mai pubblicati,
e questi libri vengono letti. Eppure, a quanto pare la letteratura
come la conoscevamo si ritira, scema e scompare dal centro privilegiato
della nostra cultura. In tutto il mondo aumenta il numero delle
persone alfabetizzate, eppure nessuno crede, nessuno confida nel
potere di redenzione di racconti, romanzi e poesie. Si cerca -
e si trova - salvezza e illuminazione nelle automobili e nella
moda, nei soldi e nel sesso, nel farsi dire che cosa fare e non
nel significato del fare e del non fare. «Datemi qualcosa
che io possa usare», esclama il personaggio Elaine, in un
episodio del telefilm comico Seinfeld, dopo aver visto, nel film
Il paziente inglese, una coppia che fa l'amore in una vasca
da bagno. Poesia e sensualità sono secondarie rispetto
al fare. E il fare si trova nell'azione o nella letteratura dell'how-to,
del "come si fa". Kafka, Joyce e Proust sono disfunzionali
e inutili. La simulazione richiede l'azione. Dio non è
più nella parola.
Kafka e il silenzio della musica
di Sara Belluzzo
 «Kafka, quasi in compenso della particolare musicalità
dello scrivere, era privo di senso per la musica» [ 2].
Di fronte a tale affermazione di Max Brod, uno dei più importanti amici
dello scrittore, uno studio sui rapporti tra Kafka e la musica a prima vista
potrebbe sembrare stravagante.
Eppure, nellopera di Kafka la musica non è affatto assente e, come la critica da Walter Benjamin in poi ha di sfuggita più volte osservato, essa assume caratteri e significati particolari.
Unanalisi preliminare dellattitudine di Kafka nei
confronti dellarte dei suoni potrà aiutare a gettare qualche luce
sui diversi significati delle immagini musicali nel suo mondo poetico.
Kafka non era totalmente privo di una specifica educazione
musicale. Egli, infatti, aveva iniziato lo studio del violino e del pianoforte.
Lettera sulla verifica dei poteri: lo stato dell'arte e l'assalto all'io
[Questa lettera non è indirizzata, nello specifico, ad alcuno scrittore o lettore o editore o critico o venditore o libraio o giornalista o blogger o edicolante, e non è nemmeno una variazione sulle splendide Lettere a nessuno di Antonio Moresco, che è comunque necessario leggere per una odierna verifica dei poteri]
Carissimo,
la tua idea della letteratura mi fa schifo. Neanche: siccome non hai un'idea della letteratura, non posso nemmeno detestare qualcosa che non esiste. Il che significa che odio te, direttamente te, personalmente e nello specifico. Nonostante non ti incontri di persona da anni, continuo a ricevere notizie di quanto dici e quanto fai, insistentemente, sempre - questo ronzio del moscone sulla merda e questo silenzio della merda davanti al calabrone sono, insieme, la medesima cosa: cioè te. Nonostante tu non abbia alcuna idea della letteratura, pensi di averla e propali il tuo credo imbecille che è praticamente ovunque. E' un credo che è un'allucinazione collettiva e trascina tutto nell'abusata situazione di una ripetuta sodomia: politica, lavoro, musica, televisione, cinema, nutrizione, gioco - non c'è àmbito in cui questo credo non si sia spalmato e abbia mutato i rapporti che correvano tra queste espressioni umane e gli uomini. In praticolare, però, tu incarni il messia di questo credo in àmbito letterario.
Crollo Palahniuk, ascesa Eggers
 A me Eggers non ha mai convinto. Era un'impressione personale, che prescindeva totalmente dalle inequivocabili capacità del creatore di McSweeney's. A parte la sostanza del talento, esiste un problema del talento, che risiede nelle sue modalità di espressione. Anzi: prima delle modalità d'espressione. Il talento è un tumore: divora le cellule sane, diffonde la malattia. L'espressione è una chemioterapia. Il talento va arginato, educato, trasformato. E' una sostanza psichica talmente luminosa da accecare: luce che non permette di vedere. Cosa dovrebbe permettere di vedere il talento? Una verità, quella più abissale: la propria (per inciso: l'assenza della verità è la verità verso cui il talento ci proietta). Ecco, per me Eggers era vittima del talento. Avvertivo la meccanicità con cui Eggers, ne L'opera struggente di un formidabile genio, tentava di mercanteggiare col proprio talento: una meccanicità che consisteva essenzialmente in un'intelligenza impressionante, in una panossi totale. Un'intelligenza che portava Eggers alla deriva: lontano dall'errore, verso il calcolo dell'errore.
Palahniuk era la cura, pensavo. Palahniuk: quella sì era necessità e sbaglio, affrontamento dell'ignoto, del trauma. Palahniuk terapeutizzava Eggers, ai miei occhi.
Mi sbagliavo, evidentemente.
"Vino nuovo in otri nuovi": nomadismo psicoesistenziale
di Giacomo Coccolini
È molto
interessante che gli organizzatori di questi incontri abbiano scelto come
elemento di orientamento generale per queste serate la frase del testo
evangelico di Luca (5,38) - “Vino nuovo in otri nuovi” – allo scopo di
iniziare un percorso di riflessione sull'epoca in cui tutti ci troviamo a
vivere come inquilini, a volte, spaesati, colpiti dalle grandi
trasformazioni epocali, che non lasciano indenne nessuno, tanto meno il
cristiano chiamato ogni momento a vivere secondo quella legge
dell'incarnazione che è uno dei principi essenziali del cristianesimo.
Il mio
intervento avrà lo scopo di tentare una lettura critica del nostro tempo,
tenendo come filo conduttore una domanda che credo molto consapevolmente gli
organizzatori hanno pensato di sottolineare come leit-motiv e
preoccupazione dominante di chi oggi si trova a vivere in esso: siamo ancora
capaci di futuro? Cioè: esiste ancora la possibilità per l’uomo
contemporaneo, per ciascuno di noi, di vivere un pro-getto di vita
(etimologicamente: gettando davanti a noi un insieme di possibilità e di
idee attraverso le quali in certo qual modo ipotecare la nostra vita, quel
tempo che dobbiamo e vogliamo vivere non come sopravvissuti), aperti ad un
futuro verso il quale dirigersi carichi di speranza?
Lavoro, liberazione

Un lavorante agricolo si gettò in devozione ai piedi di Ramana, che gli disse: "Fare bene e attentamente il proprio lavoro è la forma più alta di devozione".
Alcuni devoti chiesero a Ramana Maharshi se è necessario ritrarsi da tutte le attività per essere capaci di praticare l'autoattenzione. Essi chiesero: "se noi seguiamo sinceramente questa Sadhana (pratica) di attenzione al Sé, non si dimostrerà il lavoro essere un ostacolo? Ma, se abbandoniamo il lavoro, come provvederemo al cibo, al vestiario e al rifugio richiesto per il corpo?". Comunque, ogni qualvolta i devoti interrogavano Srì Bhagavan su tale questione Egli soleva rispondere che il lavoro non è, necessariamente, un ostacolo alla pratica spirituale, "sadhana". Ciò non vuol dire, naturalmente, che un aspirante deve lavorare con lo stesso spirito di un uomo mondano o che egli deve lavorare perseguendo lo stesso scopo.
C'è baruffa nell'aria
Rispetto a questo intervento di Arbasino, che data 1999 (apparve su 'Repubblica'), qualcosa è decisamente cambiato. Altre cose, non ancora. Ma stanno per. gg
Questi anni frivoli così privi di talento
Le recenti discussioni letterarie, quelle spiattellate negli scorsi mesi, si sono rivelate notevolmente meschinelle
A quanto pare, nei settori della narrativa e della saggistica prevale unesclusiva considerazione del proprio io
di ALBERTO ARBASINO
Quantunque di fine millennio, come tutto, le discussioni letterarie negli scorsi mesetti si sono rivelate notevolmente meschinelle.
Infatti, nella settorialità sempre più limitata dove si restringono su se stessi gli addetti alla narrativa e/o alla saggistica - senza più molti nessi con le altre arti o col pensiero in genere - prevale una esclusiva considerazione del proprio io. Ma gli ii attuali, non per colpa loro bensì ovviamente dei tempi, sono sempre più piccoli, e privi di interesse. In quanto per lo più autoreferenziali, e irrilevanti.
La dialettica servo/padrone in Hegel
di Renzo Grassano
[da moses]
Il concetto di ragione elaborato da Hegel
porta inesorabilmente a riconoscere che ogni
cosa è secondo necessità.
Il vero sapere è dunque sapere del necessario. Opponendosi a Schelling, e con lui a Jacobi,
Hegel continua a condividere con essi l'identità
di finito ed infinito, ma contesta che tale
identità possa darsi nell'intuizione immediata
o sentimentale.
Ancora nel 1804, Schelling aveva scritto
parole inequivocabili su questo punto: "L'Assoluto
si presenta all'anima soltanto in alcuni
istanti (...) in cui l'attività soggettiva
realizza un'inattesa armonia con l'oggettivo,
un'armonia che, proprio in quanto inattesa,
ha il vantaggio, rispetto alla conoscenza
libera e spassionata della ragione, di apparire
come un caso felice, come un'illuminazione
o come una rivelazione."
Forever Raimo
 E' stato un evento di quelli che ti riconciliano con la vita, con le tue passioni, con le tue tracce di verità: la presentazione milanese di Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro?, la raccolta di racconti di Christian Raimo (minimum fax, 9.50 euro), ha mostrato a tutto tondo le potenzialità e le irradiazioni di una delle migliori menti attualmente operanti in Italia. Accanto a Raimo, c'era Tiziano Scarpa insieme al sottoscritto. Più che interloquire con lo scrittore romano (cosa che è stata fatta, comunque), si è rimasti nell'incanto dell'espressione di un sistema complesso, armonico e trascinante di sensibilità potenti e teoresi penetrante da parte dell'autore di minimum fax.
Alla rinfusa, qualche mio appunto su questo libro che, per quanto concerne me, conferma Raimo in un ruolo centrale nel comparto intellettuale e letterario qui da noi.
Alberto Moravia: La vita interiore
  di Graziella Sodano
"Il ricorso alla sola ragione, l'adottare un fine materiale, limitato
e disumano, il voler raggiungere questo fine con tutti i mezzi ossia con
il mezzo dell'uomo è indizio, in ogni civiltà, di disperazione.
."
Nel saggio "L'uomo
come fine" Moravia critica la ragione concepita assolutisticamente,
intesa cioè come violenza rivolta al suo esclusivo calcolo subdolo
e riassunta adeguatamente nel machiavellico e luttuoso motto:
"il fine giustifica
i mezzi".
La ragione così
concepita agisce solamente in funzione di se stessa e della propria egoistica
ambizione, non contemplando assolutamente in alcuna maniera le pur attive
e palpitanti esigenze del cuore e del sentimento, che sono pertanto travolte
dal vortice del suo impeto distruttivo.
Magrelli: su Guido Gozzano e il 'moderno'
 di Valerio Magrelli
Per presentare il più torinese e borghese tra i nostri
poeti, vale forse la pena provare a mescolare le carte, situandolo
in una compagnia che non gli è certo abituale. Con il saggio
I poeti si nominano, LeRoy C. Breunig ha esaminato il caso
di alcuni scrittori che inserirono il proprio nome nei loro versi.
Perché l'autore di Alcools esclamò: «Io
sono Guillaume Apollinaire»? Perché uno dei più
audaci interpreti del surrealismo sostenne: «Quanto a me,
sono Robert Desnos»? Perché Francis Ponge descrisse
la tomba del proprio nome paragonandone le iniziali a steli d'erba?
Statuti dell'Improbabile
Per ragionare sulle interessantissime osservazioni di Luigi Ramenghi in Frammenti su una poetica dell'improbabile, relative all'intervento che avevo pubblicato contro l'ideologia dell'invenzione e per l'improbabilità, sono costretto a impegnare un gergo filosofico, più che altro di matrice aristotelica e richiamato dallo stesso Ramenghi, una cui centrale indicazione è proprio mutuata dalle classificazioni del libro Lambda aristotelico: "Ne L'arcobaleno della gravità, Pynchon racconta di Roger Mexico, soldato statunitense che si occupa di statistica, ossia di probabilità, disciplina residente in un regno terzo rispetto a quello del vero e del falso, di ciò che si verifica e di ciò che non si verifica (e che evoca concetti aristotelici come mimesis e phronesis, ovvero percorsi gnoseologici alternativi a quello logico-scientifico dell'episteme)".
Qui Ramenghi coglie un punto centrale, per la prospettiva che intendo adottare.
L’eterno nascere – Saggio su Antonio Moresco
 di Giampiero Marano
[Giampiero Marano, autore dei saggi La democrazia e l'arcaico e La parola infetta, è oggi in Italia uno dei critici letterari più promettenti e seguiti. Ha aperto un suo blog, Dissidenze.com, che a partire dal nome segnala come la posizione critica di Marano si distingua, talvolta radicalmente, dalle prospettive della critica passatista, che procede solo col conforto dell'abatjour. I comparti di sapere impegnati da Marano sono molteplici e, a prima vista, eterodossi rispetto a quelli che la schiera accademica utilizza. Ringraziando Marano per il permesso, pubblico una parte del suo saggio su Antonio Moresco, sul quale desidero intervenire prossimamente. gg]
Negli ultimi anni del Novecento, in non casuale concomitanza con il riconoscimento della «maestà» e «verità» del testo (1) e con il crescente interesse tributato alla riconsiderazione della pratica della lettura (2), alcuni critici hanno posto l’esperienza del sacro al centro della loro riflessione sulla letteratura e sulla critica stessa. George Steiner ha enunciato questa nuova prospettiva in termini perentori: «ogni comprensione coerente di cosa sia la lingua e di come essa funzioni, ogni descrizione coerente della capacità del discorso umano di comunicare significati e sentimenti, è garantita in ultima analisi dal presupposto della presenza di Dio (…) in particolare l’esperienza del significato estetico, quella della letteratura, delle arti, della forma musicale, sottintende la necessaria possibilità di questa ‘vera presenza’» (3).
Improbabilità e verosimiglianza: il Vanni Fucci di Dante
di Luigi De Bellis
Il tratto più saliente della figura di Vanni Fucci (canto venticinquesimo dell'Inferno) non è, come vorrebbero alcuni studiosi, la bestialità allo stato puro (in altre parole: l’assenza in lui di qualsiasi sensibilità morale) quanto piuttosto la consapevolezza esasperata di questa bestialità, un dolore che non trova misure umane cui adeguarsi, una disperazione che arriva a prescindere dal mondo, dagli esseri, dai valori, per negare direttamente, in Dio, il loro principio. Poiché la superbia del ladro pistoiese ricorda al Poeta quella di Capaneo, il parallelo tra il personaggio di Vanni Fucci e quello del grande che cadde a Tebe giù da’ muri è divenuto un luogo comune della critica dantesca. Ciò che occorre tuttavia rilevare non sono tanto gli aspetti che accomunano queste due figure di dannati, quanto i tratti che li distinguono.
Frammenti su una poetica dell'improbabile
di Luigi Ramenghi
[Rilanciato da Giulio Mozzi , da Marco Candida e da Roberto Tossani, il mio pezzo contro l'ideologia dell'invenzione ha suscitato aspri commenti. Tra gli interventi, due davvero interessanti mi sono sembrati quelli di Luigi Ramenghi, a cui ho chiesto, quindi, un controintervento. Eccolo: è denso di domande e riflessioni che, per me, sono fondamentali. Ringrazio Luigi. Lunedì pubblicherò alcuni ragionamenti intorno alle questioni che solleva. gg]
- Il punto di partenza di Giuseppe Genna: la letteratura indica l'impossibile nonsenso della realtà, induce al trascendimento della parola.
- La sua critica: tanta letteratura contemporanea pompa l'invenzione fino a farne un nuovo sovrano, una nuova metafisica: la sorpresa continua, la sclerosi del colpo di scena alla fine non esclude il trascendimento ma lo appiattisce, lo svende, lo riduce a pretesto. Sostituisce questo nonsenso forte con uno debole, d'accatto, da fast-food, truffando il lettore. Si tratta dunque di un falso, rispetto alla verità di partenza: la verità del trascendimento, dell'altro.
Dante e la retorica dell'oblio
di Daniela Baroncini
Il motivo tradizionale dell’“incapacità di parlare degnamente dell’argomento”, che Curtius ascriveva al dominio dell’“inesprimibile”, ritorna costantementenella poesia dantesca, in particolare nell’ultima cantica della Commedia, autentico regno dell’ineffabile, a indicare la consapevolezza della sproporzione tra vis intellettiva e verbum oris. Non per nulla l’ascesa al Paradiso si annuncia proprio con il riconoscimento di un’insufficienza mnemonica, e quindi espressiva, at-traverso il quale l’autore dichiara un principio fondamentale di poetica:
Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;
perché appressando sé al suo disire
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire
Panoramica della fiction americana: 1900/1988
di Piero Scaruffi
[da 'Americana', luglio 1988]
La tesi di Alfred Kazin, secondo il quale la storia del romanzo americano e'
frutto di contributi episodici e non di un flusso organizzato di idee, ha un
innegabile riscontro pratico nell' Ottocento.
Le numerose discontinuita' che separano i maggiori autori di quel secolo
(Edgar Poe, Herman Melville, Nataniel Hawthorne, Mark Twain, Henry James)
costituiscono altrettanti meriti da accreditare alla loro iniziativa personale,
piu' che al maturare del background culturale.
Nel Novecento la letteratura americana si e' invece connotata con caratteri
piu' chiaramente di "movimenti" e di "correnti", anche se spesso questi e
quelle non riflettono i corrispondenti europei: voler a tutti i costi scovare
simbolisti, surrealisti ed espressionisti in America significa distorcere una
realta' storica e sociale che in questo paese ha generato una cultura impostata,
nel bene e nel male, su capisaldi diversi. Nell' analizzare la cultura americana non bisogna piuttosto dimenticare quelle
manifestazioni tipiche ed uniche che, seppur apparentemente "minori" quando
siano osservate da un' angolatura europea, costituiscono il retroterra
culturale di ogni americano.
La pubblicita', i fumetti, i gialli, la musica
di consumo, la fantascienza, la televisione, Hollywood (cinema),
Nashville (country), Broadway (musical), costituiscono altrettanti fattori
determinanti nello sviluppo della personalita' dell' individuo americano,
e sono parte integrante del bagaglio culturale di ogni scrittore.
Gore Vidal: 'La morte di Calvino'
di Gore Vidal
[da 'The New York Review Of Books', 21 Novembre 1985]
Nella mattina di Venerdì 20 Settembre, 1985, la prima tempesta equinoziale dell'anno scoppiò sulla città di Roma. Mi svegliai al suono dei tuoni e dei lampi; e pensai d'essere, di nuovo, nella Seconda Guerra Mondiale. Un po' prima di mezzogiorno, una macchina con autista arrivò per portarmi lungo la costa mediterranea verso un paesino sul mare chiamato Castiglion della Pescaia dove, all'una, sarebbe stato sepolto, nel cimitero del paese, Italo Calvino, deceduto il giorno precedente.
Calvino aveva avuto un'emorragia cerebrale due settimane prima mentre stava seduto nel giardino della sua casa in Pineta di Roccamare, dove aveva passato l'estate lavorando alle lezioni su Charles Eliot Norton che avrebbe tenuto durante l'autunno e l'inverno presso Harvard. L'avevo visto nel mese di Maggio. L'avevo lodato per il suo coraggio: intendeva dare le lezioni in inglese, una lingua che leggeva con facilità ma che parlava con esitazione, non come il francese o lo spagnolo, che parlava perfettamente; del resto era nato a Cuba figlio di due agronomi italiani; e aveva vissuto per molti anni a Parigi.
Flavio Santi: "Abbasso la Linea Lombarda"
 di Flavio Santi
Il recente Oscar delle poesie di Luciano Erba, Poesie (1951-2001), è un
evento da salutare con tutti i crismi e tutti i brindisi del caso. «Ah, la linea
lombarda» gorgheggerà nostalgico e ammirato più di un critico. La
linea lombarda, questa nostra più salda della Madunina di folcloristica
memoria. Poesia spiccia, oggettiva, scarna, dritta per la sua strada.
Messa ormai nel frigobar delle antologie scolastiche e critiche. Shakerata all’occorrenza anche negli ultimi virgulti poetici lombardi.
Eco e Scalfari su Italo ed Elsa: Il Codice Enigma
Il Codice Enigmadi Umberto Eco
[da L'Espresso]
Nel sito Internet 'parlamidamoremariù.cepu' svelati intrighi, delitti e passioni oscurati per 50 anni dall'egemonia della sinistra
di Umberto Eco
 Finalmente la nostra cultura giornalistica (se l'ossimoro ha un senso) ha messo la testa a posto. Nel corso dell'estate ormai languente, anziché perdersi nella ormai insostenibile demonizzazione di Berlusconi o nelle forme più viete di antiamericanismo (come la critica di Al Capone e della banda Manson), la nostra stampa ha avuto il coraggio di affrontare i temi essenziali di un sano e illuminato revisionismo storico. Come è noto, tutto è partito da documenti ancora inediti in base ai quali la chiave per capire l'assassinio di Gentile si trova nel carteggio tra Italo Calvino ed Elsa de Giorgi. E non solo, ma nel carteggio inedito (ed eroticamente molto acceso) tra Gentile e Ranuccio Bianchi Bandinelli si troverebbe il bandolo per spiegare perché Calvino abbia intitolato la sua opera giovanile "Il sentiero dei nidi di ragno" e non "Vieni, c'è una strada nel bosco".
Contini: 'La poesia dialettale di Pasolini'
di Gianfranco Contini
La poesia dialettale di Pasolini non ha nulla in comune con quella più o meno del verismo regionale ottocentesco (di qui la sua polemica con i seguaci della tradizione provinciale): la sua cultura è nettamente simbolistica, ed egli può tradurre in friulano da Rimbaud o da T.S. Eliot o far tradurre da Juna Ramón Jiménez, ed esperire squisite variazioni in vernacoli di singole località, sempre sullo sfondo di un dialetto non identico al friulano "ufficiale".
Per l'improbabilità, contro l'ideologia dell'invenzione

Se *queste* chiavi ti sembrano assurde, aspetta di leggere la nuova cosa.
Email privata di un amico, scrittore dell'improbabile
Questo agosto, letture e soprattutto riletture: Vineland di Pynchon, Gli Wapshot di Cheever, Vergogna di Coetzee, Le vergini suicide di Eugenides, La macchia umana di Roth, La resa dei conti di Bellow, L'Apocalisse di Rudolf Steiner, La super raccolta di storie di avventura di McSweeney's, Oblivion di Foster Wallace.
Quindi, essenzialmente, narrativa di aerea anglosassone e contemporanea. Proprio pensando a quanto vanno facendo i contemporanei, filtrandolo dalla lettura dei post-postmoderni americani (ma anche italiani), il sospetto che si stia assistendo all'imperativo imporsi di un'autentica "ideologia unica dell'invenzione" mi ha indotto a qualche riflessione: a vedere rischi e pericoli che voglio evitare a tutti i costi.
'Ubik' di Philip k. Dick: la destrutturazione della fantascienza borghese
di Peter Fitting
[da Intercom]
Ubik di Philip K.
 Dick (1969) è, a mio parere, una delle opere più importanti
degli anni 60 per le sue caratteristiche di decostruzione e allo stesso
tempo tentativo di ricostruzione: esso mette a nudo le principali istanze
della SF a livello ideologico, in termini di scienza e di finzione, e contemporaneamente
tenta di lanciare uno sguardo su un futuro liberato dalle restrizioni che
evidenzia. In questo romanzo, Dick ha fatto "esplodere" e ha trasceso il
genere SF e il "romanzo di rappresentazione" di cui è parte. Due
criteri in genere vengono usati al fine di "nobilitare" quelle opere di
SF che si giudicano meritevoli di attenzione e possono essere inclusi nel
curriculum universitario. Il primo si richiama a contenuti e intenzioni
filosofiche o scientifiche del libro, in virtù delle quali questo
viene definito come "scienza narrativizzata" (volgarizzazione) o come paradigma
del metodo scientifico (estrapolazione) che può essere usato per
sondare i nostri problemi contemporanei; per esempio, SF come letteratura
utopica.
Quando Foster Wallace incontrò Lynch
La comparsa su PREMIERE, nell'ormai lontano 1996, di un saggio di
importanza capitale: DAVID LYNCH KEEPS HIS HEAD di David Foster
Wallace
di Luca Pacilio
A volte ciò che serve per entrare appieno in
qualcosa è una prospettiva anomala, anticonvenzionale, del tutto
trasversale che, indicando una via alternativa a quella
analitico-valutativa, permetta di impadronirsi completamente di quel
qualcosa. Nel caso del "weirdworld" di David Lynch tale
visuale ci è offerta
da un saggio scritto per PREMIERE nel 1996 da colui che senza dubbio
alcuno è il più geniale, versatile e esplosivo talento dell'odierna
letteratura americana, quel David Foster Wallace dalle cui mille e passa
pagine di INFINITE JEST - torrenziale, massimalista, divertente,
doloroso, scritto da dio, il romanzo che ti inchioda ed è il peggior
nemico del tuo bisogno di dormire - non riesco e non voglio staccarmi da
un po' di tempo. Il suo DAVID LYNCH KEEPS HIS HEAD non è una disamina
critica sul cinema di David Lynch; ci troviamo di fronte a uno spaccato
intimo-sensazionale che riesce, con la precisione e la lucidità
sbalorditiva che abbiamo imparato essere congeniale allo scrittore in
questione, a cogliere di quel cinema alcuni aspetti salienti.
Foster Wallace su Kafka
di David Foster Wallace
 Una delle maggiori difficoltà che incontro a leggere Kafka ai miei studenti è che sembra quasi impossibile convincerli che Kafka è divertente - ma neppure fargli apprezzare il modo in cui il divertimento è intimamente legato al potere straordinario che esercitano le sue storie. Perché, ovviamente, i grandi racconti e le migliori barzellette hanno parecchio in comune.
Repressione
 di Zygmunt Bauman
[da Periferie dell'impero. Poteri globali e controllo sociale, a cura di Silvio Ciappi, DeriveApprodi, 2003]
Ogni società compie delle scelte. Infatti, se possiamo chiamare «società» un insieme di persone, intendendo individui con «un'appartenenza comune», che formano una «totalità», ciò è il risultato di una scelta: una selezione che è allo stesso tempo un vincolo imposto a chi vi è ammesso. Una simile scelta rende un determinato insieme di persone differente da un altro. Se un dato insieme sia o non sia una «società», dove corrono i suoi confini, chi vi appartiene o meno: tutto ciò dipende dal potere vincolante della scelta e dal consenso che essa riscuote. Tale scelta si cristallizza in due imposizioni (o meglio, in una sola, che ha un duplice effetto): l'ordine e la norma. Milan Kundera ha definito il «desiderio di ordine», evidente in ogni società conosciuta, come «un desiderio di trasformare il mondo degli esseri umani in qualcosa di inorganico, in cui tutto funzioni perfettamente secondo un programma subordinato a un sistema sovrapersonale».
Agamben su aut aut: 'Warburg'
[La più storica tra le riviste filosofiche, aut aut , approda al gruppo il Saggiatore. E' una notizia di buona salute per la filosofia italiana e un rilancio editoriale in grande stile. Il primo numero pubblicato presso il Saggiatore è, come sempre, monografico e di altissima qualità: Aby Warburg. La dialettica dell'immagine. un monografico che vanta inediti warburghiani di altissimo valore filologico e documentale, ma anche prospettive filosofiche decisive per una teoria dell'allegoria contemporanea. Riproduco l'intervento di Giorgio Agamben, forse il saggio filosofico più lucido e rivelatore che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi. i Miserabili , complimentandosi con l'intero staff del Saggiatore, augurano ad aut aut un futuro altrettanto fulgido del suo passato. gg]
WARBURGdi Giorgio Agamben
Egli è vero che tutte son femine, ma non pisciano
Boccaccio
 
1. Nei primi mesi del 2003 si
poteva vedere al Getty Museum di Los Angeles una mostra di video di Bill Viola
intitolata Passions . Durante un soggiorno di studio al Getty Research
Institute, Viola aveva lavorato sul tema dell'espressione delle passioni, che
era stato codificato nel XVII secolo da Charles Le Brun e ripreso poi nel XIX
secolo, su base scientifico-sperimentale, da Duchenne de Boulogne e da Darwin.
Risultato di questo periodo di studio erano i video esposti nella mostra. A
prima vista, le immagini sullo schermo sembravano immobili, ma, dopo qualche
secondo, esse cominciavano quasi impercettibilmente ad animarsi. Lo spettatore
si rendeva allora conto che, in realtà, esse erano sempre state in movimento e
che soltanto l'estremo rallentamento della proiezione, dilatando il momento
temporale, le faceva sembrare immobili.
De Sanctis: Petrarca
 di Francesco De Sanctis
 Dante morì nel 1321. La sua " Commedia"
riempie di sè tutto il secolo. I contemporanei la chiamarono " divina",
quasi la parola sacra, il libro dell'altra vita, o come diceano, il "libro
dell'anima". Un tal Trombetta, quattrocentista, la mette fra
le opere sacre e i libri dell'anima "da studiarsi in quaresima",
come le "Vite de' santi Padri" la " Vita di san Girolamo".
Il popolo cantava i suoi versi anche in contado, e pigliava alla semplice la
sua fantasia. I dotti ammiravano la scienza sotto il velo delle favole, quantunque
alcuni austeri, come Cecco d'Ascoli, quel velo non ce l'avrebbero voluto.
Avanguardia, Deriva, Debord
di Barthélémy Schwartz
Se
è vero che il comportamento sociale è legato all'ambiente circostante, bisogna
modificare quest'ultimo per intervenire sull'affettività degli individui. Così
si costruisce in maniera deliberata una situazione sociale. Ma nel maggio '68
sarà il movimento sociale a creare la situazione, non certo l'avanguardia.
Il
surrealismo ha dato una propria configurazione iniziale all’avanguardia
artistico-radicale, durante il periodo fra le due guerre: un gruppo radicale,
che agisce essenzialmente nel campo della cultura e della vita quotidiana,
presentandosi come laboratorio di esperienze radicali nell’ambito del
sensibile, a partire dal quale vengono discussi i progetti utopici che, in
parte, determineranno la futura società non capitalista.
De Cataldo: "Georges Simenon, quel Male"
di Giancarlo De Cataldo
Confrontarsi con Simenon significa, per chi scrive di "noir" e, più in genere, dell'immenso e affascinante tema del Male, fare i conti, in primo luogo, con un monumento consacrato dell'Olimpo letterario. Ma c'è un altro aspetto, decisamente più affascinante, che coinvolge, persino emotivamente, chi, a un tempo, scrive e ama Simenon. E' il Simenon vivo, attuale, bruciante ancora a cent'anni dalla nascita e a quasi quindici dalla morte (1989). Il Simenon che ci sta accanto come un affettuoso, sornione e "sordido" compagno di strada nel cui carico di esperienza non ci si stanca di pescare, e, perché no, di rubare idee, situazioni, caratteri, perversioni. Simenon è un grande esploratore delle crepe che squarciano le esistenze più ordinarie, quasi un Burri della scrittura.
La metafora secondo Blumenberg
di Cristina Demaria
[dal seminario interdottorale della Scuola Superiore di Studi Umanistici di Bologna]
Al centro del pensiero
di Hans Blumenberg (1920-1996)[1]vi sono le metaforiche che nei secoli hanno
contraddistinto la “lingua filosofica” occidentale, in particolare i
presupposti che hanno potuto “legittimare” alcune metafore di cui si è servita
e attraverso cui è avanzata la stessa riflessione filosofica; questo vuol dire
che “dobbiamo qui tener ben presente che una metaforologia non può portare a
un metodo per l’uso delle metafore o che valga a darci la padronanza di
quelle questioni che in esse trovano espressione (...) la metafora come tema di
una metaforologia, nel senso in cui ce ne stiamo occupando, è un argomento
di interesse essenzialmente storico” (Blumenberg, 1960, trad. it. p. 22,).
Balzac, un visionario appassionato
di Cesare De Marchi
[dalla prefazione a Il padre Goriot, Feltrinelli, 10 euro]
"Il più gran creatore di esseri viventi che sia esistito": così suona il concentrato elogio di Albert Thibaudet, che riecheggiava la frase celebre e orgogliosa in cui lo stesso Balzac si metteva tra coloro che fanno concorrenza all’anagrafe. Davvero i suoi personaggi, siano studiati e approfonditi oppure tracciati solo con tratto veloce, vivono tutti davanti al lettore: in un’epoca come la nostra, in cui i personaggi di romanzo sembrano non essere molto più del loro nome sulla pagina a stampa, non si potrebbe fare a Balzac riconoscimento più grande. Questi personaggi hanno, si capisce, diversa evidenza e anche diversa funzione nell’economia della narrazione; tutti però recano inconfondibilmente i contrassegni dell’individualità.
Nella sua monumentale opera romanzesca Balzac intendeva creare tre o quattromila personaggi che rappresentassero un’intera generazione.
Eco: 'La metafora nel Medioevo'
 di Umberto Eco
[dalla lectio magistralis presso la Scuola Superiore di Studi Umanistici di Bologna]
Porsi il
problema di una fortuna della nozione aristotelica di metafora nel Medio Evo
può significare due cose. Una, se la teoria aristotelica fosse nota al
Medioevo, l’altra, se il Medioevo (visto che traeva le proprie nozioni sulla
metafora da una tradizione latina che in ogni caso risaliva ad Aristotele)
abbia recepito quello che è il punto fondamentale della teoria aristotelica
della metafora, e cioè il valore cognitivo e non puramente ornamentale di
questo tropo. Rimangono aperte due ulteriori questioni: (i) se gli autori tardo
medievali che hanno avuto accesso alle due traduzioni aristoteliche di Poetica
e Retorica siano stati sensibili al problema e (ii) in quale misura
la tematica di una conoscenza metaforica non sia stata ripresa dalla teoria
logico- metafisica dell’analogia entis. Ma di queste due ultime
questioni si occuperà maggiormente Costantino Marmo nel suo intervento.
Carmelo Bene: 'Su 'L mal de' fiori'
 di Carmelo Bene
Prima di questo 'L mal de' fiori non mi ero mai imbattuto in una nostalgia delle cose che non furono mai in nessuna produzione artistica (letteratura, poesia, musica). Sono da sempre stato privo d'ogni vocazione poetica intesa come mimesi elegiaca della vita come ricordo, rimpianto degli affetti-paesaggi, mai scaldato dalla 'povertà dell'amore', sempre nei versi del poema ridimensionato nella sua funzione di 'amor facchino', cortese o no. Riscattato dall'o-sceno demotivato, divino, svuotato una volta per tutte dell'affanno erotico nel suo ossessivo ripetersi senza ritorno
Ancora Arbasino: 'Memorie quasi indiscrete'
di Alberto Arbasino
Le attuali insistenti rievocazioni degli anni '50 e '60 romani - spesso con nostalgie settoriali o pre-natali - mi inducono a stralciare qualche estratto da una sommaria "auto-cronologia" commissionatami per un uso editoriale postumo. Come nella psicanalisi, un ricordo tira l´altro; e poi magari si associano in vari ordini. Però, lasciando perdere soprattutto l´intimismo del Sè - i disturbi, i dispiaceri, i mangiarini, i babbi morti e le povere zie - si può dar l´impressione che una memoria "obiettiva" sia soprattutto elencatoria e fotografica. Pazienza. Fra noi, il vero "journal" si è sempre usato pochissimo. E volendo ricordare soprattutto i "contesti", si è cercato di attenersi tuttora a Roberto Longhi: esser brevi e veridici, con parole possibilmente "conte e acconce".
Nietzsche e Dostoevskij
di Claudio Ciancio e Federico Vercellone
Il convegno su Nietzsche e Dostoevskij. Origini del nichilismo è stato concepito nell'intento di attraversare un'endiadi di primissimo significato sul piano della storia del nichilismo che rappresenta anche, in questo medesimo ambito, un'opzione teorica tuttora cogente. Che, nella storia del nichilismo, Nietzsche e Dostoevskij costituiscano una tappa fondamentale non è certo una novità. E non costituisce probabilmente neppure un elemento di vera novità il fatto che essi possano proporsi - quantomeno a partire dall'insegnamento di Luigi Pareyson - come un'alternativa teorica stringente. Ma il modo di concepirla e coniugarla oppure anche l'opzione diversa: quella di prendere le distanze proprio da questa alternativa e dal modo di concepirla, potevano essere utili e preziose per riattivare la discussione nei confronti di un tema di primissimo momento.
Coppia come sistema in García Márquez
Una lettura sistemica de 'L'amore ai tempi del colera'
di Fatos Dingo
[dal network psicologico Vertici]
La teoria sistemica considera sistemi le strutture complesse costituite da elementi tra loro interdipendenti. Questa teoria postula che nei casi quando si modifica uno degli elementi si modifica l'intero sistema. Consideriamo sistema anche la famiglia, la scuola, il gruppo di amici e altre strutture sociali. Anche con il termine "coppia" noi intendiamo non solo “due persone” ma un sistema e anche molto complesso.
Sherlock Holmes e la globalizzazione
di Mario Deaglio
Sherlock Holmes si iniettava droga nel braccio sinistro tre volte al giorno, alternando morfina e cocaina. Lo faceva con una siringa ipodermica che teneva in un astuccio di marocchino e sul suo braccio nodoso si potevano scorgere innumerevoli "buchi". Il suo amico e compagno di avventure, John H. Watson, che era un medico militare, disapprovava ma non se la sentiva di protestare: malamente ferito in una guerra coloniale, viveva di una pensione non indecorosa, non disdegnava la bottiglia e, prima di incontrare Sherlock Holmes, passava molto tempo nei bar di Londra.
Le fate di Conan Doyle
di Massimo Introvigne
Le librerie del New Age negli Stati Uniti - attente a cogliere i primi segni del declino delle mode precedenti degli angeli e degli extraterrestri - avevano proclamato il 1997 "l’anno delle fate". La data non era stata scelta a caso. Nel 1997 ricorreva infatti l’ottantesimo anniversario dell’apparizione delle fate a Cottingley, in Inghilterra. L’evento è stato ricordato da un film con Ben Kingsley, Photographing Fairies, tratto dall’omonimo romanzo di successo di Steve Szilagyi, pubblicato nel 1992 da un documentario televisivo inglese Fairy Tale. A True Story, di Charles Sturridge con Peter O’Toole e Harvey Keitel; e da una nuova edizione del classico sulle apparizioni del 1917, The Case of the Cottingley Fairies, del giornalista Joe Cooper. Nel documentario di Sturridge Peter O’Toole interpreta la parte di sir Arthur Conan Doyle (1859-1930), il creatore di Sherlock Holmes, che appare anche nel romanzo di Szilagyi.
Ulteriore difesa della Minkiata Galattica
 Per chi non lo sapesse, Flavio Santi ha pubblicato una splendida poesia in friulano (un friulano atipico e personale, se non personalistico) dalla sua raccolta Asêt (Circolo culturale di Meduno, 7 euro), su Nazione Indiana. Un commentatore ha definito quei versi "minkiata galattica" e Flavio Santi ha risposto con uno straordinario intervento circa la scrittura in dialetto e, più in generale, lo stato attuale del panorama teoretico e linguistico in cui si muove nemmeno soltanto la poesia, ma la letteratura tutta. Le tesi esposte da Santi sono una vertigine per quantità e profondità, ma la questione potrebbe essere riassunta, nella sua componente più eversiva, come una rivendicazione del nucleo di irriducibilità alla lingua della letteratura stessa. Un problema immenso, su cui la poesia tenta risposte e la narrativa, per ora, sembra stare alla finestra. E' il punto che, personalmente, mi stimola maggiormente a ragionare di scrittura: la paradossale prospettiva di una letteratura extralinguistica, fatta di lingua ma sfondante lo stile in quanto nozione meramente linguistica.
Rappresentazione dell'antiletteratura
 Non sono un entusiasta partigiano della lettura sintomale. I sintomi non sono cause e, coltivando una profonda passione per la ricerca metafisica, prediligo l'investigazione delle cause a quella delle loro manifestazioni. Però l'uomo è uomo e, se nel giro di dodici ore viene colpito allo stomaco e gli viene da vomitare, egli vomita. C'è della metafisica anche nel vomitare. Quali sono due i due pugni infertimi allo stomaco? Il primo: la visione surreale e dantesca della premiazione dello Strega chez Bruno Vespa. Il secondo: la copertina di Panorama pubblicizzata sul Corriere della Sera, in cui campeggia la Mazzantini che, col suo "struggente monologo" Zorro "commuoverà l'Italia".
Poiché il trash è eterno non si può dire che sia morto: il cattivo gusto è una costante dell'eternità umana. Però alcune sensazioni intorno a queste due rappresentazioni della letteratura in tempo di deflazione umanistica si possono esprimere. Vivere tra Bosch e Bisio è sconfortante, ma anche stimolante: l'assalto non è subdolo, la via di fuga è più segnalata che mai.
Unamuno: su 'Don Chisciotte'
di Miguel de Unamuno
- Della condizione e delle occupazioni del famoso idalgo Don Chisciotte della Mancia -
Niente sappiamo della nascita di Don Chisciotte, niente della sua infanzia e della sua gioventù, nè sappiamo come si formasse l’animo del Cavaliere della Fede, di colui che ci rende savi con la sua pazzia; niente sappiamo dei suoi padri, del suo lignaggio e della sua ascendenza, nè come si siano andate consolidando nel suo spirito le visioni della quieta pianura della Mancia in cui soleva cacciare; niente sappiamo dell’effetto che producesse nella sua anima la contemplazione dei campi di grano cosparsi di rosolacci e di viole; niente sappiamo dei suoi anni giovanili.
Appunti su Amelia Rosselli
di Andrea Ponso
[da nabanassar]
Il linguaggio poetico di Amelia Rosselli, è stato detto,
sembra non derivare da nessuna tradizione in particolare, e tantomeno non riesce
a trovare arginature e discendenze italiane certe. Forse, tale fenomeno può
derivare dal rifiuto (che, beninteso, non è un rifiuto solare e cosciente)di ri-prodursi. Certo, l’arte non deve
necessariamente non-produrre: e infatti qui non si tratta certo di gratuità
estetica ed estetizzante, casomai di una gratuità pagata a caro prezzo. L’arte
rifiuta piuttosto di riprodurre chi la scrive, cioè rifiuta di in-scriverlo.
Spitzer: sul 'Cantico' di San Francesco
di Leo Spitzer
A chi ben consideri la struttura dell'opera, questa non si rivela per nulla semplice, integrata o «unitaria»; ma, al contrario, distinta in due parti di tono quanto mai diverso. E che si tratti di una distinzione non priva di conseguenze è facile comprendere.
Mi pare che il Casella, natura religiosa di indole idillica, inclinata all'armonia e all'armonizzazione, non abbia abbastanza sentito l'enorme contrasto tra la prima e la seconda parte del nostro inno; tra la metafisica. ottimistica che abbraccia tutte le creature all'infuori dell'uomo e il pessimismo etico fondamentale quando si tratta di descrivere l'uomo; tra la teodicea che riposa tranquillamente sull'universo creato e l'agone in cui si trova l'uomo postadamico.
Il Potere contro la Letteratura e il potere della Letterartura
di George Steiner
Chi brucia i libri, chi mette al bando e uccide i poeti, sa perfettamente quello che sta facendo. Il potere indeterminato dei libri è incalcolabile. Indeterminato perché lo stesso libro, la stessa pagina, può esercitare effetti totalmente disparati sui lettori. Può esaltare o avvilire; sedurre o respingere; incitare alla virtù o alle barbarie; può valorizzare la sensibilità o banalizzarla. E la cosa più sconcertante è che può ottenere entrambi gli effetti, quasi allo stesso momento, in una risposta impulsiva così complessa, così mutevole e ibrida, che non esiste ermeneutica, né psicologia che possa predirne o calcolarne la forza. In periodi diversi della vita del lettore, lo stesso libro suscita riflessi del tutto diversi. Non v'è fenomenologia più complessa dell'esperienza umana di quella che caratterizza gli incontri fra il testo e la ricezione, tra, come osservò Dante, i modi del linguaggio che superano la nostra comprensione e livelli di comprensione rispetto ai quali il linguaggio è inadeguato: "la debilitate de lo 'ntelleto e la cortezza del nostro parlare".
Variazioni letterarie su Henry Kissinger
di Gianluigi Ricuperati
«L'uomo medio non ci pensa mai a queste cose, non riesce a capire che la moralità personale è completamente diversa dalla moralità che si applica in politica»: queste le parole che scendono sullo schermo di un documentario-incendio, proiettato in un cinema d'essai di Houston Street, a New York. Fuori dal Film Forum c'è una fila continua, ad ogni proiezione. Dentro c'è un cartello che informa: una sala no-profit dal 1973: un altro cartello indica gli orari di una retrospettiva di William Wyler, che in altri tempi sarebbe imperdibile. Ma ora non si può fare a meno di andare verso l'altra sala, dove tutti sono gelidamente curiosi di assistere a The Trials of Henry Kissinger, il documentario che probabilmente in Italia non vedremo mai, diretto da Alex Gibney e Eugene Jarecki. Cade a proposito, questo film prodotto dalla Bbc, che accusa lo statista americano di essere un criminale: il suo nome, infatti, è tornato alla ribalta dopo che George Bush lo ha scelto per presiedere la Commissione di inchiesta sull'11 settembre.
C'è un segreto per leggere Kafka
di Italo Alighiero Chiusano
Bisogna sapere, di Franz Kafka, che nacque a Praga
(il 3 luglio 1883). Praga, capitale boema dellallora impero asburgico. Città di
magica bellezza (lo è ancor oggi, con tutto quello che è successo nel Novecento), città
di imperatori e di rabbini, di alchimisti e di scienziati, di artisti, santi, eretici.
Città a tre colori perché composta di tre diverse etnìe: la cèca, lebraica, la
tedesca. (Oggi invece è una città praticamente monocolore). Bisogna sapere, di Franz
Kafka, che apparteneva al popolo ebraico, ma che studiò in scuole tedesche e scelse la
lingua tedesca per la sua futura carriera di scrittore. Però conosceva bene anche il
boemo e aveva amicizie e relazioni anche con quelli che oggi chiameremmo i cecoslovacchi.
Bisogna sapere, di Franz Kafka, chera un introverso ipersensibile e geniale, figlio
di un facoltoso commerciante ebreo di natura sanguigna e autoritaria: cosa che gli
coltivò un complesso paterno chiaramente riscontrabile nella famosa (e mai
spedita) Lettera al padre.
Le Strade del Giallo portano al baratro
Non sta andando: l'iniziativa di diffondere gialli noir & thriller attraverso Repubblica segna la prima flessione dello straordinario fenomeno dei libri in allegato coi quotidiani. La collana, graficamente eccezionale (anche se ricalca in maniera eccessiva la gabbia di Strade Blu Mondadori) e dotata di un catalogo di eccellenza, registra un insospettato arretramento di copie vendute. I lettori di Repubblica, che hanno aderito entusiasti alla distribuzione di romanzi della tradizione addirittura ottocentesca, sembrano indifferenti a Ellroy (il suo L.A. Confidential è la formidabile apertura delle Strade del Giallo - appare persino nello spot tv, da cui è tratto il frame a destra), a Grisham, a Scott Turow. Il che deve indurre a riflessione. Non che non si sia già riflettuto. E' avvertimento degli spiriti più critici tra gli autori di genere in Italia che il genere giallo/nero/poliziesco abbia saturato quella che i geni del marketing hanno identificato come nicchia da cui spremere euro à go go. O si rinnova, trovando energie poetiche capaci di intercettare nuove ossessioni collettive, o la letteratura thriller abdica: presto non sarà più la letteratura popolare per antonomasia.
Rousseau e la Rivoluzione
di Jean Starobinski
 [ JEAN STAROBINSKI è professore emerito di Letteratura francese presso l'Università di Ginevra. Tra i suoi libri tradotti in italiano : Il rimedio del male (Einaudi, 1990), A piene mani. Dono fastoso e dono perverso (Einaudi, 1995) e Azione e reazione (Einaudi, 2001)]
1.
Impadronitosi del potere col colpo di stato del 19 Brumaio (9 novembre 1799), il generale Napoleone Bonaparte non risparmiava i suoi sarcasmi sui "princìpi di libertà" promulgati dalla Rivoluzione. Secondo le memorie di Madame de Staël (Dix années d'exil): "Era curioso il modo in cui parlava di quella Rivoluzione cui doveva la sua stessa esistenza... Ne incolpava sempre i suoi primi autori... Un giorno andò a Ermenonville a visitare la tomba di Rousseau. "Eppure è stato quest'uomo", disse al proprietario di quel luogo, "a metterci nella situazione in cui ci troviamo"".
Guénon: Errore dello spiritismo
 Affrontando la questione dello spiritismo ci preme dire subito, nel modo più chiaro possibile, con quale spirito intendiamo trattarla. Molte opere sono già state dedicate a questo argomento, e negli ultimi tempi sono diventate più numerose che mai; tuttavia noi non pensiamo che sia già stato detto tutto quanto c'era da dire, né che il presente lavoro rischi di essere il doppione di qualche altro. Non ci proponiamo, d'altra parte, di fare un'esposizione completa dell'argomento in tutti i suoi aspetti: ciò ci obbligherebbe a ripetere troppe cose che si possono facilmente trovare in altre opere, e sarebbe di conseguenza un lavoro tanto enorme quanto poco utile. Riteniamo preferibile limitarci ai punti che sono stati trattati finora nel modo più insufficiente: per questo motivo ci dedicheremo innanzi tutto a dissipare le confusioni e gli equivoci che in quest'ordine di idee abbiamo avuto frequentemente occasione di constatare e mostreremo poi, soprattutto, gli errori che sono alla base della dottrina spiritistica, se pure sia ammissibile chiamarla dottrina.
Sergio Atzeni: Storia e romanzo
[Sergio Atzeni, nato a Cagliari nel 1962, è prematuramente scomparso nel 1995. Uno dei talenti più promettenti nella narrativa italiana che vide la luce editoriale tra gli ottanta e il decennio successivo, di Atzeni sono stati pubblicati: Aray Dimoniu (Le Volpi, Cagliari 1984); Apologo del giudice bandito (Sellerio, Palermo 1986); Il figlio di Bakunìn (Sellerio, Palermo 1991); Il quinto passo è l’addio (Mondadori, Milano 1995); Passavamo sulla terra leggeri (Mondadori, Milano 1996); Bellas mariposas (Sellerio, Palermo 1996). Viene qui presentata la trascrizione della conferenza tenuta il 20 aprile 1995 presso l’Università di Parma nell’ambito del corso di Letteratura Angloamericana di Roberto Cagliero]
Dico subito che il tema ‘storia e romanzo’ è un tema di grande difficoltà, è un tema di grande interesse, per cui ritengo di non esserne all’altezza e vi prego in assoluto di perdonarmi se la mia conferenza dovesse sembrarvi un enigma. Considerate che il mio mestiere non è parlare a un pubblico di studenti, bensì stare chiuso in una stanza, con la macchina da scrivere, a scrivere una storia o a tradurre.
Thomas Pynchon: a stranger in a W.A.S.T.E. land
di Paolo Prezzavento
Il fatto è che la
cosiddetta civiltà dei consumi in realtà non consuma abbastanza, se per consumo si
intende una utilizzazione esaustiva di ciò che è stato prodotto: la massa dei rifiuti
non è altro che la manifestazione di questo scarto crescente tra ciò che produciamo e
ciò che consumiamo. In questa banale osservazione si svela la natura più profonda della
società in cui viviamo, che non è, in realtà, una civiltà del consumo, ma una
'civiltà dello spreco' o, se vogliamo chiamare le cose con il loro vero nome, un paese
dei rifiuti, una Waste Land.
Guido Viale, Un Mondo Usa e Getta 1
La civiltà dei consumi non consuma abbastanza : questa amara
constatazione di Guido Viale ci consente di introdurre una tematica che in questi ultimi
anni ha veramente ossessionato moltissimi scrittori, poeti e artisti europei e americani.
Non si tratta, come si potrebbe pensare, di una tematica che nasce dalla critica e
conseguente condanna della civiltà delle merci e dei consumi, dato che già Marx e il
neo-marxismo "eretico" del '900 hanno espresso questa critica e questa condanna
con parole definitive. Da questo punto di vista, basterebbe aggiornare Marx parafrasando
la sua celebre definizione della nostra civiltà dei consumi: "La nostra civiltà si
configura come un'immane ammasso di rifiuti". D'altro canto, nell'opera di alcuni dei
più grandi scrittori e poeti americani contemporanei si nota una sorta di fascinazione
perversa per i rifiuti, per i residui dei nostri prodotti di consumo, quel resto
ineliminabile che la civiltà è costretta in qualche modo a conservare presso di sé, che
sia solido o liquido, speciale o tossico-nocivo, scoria o combustibile nucleare. I rifiuti
dunque sono il fondo oscuro, il substrato, l'upokeimenon, su cui poggia la nostra
civiltà: non è più possibile nasconderli, far finta che non esistano. Da questa
fascinazione per il dark side della nostra civiltà nasce l'importanza della
tematica dei rifiuti nell'opera di Thomas Pynchon, ma anche l'importanza stilistica del
concetto di spreco, di waste, di entropia, di dissipazione dell'energia nei
racconti e nei romanzi di questo grande scrittore americano.
Per gli ostaggi italiani pagati 9 milioni di dollari Il blitz è una messinscena
Una fonte di PeaceReporter rivela: "Gli ostaggi italiani sono stati consegnati alle forze Usa, non c'è stato nessun blitz". Anche Gino Strada conferma questa versione dei fatti.
10 giugno 2004 - "Quella casa al numero 17 di Zaitun Street era disabitata da almeno due mesi. Fino a lunedì sera tardi (7 giugno, n.d.r.) quando, intorno alle 23, si è sentito un gran trambusto. Io, che abito al 13, ho visto arrivare alcune auto e fermarsi davanti a quella casa. Sono entrate un po' di persone. Era buio, non abbiamo visto bene. Poco dopo se ne sono andati via ed è tornata la calma. "Il mattino seguente, intorno alle 9:30, sono arrivate cinque auto militari americane, di colore verde oliva. Si sono fermate davanti a quella casa. Ne sono scesi alcuni uomini vestiti in abiti civili e con gli occhiali scuri. Erano sicuramente uomini del mukhabarat (servizio segreto, n.d.r.) americano. Hanno aperto la porta dell'abitazione, senza forzarla, come se fosse già aperta, e sono riusciti subito con solo quattro uomini, che poi abbiamo saputo essere i tre ostaggi italiani e un ostaggio polacco".
Magrelli: su una poesia di Silvia Bre
di Valerio Magrelli
[da Telèma, 24]
«Rispondendo al vostro invito, propongo per Telèma questa poesia, a me molto cara, che non ho mai pubblicato. Volendo c'entra molto con il tema della rivista (nella mia testa moltissimo), ma allo stesso tempo potrebbe risultare così tangenziale da andarsene per conto suo». Silvia Bre
Impasto sabbia rossa...
... Questo è mio padre, o forse
è come era lui,
una somiglianza, uno della razza dei padri: terra
e mare e aria.
Wallace Stevens
Impasto sabbia rossa con acqua del mio fiume
per un'idea non esatta quanto l'intenzione.
Invento.
Qui con me nessuno.
Adesso
tento l'impresa di spostare
la freschezza del fiore che ho in mente
su un pensiero duraturo da guardare:
voglio che la voce del suo nome
s'alzi e s'alzi ancora dall'argilla
e tuttavia persista eternamente.
Se non è magia, chi noterà il mio gesto?
Eppure vivo nel mio delirio
un grande inizio.
Sono Lish, di Urùk,
sumero.
In questo fermo silenzio universale
primo nel tempo
scrivo.
Vandana Shiva: su 'L'inganno a tavola' di Smith
[Riproduciamo la prefazione di Vandana Shiva allo splendido saggio L'inganno a tavola di Jeffrey M. Smith, pubblicato da Nuovi Mondi Media (18 euro)]
I giganti del biotech come Monsanto stanno usando l'ingegneria genetica per arrivare a controllare le nostre vite e i nostri sistemi alimentari, attraverso la menzogna e la paura. Non manipolano solo la vita, ma anche i fatti. Ed ecco finalmente in L'inganno a tavola abbiamo le prove di come, negli ultimi anni, le colture e i cibi transgenici siano stati imposti al mondo con la forza. Abbiamo le prove di come la propaganda abbia preso il posto della scienza, di come si siano fatti sparire i rischi mettendo a tacere gli scienziati che lavoravano sui rischi.
Ursula Le Guin e il recupero della tradizione mitica
di Carla Maria Carletti
[da "La fantascienza: ritorno al fantastico"]
Anche Ursula Kroeber Le Guin, oltre che Dick, ha tentato di rinnovare le tipiche formule della SF. Professoressa di Letteratura del Rinascimento italiano e francese, essa è stata influenzata sia dagli studi del padre, celebre antropologo, che dalla ricerche di sua madre sui miti e le fiabe. Ritornando alle domande "circolari" di Minsky, vediamo che U.K. Le Guin ne parla nel suo romanzo La mano sinistra delle tenebre a proposito della filosofia degli Handdarata, i quali cercano di imparare: "quali domande non hanno risposta": " Non rispondere ad esse: questa qualità è la più necessaria in tempi di tensione e di oscurità".
Formenti: Gnosi e modernità
di Carlo Formenti
Se siamo consapevoli di certe analogie fra l'immaginario del nostro secolo e i miti gnostici, lo dobbiamo in primo luogo ad Hans Jonas e a Carl G. Jung. Grazie alle loro ricerche abbiamo cominciato a riconoscere le affinità fra le inquietudini del soggetto moderno, coinvolto in un processo di "mondializzazione" che annienta le identità locali e ne ricombina i frammenti generando inedite sintesi culturali, e le visioni sincretiste suscitate da un processo simile ma ben più lontano nel tempo, che risale cioè a quella tarda antichità romano alessandrina che mise a contatto i miti della classicità pagana con l'ebraismo, con la tradizione indoiranica e con l'astro nascente della religione cristiana. Fu appunto l'imprevedibile corto circuito fra tradizioni tanto diverse da sembrare inconciliabili che, due millenni fa, diede vita all'arcipelago delle eresie gnostiche. Un insieme di culti estremamente variegato, e tuttavia caratterizzato da due credenze di fondo comuni.
Donna Tartt: diventare scrittori
di Donna Tartt
La mia bisnonna nacque nel Mississippi nel 1890 e visse nel Mississippi per l’intero arco della sua lunga vita. Ma i suoi nonni, che morirono assai prima che io nascessi, erano scozzesi, e vestigia delle origini scozzesi sopravvivevano ancora nella lingua che parlava a me bambina; proprio come suo marito, il mio bisnonno, lontano dai suoi antenati francesi da generazioni, istintivamente rimproverava i cani e i bambini cattivi come avevano fatto le sue vecchie zie francesi, con un «non» secco e molto gallico. Quando cantava e leggeva per me, nella voce della bisnonna si insinuava una cadenza particolare. Alle mie orecchie questa sua voce speciale suonava meravigliosa e irreale, era l’essenza stessa del calore e dell’amore; pensavo fosse l’unica in tutto il mondo ad avere questa particolarità. Era una voce che, come le fusa di un gatto, faceva parte del focolare e della casa, ed era riservata alle persone amate. Fu solo quando fui più grande, e con un discreto choc, che udii quella cadenza cantilenante così personale usata in televisione da un perfetto sconosciuto, e capii che l’amata musicalità che per molti anni avevo fermamente creduto fosse solo mia, era in effetti un accento scozzese.
Dal ghetto allo shtetl: ontologia della fantascienza italiana
di Claudio Asciuti
[dagli archivi di Carmilla]
0.
"Shtetl" è un termine yiddish con cui si è soliti
indicare le comunità ebraiche di un tempo, che nell'Europa orientale
vivevano strette a sé; termine comprensivo non solo di mutua solidarietà,
comunanza religiosa, politica e razziale, tendenza all'autogoverno e all'autodifesa,
ma di tutto ciò che, nella Diaspora, contrastava maggiormente l'assimilazione
- quest'ultima massima minaccia all'identità ebraica.
Ebbene, il celebre "ghetto" della fantascienza, di cui generazioni
di scrittori, appassionati e fan si sono costantemente lagnati, oramai si
configura non più come tale - se hanno sdoganato i fascisti, figuriamoci
la fantascienza - ma deve invece diventare uno shtetl, ultimo baluardo dell'identità
del fantascientista assalito dalla "tentazione" assimilatrice; poiché
la fantascienza, come tutti sappiamo, ha perduto il suo carattere specifico,
deceduta per morte ontologica, si è de-essenzializzata e non ha potuto
fare a meno che diluirsi ulteriormente nel celeberrimo topos della contaminazione.
'Il Codice Da Vinci': ma la storia è un'altra cosa
di Massimo Introvigne
[dal sito ufficile del CESNUR]
 Immaginiamo questo scenario. Esce un romanzo in cui si afferma che il Buddha, dopo l’illuminazione, non ha condotto la vita di castità che gli si attribuisce, ma ha avuto moglie e figli. Che la comunità buddhista dopo la sua morte ha violato i diritti della moglie, che avrebbe dovuto essere la sua erede. Che per nascondere questa verità i buddhisti nel corso della loro storia hanno assassinato migliaia, anzi milioni di persone. Che un santo buddhista scomparso da pochi anni – che so, un Daisetz Teitaro Suzuki (1870-1966) – era in realtà il capo di una banda di delinquenti. Che il Dalai Lama e altre autorità del buddhismo internazionale operano per mantenere le menzogne sul Buddha servendosi di qualunque mezzo, compreso l’omicidio. Pubblicato, il romanzo non passa inosservato. Autorità di tutte le religioni lo denunciano come un’odiosa mistificazione anti-buddhista e un incitamento allo scontro fra le religioni. In diversi paesi la sua pubblicazione è vietata, fra gli applausi della stampa. Le case cinematografiche, cui è proposta una versione per il grande schermo, cacciano a pedate l’autore e considerano l’intero progetto uno scherzo di cattivo gusto.
Serial killer e letteratura
di Sandro Modeo
Per affrontare con un minimo di correttezza "filologica" il rapporto tra i serial killer e la letteratura, è necessario partire da due premesse basiche. Una storico-antropologica, dato che si può ragionevolmente parlare di serial killer in senso moderno (nel senso cioè indicato dal termine) con la Rivoluzione Industriale e in particolare nel contesto sociale metropolitano inglese: uno spartiacque di comodo potrebbe essere Jack the Ripper (Jack lo Squartatore), che uccideva le donne sempre con un identico taglio ventrale, tanto da farsi sospettare a lungo come esperto chirurgo.
Sul 'Libro Mistico' di Balzac
 di Giacomo B. Contri
[Il testo è parte della prefazione che Contri, uno dei più eminenti teorici della psicoanalisi in Italia, ha scritto per l'edizione Sic del celebre testo swedenboghiano di Honoré de Balzac]
Balzac sta con Swedenborg – ma ciò dice pochissimo ai moltissimi. Tuttavia
proseguiamo. Anzi lo sviluppa in modo inatteso per la coscienza dello stesso Swedenborg: nel senso della perversione. Ci arriveremo: non una perversione empirica – le
numerose, benché non più di tante, perversioni che Freud apprendeva dalla lista
redatta da Krafft-Ebing, Psychopathia sexualis -, bensì una ragione perversa,
pratica ancorché pura.
Questa edizione del Libro mistico di Balzac muove da due antecedenti, ambedue
i quali prescindono da Balzac:
uno meno recente (1963) ma sempre attuale, che è il Kant con Sade di Jacques
Lacan, che segnala la perversione della ragione «pratica ancorché pura» di Kant.
Segnaliamo ancora che lo stesso Lacan, benché in un passaggio difficile, ha
tratteggiato il contatto di Kant con Swedenborg nell’importante relazione
dell’uno e dell’altro con la scienza newtoniana;
un altro più recente (1982), che è il Kant con Swedenborg di Guido Morpurgo-Tagliabue.
Il Cyberpunk e il Mito
di Michael Leon Fiegel Jr.
[da Intercom, su cui è possibile leggere il testo integrale del saggio di Fiegel]
Il cyberpunk e la Teoria della Letteratura di Frye
 Esattamente,
cos'è che creano i personaggi nella letteratura cyberpunk? Allo
scopo di proporre cosa potrebbe succedere ora, dobbiamo guardare alla storia
stessa della letteratura per vedere cosa è stato fatto.
Uno dei modi più definitivi
per guardare alla progressione dei tipi letterari attraverso la storia
è il modello proposto da Northrop Frye in Anatomia della critica.
Uno dei fuochi della teoria di Frye è la presenza e il movimento
dal mito in vari tipi di lettertura. Frye guarda al personaggio principale
(di solito, ma non sempre l'eroe) in questi diversi tipi letterari
dando loro un nome mentre procede. I tipi di personaggio vengono
poi descritti a seconda del diverso grado di potenza e di capacità.
Poichè il mito è ciò che stiamo ricercando nel cyberpunk,
dovremmo vedere esattamente con che tipo di mito e con che tipo di personaggio
abbiamo a che fare nella letteratura cyberpunk.
Eco: Che cosa vuole dire tradurre?
di Umberto Eco
 Che cosa vuole dire
tradurre? La prima e consolante risposta vorrebbe essere: dire la stessa cosa
in un’altra lingua. Se non fosse che, in primo luogo, noi abbiamo molti
problemi a stabilire che cosa significhi «dire la stessa cosa»: e non
lo sappiamo bene per tutte quelle operazioni che chiamiamo parafrasi,
definizione, spiegazione, riformulazione, per non parlare delle pretese
sostituzioni sinonimiche. In secondo luogo perché, davanti a un testo da
tradurre, non sappiamo quale sia la cosa . Infine, in certi casi, è
persino dubbio che cosa voglia dire dire . Non abbiamo bisogno di
andare a cercare (per sottolineare la centralità del problema traduttivo in
molte discussioni filosofiche) se ci sia una Cosa in Sé nell’ Iliade
o nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia , quella che
dovrebbe trasparire e sfolgorare al di là e al di sopra di ogni lingua che li
traduca - o che al contrario non venga mai attinta per quanti sforzi un’altra
lingua faccia. Basta volare più basso.
La gnosi politica di Philip K. Dick Il 'Minority Report' nascosto della realtà
di Jay Kinney
[ Jay Kinney è co-autore, con Richard Smoley, di Hidden Wisdom: A Guide to the
Western Inner Traditions (Penguin/Arkana, 1999) ed editore della prossima antologia
The Inner West (J.P. Tarcher). E' stato editore e redattore capo della rivista Gnosis dal 1985 al
1999 (www.gnosismagazine.com) ]
 Sembra impossibile, ma sono passati quasi vent’anni dall’uscita di Blade Runner.
Quell’affascinante ed influente film è stato il primo ad essere ispirato
agli scritti dell’autore di fantascienza Philip K. Dick. Altri film di
vario successo lo hanno seguito, compresi Total Recall e Screamers,
ma finora i più dickiani sono stati quelli che si sono imbattuti nella sua
distopica e paranoica sensibilità senza basarsi direttamente su uno dei suoi
libri o dei suoi racconti. The Truman Show, Essi vivono!, Pleasantville, e il notevolissimo
The Matrix,
sono in spirito tutti films di Dick, nonostante la sua assenza dai titoli di
coda.
L’ultima uscita di Spielberg, Minority Report, ritorna direttamente ad attingere
alla profonda fonte d’ispirazione di Philip Dick e, nonostante l’inevitabile
conclusione spielberghiana, riesce ad evocare uno dei temi preferiti di Dick:
come può uno eludere il soffocamento di un usurpante stato di polizia?
Jung: I Ching
di Carl Gustav Jung
 Tra gli studiosi occidentali si è diffusa la tendenza a liquidare quest'opera come una raccolta di "formule magiche", per alcuni troppo astrusa per essere intelligibile, per altri priva di qualsiasi valore. Per più di trent'anni mi sono interessato all'I Ching, questa tecnica oracolare, o metodo di esplorazione dell'inconscio, perchè a me sembrava di non comune importanza. Non è molto facile trovare il giusto accesso a questo monumento del pensiero cinese, così infinitamente diverso dai nostri modi di pensare.
Kafka: la debolezza del padre
Una lettura della Condanna di Franz Kafka
di Mauro Nervi
[da Kafka Project]
All’inizio e alla fine della Condanna, in posizione apparentemente neutra e senza riferimento al tema – la paternità – che occupa il corpo del racconto, osserviamo il ripetersi di una debolezza: nel primo caso è il "debole" verde delle colline sulla sponda opposta del fiume su cui è costruita la casa di Georg, e che il protagonista contempla nella serenità della mattina primaverile; nella scena finale di suicidio, invece, sono le mani che si aprono "sempre più deboli", lasciando cadere Georg nell’acqua del fiume, alla morte per annegamento cui è stato destinato. Nella loro opposta contestualizzazione, queste due ricorrenze del termine sembrano definire a scapito del protagonista l’opposizione forza/debolezza che nel corso della breve narrazione ha orientato il senso del testo; una opposizione che vede la figura paterna prima soccombente, poi improvvisamente vittoriosa nel suo confronto con le ragioni del figlio, il quale può trovare uno spazio di affermazione solo – e questo è l’aspetto centrale della strategia di lotta del figlio – riducendo le possibilità di argomentazione razionale del padre. La tesi che vogliamo argomentare è che la debolezza paterna troverà l’energia per capovolgersi in forza magicamente aggressiva facendo leva su risorse libidiche già presenti nell’inconscio di Georg, e distruggendo le argomentazioni razionali del figlio grazie a una logica ben più efficace e profonda, che attinge al linguaggio dell’inconscio.
Per una critica della traduzione
 di Emilio Mattioli
[da Studi di Estetica , 14/1996, III serie, anno XXIV, fasc. II]
Fra i compiti attuali della
traduttologia si impone con particolare urgenza quello di
delineare e sviluppare una critica specifica della traduzione.
Ricuperata ormai nella sua pienezza l’importanza della
traduzione e sottrattala alla condizione di inferiorità, di
subordinazione al testo originale, riconosciuta alla traduzione
la dignità di testo autonomo con sue caratteristiche
specifiche, è particolarmente importante proporsi il problema
della critica delle traduzioni, considerandolo come uno dei
generi della critica. Se si riconosce alla traduzione una
specificità è ovvio che le compete una critica specifica. A me
sembra che nello sviluppo straordinario della traduttologia cui
stiamo assistendo questo aspetto particolare sia uno dei più
ricchi di futuro e dei più qualificanti.
Romano Luperini: Canone del Novecento
di Romano Luperini
[Romano Luperini è nato a Lucca nel 1940. Insegna letteratura italiana moderna e contemporanea a Siena. Dirige la rivista di teoria letteraria, metodologia e critica Allegoria. Ha pubblicato numerosi libri di teoria letteraria, storia intellettuale e critica (in particolare su Verga e Montale) e ha recentemente pubblicato Breviario di critica (Guida, 2004)]
1. Il concetto di canone
Come è noto [nota1], la nozione di canone ci si presenta in due accezioni assai diverse. Esse convivono da sempre nell’uso comune, e spesso s’intrecciano e si confondono; ma sono indubbiamente distinte.
Nella prima il canone è considerato dal punto di vista delle opere (potremmo dire: a parte obiecti) e della loro influenza. E’ l’insieme di norme (retoriche, di gusto, di poetica ecc.), tratte da un’opera o da un gruppo di opere omogenee, che fonda una tradizione e che perciò determina l’elaborazione di una serie di altre opere. Ovviamente l’affermazione di un canone determina spesso la nascita di un anticanone, che però introietta - anche solo per contestarle - alcune delle modalità del canone. Nella letteratura italiana il caso più clamoroso e duraturo riguarda il canone petrarchesco, teorizzato per la lirica da Bembo, di cui alcuni caratteri si prolungano sino nel cuore del Novecento.
Il senso della storia e la memoria urlante: 'La Banda Bellini'
di kzk
[da Z.T.L. Zona Traffico Limitato]
Un libro uscito qualche tempo fa [nel 2002, per i tipi ShaKe], una rilettura necessaria per far luce su un periodo della storia del nostro paese, mai chiuso perchè mai affrontato in maniera consapevole. Storie personali, immagini di vita che scorre.
E il senso di un'epoca, di una collettività, il ricordo e la riflessione su ciò che è successo nei primi anni '70.
Uno spaccato, in sezione, direttamente attraverso i nervi e il sangue e i sensi di chi c'era dentro, di chi si muoveva, cosciente e lucido, in quella Milano, tuffata a capofitto nell'ondata del cambiamento, del movimento, sorpresa e confusa, dal '68 ai primi anni '70.
Uno stile frammentato, che dà la sensazione di fiato corto, di un flusso di parole e idee necessari, interrotti solamente per riempirsi di ossigeno per poi tornare a raccontare, a urlare.
Non esiste il mito americano. Risposta a Giulio Mozzi
Giulio Mozzi, a mio parere, dice e scrive cose fondamentali. Questa volta, ne ha scritta una più fondamentale di altre: ha parlato di letteratura mitoclastica a proposito della narrativa (o anche poesia?) italiana, e di una sorta di empito mitopoietico americano.
E' talmente fondamentale, secondo me, il discorso introdotto da Mozzi, che vorrei lo sviluppasse (il che è probabilmente già avvenuto, trattandosi, per ammissione dello stesso autore di Fiction, di una parte di un intervento più articolato). Non sapendo a quali conclusioni giunga Mozzi nella parte di saggio per ora inedita, tento di entrare in dialettica con quanto afferma. E contraddico. Contraddico mediante una retorica che mi è familiare e che, questa volta, adotta lo stesso Mozzi: la retorica dello sproposito.
Ecco lo sproposito.
La cultura americana non è mitopoietica. Non lo è quintessenzialmente e, per questo motivo, non lo è stata e non lo sarà mai. Essa erige un unico principio epistemico, il che non è la stessa cosa del mito. Questo principio, che all'origine è inverificato e in seguito è talmente imposto a forza da sembrare verificabile, è un principio laico e addirittura antimaterialista: è l'antimito. L'antimito non è un mito opposto al mito. Esso prevede la reductio ad unum del mito, in questa precisa forma: l'Assoluto dipende. Dipende dalla storia, dalla volontà, dalla credenza, dal sociale. L'antimito americano è un finto assolutismo della laicità materialista, quella talmente ingenua da risultare fanatica, poiché esso cerca di spiritualizzare la materia (e, in questo senso, si tratta di antimaterialismo). L'America è priva di teologia. Tutto ciò che è teologico, in America, lo è in totale rottura con la teologia aperta e in divenire che ha fatto parlare dell'homo perennis, dell'homo theologus.
Chi parla del mito, oggi, non ha la più pallida idea di cosa sia il mito. In Italia, soprattutto (non intendo che non lo sa Mozzi; intendo che non lo sanno altri ).
Cataluccio: su 'Testamento' di Gombrowicz
[E' uscito, nella straordinaria collana feltrinelliana Le Comete, Testamento (20 euro), un testo di Witold Gombrowicz, uno dei massimi autori europei del Novecento. Il libro è tradotto da Vera Verdiani e introdotto da Francesco M. Cataluccio. Riprendiamo dal sito di Feltrinelli un estratto della bella introduzione: il racconto di come venne a realizzarsi questa confessione impazzita e rivelatrice da parte del genio polacco]
Una strana opera a "quattro mani"
di Francesco M. Cataluccio
  Molti scrittori, con l’avvicinarsi della fine della loro vita, vengono presi dal forte desiderio di chiarire il senso dei propri libri. Anche lo scrittore polacco Witold Gombrowicz, alla fine degli anni sessanta, divenuto seppur tardivamente famoso, sentiva il bisogno di dare il senso di un disegno che attraversa la sua produzione letteraria e risistemare alcune cose della propria tormentata biografia (a cominciare dall’ossessivo problema della Famiglia). L’occasione gli venne offerta dall’incontro con il critico e scrittore francese Dominique de Roux. Ma il debordante egocentrismo di Gombrowicz trasformò ben presto quella che doveva essere una conversazione o un’intervista in un monologo lucidissimo dove lo scrittore polacco si poneva da solo anche le domande. Un’opera finale, pubblicata poco prima della morte, che assume il valore di un vero e proprio testamento. Una resa dei conti con tutto e con tutti nel fragile tentativo di costruire un monumento a se stesso.
Movimenti di traduzione: su Jamie McKendrick
(Mancanza di pertinenza e bollette del telefono)
di Luca Guerneri
nisi quia tendit non esse (Agostino, Confessioni)
 Ci sono cose che possono essere solamente raccontate. Il racconto può infatti astenersi dal dire, o anche permettersi di dire troppo salvo poi portare una mano al viso e dovere nascondere il sorriso imbarazzato che ne consegue. Il racconto nasce come valenza non saturata, abita con agio la creazione di quel continuum sfuggente su cui l’ansia da classificazione tipica dell’entomologo si incaponisce con pazienza certosina senza trovare un limite, senza riuscire a fare cemento dello strano nulla che agisce e mutarlo in detto da sezionare sotto la lente del microscopio. Sarebbe come volere cristallizzare le conversazioni che intratteniamo al telefono nel resoconto che ci manda la compagnia telefonica con il riepilogo di minuti e costi. Pensare di ricavarci qualcosa che definisca o valga per la nostra esperienza quotidiana.
Le bollette del telefono, appunto.
Conosco Jamie McKendrick da diversi anni ormai; credo di poterlo dire, lo considero uno dei miei amici più cari, non c’è stata volta in cui io abbia parlato poi con lui senza che poi me ne tornassi a casa (anche metaforicamente, nella mia lingua) con qualcosa su cui ragionare, riflettere, qualcosa da rubacchiare in termini di idee.
Garboli: le 'Lezioni americane' di Calvino
Sabato 11 aprile è morto, a 76 anni, il critico ed erudito Cesare Garboli. I Miserabili gli rendono omaggio pubblicando una sua memorabile recensione alle Lezioni americane di Calvino, uscita su L'Indice dei libri nel 1988: una recensione che è modello di intervento per media che non sono libri di critica.
Con tutto il suo amore per le fiabe e le sue origini micro-epiche, neorealistiche, picaresche, non si può dire che Calvino sia uno scrittore "orale". Tutt'altro. E, in un certo senso, neppure uno scrittore felice. Per conoscere la felicità, in letteratura, bisogna essere trasandati, approssimativi, involontari, casuali, tutto ciò che Calvino, al contrario, finì col detestare - come se il primo degli imperativi che ci spingono alla letteratura fosse diventato per lui un severo principio alchimistico, un bisogno di separazione. Il bisogno di separare la sostanza della letteratura da un'infezione contagiosa, da un istinto pasticcione di vitalità e di totalità. Viene da chiedersi: quanto c'è di esatto (e magari di leggero) in questo imperativo, e quanto di misterioso e perverso?
Confiteor laico: il genere, la storia, la fiction
 Torno, come sempre affannatissimo (ci vorrà ancora un poco perché i Miserabili riassumano un andamento regolare - mi scuso con coloro a cui questo e-zine interessa), sulla questione del genere. Lo faccio da una prospettiva non semplicemente critica, astratta e teorica. Sono costretto ad assumere, come elementi di riflessione, alcuni eventi occorsi in queste settimane. E non intendo soltanto il versante collettivo di tali eventi, bensì il lato personale, il groviglio nevrotico con cui una persona è portata a recepire, ed eventualmente a reagire contro, il carico della cronaca, gli snodi che fanno da nesso tra sé e la propria vita e la vita della vasta comunità in cui uno e inscritto. Perciò chiedo venia in anticipo per le rozzezze di metodo, per la subitaneità di certe conclusioni, insomma per lo stile impressionistico che fa da vaglio provvisorio a pensamenti altrettanto provvisori.
Che, nell'innesto dell'individuo in una comunità, io consideri la letteratura quale fatto fondamentale, capisco già che sia una prospettiva del tutto personale e, per molti, ridicola. Il fatto è che mi sono trovato a vivere, proprio in quest'ultimo mese, esperienze mai prima attraversate di persona: e dico del nesso in cui mi si manifesta la storia, mia e di altri, la letteratura, la fiction. Intendo una forma particolare di fiction: la distorsione preterintenzionale e/o organizzata. E, in coincidenza con queste Niagara Falls di mistificazione (dis)onesta, la risposta della letteratura fattasi vita. Mi sto riferendo, fuori d'ogni equivoco, al "caso Battisti" e a tutto ciò che ha comportato, sul piano della pubblica opinione e dell'opinione personale - ma anche e soprattutto sul piano della riflessione circa la letteratura. Non parlerò, quindi, semplicemente di cronaca e storia: parlerò soprattutto di letteratura, non essendo io né un cronista né uno storico, bensì uno scrittore.
Voce stonata su Mario Benedetti
Cosa pensa Moresco delle pagine intere che alcuni quotidiani della sinistra snob hanno dedicato a fenomeni come Sanremo, dei peana su Celentano - geniale interprete della TV progressista-, o dei salamelecchi che alcuni dei blog che lui cita hanno dedicato recentemente al neo-petrarchismo di certi poeti , Mario Benedetti, ad esempio… Come funziona la nuova letteratura italiana: un sonetto petrarchista, se viene promosso in Rete, diventa la novità decisiva del nostro panorama poetico…?
Questo interrogativo viene posto ad Antonio Moresco da Lello Voce, attraverso il suo sito. Si tratta di una domanda tra le molte che Voce rivolge all'autore dei Canti del caos. Non intendo sostituirmi a Moresco, non intendo avvalorare in nulla l'indegnità e la pochezza di perspicacia delle prospettive che si sono incrociate nell'aia dell'Unità. Però esiste sicuramente un retaggio dell'Avanguardia, a cui Voce tiene moltissimo, che è l'ironia: già demistificata da Fortini nella sua Verifica, l'ironia avanguardistica è un gesto di fascismo retorico che ha un suo equivalente soltanto nella sineddoche. Circa questa ironia, mi sento di intervenire. E non soltanto per mandarla definitivamente - per quanto mi riguarda - a sbarcare il suo lunario nei bidoni della spazzatura, essendo peraltro quell'ironia il padrino del trash. C'è un passo ulteriore, immotivatamente ingiustificato, che Voce compie. Proprio lui, che Nanni Balestrini, in una ironica e avanguardista prefazione al libro di poesie di Voce, definì "il massimo poeta italiano contemporaneo" (noi siamo al di sopra di ogni sospetto: Voce lo abbiamo letto, continuiamo a leggerlo). Perché se io intervengo a esprimere una mia opinione (e cioè che Umana gloria, il libro di Mario Benedetti, è un'acquisizione straordinaria della poesia italiana di oggi), e la irrobustisco paracriticamente (mica sarà la critica, quella che si fa su i Miserabili...), subito si fa ironia nell'ala destra della classe?
Unità nella rissa
 Da giorni si trascina una rissa intellettuale sulle pagine de l'Unità. Esponenti prestigiosi della cultura nazionale hanno agito e reagito. E' tutto legittimo, per quanto riguarda le risposte (uno ti molla uno schiaffo e tu reagisci: ci sta, finché lo schiaffo è puramente mentale). Non è legittimo quanto agli attacchi: perché attaccare il lavoro delle persone, senza mai motivare? Scrivo queste parole perché mi sono arrivate un paio di mail sgradevoli e, quindi, sgradite in ordine a un intervento che ho postato qualche giorno fa. Vorrei precisare. Perché ho scritto quell'intervento? Unicamente per ribattere a Luperini e alle sue deliranti tesi. Solo per questo. Giudico il tutto di un'estrema sgradevolezza, di un'abissale inutilità, di una dannosità proterva. Però a Luperini dovevo rispondere: da anni la sua baronia, anziché esercitarsi all'interno delle muraglie accademiche, pretende di esorbitare, di uscire all'aria aperta per diffondere, come semi al vento, principi di ingiustificabile saccenza. D'altro canto, nella reazione, a mio parere si scade nel reazionario: un rischio che si può affrontare, finché si è consapevoli che quello è l'approdo e se ci si culla nell'idea che sia bello essere reazionari. Però, anche qui, mi sento di opporre un'azione frenante a questo tipo di esacerbante reazione. E' un rischio che intravvedevo anni fa, adesso è una concreta realtà: il discorso cazzutissimo sui "mediatori culturali" è, appunto, sgradevole, inutile, dannoso. E' un foucaultismo praticato da chi, di Foucault, ha una pallida idea. E' un affondo sterile, che non conduce a nulla, che non porta a niente. Non aggiunge una virgola al reale: il che lo qualifica automaticamente come discorso a-critico. Con chi ce l'ho in particolare? Con gli articoli di Carla Benedetti e Antonio Moresco.
Tanti saluti ai passeggeri del Titanic
Quando Tiziano Scarpa, nel suo intervento a proposito delle affermazioni di Romano Luperini, ormai talmente viete e ripetute da non risultare più sconcertanti, affronta la reiteratissima questione dei padri supposti e delle supposte paterne, tocca un punto a cui io risulto molto sensibile (trattasi di un presente storico) soltanto all'altezza dei primi anni Novanta. Ero davvero molto sensibile alla questione dei padri letterari, poiché il mio, sfortunatamente, l'avevo appena perduto: era Antonio Porta, morto nell'aprile '89, poco prima di registrare una puntata del Costanzo Show (Luperini, che da decenni sfracanna con l'idea di un'allegoria piattamente storica, dovrebbe essere parecchio interessato a una morte banalmente metaforica come quella). Erano anni incerti. Alfabeta andava a farsi fottere, la narrativa era apparentemente stenterella, la cricca marchettara attorno a Luperini ancora non si era appassionata ai cannibalismi (un'operazione formidabilmente cosmetica per il gruppo di Sanguineti & co, rivitalizzato al semplice inventare un'etichetta non corrispondente ad alcuna realtà, il che riassume le modalità di tutta l'avanguardia storica italiana). Si discuteva di tradizione, nelle università - anzi, no, ricordo male, nelle università non si discuteva più. Dopo l'ubriacatura del pensiero debole (etichetta che poteva benissimo essere partorita da un Gruppo '63 filosofico), si stagnava in derridismi d'accatto. La realtà veniva interpretata dalle comunità intellettuali non secondo categorie post-modern, ma post-mortem. Nessuna pubblica attenzione alla controcultura. Il trionfo della separatezza. La morte dell'arte. Un pantano mistico propalato dai sostenitori dello storicismo. Fukuyama era una star e lo sarebbe tuttora, se non fosse che, nel frattempo, si sarebbe realizzato che Fukuyama viene inverato da Bush jr, quando non lo genera.
In questa statica, metastatica, soffoca danza della morte, Luperini e la sua non allegra compagnia guidavano il trenino - quell'esercizio di ballo da cral aziendale dove ognuno segue l'altro, mentre risuona il Qua Qua di Al Bano e Romina, e serra le natiche perché per regolamento qualcuno è dietro e preme.
A distanza di quindici anni, ascoltare Luperini che profetizza che il mio e il nostro presente sarà scavalcato dalla storia fa sorridere: poiché parla l'uomo dei sepolcri imbiancati, talmente contento del candido bianco della calce da non rendersi conto che sta in un sepolcro e non in un ufficio universitario.
La generazione dei padristi
di Tiziano Scarpa
[Replico qui su i Miserabili un intervento che Tiziano Scarpa ha pubblicato su l'Unità (23.2.04) e postato su Nazione indiana (lo faccio senza avere chiesto previo permesso, a causa del periodo piuttosto affannato). Prima di intervenire sull'intervento dell'autore del Kamikaze d'occidente, con cui concordo pienamente, vorrei specificare, a beneficio dei soliti idioti che capiscono zero ma sanno spedire via mail opinioni equivalenti a spazzatura intellettuale, che qui non sto delineando una linea difensiva anagrafica o simpatetica: giudico quanto afferma Tiziano Scarpa di un'estrema importanza rispetto a questioni purtroppo irrisolte del precedente contesto culturale italiano (intendo gli anni Ottanta e la prima metà dei Novanta). Non si tratta della questione dei "mediatori culturali", che giudico un'etichetta ormai fuori luogo, tutta volta a un processo di demistificazione che non ha più senso praticare quando è evidente che si può lavorare in positivo. Tuttavia ritengo proprio che l'affermazione dell'esistenza di una letteratura italiana contemporanea forte e significativa - operazione che appunto compie Scarpa nel suo intervento - sia sempre necessaria e, per l'appunto, lavori sul positivo. Se non altro, a parte alcune eccezioni (intendo in particolare Pincio e Mozzi), il catalogo per me è questo che si legge nell'articolo che segue. gg]
La civiltà italiana è in declino. Gli intellettuali tacciono. La letteratura degli ultimi tre anni fa schifo. E poi non conta nulla all’estero. Gli scrittori non discutono le loro poetiche, ammesso che sappiano ancora che cosa sono. Il teatro è assente. Il cinema sta ancora peggio. Il paragone con trent’anni fa è imbarazzante. Eccetera.
Solita storia. Ormai siamo abituati. Questa volta la lamentazione l’ha fatta Romano Luperini [nella foto in b/n]. Non varrebbe neanche la pena di rispondere. La scena è sempre la stessa. Ripetuta talmente tante volte da assomigliare a una gag comica, un classico del cinema chiacchierone: il critico letterario di turno, lo studioso di turno, lo scrittore di turno (intellettuali a loro volta!) che scuotono la testa costernati di fronte al deserto intellettuale e creativo italiano: negli ultimi anni lo hanno già fatto Luigi Baldacci, Cesare Garboli, Giulio Ferroni, Alfonso Berardinelli, Giovanni Raboni, Mauro Covacich… Adesso anche Luperini. (Non tutti. Bisogna essere onesti: Goffredo Fofi, Cesare Segre, Vittorio Spinazzola, Renato Barilli, Angelo Guglielmi non hanno mai smesso di essere curiosi a tutto campo e valorizzare ciò che nasce e cresce nella cultura italiana).
Questa volta però c’è qualcosa di più. Un caso di padrismo.
Fantasy al potere
di Giuseppe Lippi
[Curatore della storica collana di fantascienza Urania, presso Mondadori, Giuseppe Lippi (a destra nella foto) ha steso una sorta di trattato sul genere fantasy nell'ultimo numero del mensile Letture. Lo riproduciamo qui parzialmente, dalla versione integrale che è leggibile qui]
 Le narrazioni eroiche che avevano accompagnato l’umanità fino
alla soglia dei tempi moderni sono scomparse dalla coscienza del filone
letterario principale e fino a pochi anni orsono sembravano destinate a
sopravvivere solo nella parodia o nel racconto popolare. Dopo la gran
fioritura dei cicli cavallereschi medievali (quello carolingio, quello
arturiano o bretone e le loro elaborazioni italiane), gli ultimi poemi
eroici dell’Occidente sono stati l’ Orlando furioso dell’Ariosto
(cominciato nel 1502), la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
(1581) e il poema allegorico di Spenser Faerie Queene (pubblicato
tra il 1590 e il 1596). Nel secolo successivo la materia cavalleresca
sarebbe stata "decostruita" da Miguel de Cervantes nel suo
capolavoro Don Chisciotte (1605-1615).
E dunque? Qual è la forza che ha potuto
resuscitare le gesta fantastiche di maghi e cavalieri dopo un sonno di
trecento anni? Mettendo da parte la psicanalisi, e ammettendo che il puro
e semplice consumismo abbia un peso non indifferente nelle scelte di
milioni di lettori moderni, la risposta va cercata più a fondo.
Addirittura nel XIX secolo.
L'ultima vera lettera di Pantani
di Marco Philopat
[Uno scoop di Decoder]
A chi mai racconterò questa angoscia? A chi mai racconterò quello che sto pensando ora - mi sento male - malissimo - sono disperato - aiutatemi aiutatemi - sono il pirata vi ricordate di me? Sono Pantanì come mi chiamavano una volta i francesi - il 1998 è lontanissimo anche se sono passati solo pochi anni... Nel 1998 vinsi il Giro e il Tour come era riuscito a fare solo Coppi... Ero sulla cima del mondo - il ragazzo più felice della terra - ero riconosciuto - ottenevo dei risultati - facevo quello che volevo - vivevo in un mondo dorato costruito sulla mia immagine - andava tutto bene... Il ciclismo aveva delle ossessioni - regole precise - gli allenamenti sfiancanti la squadra i colleghi i patron gli organizzatori - e io ci navigavo come una veloce nave da crociera dentro quel mare... Certamente! Prendevo del carburante per sostenere quel livello - quella velocità - lo facevano tutti – perché mai avrei dovuto rinunciare io... M'ero già spaccato le gambe - ero già caduto in discesa lasciando pezzi d'osso sull'asfalto... Cosa avrei dovuto fare? Rinunciare ai beveroni era un po' come non presentarsi ai massaggi o non andare agli allenamenti - come avrei potuto arrivare al vertice senza allenarmi? I valori dell'ematocrito erano sotto controllo mi dicevano - vai vai Pirata vai... E io andavo - mi arrampicavo sui tornanti - come sempre - come da piccolo quando andavo su a S. Leo vicino a Cesenatico - con una piadina da mangiare quando arrivavo in cima al colle... Andavo e andavo veloce - senza faticare - l'adrenalina mi faceva scoppiare le vene sulle tempie - ma sul traguardo ero il primo - e il giorno dopo ancora... Insomma mi hanno fregato gli invidiosi - ce n'è un casino in quell'ambiente - non ci sono mica tanti amici - solo concorrenti pronti a scannarti la prima volta che sbagli - ma io non sbagliavo proprio niente - anche con i professoroni e i giudici che ne beccavano uno dopo l'altro di doppati - ma a me mai...
Mario Benedetti: su 'Composita solvantur' di Fortini
di Mario Benedetti
[Questo intervento apparve, in altra versione, su un numero 75 della rivista Poesia, nel 1994. Di Mario Benedetti, di cui è appena uscito nello Specchio Mondadori il bellissimo Umana gloria, torneremo a occuparci nei prossimi giorni, quando gli sperati esiti della vicenda di Cesare Battisti ci permetteranno di tornare a occuparci di materia meno drammatica e urgente]
 Il “rapporto con la realtà nel momento in cui ti dice addio” (sono parole di Franco Fortini in una intervista degli ultimi mesi) è il tema di questo libro. Le vicende umane non conoscono progresso alcuno e nonostante la loro fattualità sono quasi senza peso: un “rigirio / d’esistenza” (male amato da Fortini in Saba) che neppure sembra trovare adeguata conferma nel linguaggio della poesia, in ragione di quelle che appaiono “vanissime metriche pause”. E’ messo in campo un forte dubbio circa la consistenza della realtà e la legittimità della letteratura. Ma in ciò stesso si manifesta quel sentimento ultimo delle cose che caratterizza la raccolta: la caparbia, ultima conferma del loro appartenerci, nella nostra consapevolezza di essere vincolati a questa terra, soli di fronte a un cielo, “dove il celeste posa in sé”, che non si sa né si può interrogare.
Appello per la liberazione dello scrittore Cesare Battisti
elaborato dalla redazione di Carmilla
I servizi speciali francesi hanno arrestato lo scrittore Cesare Battisti,
rifugiato in Francia ormai da quattordici anni. Su di lui pende una domanda
di estradizione presentata dal governo italiano, sulla base di una condanna
pronunciata in contumacia oltre un ventennio fa.
E’ bene ricordare che a Cesare Battisti fu concesso asilo politico solo dopo
che un magistrato francese ebbe vagliato le “prove a suo carico”, e le ebbe
giudicate contraddittorie e “degne di una giustizia militare”. A Battisti
erano stati addossati tutti gli omicidi commessi da un’organizzazione
clandestina a cui aveva appartenuto negli anni ’70, anche quando circostanze
di fatto e temporali escludevano una sua partecipazione.
Dal momento della sua fuga dall’Italia, prima in Messico e poi in Francia,
Cesare Battisti si è dedicato a un’intensa attività letteraria, centrata sul
ripensamento dell’esperienza di antagonismo radicale che vide coinvolti
centinaia di migliaia di giovani italiani e che spesso sfociò nella lotta
armata. La sua opera è nel suo assieme una straordinaria e ineguagliata
riflessione sugli anni ’70, quale nessuna forza politica che ha governato
l’Italia da quel tempo a oggi ha osato tentare.
La vita di Cesare Battisti in Francia è stata modesta, piena di difficoltà e
di sacrifici, retta da una eccezionale forza intellettuale. E’ riuscito ad
attirarsi la stima del mondo della cultura e l’amore di una schiera enorme
di lettori. Ha vissuto povero ed è povero tuttora. Nulla lo lega a
“terrorismi” di sorta, se non la capacità di meditare su un passato che per
lui si è chiuso tanti anni fa. Trattarlo oggi da criminale è un oltraggio
non solo alla verità, ma pure a tutti coloro che, nella storia anche non
recente, hanno affidato alla parola scritta la spiegazione della loro vita e
il loro riscatto.
Certo, c’è chi ha interesse a che una voce come quella di Cesare Battisti
venga tacitata per sempre. Chi, per esempio, contribuì alle tragedie degli
anni ’70 militando nelle file neofasciste o in quelle di organizzazioni –
clandestine quanto i Proletari armati per il comunismo - chiamate Gladio o
Loggia P2, e sospettate di un numero impressionante di crimini. Chi fa oggi
della xenofobia la propria bandiera. In una parola, una gran parte del
governo italiano attuale.
Noi invece vorremmo che di scrittori capaci di affrontare di petto il
passato come Cesare Battisti ce ne fossero tanti, e che i cittadini francesi
capissero chi rischiano di perdere, per la vigliaccheria dei loro
governanti: un uomo onesto, arguto, profondo, anticonformista nel rimettere
in gioco fino in fondo se stesso e la storia che ha vissuto. In una parola,
un intellettuale vero. Non era tradizione della Francia privarsi di uomini
così, per farli inghiottire da una prigione. Ci auguriamo che la Francia non
sia cambiata tanto da tacere di fronte a un simile delitto.
Sì, delitto. Avete letto bene.
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Per visualizzare tutti i firmatari, cliccate qui.
Diffondete ovunque.
[si ringrazia Gianmarco Neri per la stesura del form]

Sul Financial Times: La nuova letteratura italiana
[L'altra settimana mi arriva una mail dalla direttrice del supplemento letterario del Financial Times: mi chiede un intervento sulla nuova letteratura italiana. Non un pezzo di sociologia di vendita, ma una sorta di prospettiva sulla nostra letteratura che, a mio parere, avrà futuro. Il lungo articolo viene pubblicato integralmente sul prestigioso quotidiano inglese, ed è disponibile a questo indirizzo soltanto se abbonati. Pubblico qui la versione italiana, prossimamente la traduzione inglese]
- books essay -
ITALIAN RENAISSANCE
di Giuseppe Genna
So perfettamente che chiedere di fidarsi di un italiano è più improbabile che domandare a Patch Adams di dirigere le operazioni di Enduring Freedom. Non fidarsi di un italiano è bene, ma fidarsi di uno scrittore italiano è anche peggio - il che è tutto sommato irrilevante, dal momento in cui su Amazon gli scrittori italiani che risultano apprezzati dal mondo anglosassone sono passati a miglior vita da parecchio. Fate il paragone: niente McEwan, niente Auster, niente Faber – come se degli inglesi, nel mondo, al massimo si leggesse D.H. Lawrence. Sarebbe una situazione terribile e, di fatto, è la situazione che hanno vissuto gli scrittori italiani negli ultimi anni. Fino a questo momento è andata così, ma questa stagione annuncia novità di rilievo: il 2004 si presenta come l’annus mirabilis della letteratura italiana, il nuovo Rinascimento. Quando parlo di letteratura, intendo parlare proprio di letteratura: ciò che rimane e ciò che i futuri lettori e scrittori ameranno con passione travolgente, testi che formeranno il loro immaginario. Lascio quindi fuori dalle segnalazioni i due o tre casi ‘di mercato’: che sono un comico che ha scritto un thriller à la Grisham e un’attrice che ha scritto un romanzo à la Nora Roberts – ed entrambi questi libri verranno presto tradotti in Inghilterra. Ciò che invece devo segnalare sono le occorrenze di scrittori che hanno sconvolto il panorama intellettuale italiano, rimettendo faticosamente in moto i meccanismi virtuosi della letteratura che, in Italia, si erano arrugginiti e ingrippati dai tempi di Calvino e Pasolini.
Lipperini: Click Lit, la letteratura nell'era dei blog
da Repubblica, 5.2.04, un articolone sui blog, di Loredana Lipperini:
"CLICK LIT", LETTORI IN RETE
- come il web sta cambiando i rapporti tra scrittori e pubblico -
Internet ha creato una comunità: nascono forum sui libri e i blog creano un circolo virtuoso tra chi legge e chi pubblica. In Italia il fenomeno è ancora circoscritto ma in espansione. I promo dei romanzi copiano i videoclip del rock. Ma per alcuni non vengono utilizzate tutte le possibilità che oggi sono a disposizione. Fino a qualche tempo fa si riteneva che l´e-book fosse il punto di svolta dell´editoria
di LOREDANA LIPPERINI
Se, per esempio, si vuole capire il punto di vista di Cheryl Anway, si fa clic sulla sua immagine, e si vedono le strade di Vancouver, dove ha vissuto e dove è morta, giovanissima, durante una sparatoria. Ma si può anche scegliere di esplorare i mondi del ragazzo che Cheryl aveva segretamente sposato, o quelli del di lui padre, e assaggiare frammenti di narrazione dove appaiono Las Vegas, le rane, addirittura il Paradiso. La trama non sarà chiara: atmosfere ed emozioni, sì. E´ un trailer, certo: ma di un romanzo, Hey Nostradamus! di Douglas Coupland.
Il punto critico
 E' mezzanotte, ero stravolto già alle otto, dopo un'ora e mezzo di pratica neopsichiatrica. A casa, nel mio bilocale dove abbondano portaceneri strapieni e fazzoletti di carta appallottolati, mi attende Atelier: una rivista di poesia e letteratura. Apro, leggo. Ne esco ora, tramortito. Ho appena vessato un amico via mail, sfogandomi con lui che, poveraccio, lavora il decuplo di me e non so come faccia a stare in piedi con tutto quello che legge in una giornata. Mi scuso con lui. Adesso vesso voi, cari Miserabili Lettori. Il punto è questo: quelli di Atelier hanno deciso di indagare sulla critica, hanno inviato un questionario sulla critica ai certi critici e, in sovrappiù, sono andati a intervistare Pier Vincenzo Mengaldo [nella foto a sinistra] e il critico poeta Edoardo Sanguineti. Il risultato è il mio disastro. Di pagine e pagine lette, dopo avere assistito ad avvitamenti narcisistici allucinanti, ecco il bilancio: Cortellessa [nella foto a destra] regala squarci amplissimi d'orizzonte e si colloca a distanza siderale da tutti; Mengaldo tiene su il livello, anche se poi cazza clamorosamente con la storica menata della preservazione post-strutturalista. Il resto, Sanguineti in testa, dà le vertigini: come Hitchock a James Stewart...
I Miserabili ricordano Giovanna Sicari
 1. Giuseppe Panella
Ho incontrato una volta Giovanna Sicari a Milano, al
Palazzo dei Giornalisti, ad una presentazione
propiziatoria per la Casa Editrice Spirali. Premetto che
non ho mai collaborato con Spirali ma ho solo presentato
il libro di un suo autore (Massimo Venuti, La retorica
del logos). In quell'occasione la Sicari partecipò come
autrice per presentare un libro collettivo di poesia
sempre pubblicato da Spirali e di cui non ricordo più il
titolo. La sua presentazione fu breve ma intensa. Ad un
certo punto Verdiglione - che "moderava" la serata - le
tolse la parola perché il tempo era poco e bisognava
presentare altri libri. La Sicari abbozzò ma alla fine
della serata evidentemente non ce la fece più e sbottò
in un intervento durissimo sul modo in cui la serata era
stata condotta. Poi se ne uscì indignata: un'uscita un
po' teatrale, ma forte e degna. Me ne ricordo ancora (la
serata è avvenuta almeno dieci anni fa!). Della sua
poesia rammento invece Uno stadio del respiro che è
costruito con grande senso del ritmo e delle immagini,
fatto intriso di melanconia e rabbia costruttiva, con
immagini barocche di notevole impatto.
2. Gianni Biondillo
Nel 2002 Giovanna Sicari pubblicò un libretto fragile e aggraziato: Milano nei passi di Franco Loi. Volle me per la presentazione milanese. Io non la conoscevo, assolutamente. Mi vergogno quasi a dirlo ma non sapevo quasi nulla di lei. Certo, del marito, ovvio. Qualche sua poesia letta in giro, ma niente di più. La sera della presentazione dovetti farmela indicare, non sapevo neppure che faccia avesse. Mi confessò che quando le proposero di scrivere per la collana "le città letterarie" di primo acchito voleva fare un testo su Pasolini. Solo che aveva visto che ce n'era già uno (il mio) e, lettolo, le piacque molto. Per questo decise che dovevo essere io a presentare il suo libro. Per una pura affinità elettiva, perché le era piaciuto. La sera si mangiò una pizza, insieme a Milo De Angelis, al figlio Daniele, a Franco Loi e al poeta Vitale, il nostro "contatto". Fu una bella serata, amichevole. Un mesetto dopo pubblicai una mia recensione del suo libro su una rivista di architettura (faccio l'architetto di mestiere). Lo feci volentierissimo. Mi piaceva l'idea di dire a una categoria di costruttori che per edificare bisogna leggere le poesie. Vitale mi riferì che a Giovanna piacque. Dovevamo rivederci, ripetere la pizzata. Sapevo della malattia e decisi (come un bambino, che non concepisce la morte) di aspettare tempi migliori per lei.
Non l'ho mai più rivista.
Per una sera ho conosciuto la grazia disinteressata della poesia. Non è poco.

Ricordo di Giovanna Sicari
Conoscevo Giovanna Sicari da tempo e da tempo non la incontravo. L'avevo vista, la prima volta, durante uno stranissimo meeting crocettiano - aggettivo che proviene da Nicola Crocetti, editore per cui ai tempi lavoravo e per cui, saltuariamente, collaborava anche il marito di Giovanna Sicari, il poeta Milo De Angelis. Era un periodo furibondo, si scorticava il tessuto culturale milanese, era appena morto Antonio Porta, Crocetti faceva autentica resistenza culturale attraverso la sua opera editoriale e invadendo le edicole con il progetto visionario di un mensile di poesia - Poesia, appunto. Arrivò, quel mensile, a vendere più di cinquantamila copie. Io avevo ventidue anni, ero semianoressico col ciuffone da Spandau Ballet e la depressione transuniversitaria. Nel palazzone dove Dario Argento aveva girato le sue mosche sul velluto grigio, la redazione della rivista era un luogo straordinario di formazione per uno che doveva svegliarsi al mondo: capitavano intellettuali, docenti, traduttori, gente assurdissima, poeti celebrati o celebrandi. Mi aveva lì introdotto Maurizio Cucchi: un gesto di generosità per cui non gli sarò mai abbastanza grato. E, un giorno, usciti da quel baillamme architettonico e intellettuale, in centro, io e l'editore Crocetti, un italogreco perennemente corrucciato, incontrammo Milo De Angelis e Giovanna Sicari.
Dante: iniziazione - La Selva Oscura
Per chi fosse interessato alla lettura che sto facendo del primo canto della Commedia, rimando all'intervento iniziale e all'avvicinamento dantesco compiuto da padre Adriano Lanza e dal musicologo Bruno Cerchio - due prospettive contemporanee e, a mio dire, fondamentali per comprendere la categoria extraletteraria del corpus dantesco. Come già anticipato, non intendo fare una critica della critica, né una critica letteraria, e mi richiamo semplicemente a una linea che condivido e avverto fraterna - linea che affonda le proprie radici negli studi danteschi di Ugo Foscolo e Giovanni Pascoli. Quanto al secondo verso, e in particolare rispetto al punto pregnante, la Selva Oscura, che fa da contrappeso all'individuazione di sé (il "mi" che si strappa da "nostra vita"), il testo di riferimento è L'ermetismo di Dante di Bruno Cerchio: un capitolo intero viene dedicato al simbolismo della Sylva Nigra, e mi pare l'analisi più puntuale e illuminante nella prospettiva che sto adottando.
Dante: iniziazione
Qui non si fa critica: si manifestano sintomi, si lavora per esempi, si fa della persona personale ('io') un'occasione per mostrare parziali approcci prospettici alla letteratura e al mondo. Valga anche per quanto segue: si tratta di semplice esemplificazione di lettura. Mostro banalmente una strumentazione personale che adotto io ('io' adotta) nel momento in cui studio il primo canto dell'Inferno. Non sono né Nardi né Singleton, e non voglio nemmeno adottare una critica della critica. Resto banalmente sul testo e richiamo le suggestioni che mi suggerisce parte della mia formazione - ciò per ribadire che non esiste alcuna ambizione critica, alcuna dittorietà apodittica, alcuna aggressione a visuali ben più autorevoli di questa mia, totalmente soggettiva.
Aggiungo un'avvertenza preliminare: non si tratta qui di leggere poesia. Lascio fuori il fenomeno della poesia. Assumo uno sguardo che legge la lingua in maniera non letteraria. Discuto su un piano che nemmeno è filosofico o teologico - ma è coscienziale, e in pieno riferimento ai paradigmi mobili che tratta nel suo intervento Fabio Giommi.
Tommaso Pincio nel Pianeta Sfinito
 Torno su Tommaso Pincio, poiché tra stamattina e ora ho avuto modo di riflettere su una cosa che Pincio stesso mi ha scritto in una mail. E' da giorni che sto riflettendo sulla sua scrittura. L'occasione mi è stata fornita da un incarico che viene dall'estero: scrivere per una testata straniera un lungo articolo sugli autori italiani - cosa che ho fatto e che mi ha obbligato a riflettere. Darò conto, quando l'articolo sarà stato pubblicato, del testo. Al momento è per me più urgente ragionare in generale, e partire da Pincio. Anzitutto perché Pincio si appresta, con la versione inglese di Un amore dell'altro mondo (a destra, la copertina), a conquistare il pubblico anglosassone, dopo avere lasciato a bocca aperta quello francese. Di questa controcolonizzazione, che parte dall'Italia con movenze chapliniane, da automa innocente, è il caso di ragionare: è un esempio ulteriore, dopo i successi esteri di Evangelisti e dei Wu Ming e di Scarpa, di una deriva straordinaria che la narrativa italiana sta assumendo - rispondere alla letteratura di finto mainstream con una finta narrativa di mainstream.
Se la Ragione tace. Pensiero discorsivo e mindfulness
di Fabio Giommi
[E' in tutte le edicole il nuovo numero di Reset con, in allegato, il libro che raccoglie gli interventi sul tema 'La Crisi della Ragione', curato dal think tank Vision. Pubblico, dopo il mio, l'intervento del teorico e clinico cognitivista Fabio Giommi]
Il tema del sonno della Ragione ci conduce inevitabilmente all'interno della cornice culturale di credenze e assunti profondi in cui noi, come occidentali e contemporanei, ci ritroviamo a pensare. Vorrei evidenziarne due in particolare. Il primo: se la Ragione si addormenta, allora si apre una crepa e dal mondo infero emerge la componente irrazionale della natura umana. Sembriamo persuasi che non si dia altra possibilità: Ragione o crisi ed eruzione dell'oscuro.
Il secondo: si accetta come scontata l'ulteriore verità che l'uomo nella sua massima espressione sia essere pensante. Nel senso di una coscienza umana che è tale in quanto raziocinante: pensiero discorsivo fondato su logica e ragionamento, potenza di calcolo come strumento al servizio del problem solving e del decidere. Qui coscienza è intesa nel senso più ampio come aspetto consapevole, intenzionale della mente e dell'agire. Pensiamo di non poter esistere come esseri consapevoli in assenza del pensare. In breve, abbiamo identificato coscienza e pensiero discorsivo, sotto il vasto campo semantico della nozione di Ragione.
Circa Covacich su L'Espresso: Addizioni
di Giuseppe Genna
L'articolo di Mauro Covacich, pubblicato su L'Espresso con la copertina dedicata agli ottantenni scatenati, mi crea perplessità. Queste perplessità non le esprimo, poiché coincidono totalmente con le impressioni che dall'intervento di Covacich trae Giulio Mozzi. L'autore di A perdifiato sprona coloro che, per sua stessa ammissione, potere istituzionale non hanno e che, semmai, discutono apertamente in Rete. Però Covacich non interviene in Rete, bensì in un luogo che per alcuni, ma non per me, è un'istituzione dei cosiddetti mediatori. Ecco perché un dialogo appare difficile e la provocazione di Covacich non è affatto tale, a meno che L'Espresso non decida di pubblicare sulle sue pagine una risposta da parte di chi è stato chiamato in causa. Come si vede, è tutto mediazione e piuttosto inutile rispetto ai modi in cui si sta nomadicamente srutturando l'intelligenza collettiva. Per questo motivo, mi pare più opportuno discutere dei rilievi fatti da Mauro in positivo. Il che significa che mi adopero a dimostrare perché Moresco è meglio di Houellebecq e Palahniuk, e anche perché la letteratura è meglio della sociologia letteraria - e non intendo che si tratti di cose diverse, intendo proprio che le une sono meglio delle altre.
Circa Covacich su L'Espresso: Sottrazioni
 di Giulio Mozzi
[da giuliomozzi.clarence.com]
Nel numero del settimanale L'Espresso della settimana scorsa (quello con in copertina il titolone: Ottantenni scatenati) è uscito (pp. 98-99) un pezzo di Mauro Covacich intitolato: Ho le vertigini da fiction.
Estraggo qualche frase.
La nostra è un'epoca di meraviglie. Il cielo si è abbassato al punto che gli aerei entrano nelle costruzioni più alte. Maestri di scuola si vestono di tritolo e salgono sugli autobus per farsi brillare. Attori diventano governatori. Cantanti diventano primi ministri. Presidenti della Camera diventano conduttrici televisive. Nella Rete c'è un kit fai-da-te per abortire. In tv, sul satellite, c'è un programma che segue dal vivo gli intubamenti, le amputazioni, le defibrillazioni di una giornata al pronto soccorso di un grande ospedale, prendendo spunto da una famosa serie di telefilm. Ogni cosa per essere reale dev'essere trasmessa, ma non solo - questa ormai è roba vecchia - anche ogni esperienza di vita è reale solo se pensata da chi la vive coi ritmi, le sequenze e le inquadrature di una fiction. Il concetto "la vita come un romanzo" ha cambiato più volte faccia fino ad arrivare a "la vita come un reality show" [...]. Intanto un signore per bene: tutti gli identikit ne sottolineano il conformismo, la normalità; un signore che non si batte per niente e contro nessuno, confeziona da nove anni minuscole bombe con la cura e la dedizione di un mastro fornaio, poi le piazza nei supermercati o sotto gli ombrelloni delle spiagge friulane. [...]
Perché gli scrittori italiani si sottraggono a tutto ciò? Perché lo ignorano mentre raccontano le loro storie?
Lo Schifo e lo Schifani
Non ce l'hanno fatta. La Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile il Lodo Schifani, la leggina ad hoc per garantire l'immunità alle cinque più alte cariche dello Stato, di cui soltanto una ha problemi processuali e indovinate quale carica è. Scomposte le reazioni del cosiddetto Centrodestra: cosiddetto, perché in questo caso trattasi di forzitalioti che siedono in Parlamento e uno si chiede legittimamente se Forza Italia sia una creatura di Centrodestra o di Marte. Il coro è unanime: la Corte Costituzionale è politicizzata, l'avvocato Taormina ha addirittura masticato un "Maledetti comunisti!" che, ormai, sembra un tormentone dei due vecchietti del Muppet Show. Da un punto di vista prettamente spettacolare è molto bello osservare l'ipersudorazione biliare di quelli che hanno usato la querela preventiva come Bush Jr ha utilizzato il previo conflitto - e come Bush ora si trovano impantanati nel loro Iraq giustizialista, prede delle trappole della distorsione legale. La quale distorsione non è: si è trattato di un atto di giustizia sana, del buonsenso eletto a norma civile, dell'eliminazione dei privilegi a cui ambiva nemmeno una casta di cinque supercittadini, ma di uno solo: lui.
La coscienza oltre la ragione
Sta per uscire nelle edicole e nelle librerie il nuovo numero di Reset, bimestrale di politica e cultura diretto da Giancarlo Bosetti. Grazie a una sorta di think tank inglese, Vision, sono stati raccolti interventi di scienziati, storici, economisti sociologi, psichiatri e scrittori di provenienza internazionale (tra questi, Amartya Sen), circa il tema La crisi della ragione. Per l'Italia, tre interventi: quello di Gianni Riotta, quello dello psicologo e teorico cognitivista Fabio Giommi e il mio - che riproduco integralmente qui. Gli interventi saranno pubblicati, per l'Italia, in un volume collettaneo per Marsilio.
Più si studia l’attuale configurazione dei saperi, siano essi letterari o artistici o psichiatrici o fisici o mediatici, più ci si rende conto che esitono barriere non inesplicabili tra àmbiti che, in fondo, trattano il medesimo oggetto: che è l’uomo. A partire da questa prospettiva, viene implicitamente operata una forzatura. Se si sostiene che l’oggetto della fisica della particelle non sono affatto le particelle, bensì l’uomo, è chiaro che una forzatura è stata impressa alla questione. Non si svela un trucco tanto complesso se si ammette quale forzatura: si sta semplicemente esercitando una pressione sul problema, spostando il fuoco dei saperi, dal loro oggetto, a chi tenta di esercitarne il sapere – cioè lo sperimentatore, cioè l’uomo. E’ un antico argomento preplatonico ed essenzialmente antioccidentale (se per Occidente si intende la categoria tramandataci dalla tradizione filosofica, non soltanto quella della modernità).
Visioni perdute in sogni selvaggi: Breton
di Tommaso Pincio
[da Alias, 21 dicembre '03]
Cosa fa la realtà nel cuore della notte, mentre ce ne stiamo acquattati e acquietati nei nostri sonni? Trascorriamo quasi un terzo della vita dormendo, ciò nonostante quasi mai restiamo sorpresi dal modo brutale in cui, non appena svegli, il mondo là fuori si affretta ad ammassarsi nella nostra coscienza, occupando più spazio possibile e assoggettando i sensi. Non di rado la realtà ci appare disagevole e insopportabile, per non dire ingiusta, ma lasciamo comunque che abbia ragione su tutto. Immaginiamo e desideriamo mondi fantastici e alternativi, eppure non esitiamo ad adeguarci a quello che ci è toccato in sorte. Perché siamo così rassegnati, quando non ci sono scienze né filosofie che possano resistere a un'obiezione tanto ovvia e immediata quanto quella che la realtà in cui crediamo di esistere sia solo illusione, la magia perversa e sofistica di una qualche sadica entità? Anche il «penso dunque sono» di Cartesio traballa come un castello di carte se lo si colpisce nelle fondamenta alla maniera di Rimbaud: «È falso dire: io penso. Si dovrebbe dire: io sono pensato». Eppure. Non è stato così da sempre. C'è stato un tempo, un lunghissimo tempo, in cui qualunque cosa era ritenuta possibile e il mondo era popolato dalle creature più bizzarre e governato da potenti incantesimi, un'epoca in cui le mappe erano approssimazioni e i confini di ciò che si conosceva erano segnati soltanto da un monito: «Da qui in avanti i draghi».
I libri più Miserabili dell'anno
 Non è una classifica euclidea, non ha pretese di oggettività, rispecchia soltanto il mio modo di vedere e sentire la letteratura contemporanea. Quelli che seguono, a mio parere, sono i libri fondamentali del 2003. Ho scelto dieci titoli per categoria: narrativa italiana, narrativa straniera, saggistica italiana, saggistica straniera, poesia italiana e poesia straniera, per un totale di sessanta libri. Di seguito, le classifiche integrali. Anticipo soltanto i prestigiosi miserabili vincitori di alcunché al di fuori della mia stima e del profondo convincimento che ha ispirato nomination e risultati. Quindi, hanno vinto:
- per la narrativa italiana, Canti del caos - Seconda parte di Antonio Moresco;
- per la narrativa straniera, Cosmopolis di Don DeLillo;
- per la saggistica italiana, Giap! di Wu Ming;
- per la saggistica straniera, Tutto Quello Che Sai E' Falso di disinformation.com;
- per la poesia italiana, Fuoco su Babilonia! di Aldo Nove;
- per la poesia straniera, Electric Light di Seamus Heaney.
Quanto alle case editrici: in generale, la parte del leone la fa Einaudi, soprattutto grazie a Stile Libero; nella straniera, la palma d'oro va indubbiamente a minimum fax; ottiene più di quanto immaginassi Mondadori; i fenomeni editoriali dell'anno sono Nuovi Mondi Media ( TQCSEF e Cesare Battisti) e Sironi (con Luisito Bianchi e Tullio Avoledo).
Come promesso, seguono le classifiche complete.
Su Monica Ali e 'Brick Lane'
di Marco Belpoliti
Periodicamente l’Inghilterra scopre un narratore esotico-coloniale e lo impone al resto del mondo. Prima è stata la volta di Rushdie, poi di Amitav Gosh, quindi di Arundhati Roy. Adesso, la nuova conclamata scrittrice si chiama Monica Ali. La storia raccontata in Brick Lane (inspiegabilmente e colpevolmente tradotto da Marco Tropea Editore con Sette mari tredici fiumi) si svolge a Londra e racconta le vicende di Nazneen, giovane donna del Bangladesh, andata in sposa a un uomo più vecchio di lei. L’episodio iniziale della vicenda, la nascita contrastata di Nazneen, sembra far presagire un racconto realistico-fantastico, alla maniera di Rushdie; in realtà Brick Lane, dal nome della via dove vive la comunità bengalese a Londra, è un romanzo realista come se ne possono scrivere oggi: realismo soggettivo.
Ripensare 'Underworld'
di Memmo Giovannini
[da tempimoderni.com]
 New York, autunno 1951: una pallina da baseball schizzata dal "diamante" dei Giants fa il giro dell'America per finire, cinquant'anni dopo, nella discarica di Nick… Tra scorie e cimeli, incubo della Bomba Atomica e del complotto, Don DeLillo strozza il totem postmoderno. Proprio sul finire del secolo - di questo secolo che sembrava avere esaurito nei suoi primi decenni la potenza espressiva di una letteratura in grado di misurarsi con la grandezza e la tragicità della storia - arriva, grazie a Don DeLillo, il libro che offre un riscatto allo squallido tramonto novecentesco. Un tramonto rischiarato qua e là da bagliori di pensiero in forma di narrativa o di poesia, ma più genericamente oscurato da una cappa di mediocrità resa certamente più cupa dell'incessante rumore della chiacchiera, l'incontrastata colonna sonora che ci accompagnerà fino a definiva sepoltura di questi anni nel trionfo della loro spazzatura.
Per una introduzione alla poesia di Penna
di Roberto Deidier
[da Bollettino '900]
Nonostante abbia attraversato più della metà del Novecento (le date di pubblicazione - pur sparute - lo attestano), snodandosi per circa un quarantennio, quella di Sandro Penna è un'opera che resta ancora assente dalla propria storia. I tentativi critici di rintracciare uno sviluppo interno al corpus penniano sono troppo spesso inficiati sia dalla natura stessa di questa poesia - quasi ossessivamente monotematica ed esemplare di un monolinguismo lirico nel quale sembra essersi esaurita, consumata la grande tradizione del petrarchismo - sia dalle difficoltà oggettive di ricondurre i singoli testi entro una cronologia attendibile.
Palandri: Pier Vittorio Tondelli
di Enrico Palandri
[introduzione a Lo spazio emozionale di Roberto Carnero]
È presto per dare una sistemazione storica del lavoro di Pier Vittorio Tondelli [a destra], cercando di giudicare il valore letterario dei suoi libri o il significato della sua vera e propria campagna, per lo più vincente, per una trasformazione del pubblico oltre che per un rinnovamento della scena letteraria in Italia negli anni Ottanta. Il guaio dei contemporanei, e più ancora degli amici o dei parenti, è di avere molte informazioni che farebbero venire l'acquolina in bocca al filologo di una prossima generazione, ma di non saperle leggere. Se il giovane Gioberti poteva vedere in Leopardi la straordinaria luminosità delle sue qualità dopo un viaggio in carrozza, poco o nulla ne capirono i suoi genitori, poco, tutto sommato, anche i fratelli, pochissimo le donne che amò e poco, in generale, i contemporanei, fatta eccezione per Giordani che del resto, come gli altri, non seppe superare gli ostacoli della difficile dimestichezza con lui per leggere, come leggiamo noi oggi, attraverso la sua poesia, un mondo di straordinarie, profondissime intuizioni. Se queste difficoltà fossero dovute al carattere o al fatto che puzzava, secondo la celebre risposta della Fanny Targiani Tozzetti a Matilde Serao, o piuttosto alla miopia fin troppo pia dei sodali, a cominciare da Ranieri, è difficile dirlo. Deve farsi silenzio intorno al lavoro di uno scrittore che in un certo modo è il contrario del dolce rumore della vita, come lo chiama Sandro Penna in un celebre verso, perché le opere ci parlino con il timbro indistinguibile di una voce. Devono farsi obsolete le opinioni politiche, i manierismi delle cricche letterarie e sociali, deve morire il rumore del mondo perché riemerga il timbro con cui un autore ha affermato il proprio contrasto con l'epoca- Pier è stato importante per ragioni troppo diverse nella nostri generazione per riuscire ad ascoltare la sua voce senza distrazioni, anche quando non si pretende di dare un giudizio ma semplicemente di chiarire alcuni contenuti.
Bombacarta: Applicare i sensi
Bombacarta e l'immaginazione spirituale
di Antonio Spadaro
[Ho ottenuto da Bombacarta e da Padre Antonio Spadaro il permesso di pubblicare qui un bellissimo saggio su Il suicidio di Angela B., il romanzo di Umberto Casadei uscito per Sironi. Prima di aprire il dibattito sul romanzo di Casadei, tuttavia, mi pare proprio il caso di attirare l'attenzione dei miserabili lettori su quanto stanno facendo i bombers di Bombacarta . Visitate il sito, oppure leggete i brani che pubblico qui sotto, tratti da un saggio che si può integralmente leggere qui: sono questioni fondamentali della letteratura e del discorso su di essa, del Cristianesimo esoterico e delle pratiche realizzative di qualunque metafisica elaborata dall'umano. gg]
 Per Ignazio di Loyola i sensi rivestono un’importanza fondamentale.
L’espressione «traer los cinco sentidos», poi subito tradotta nella Versio Vulgata
con «applicatio sensuum», cioè «applicazione dei sensi», si riferisce al fatto che
l’esercitante è chiamato ad applicare la sensibilità al mistero spirituale che
contempla. I sensi si applicano al mistero: sembra quasi una contraddizione. Il
senso percepisce e il mistero si intuisce. E invece no: per Ignazio di Loyola il
mistero si percepisce e ad esso si applica la sensibilità. Cosa significa
«applicare»? Far aderire, impegnare, impiegare,... ma etimologicamente significa
«piegare verso». L’uomo si piega verso la realtà (e anche verso il mistero) in un
gesto che può avere o il significato dell’investigazione calcolante o della
prostrazione adorante: l’uso dei sensi dice lo stile del nostro essere nel mondo.
Tra tutti i sensi il vedere è inteso come il più «intellettuale». Vedere è il
senso etimologico della parola «idea». Dall’idea al video, al monitor il passo è
breve. Tra queste realtà si muove l’azione di Bombacarta: tra il veder chiaro della
comprensione e della contemplazione al veder efficace dei monitor ad alta
risoluzione, capaci di far passare la fiction per veritas.
L'Elefante dà la caccia all'intellettuale
Non ho niente da dire sull'asilo: c'è il cretinetti che gioca nella sabbionaia, c'è lo stronzo che ti prende a botte, c'è la preputtana in erba che strizza l'occhio, c'è il bilioso, c'è il biliare, c'è l'atrabiliare, c'è il ciccione: c'è il mondo in nuce, in stato germinale. Sull'asilo io non ho nulla da ridire: è lì che sono cresciuto in anni fondamentali, insieme a uno che, poi, è diventato un killer. E' colpa della maestra se quello lì ha ammazzato più persone? Cosa devo dire, io della maestra? La mia maestra era una stronza, tutto il quartiere Calvairate aveva già detto tutto di lei, era inattaccabile da quanto la comunità locale l'aveva sputtanata. E lei ci godeva nella sputtanatura, ci si ravvoltolava come i maiali nel fango mucoso della porcilaia...
Sul Foglio, invece, qualcosa da dire ce l'ho. E' mesi che Giuliano Ferrara strema gonadi mediatiche con la questione del mandato linguistico. Dice che l'Unità pratica su di lui un serialkilleraggio saussuriano. Argomenta sull'aggressione implicita nell'uso dell'aggettivo 'strano'. Poi, l'altroieri, ecco cosa appare sul suo giornale, scritto ovviamente senza firma: appare "il messicano Miguel Guillermo Martinez ex miliziano e addestratore di gruppi paramilitari di estrema destra sudamericana". Ora, si dà il caso che io conosca personalmente il signor Martinez, che costui collabori in forma gratuita su Carmilla, che sia il gestore del leggendario sito Kelebek e anche si dà il caso che il signor Martinez sia un onesto e pacifico intellettuale che da anni si occupa di controcultura. Io adesso pubblico qui sotto la smentita al Foglio di Miguel Martinez: smentita la cui pubblicazione sulla testata diretta dal Direttore, ovviamente, non è sufficiente a ricompensare moralmente Martinez a fronte di un attacco tanto indegno da superare il mandato linguistico e da entrare diretto diretto nella sfera della diffamazione con risvolti penali. A Giuliano Ferrara, su consiglio del GOLPISTA, inviai un appello accorato e circostanziato a smetterla con questa storia del mandato linguistico, in un momento in cui Luttwak chiede in tv la chiusura di siti editoriali gestiti anche da scrittori. Appello caduto nel nulla: Ferrara non cerca il disinnesco, bensì la deflagrazione linguistica - chissà mai che dalle parole non si passi ai fatti.
Le cose e la guerra
di Guido Bussoli
La guerra è la guerra sulle cose. Provvisoriamente, l’unica idea su ciò che ci sta accadendo intorno è questa. Provo a ragionarci. Le cose, dalla guerra, vengono manipolate, offese, incendiate, usate, restituite, esplose, innalzate, cancellate, sbriciolate, pretese, unite, ricostruite, celebrate, spazzate via o rese infinitamente più belle, desiderabili.
Poi, la guerra, è come se si dividesse in due: la guerra sulle cose e per le cose, e la guerra sulle cose e per le persone. Le prime sono le guerre tradizionali, combattute per l’egemonia territoriale, le ricchezze, le materie prime; la seconda è la Guerra Santa. Ma in ciascuna situazione le persone sono ridotte a cose: per altre cose, o per una umanità rinnovata nello spirito (cioè l’uomo, ridotto a cosa dalla guerra, che ritrova la sua piena umanità attraverso la guerra).
Pincio: Aldous Huxley, un mistico della ragione
di Tommaso Pincio
[da il manifesto, 22.11.03]
Se ne andò così: consapevole che la sua ora era giunta, Aldous Huxley chiese alla seconda moglie, la torinese Laura Archera, di somministrargli 100 milligrammi di Lsd per via intramuscolare. Espresse questo ultimo desiderio per iscritto, perché il cancro all'esofago ormai non gli consentiva più di parlare. Nonostante le perplessità del medico che prestava assistenza, Laura non esitò a praticargli l'iniezione, per poi leggergli passi dal Libro tibetano dei morti, uno dei testi preferiti da Huxley negli ultimi anni di vita. Tutto ciò accade a Hollywood il 22 novembre 1963, lo stesso giorno in cui il presidente John F. Kennedy fu assassinato a Dallas. Il modo in cui Huxley scelse di morire contribuì non poco a fare di lui una figura leggendaria per la controcultura degli anni '60 e i proseliti del «turn on, tune in, drop out».
Scacco, ma matto, al Signor Genna
di Marco Lodoli
[dai commenti su Nazione Indiana]
(ovviamente non si tratta del Signor Lodoli: non è lui che ha scritto queste cose. E' un altro, un commentatore fake di NI. gg)
Povero Genna, l’hai tenuta tanto e alla fine te la sei fatta addosso. Gli anni Ottanta, gli anni Novanta… Ma cos’è la letteratura per te, un calendario per camionisti? Non siamo tutti qui, adesso, a ragionare e respirare, tu che hai un anno più di Cristo e io che ne ho quarantasette morto che parla, e chi ne ha quindici o novanta? Cos’è questo micragnoso settarismo generazionale? Non ho mai pensato che la letteratura si dividesse per generazioni, non sono affezionato nemmeno alla mia, figurati; ora sto leggendo Camus e Landolfi, Giulio Cesare e Tacito; credo però che ci siano alcuni autori importanti che hanno iniziato a pubblicare negli anni Ottanta: Piersanti, Busi, Erri De Luca, Mari… e che la vita per fortuna continua e che altri scriveranno libri altrettanto decisivi. Con il mio stile troppo bello e disimpegnato, come tu balbetti, ho scritto il Millennio e il primo libro sulle gang giovanili, il primo libro sugli immigrati, racconti e romanzi sulla scuola, sullo sport, sulla metropoli, sui disgraziati, sulla pazzia, sui sogni… Tutto ciò mentre tu iniziavi a buttare giù i tuoi americaneggianti gialletti, scritti – hai ragione, puoi ben vantarti – proprio male e noiosi da morire. Robetta orecchiata, letteratura servile. Libri di genere, gennerici.
Scacco al Signor Lodoli
Parlo magari a dodici persone: un numero apostolico, zodiacale, arturiano, ma che comunque ammonta a meno della metà dei lettori invocati da ben più illustri predecessori. Però parlo.
Mi ha molto, molto, molto irritato l'articolo che il Signor Lodoli ha fatto pubblicare su Nazione Indiana, dove si mette a discettare, commentare, ironizzare, oltre che su cose ben più importanti del sottoscritto, anche del sottoscritto.
Poiché su cose serie il Signor Lodoli evoca, non so quanto consapevolmente, il gioco del puzzle, mi conviene evocare un gioco ben più serio e metafisico del puzzle - cioè gli scacchi. E muovere scacco alla regina nera che è il Signor Lodoli. Al di Lui re, purtroppo, è molto difficile per me dare scacco, tanto meno uno scacco matto: a un re che è matto è arduo dare matto, lo sanno tutti gli scacchisti.
Sto forse dicendo che il Signor Lodoli è un'allegoria del Signor Berlusconi? Sì: sto dicendo questo.
Wu Ming-CSI: un 'Combat Video'
Su parole di Wu Ming e musica dei CSI, microcolica ha realizzato un video, che Valerio Evangelisti ha segnalato e commentato su Carmilla. Ripropongo qui il video, avvisando che richiede Flash, pesa 800k e dura 2'22''.
Difendere Tiziano Scarpa? Difendere me? Difendere?
Questa mattina, a ora tarda, squilla il mio cellulare. Riconosco i primi quattro numeri dell'utenza: questa è una casa editrice e non di Milano. Una casa editrice importante. Chi mi chiama da lì? Rispondo. E' uno scrittore importantissimo, non è un mio coetaneo. Sono sorpreso. Parliamo. Ecco cosa mi dice: ho letto su un tal giornale la stroncatura che un tal giornalista, che vorrebbe essere uno scrittore ma non ci riesce, ha criminosamente pubblicato contro il nuovo romanzo di Tiziano Scarpa. Lo scrittore importantissimo mi sorprende ulteriormente e mi dice: io, Genna, ho letto il libro di Scarpa, mi ha interessato molto, credo sia una svolta nella letteratura italiana di questi anni. Poi mi dice: volevo dire, Genna, di stare attento, di stare attenti, perché sulla generazione di Scarpa di Pincio di Nove, diciamo quelli chenno tra i 30 e i 40, non hanno ancora iniziato a sparare: ma spareranno.
Conclusa la telefonata, rifletto. Io so che questo importantissimo scrittore pubblicato da questa importantissima casa editrice ha ragione. Avevo anche io letto quella stroncatura e avevo pensato: fossi stato a Clarence, avrei risposto a questa indegnità. Non sono a Clarence. E poi: Tiziano Scarpa non sono io. Oddio: non sono del tutto Tiziano Scarpa, ma mi è molto chiaro che parte del mio io coincide con l'io di Scarpa. La domanda ulteriore: devo scrivere qualcosa? Contro? Per? Devo difendere? Attaccare? Stare zitto? Qualunque cosa faccia è chiaro che ha un valore limitato ai 500 iscritti alla newsletter dei Miserabili: comunque, uno straccio di valore ce l'ha. Sono per forza costretto, anche non facendo, a fare qualcosa...
Infanti della patria
di Sergio Baratto
[Pubblico questo intervento, che mi pare splendido, riprendendolo da Nazione Indiana. E' stata una giornata triste: c'è stato un doloroso funerale celebrato in memoria di uomini che hanno perduto la vita in guerra; e poi c'è stato un grottesco funerale celebrato per annullare la memoria di che cosa fu un popolo prima della colonizzazione retorica. Chi ancora avesse dubbi, può rileggersi la pacata omelia che il cardinale Ruini ha comminato ai vivi, celebrando accidentalmente i morti: è sul blog di giulio mozzi]
“Il tenente l’ascoltava ammirato, Pietro era in estasi.
– Ah, perché non sei italiana! – disse con rammarico.
– Il mio cuore è italiano! – rispose la fanciulla con fervore.”
Carolina Invernizio, La piccola araba
Giovedì, i primi morti italiani in Iraq.
Dall’11 settembre 2001 ho imparato che di fronte a certi eventi è meglio costringersi a qualche ora o qualche giorno di silenzio. Che a far prendere subito aria alla lingua, si rischia di dar fiato al peggior alito. Com’era purtroppo prevedibile, i mezzi d’informazione e le autorità hanno invece prontamente spalancato la bocca. Ne è sgorgata una massa di vecchi liquami assortiti: l’amor di patria e il sacrificio per essa, la strategia calcio-spaghetti, i vili traditori, i Salvi D’Acquisto. Persino Ground Zero, il nuovo, superbo modello di ogni tragedia che si rispetti (che sia rispettabile).
L’esperienza di calarsi in questa merda, nonostante il fetore, è istruttiva.
Matrix: risposta ai cattolici
Mi inchino alla completezza della trattazione che Alessandro Zaccuri ha svolto su L'Avvenire, a proposito dell'interpretazione gnostica della saga di Matrix e in particolare dell'ultimo Revolutions. Avevo già detto quanto avevo da dire, sul terzo episodio di Matrix, ma le parole in merito di Ferruccio Parazzoli e Cesare Cavalleri mi trascinano a fornire un ulteriore chiarimento. Lo dico spassionatamente: non può e non deve passare quest'interpretazione a senso unico alternato, per cui questo prodotto culturale irradiato dai due fratelli truzzi polaccoaustraliani o è il trionfo della Gnosi evviva!, oppure è il trionfo della Gnosi maledizione!. Non esiste. Credo profondamente che scrittori, critici e intellettuali debbano andarsi a vedere Matrix. Credo altrettanto profondamente che Matrix li sfidi sul piano dell'umanesimo integrale. Non so, invece, quanti avranno la voglia di rispondere a questa sfida. Nel mio piccolissimissimo, io questa voglia ce l'ho. Rispondo.
Stenio Solinas 1.0
Mi dicono nei commenti su GNUeconomy di lasciare perdere, che Solinas non se lo fila nessuno. Il fatto, però, è che quando ho chiamato amici scrittori e intellettuali per dire che il giornalista di destra Stenio Solinas, in diretta su La 7, si era augurato che Antonio Moresco finisse sottoterra, beh, con sorpresa ho constatato che pochi si ricordavano chi fosse questo uccello del malaugurio che pratica killeraggio su mandato linguistico, per dirla con l'espressione che sta usando Giuliano Ferrara di questi tempi. Ho lavorato a Clarence alla Banca Dati della Memoria e sono molto convinto che, da memorializzare, non siano soltanto le tragedie nazionali della P2, di Moro, di Ustica. C'è un cono d'ombra che si è steso sull'Italia dopo la fine dei Settanta. C'è stato prevedibile scazzo tra chi aveva creduto in un mondo migliore e si era ritrovato in una nazione sotto leggi di piombo. Qui mi sento di subentrare io, a ricordare. Io non ho vissuto alcuna rivoluzione ideologica collettiva, è vero, essendo nato nel '69. Però ho vissuto sulla mia pelle una prassi reazionaria condotta con scientificità assoluta e mancanza di discrezione mediatica. Che uno come Solinas finisca, nel 2004, ad augurare a uno scrittore di morire, in diretta tv, mi costringe a ricordare: chi cavolo è questo signore che distribuisce mandati linguistici.
Su la 7, Moresco sotto attacco squadrista
In pochi giorni, ecco il terzo attacco, da parte di un uomo vicino al governo, mosso alla cultura italiana. Dopo Luttwak che dà a un editore del fiancheggiatore del terrorismo internazionale, dopo l'assalto a Sabina Guzzanti, tocca questa volta ad Antonio Moresco.
E' successo l'altro giorno, a Otto e 1/2, davanti a un allibito Giuliano Ferrara. Era invitata la direttrice di collana Rcs e scrittrice Benedetta Centovalli. Si parlava di patria e Centovalli è l'editrice di Patrie impure (Rizzoli). Interveniva anche Stenio Solinas, de il Giornale: uno che non è noto ai più, ma a me è noto e sul quale inizio a fare da oggi un pesante lavoro di controinformazione. Centovalli, parlando del libro, racconta il racconto che Moresco ha scritto per Patrie impure, dove appare lo spettro di Alfredino Rampi che, invitato dal Presidente, dice di non volere venire su, vuole restare nel pozzo, perché l'Italia è indecente (potete leggerlo integralmente qui). Allora scatta Solinas e dice che è "quello scrittore lì", cioè Antonio Moresco, che deve finire sottoterra.
Mi pare incredibile che nessuno abbia reagito. Mi pare gravissimo quello che ha fatto Solinas. Adesso inizio a postare un po' dappertutto. Chi volesse inviare interventi, può farlo qui.

MATRIX REVOLUTIONS e la letteratura
Discordo da tutti, addirittura da me stesso. Ho letto l'articolo dell'Economist dedicato al rapporto tra filosofi e Matrix (l'ha segnalato Luca Sofri): e discordo. Ho letto gli interventi di Baudrillard a proposito di Matrix Reloaded: e discordo. Ho sentito il parere di amici e intellettuali che stimo moltissimo a proposito di cosa davvero è Matrix Revolutions: e discordo. Ho pensato che il terzo Matrix fosse ciò che non sono stati il primo e l'orrendo secondo, cioè un'opera d'arte: e discordo. Ho pensato che Matrix Revolutions non fosse un'opera d'arte: e discordo. Ho messo a nudo l'impressionante e coerentissimo, titanico e assoluto sistema di riferimento simbolico metafisico e ho pensato che ci fosse un esoterismo corretto da scrittura sacra in epoca laica: e discordo. Concordo soltanto con questo: mi sono divertito come quando a sei anni lessi Papillon, il mio primo libro. Per una volta, sono tornato, ma davvero, bambino. Sono scemo? Sono cattivo? Sono un lettore cattivo? Lascitemi divertire. Però anche: lascitemi pensare.
IL REGIME DELLA TV
E' GRAVISSIMO QUANTO E' ACCADUTO OGGI ALLA RAI: LA TRASMISSIONE SATIRICA RAIOT DI E CON SABINA GUZZANTI E' STATA SOSPESA A POCHE ORE DALLA MESSA IN ONDA, SALVO POI ESSERE RIMESSA IN PALINSESTO, CON UNA RETROMARCIA SCONCERTANTE E, A NOSTRO PARERE, IPOCRITA. NON SOLO SI CONFERMA L'ATTACCO GRAVISSIMO ALLA CULTURA ITALIANA DA PARTE DI UN REGIME CHE ORMAI NON FA FINTA NEMMENO PIU' DI APPARIRE NON CENSORIO, MA APPARE EVIDENTE CHE LE GRAVISSIME AFFERMAZIONI DI LUTTWAK CONTRO LA CULTURA ESPRESSA DAL MOVIMENTO PACIFISTA SONO IL SINTOMO PALESE DI UNA REPRESSIONE INTELLETTUALE: LA PATOLOGIA E' IL FASCISMO.
da Repubblica
Rai, Ruffini ci ripensa: in onda lo show della Guzzanti
Il direttore di RaiTre prima cancella il programma, poi torna sulla sua decisione: "RaiOt" debutterà stasera
ROMA - Ore 17: cancellato all'ultimo momento Raiot - Armi di distrazione di massa, il programma di Sabina Guzzanti per decisione del direttore della terza rete, Paolo Ruffini. Ore 19: il direttore di RaiTre torna sulla sua decisione, RaiOt andrà in onda stasera. E' stato un pomeriggio agitato per gli autori e la protagonista del programma, che nel giro di poche ore hanno vissuto prima la rabbia, poi il sollievo.
"Di fronte alle accuse di censura" si giustifica Paolo Ruffini, "che non hanno fondamento, ritengo che la cosa migliore da fare a questo punto sia mandare in onda il programma per fugare ogni dubbio e lasciare il giudizio ai telespettatori e riflettere magari serenamente sul rapporto tra l'autonomia degli autori e l'identità di rete di cui ogni direttore è garante".
Body bags been back
Pubblico alcune cosiderazioni sparse, apparentemente inorganiche, rispetto a ciò che è accaduto in questi giorni. Intendo il massacro a Nassirya, la reazione mediatica - e a prima vista popolare - di lutto enfatico, l'intervento di Wu Ming 1 intotolato Body Bags e i pareri che ha fatto emergere, la vergognosa accusa a Nuovi Mondi Media formulata da Luttwak e dallo stordimento del ministro Frattini da Vespa a Porta a porta, l'imminente cessazione non del conflitto in Iraq ma di quello emotivo nel seno mediale del popolo italiano.
Finora mi sono limitato a commentare post in blog e a pubblicare interventi scritti da altri e da me totalmente condivisi.
Non parlerò di pietà, il che non autorizza davvero nessuno ad affermare alcunché riguardo un'assenza di pietà tra le parole che sto per scrivere. Parlerò, invece, di mercificazione della pietà e la chiamerò "dispiacere".
Franca Rame: appello per Nuovi Mondi Media
di Franca Rame
 Carissimi amici, la situazione in Italia si sta evolvendo con estrema gravità.
Ne è prova la violentissima aggressione che ha subito la casa editrice, notoriamente pacifista Nuovi Mondi Media, da parte di Edward Luttwak a “Porta a Porta”, falsamente accusata di aver aizzato gli attacchi contro i soldati italiani in Iraq e di aver scritto nel sito “andate in Iraq, lottate, uccidete la coalizione e gli italiani”.
Il tentativo sempre più sfacciato di annullare il dissenso accusando le attività di informazione RIBADISCO PACIFISTA di connivenza con il terrorismo, screditandola, è un attacco inaudito alla libertà di stampa, all'indipendenza dell'informazione, alla democrazia.
Vi invito quindi caldamente a sottoscrivere e diffondere l’appello di Nuovi Mondi Media. Se non reagiamo immediatamente il rischio è che da qui a pochi mesi nessuno, in questo paese, possa esprimersi più.
Raimo: La resistenza della letteratura
di Christian Raimo
[da Nazione Indiana, ancora senza chiedere il permesso: mi paiono cose urgenti quanto fondamentali... :-(]
In questi giorni ho passato mentalmente al setaccio idee e suggestioni sul senso della resistenza, su cosa vorrebbe dire oggi “scegliersi una parte dietro la linea gotica”, come diceva Giovanni Lindo Ferretti: ossia come si fa a discernere l’uso arbitrario del potere a cui opporre una resistenza. Gli esempi recenti più significativi di resistenza culturale che mi sono venuti alla mente non provenivano però dai libri, ma da quello che gravita intorno ai libri.
Le persone a cui pensavo sono io impiegato di una casa editrice, un tipografo e una ex-commessa di una “ Feltrinelli”.
Mozzi: Fonti affidabili
di giulio mozzi
[Mentre pubblico questo estratto da un intervento presente sul blog di giulio mozzi, è molto tardi e io sono appena rientrato a casa. Non voglio, quindi, disturbare mozzi: quindi faccio un po' di violenza e pubblico queste parole non disponendo al momento del permesso dell'autore. gg]
Trovo nelle pagine di NuoviMondiMedia la trascrizione di un frammento del programma televisivo Porta a porta, condotto da Bruno Vespa, andato in onda il 12 novembre (e che io non ho visto). Ospiti della trasmissione erano il ministro degli esteri italiano Franco Frattini e Edward Luttwak, senior fellow del Center for strategic & international studies di Washington.
Ora: io credevo, sinceramente, che il signor Edward Luttwak, insigne studioso e consigliere di prìncipi, autore di numerosi libri dai titoli altisonanti (Strategia: la logica della guerra e della pace; Che cos'è davvero la democrazia; I nuovi condottieri: vincere nel XXI secolo; ecc.), fosse un uomo con una possibilità di accesso alle informazioni superiore, e di molto, alla media. Immaginavo che disponesse di informazioni non disponibili per i comuni mortali. Immaginavo che intrattenesse rapporti con organizzazioni private e statali di intelligence. Immaginavo, in somma, che fosse quello che un uomo come lui deve essere: uno che sa il fatto suo.
Oggi ho scoperto, invece, che la sua fonte d'informazioni - una fonte d'informazioni che lui ritiene sufficientemente sicura e affidabile da permettersi di denunciare difronte a milioni di telespettatori ben tre pubblicazioni -, non è altro che "un figlio ragazzino di un amico qui a Roma".
Mi immagino la scena.
Che la carne da cannone si ribelli al proprio destino
di Wu Ming 1
[Wu Ming ha pubblicato un nuovo Giap di emergenza: un Quasi/Giap. All'interno, l'articolo che Repubblica, nell'edizione bolognese, ha dedicato all'impatto avuto da Body Bags. In seguito, WM1 ha inviato una lettera di precisazioni alla redazione del quotidiano fondato da Scalfari. Ringraziamo Wu Ming per il permesso di pubblicazione]
La Repubblica,venerdì 14 novembre 2003
Pagina III - Bologna
IL CASO
Un intervento provocatorio, analogo a quello seguito all'omicidio Biagi, innesca dure critiche ma anche consensi
Wu Ming 1 su internet infiamma il dibattito
"E che s'aspettavano? D'essere accolti a refosco e polenta? Ce n'est qùun debut?". Come all'indomani dell'uccisione di Marco Biagi lo scrittore bolognese Roberto Bui, alias Wu Ming 1 (uno degli autori del best-seller Q), infiamma la discussione in rete con un commento drasticamente fuori dal coro sul massacro dei militari italiani a Nassiriya. "I 'nostri' carabinieri?", si legge nel messaggio pubblicato sulla lista di discussione GnuEconomy, "I loro carabinieri ce li ricordiamo molto bene in via Tolemaide, a Genova. Dei loro soldati ricordiamo le torture in Somalia, la morte di Emanuele Scieri e lo 'Zibaldone' del generale Enrico Celentano. I loro soldati sono in Iraq per difendere gli yacht e le Ferrari dei petrolieri, il cancro ai polmoni, il caldo da schiattare e, non ultimo, il crocifisso sul muro della scuola".
Neri: Dies Iraq
di Gianluca Neri
[42 è la rubrica di commenti al vetriolo, a volte satirici a volte per niente, che Gianluca Neri, mio ex e futuro datore di lavoro, oltre che amico personale, cura da un bel po' di tempo. Questo è l'ultimo corsivo postato su GNU]
 Uno può dire quel che vuole, e crederci, anche. Che l'Italia sia in Iraq come “forza di pace”, ad esempio. Che ogni singolo soldato occidentale si trovi in medio oriente in questo momento sia lì per ristabilire la democrazia, e baggianate di minore o maggiore spessore. Comunque, non è questo il punto.
C'è, invece, che quei 12 carabinieri un po' forse ci credevano davvero alla storia della “forza di pace”, che per quanto uno abbia eletto propri rappresentanti in parlamento, non è quasi mai responsabile delle puttanate decise da chi lo governa. Quasi mai. Quelli che hanno messo Schifani lì dov'è, ad esempio, si.
Quei 12 carabinieri li avremmo preferiti in quattro a girare il tavolo ed uno ad avvitare la lampadina, o a comprare una cassetta di kiwi chiedendosi se sia un nuovo cantante. Loro stessi avrebbero inequivocabilmente scelto la gogna di un'ulteriore presa per i fondelli, piuttosto che andare a morire ammazzati tra la polvere e le macerie, in un posto che fino a ieri era talmente in culo al mondo che quasi nessuno l'aveva mai sentito nominare.
Lettera da Mancassola su 'Body Bags'
di Marco Mancassola
Caro giuseppe,
due parole sull'intervento -il primo, quello a caldo: Body Bags- di WM sulla strage in Iraq. Quell'intervento rispecchiava purtroppo anche il mio pensiero. Dico "purtroppo" perché non è né fico né divertente ritrovarsi a pensarla così, ma una presa di "dolorosa" coscienza. Quel che mancava forse in un intervento come quello era proprio, magari, un po' più di "dolore". Non dico dolore di rito per i morti in questione (sulla capacità o meno di commuoversi per una morte, qualunque morte, ognuno fa i conti con se stesso) ma un po' più di com-prensione, o se vogliamo com-passione, per il fatto: lungi dall'essere "loro", è un fatto tragicamente "nostro". Quella divisione tra il "loro" esercito e noi mi è suonata, al di là del singolo evento, come l'ennesima ripetizione di uno schema mentale che, da un quarant'anni a questa parte, porta solo rogne. E mi ha messo in moto un po' di pensieri. Io non riesco più, né nella vita né nella scrittura, a fare divisioni tra "loro" e "noi". Primo perché, se conosco bene "loro", ho sempre più difficoltà a riconoscere "noi"; secondo perché, quando scrivo, quando immagino, quando parlo, quando mi pongo come soggetto, mi sento sempre più immerso in una rete inestricabile di rapporti e connivenze che è probabilmente (la rete) il più grandioso risultato dell'impero (che, prima ancora che impero del valore, è impero del significato e delle relazioni).
Nassiriya, giornalisti tv e Genova: Starsky & Hutch in sgommata sui colpevoli
di Marco Philopat
Chissa’ se milioni di persone che hanno acceso in questi giorni la tv, loro
unica fonte d’informazione, avranno almeno capito che siamo in guerra, e
che quei morti sono crepati per una guerra gia’ persa.
In pochi si ricordano l’invasato Bush sulla portaerei che inneggiava alla
vittoria nell’ormai lontano 1 maggio, quel sospiro di sollievo del
popolino, quel senso di orgoglio nazionale per la spedizione dei
carabinieri italiani, quel patriottismo démodé… E ancora di meno si
ricorderanno le gaffes del ns. premier a proposito della razza inferiore
araba, il documento dei paesi europei non allineati a Francia e Germania,
il rifiuto di incontrare Arafat e per ultimo le scellerate dichiarazioni
sulla Cecenia… Chissa’ se qualcuno si sarà chiesto chi ha le piu’ gravi
responsabilita’ di questo attentato… Dopo una serata davanti alla Tv mi
viene da vomitare, nessuno, dico nessuno ha fatto questo semplice
collegamento, figuriamoci la sinistra. Invece mi e’ toccato vedere cose
allucinanti, veramente… i documentari dell’Istituto Luce, fascisti su
marte… uno schifo mostruoso… la cosa più orribile che abbia mai visto in
vita mia… Ma dove siamo? Vorrei conoscere a uno a uno i giornalisti che
scrivono quei testi che nemmeno mio nonno se li sarebbe bevuti, non ci
crede nemmeno piu’ l’invasato number one e il suo staff: Bremer che parla
di ritirata preventiva, Wolfowitz in mutande, Dick Cheney scotennato dagli
appalachi…
Body Bags
di Wu Ming 1
0. E che s'aspettavano? D'essere accolti a Refosco e polenta? Ce n'est qu'un debut.
1. I "nostri" soldati"? I "nostri" carabinieri? I *loro* carabinieri ce li ricordiamo molto bene in via Tolemaide, a Genova. Dei *loro* soldati ricordiamo le torture in Somalia, la morte di Emanuele Scieri e lo "zibaldone" del generale Enrico Celentano.
2. I *loro* soldati sono in Iraq per difendere gli yacht e le Ferrari dei petrolieri, il cancro ai polmoni, il caldo da schiattare e, non ultimo, il crocifisso sul muro della scuola. Nobili cause per le quali paghiamo le tasse.
3. I *loro* soldati continueranno a morire anche quando torneranno a casa. Quelli utilizzati in Kosovo stanno morendo come mosche. Zirconio e altri metalli pesanti nel loro sangue. I proiettili a uranio impoverito che la commissione Mandelli aveva giudicato innocui, e che in Iraq erano pioggia quotidiana. Non c'è da attendersi che questi morituri si ribellino, sono programmati per obbedire. Comunque salutant. Bye bye.
Bologna, h.14:00 di mercoledì 12 novembre
[Questo intervento, che WM1 mi concede di pubblicare qui, rispecchia perfettamente il sentimento e il pensiero del gestore di questo blog. Mi dispiace soltanto di non averlo scritto io: giuro, altri dispiaceri non ne ho. Chiunque desideri disiscriversi dalla newsletter de i Miserabili, può farlo qui]

About Body Bags
di Wu Ming 1
[Pubblico, a proposito di Body Bags, alcune precisazioni necessarie, ma soltanto per gli idioti, che WM1 ha dovuto stendere con santa pazienza tra i commenti di alcuni blogger a cui queste precisazioni sono necessarie.]
Evidentemente, nell'isteria di queste ore e nel clima di "love it or leave it" (con tanto di semplificazioni che descrivono come potenziale bi-erre chiunque ricordi due o tre cosette sulle cause di questa guerra "preventiva" e sulla trappola irachena), non è d'uopo dire due o tre cose chiare e semplici, ricordare alcune cose scomode. Se ci si prova, si è destinati agli insulti di certe effimere blogstar, che ricorrono ad argomenti caduchi come gli pseudonimi etc. (mi chiamo Roberto Bui, il mio nome non è segreto, chiunque conosca il lavoro mio e del mio collettivo sa che non mi nascondo). Però alcuni hanno capito bene, come Ari e diversi altri. Io non sono certo contento che della gente crepi, ma va ricordato che questa guerra è stata costruita su balle colossali come le ADM, l'uranio dal Niger, le diapositive mostrate da Powell all'ONU, il dossier del governo inglese che in realtà era la tesina di uno studente, i legami mai dimostrati tra Saddam e Bin Laden etc. Man mano che tutti questi motivi si rivelavano fasulli, si spostava l'accento su qualcos'altro, "il cambio di regime" etc. Uno degli scopi ufficiali era "sconfiggere il terrorismo", e invece lo hanno attizzato. Inoltre, questa guerra è stata *fortissimamente voluta* contro la stragrande maggioranza delle opinioni pubbliche e contro gli organismi internazionali.
Effetto di realtà
di Giuseppe Panella
Quanto è stato scritto su "I Miserabili", a proposito del rapporto tra verisimile e fiction, impone delle precisazioni.
1..La percezione è per Husserl dato elaborato e mai puro;
lavorare su questo significa essere filosoficamente rigorosi
e significa cogliere il modo in cui la percezione è costruita:
la pro-tensione in linguaggo husserliano nelle _Ideen_.
"La realtà umana è tutto un percepire" scrive Eliot
in un passaggio di _Prufrock_ pare (secondo Sanesi)
citando Husserl, ma sicuramente intuendo la verità
delle affermazioni di Husserl. Ma cos'è il percepire
se non appoggiarsi ad un corpo come _Trager_ della
percezione? Dunque, supremazia del corpo nell'atto
stesso della percezione (a mio avviso).
Il clan dei marsigliesi
di Tommaso De Lorenzis
Le canaglie non sono mai uguali, né a se stesse né tra loro, ed esistono differenti scuole di crudeltà: ognuna con i suoi modi, la sua mitologia, il suo galateo, le sue regole e la sua «educazione», per dirla con Ed Bunker. Il canagliume reietto e spregevole costituisce un patrimonio ricchissimo di segni, gesti, espressioni idiomatiche, modi di dire. Per questa ragione, i bassifondi rappresentano, da sempre, uno dei più rilevanti bacini da cui la letteratura e il cinema attingono, senza remore né freni, personaggi, immagini, situazioni, atmosfere. Marsiglia è, senza dubbio, l’antica capitale di una spietatezza struggente, la casbah in cui si mescolano i dialetti del Mediterraneo e i gerghi del crimine: un poco Italia un poco Spagna tanta Africa… in questo lembo di Francia. Marseille può rivendicare, a giusto titolo, la paternità di uno stile, e nei vicoli del Vieux Port, nei localacci della Canebière, nei Café del Panier, nacque la moda marsigliese, crebbe la leggenda, si forgiò il mito.
Lettera al Corriere sul Nuovo Illuminismo
Egregio direttore Stefano Folli,
Lei è al timone della testata giornalistica più prestigiosa e moderata d'Italia. E' un incarico che impone un'inversità proporzionale tra prestigio e irrilevanza politica. Le Sue parole pesano, anche in questo tempo che ha corroso la credibilità di qualunque rilievo intellettuale. Le Sue scelte hanno a tutt'oggi un'incidenza sociale non secondaria. Non Le scrivo per contestarLe impostazioni di ordine editoriale e politico - cosa che eventualmente gradirei fare, secondo i canoni con cui Corrado Stajano ha espresso il proprio disaccordo rispetto al cambio di direzione del Corriere della Sera. Sono incline a giudicare pressanti e ben più ampi della Sua possibilità di intervento i giochi che, attualmente, si stanno facendo sulla testa perfino della proprietà del quotidiano da Lei diretto. Le scrivo, invece, per contestare, con la massima indignazione consentitami, ogni sillaba di un'operazione che mi pare di uno squallore irredimibile: il dibattito da Lei lanciato su un Nuovo Illuminismo a Milano. Il mio obbiettivo polemico non sono le parole da Lei scritte nell'elzeviro domenicale, bensì la convocazione di Massimo Cacciari ed Emanuele Severino all'interno di questo dibattito - un dibattito indicativo di quanto sta succedendo in Italia oggi: una tragedia, tutta italiota, nemmeno greca, nemmeno la più classica.
Pischedda: nuove tracce virgiliane
di Bruno Pischedda
 [Critico e romanziere, Bruno Pischedda (nell'immagine a sinistra) sta per pubblicare presso Aragno un saggio multiplo su "letteratura e apocalisse". Si deve anche a lui, oltre che al libro di Franchini e al collettivo I demoni, il caso editoriale legato al nome di Dante Virgili]
Devo a Gian Carlo Ferretti la conoscenza di questo precoce testo su Virgili, ignoto ai soggettari delle biblioteche milanesi, e che volentieri – con il suo consenso – riaffaccio all’attenzione dei miserabili lettori. Colpiscono nell’articolo due elementi: la sicurezza con cui il critico enuclea il tema del risentimento piccolo-borghese; ma anche la sincera perplessità che porta il medesimo critico a sospendere il giudizio, rimettendosi all’opinione dei destinatari. Sul tema dell’ambiguità eventuale di un romanzo come La distruzione ci sarebbe da ragionare a lungo.
Kill Bill: fine dei generi
Sono sorpreso e non sono sorpreso. Sono sorpreso dalla visione del Volume 1 di Kill Bill, l'ultimo film di Quentin Tarantino. Sono andato a vederlo ierisera. Ne sono uscito tempestato di allucinazioni iconiche, grovigli di metalivelli, pittate di colore pantone acido, ribaltamenti sintattici, citazionismi turbinanti, repliche artificiali di un passato pop che in parte ho vissuto e in parte no, stilemi tipici, suggestioni sonore. Ero, ierinotte, un bambino dell'Ottocento che aveva fissato la pupilla nel buco di un caleidoscopio al circo: quando stacca l'occhio, il bimbo è sorpreso. Perché dunque non ero sorpreso? Perché non sono più un bimbo. Questo non è un dato semplicemente anagrafico. E' un dato di poetica, non mia peraltro: la responsabilità è dell'artista, in questo caso Tarantino. Non mi ha risprofondato nell'infanzia. Ha fatto di ben peggio: ha terminato, con un unico fendente di katana, tutti i generi che furono detti minori. Ha sancito la crisi del genere.
L'antifiction di Squizzato
Ripubblico qui su i Miserabili un intervento che qualche tempo fa avevo scritto intorno a Squizzato e alle categorie estetiche dominanti nella sua opera di cinema televisivo.
Una rivoluzione estetica: la fine della televisione per come l'abbiamo intesa e vista e percepita fino a questo momento, da una parte; dall'altra, il ritorno dell'arte come rappresentazione del mondo proprio nel cuore della falsificazione artistica del mondo, cioè la tv. Gilberto Squizzato è un semplice regista a cui la Rai ha conferito la non lusinghiera patente di giornalista interno: finora, in viale Mazzini, non si sono ben resi conto di avere tra le proprie file uno degli autori e registi più interessanti del nostro scriteriato Paese. Adesso la Rai incomincia ad accorgersi che Gilberto Squizzato è una delle sue risorse più preziose. Meglio tardi che mai.
Squizzato: sui 'Racconti di Quarto Oggiaro'
Raccontare la vita come fosse un film
di Gilberto Squizzato
Mi piace moltissimo lavorare con personaggi veri e sconosciuti, lontano dagli studi televisivi, perché non saprei rinunciare alla verità dei set reali. Amo indagare l'apparente banalità dei piccoli fatti di cronaca, alla ricerca delle storie segrete della gente comune, perché questo mi consente non solo di raccontare la verità della vita, ma anche di cogliere talvolta i segni dei tempi che stiamo vivendo. Non ho bisogno di andare lontano per scoprire grandi drammi e appassionanti avventure umane: mi basta guardarmi intorno, a pochi passi da casa, per trovare personaggi affascinanti e storie che sono straordinarie proprio perché normali.
I corpi di D. Feroldi
Note intorno a Dissociazioni di D. Feroldi
Ho pubblicato un testo di Feroldi dopo che ho pubblicato un testo mio. Quello mio, una ipotetica orazione funebre da pronunciarsi per la morte di mio padre, ha creato qualche sconquasso: senza averlo letto, oggi, una persona si è messa a piangere, al telefono; non uno, bensì due scrittori mi hanno inviato condoglianze. Era tutto finto, quella morte di cui parlavo - anzi: di cui non parlavo - era essa stessa finta e ipotetica (non così ipotetica, come è chiaro): una finzione, nel senso più banale del termine, anche e non soltanto in omaggio alla banalità di un certo momento, di tutti i momenti: del tempo, in fin dei conti. Il testo di Feroldi, al contrario, nasce da un'esperienza esperita - diciamo così: vera (ovviamente non è vero niente, è accaduto, ma non è vero in quel senso lì). Feroldi si candida, con questo testo, a superarmi di gran lunga in una mia personale classifica di stupratori: lei viene ben prima di me. Questo suo testo è uno stupro totale. Vorrei puntualizzare che le parole "stupro", "nome", "corpo", "lingua" saranno utilizzate qui di seguito frequentemente, ma non hanno nulla a che vedere con una qualunque prospettiva filosofica occidentale, in particolar modo francese.
Come volevasi dimostrare
 Vengo avvertito nel pomeriggio che, nella rubrica Uomini e media sul Corsera, è apparsa una notizia interessante. Questa: "Il vicepremier Gianfranco Fini è stato sdoganato anche come autore. Sta per uscire infatti il suo L’Europa che verrà, un libro curato dal notista politico del Messaggero Carlo Fusie dedicato al rapporto tra Vecchio Continente e Stati Uniti. A pubblicarlo non è un editore della destra bensì Elido Fazi". Stiamo parlando dell'editore di Melissa P., quello del caso Melissa P. , quello che a proposito del caso Melissa P. ha invocato l'epifania della letteratura e il ritorno al buon gusto.
Letteratura e dolore 2.0
di Guido Bussoli
[non so chi sia Guido Bussoli, ma mi ha inviato in mail un controintervento su letteratura e dolore che, secondo me, va letto. ringrazio Guido per il permesso di pubblicazione]
"La letteratura è il dolore. E non soltanto. La letteratura è molto di più del dolore."
ecco, a me questa frase sembra vera quanto il suo contrario: "Il dolore è la letteratura. E non soltanto. Il dolore è molto di più della letteratura." non voglio, intendo, sostenere che la tua affermazione fosse falsa. semplicemente che è vera come il suo contrario. e così, provvisoriamente, mi viene da dire che la letteratura è quel luogo linguistico dove la logica aristotelica non ha più nessun senso, dove i contrari non si escludono.
La non beatificazione del dolore
di Giulio Mozzi
[Riprendo un intervento, pubblicato tempo fa da Giulio Mozzi su un libro che ha pubblicato nella collana che cura per Sironi. Si tratta de La messa dell'uomo disarmato - Un romanzo sulla Resistenza, l'autore è don Luisito Bianchi. Il libro, che è già una caso editoriale, mi è arrivato l'altro ieri. Finito l'incredibile romanzo di Evangelisti, Antracite, è il prossimo che vado a leggere. Qualche giorno ancora e lo recensirò qui. Nel frattempo segnalo che ne hanno parlato Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera e Massimo Onofri su Diario]
Nei giorni scorsi ho riletto un lungo romanzo (più di ottocento pagine) edito quasi clandestinamente quattordici anni fa (cioè: stampato a cura degli amici dell'autore e diffuso per via di amicizie, passato di mano in mano) e che tra poco più d'un mese sarà finalmente pubblicato in senso proprio (cioè ristampato e mandato in libreria) dalla casa editrice Sironi, per la quale lavoro.
La letteratura e il dolore
L'altra sera, al centro Ambrosianeum di Milano, si parlava di letteratura e dolore. Coordinava Parazzoli, intervenivano Affinati, Bosio, Janeczek, Mazzucco e Mozzi. Tra il pubblico, io, Feroldi, Franchini, Moresco, i preti e le suore. Non c'era da stupirsi: si tratta infatti di una depéndance della Curia. A me, che sono nonbattezzato, stare tra i preti e le suore fa la stessa impressione di rivedermi La casa delle finestre che ridono. Questi monopolisti del dolore, mi è sembrato, avevano un legittimo specchio nei monopolisti della letteratura. Sto parlando, in particolare, nella neoStrega Melania G. Mazzucco. Mozzi ha detto invece cose pazzesche, mi spiace di non avere avuto a disposizione un registratore e di non avere sbobinato il suo intervento decisivo. Anche Janaczek ha detto almeno una cosa vertiginosa, mi ha mandato a casa piegato. Non voglio però fare cronaca. Voglio parlare di letteratura e dolore. Con un'avvertenza: da scrittore, non posso parlare del dolore.
Contro il noir e il thriller
 Oggi, in libreria, sono stato costretto ad accertare un decesso. Ho preso il polso del cadavere: niente più linfa, niente più battito. Era morto davvero. I documenti che lo identificavano parlavano chiaro. Era il Noir, era il Thriller. Tipo strano, dalla doppia personalità. Chi non ha crisi d'identità al giorno d'oggi? Soltanto Berlusconi non le ha: si limita a farcele subire. Già il paziente accusava sintomatologie preoccupanti. Poi è sopravvenuta la morte. Una strana dipartita: in un cadavere, i sintomi smettono di manifestarsi. Qui, invece, più passa il tempo più i sintomi sono preoccupanti. Bizzarro accadimento, ma non più di tanto.
Il noir mi fa schifo e il thriller mi fa schifo. Intendo: mi fanno schifo in questo momento e qui, in Italia, a Milano, dove mi trovo. Esprimo una prospettiva tutta mia, localizzata, aborigena. Estraggo dalla memoria recente tre ricordi che stimolano questa prospettiva.
1) Qualche giorno fa ho incontrato Goffredo Fofi. Fofi è uno tra gli intellettuali che più vanno ringraziati per avere permesso alla cultura italiana di abbattere una certa idea accademica e brontosaura della letteratura. E' uno che per i generi, noir e fantascienza, si è speso alla grande. E l'altro giorno mi diceva, all'incirca: basta!, stanno rompendo i coglioni col giallo, il problema è la letteratura, è capire che cosa all'interno dei generi sia letteratura o meno. E poi diceva: siamo già in un altro genere, siamo in un nuovo macrogenere.
2) Ho letto l'ultimo Connelly: esercita lo stesso appel che irradia un libro di Luca Goldoni.
3) Oggi in libreria c'erano due thriller con due nuovi investigatori per protagonisti: Alfred Hitchcock e Giordano Bruno.
Le storie di Genova
 di Tommaso De Lorenzis
La mattina del 20 luglio 2001, in piazza Manin, a Genova, la venticinquenne Caterina Ramat, inviata di un’emittente bolognese, potrebbe aver incrociato lo sguardo di un uomo dalla corporatura massiccia impegnato a distribuire datteri iracheni. È probabile che abbia assunto un’espressione perplessa, osservando quel mastodonte dedito al commercio equo e solidale.  Lui deve aver sorriso, notando quella ragazza, decisa ed esitante al tempo stesso, impegnata in una corrispondenza. Il gioco di sguardi è durato qualche secondo. Poi, l’inferno: il rumore sordo dei lacrimogeni, l’anfetaminica carica della polizia, l’accanimento gratuito. I due non si incontreranno più. Forse, per un attimo, sono fianco a fianco in corso Montegrappa, con la medesima preoccupazione: sganciarsi al più presto dalla piazza tematica delle associazioni pacifiste, trasformatasi in una gigantesca tonnara. Nessuno, tra quanti parteciparono nel luglio di due anni fa alla contestazione anti-G8, può ricordare Caterina o il gigantesco Max, perché la prima è la protagonista de I segni sulla pelle (Marco Tropea Editore, 2003) di Stefano Tassinari, il secondo è uno dei due soci di Marco Buratti, investigatore privato senza licenza, figlio della penna di Massimo Carlotto.
Il caso Melissa P.
Ierinotte giravo per blog. Con stupore notavo quanto avesse deflagrato in Rete la polemica su Melissa P., l'ultimo bidone di sconcezza editoriale (non in senso moralistico, ma in senso letterario: una cosa che sta fuori della letteratura e viene spacciata per tale). Questa sorta di Protocolli dei Savi di Sion della sega è in testa alle classifiche editoriali, dopo che ci è stato Francesco Totti con un libro di barzellette. La furbata di Fazi Editore è vecchia come il cucco e cade sotto un'equazione di primo grado: figa+minorenne+anonima=tanto grano. Le vecchie ricette funzionano sempre: a nessuno importa, in questi casi, se la ciambella abbia il buco al centro. L'importante è che ci sia il buco. Dopo il calcio+maidiregoal+er figo delle svanziche=primo posto in classifica, s'avanza un'ulteriore aggressione alla cultura nazionale. Totti infatti non pretendeva di essere letteratura; la gninina catanese sì. Se non lei, c'era chi lo pretendeva. Operazione riuscita: Costanzo coi dubbi sulla di lei identità, Mughini con l'intervista salivona (su Panorama, nella directory panorama.it/cultura/scrittori/, così: Inquieta Melissa. Tormenti e ambizioni di una scrittrice già cult), le foto introiate di Toscani. Una roba di cattivo gusto, non c'è che dire; con, in più, la pretesa di parlare di un libro. Allora ho pensato a una metabufala: ho dichiarato, su GNUeconomy, che Melissa P. ero io. Nulla a che vedere con l'operazione Luther Blissett: lì c'era in ballo un discorso serio, autori seri. No: semplicemente un attacco di finzione alla finzione che attacca la letteratura. Stasera avrei poi postato la smentita: una denuncia del Guardasigilli Castelli nei miei confronti, per impostura, visto che Melissa P. in realtà è lui.
La critica e questa roba qui
Se uno scrive di letteratura sta facendo critica? No. Sta necessariamente compiendo opera di divulgazione? No. Cos'è?, un giornalista, un ineffabile addetto ai lavori, un moralista, un segaiolo mentale, un provocatore a poco prezzo? No. Può, magari, risultare che chi scrive di letteratura tocchi ognuno degli àmbiti sopraelencati, però egli ha il diritto di rivendicare per sé una sacrosanta libertà da norme, rigore, propagande, etichette. Per quanto possa apparire ombelicale il discorso che sto tentando, intendo proprio definire cosa si fa qui, su i Miserabili. E, secondo me, anche su altri siti o comunità di Rete in cui la letteratura viene affrontata centralmente e messa in connessione con aree che, a chi si è abituato ad altre stagioni, possono apparire esotiche, sgrammaticate o semplicemente irrilevanti. In parole povere: ecco di cosa e come si occuperà il sottoscritto e chiunque pubblicherà su i Miserabili.
Per la critica. Introibo
di Donata Feroldi
Donata Feroldi (nella foto), critica e traduttrice, è nata a Piadena (Cr) nel 1961. Vive e lavora a Milano. Ha tradotto (per Mondadori, Feltrinelli, ShaKe, Sellerio) libri di Hugo, Duras, Porete, Lévy, Morand e altri.
Nel Salon del 1848, Charles Baudelaire
scriveva: “la critica, perché sia giusta, dunque perché possa avere la sua
ragion d’essere, dev’essere parziale, appassionata, politica, vale a dire fatta
da un punto di vista esclusivo ma che apra il massimo di orizzonte”. Aprire il
massimo di orizzonte significa anche aprire il massimo di spazio operativo non
solo per il lettore, a cui la critica pare rivolgersi in prima istanza, ma
anche – e forse soprattutto – per chi scrive e scriverà. La giustezza della
critica, come avrebbe potuto definirla Benjamin che proprio da Baudelaire è
partito per tante delle sue riflessioni, coincide con una apertura, una
apertura operativa: perché la critica è un’azione, così come lo è la parola
letteraria, la parola poetica. La giustezza della critica ha una condizione –
antiretorica – che la accomuna alla scrittura letteraria: fare ciò che dice,
coincidere con ciò che asserisce.
'V.' e gli alligatori di Pynchon
di Kenneth A. Thigpen
[ Questo saggio, apparso sul secondo numero della rivista Acoma, nel 1994, è la traduzione di Folklore in Contemporary American Literature: Thomas Pynchon’s V and the Alligators-in-the Sewers Legend, pubblicato nel '79 su Southern Folklore Quarterly ]
 In V , Thomas Pynchon non si serve forse intenzionalmente del folklore, ma offre materiali per un’analisi sia folklorica, sia letteraria. Il protagonista, Herbert Stencil, Jr., è impegnato nella disperata ricerca del significato di un’annotazione nel diario di suo padre: “Dentro e dietro V. c’è più di quanto avevamo sospettato. Non chi, ma che cosa: che cosa è costei. Dio non voglia che debba essere io a scrivere la risposta, qui o in un rapporto ufficiale”. (12) Il fine ossessivo della vita di Stencil è di rintracciare il mistero di V. - persona, luogo, cabala, movimento storico – perché è convinto che questo risolverà il mistero della morte di suo padre. La controparte di Stencil è Benny Profane, un ex marinaio che si definisce uno Schlemihl (13) e dondola senza meta “come uno yo-yo” su e giù per la costa orientale, in cerca di niente. Ma a un certo punto Profane si imbatte casualmente in una classica avventura di ricerca basata su una leggenda folklorica moderna.
America Falling 3.0: ancora Palahniuk
 Era previsto che la serie di interventi sulla recente narrativa americana si sarebbe arrestata alla terza puntata, dedicata a Eggers e all'ideologia del plot. Però l'occasione di discussione, dopo lo splendido articolo che Tommaso Pincio ha dedicato a Ninna nanna di Palahniuk su Alias, è talmente potente che, davvero, mi sembra il caso di proseguire il ragionamento, instradandomi sulle piste che Pincio ha battuto, primo tra tutti, con categorie che mi paiono importantissime. Mi scuso se non pubblico l'articolo di TP: non sono riuscito a trovarlo on line, lancio un appello a lui affinché me lo invii, se vuole. Riassumo grezzamente la tesi dell'autore de Lo spazio sfinito, chiedendo venia per le eventuali rozzezze da sintesi sbrigativa. La tesi di Pincio mi pare questa: un nuovo spettro si aggira per il Continente (un mondo-continente): è l'Io. Un Io di nuova specie. Questo Io di nuova specie assume, per manifestarsi, anzitutto i caratteri di un nuovo genere letterario. Ninna nanna di Palahniuk è anzitutto l'evenienza di una letteratura contemporanea ambigua e da indagare: la letteratura in cui parla un nuovo Io.
America Falling 2.0: Palahniuk
 Non soltanto Eugenides ( vedi l'1.0 di questo speciale) compone il fronte vasto dei brillantissimi "giovani" americani che, se ne rendano conto o meno, stanno inoculando il virus dissociativo nella narrativa di area anglosassone. Va ripetuto: sto parlando comunque di grandi autori, di scrittori che, come nel caso del tizio qui a fianco, amo visceralmente da sempre. Non si tratta però di un discorso che ha a che vedere semplicemente col fatto letterario o stilistico; piuttosto, di un'osservazione solo in parte scriteriata a proposito di una deriva che la civiltà americana sta prendendo e che implica una sorta di evaporazione dell'umanesimo a favore di un umanesimo della fiction, di un umanesimo fiction - il che implica una letteratura in parte schierata contro la totalità sintetica dell'uomo, del suo pensare e del suo sentire compresi come unità ambigua, erronea, mai medicabile. E' proprio il caso del penultimo romanzo di Chuck Palahniuk, Lullaby, che sta per essere pubblicato in Italia.
America Falling 1.0: Eugenides
 C'è da concordare con quello che scrivono di Middlesex i Bravi Ragazzi di Blackmailmag (a proposito: è probabilmente la zine letteraria migliore d'Italia): "Questo romanzo contiene almeno trecento pagine in eccesso e dimostra come l’altra faccia di una produzione narrativa sovrabbondante possa essere talvolta quella dello scrittore che tace per dieci anni e poi partorisce l’opera elefantiaca che gira intorno a se stessa". Non sono così radicale nello stroncare il romanzone con cui si è aggiudicato il Pulitzer: il romanzo è comunque un testo fondamentale del nostro tempo presente ed Eugenides sa toccare tutti i tasti - non è questo, dunque, il punto su cui vorrei insistere. Però qualche osservazione vorrei farla - e non riguarda soltanto Eugenides. Riguarda una crisi, anzi: la Crisi. La Crisi della letteratura americana contemporanea, che finora non sembra esplodere in patologie evidenti e in sintomatologie conclamate. Diciamo che è un'indigestione: di brillantezza e di fibrillazione cognitiva. La letteratura americana contemporanea, se svolta, svolta in questo: annuncia la riduzione della complessità umana in brillantezza. Sta spalancando le porte al proprio inferno privato che è, ahimè, un inferno collettivo - e che peraltro riguarda tutti noi.
Mailer: Scuole di scrittura
di Norman Mailer
Le scuole di scrittura a volte ti fanno passare momenti infernali. Mi ricordo che al secondo anno di Harvard seguivo un corso di inglese con un insegnante molto bravo, Robert Gorham Davis. A un certo punto Davis disse alla classe, «Voglio leggervi una storia interessante, molto buona, ma che alla fine è stata completamente rovinata dall'autore». La storia, ovviamente, era mia ed era su un ragazzo d'albergo che lavorava in una località di villeggiatura. Come gli altri membri dello staff aveva delle brevi relazioni con le ospiti, i cui mariti, dopo tutto, arrivavano solo nel week-end. Una notte, tuttavia, durante la settimana, un uomo d'affari che si sentiva solo inaspettatamente arrivò da New York, entrò nella hall e si diresse immediatamente verso la sua stanza.
Moravia: su 'Zabriskie Point' di Antonioni

di Alberto Moravia
In Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni molti hanno creduto di notare una certa quale sproporzione tra l’esile storia d’amore e l’apocalisse finale. Effettivamente se si legge il film come una storia d’amore, la sproporzione è innegabile. Due ragazzi si incontrano per caso, si amano e dopo essere stati insieme un paio d’ore (il tempo strettamente necessario per fare l’amore in maniera non del tutto brutale) si separano. Lei continua il viaggio in automobile verso la villa dell’uomo d’affari di cui è la segretaria. Lui torna all’aeroporto da cui ha spiccato il volo, per restituire l’aeroplano che vi ha rubato. Sfortuna vuole che al momento dell’atterraggio, la polizia spari e l’uccida. La ragazza apprende la morte del suo compagno dalla radio dell’automobile. E allora, nel suo indignato dolore, immagina che la villa dell’uomo d’affari venga ridotta in cenere da una deflagrazione termonucleare.
Dostoevskij e la crisi dell'uomo
di Remo Cantoni
Nella cerchia, non molto ampia, dei “letterati” e dei “filosofi” professionali, questo libro rischia di trovare pochi consensi. Ai primi, che respirano l’atmosfera incantata ed eccelsa dell’arte “pura”, il ragionar di Dostoevskij come di un rappresentante della crisi del nostro tempo – che è una crisi di classi e di istituti, di strutture e di ideologie – sembrerà un ragionare profano e irriverente. Se l’arte, infatti, è il tempio delle verità prime e assolute, metafisiche, l’irruzione delle verità seconde e relative – quelle storiche – in tale spazio consacrato, non può non sembrare sconveniente. Se l’arte circola in un empireo, che è il cielo del tempo “maggiore”, quel tempo “minore”, in cui vive la cronaca e la commedia degli uomini sublunari, è un tempo eterodosso e impertinente, che non ha diritto di cittadinanza nel regno dello spirito. E i chierici della universalità della filosofia si troveranno, a loro volta, solidali coi “letterati” in nome del pensiero “puro”, nella protesta contro coloro che infangano, con la “feccia di Romolo”, il cristallino mondo delle idee, che è tanto più terso quanto meno le idee sono tributarie della realtà troppo empirica del vivere sociale. I “letterati” muoveranno il rimprovero di aver storicizzato, e quindi avvilito, il messaggio eterno dell’arte di Dostoevskij, di aver assunto le immagini assolute della poesia – valide in sé, fuori del tempo e dello spazio – quali simboli di un dramma storico e occasionale.
Fortini: su 'Le mosche del capitale' di Volponi
di Franco Fortini
Successo di pubblico e applauso di critica (con poche eccezioni) mi esentano dal presentare questo libro. Comunque: fra 1979 e 1980, il quarantacinquenne professor Bruto Saraccini, dirigente in una industria (che somiglia alla Olivetti), viene cooptato dal Presidente Nasàpeti come Consigliere Delegato. Scontento delle difficoltà che incontra, passa ad un'altra industria (che somiglia alla Fiat), reame di Donna Fulgenzia. Siamo fra il 1979 e il 1980. Quando la grande industria vuole disfarsi di cinquantasette operai contestatori, uno di questi, Tecraso, finisce arrestato e condannato per favoreggiamento di imputati per terrorismo. Saraccini rifiuta il posto di Capo del Personale e - mentre lo sciopero del 1980 fallisce per la mobilitazione dei ceti medi - torna, sconfitto e sprezzato, all'industria che aveva voluto lasciare. Nasàpeti muore e il suo potere passa ad altri.
Crisi della critica e crisi della letteratura
di Guido Guglielmi
1. Da tempo ormai si parla di crisi della critica letteraria, di crisi della cultura in generale, di crisi del romanzo, di crisi della letteratura: e questo e' un fatto su cui tutti consentono. Gia' qualche anno fa Segre parlo' di crisi: penso che senz'altro siano condivisibili le sue conclusioni provvisorie sullo stato della critica. Credo che la crisi della critica sia strettamente collegata alla crisi della letteratura: se c'e' letteratura c'e' critica; se non c'e' letteratura la critica muore. Non e' pensabile una letteratura che non sia nutrita di ragioni, quindi di ragioni critiche. Cio' significa che le sorti della critica restano a mio avviso strettamente legate alle sorti della letteratura negli anni a venire.
Arbasino: su Carlo Emilio Gadda
di Alberto Arbasino
Carlo Emilio Gadda aveva già più di sessantanni, scriveva da più di trenta, e non aveva ancora pubblicato in volume il Pasticciaccio, ormai praticamente dimenticato o ignorato, forse, quando i ventenni degli Anni Cinquanta scoprirono la sua posizione centrale nella nostra letteratura contemporanea. E sullentusiasmo per la stupenda Adalgisa, per le mirabili Novelle dal Ducato in fiamme, lo dichiararono massimo autore italiano del mezzo secolo, con immenso dispetto di tutti gli altri.
Feroldi: Conferenza del traduttore su se stesso
di Donata Feroldi
Conferenza del traduttore su se stesso. Esposizione inutile ma necessaria.
Prima e forse ultima relazione davanti a un’Accademia.
Cari amici, illustri signori dell’Accademia!
Ecco ciò che mi sento di dirvi, in risposta al vostro incertamente esplicito e titubante invito. Esiste un regime di doppia o tripla verità. Fa parte della natura delle cose, probabilmente, e lo scopo di questa conferenza non è certo smascherarlo o toglierlo di mezzo in maniera definitiva. È un’esposizione, appunto, non una denuncia, non una designazione al pubblico, per quanto circoscritto, ludibrio. Quando un soggetto, per la particolare natura di ciò che fa, si trova preso in questo regime è necessario, quanto inutile, dirimere i piani di verità, individuarli chiaramente.
Una Narrativa Adeguata ai Tempi
di Valerio Evangelisti
La globalizzazione dell'economia, il ruolo egemone dell'informatica, il potere del denaro astratto, le nuove forme di autoritarismo legate al dominio delle comunicazioni sembrano lasciare indifferenti gli scrittori di letteratura "alta", quanto meno in Europa. Nella maggior parte dei loro romanzi il mondo pare rimasto immutato. Prevalgono le storie intimiste, identiche a quelle che avrebbero potuto svolgersi cinquanta anni fa, o che potranno svolgersi tra cinquant'anni. Amori, passioni e tradimenti continuano a consumarsi entro contesti dai colori tenui e dalle luci soffuse, in cui si annusa la polvere e il borotalco. Ci sono eccezioni, certo; ma rimangono isolate e non alterano il quadro generale, minimalista a oltranza.
Magris: il Barocco di Getto
di Claudio Magris
Molti anni fa raccontavo ad Augusto Del Noce del mio incontro con Getto, il grande italianista scomparso un mese fa, e di come questo incontro fosse stato determinante per la mia storia fin dal momento in cui Getto, presidente di commissione ai miei esami di maturità, a Trieste, mi aveva persuaso a fare i miei studi nell’Università di Torino, dove mi aveva introdotto e appoggiato e mi aveva insegnato il mestiere delle lettere e della critica. Del Noce mi interruppe, stupito: «Ma come, lui ti ha aiutato, gli devi tante cose, e invece di portargli rancore gli vuoi bene, che strano...».
Moresco: L'occhio del ciclone
di Antonio Moresco
La retorica
Chi non abbia fatto sua una delle contrapposte semplificazioni retoriche che spazzano il mondo in questo momento, e che nascondono lo scheletro mentale della potenza e delle contrapposte lotte per il dominio o la sostituzione con un altro dominio, chi non abbia inclinazione a collocarsi comodamente in qualche zona comunque protetta e di mandare il cervello a qualche utile ammasso o in qualche ovile, chi non accetti di fare proprie certe semplificazioni al prezzo di dimenticarsi di che cosa nascondono o, al contrario, di ritagliarsi un innocuo e proficuo ruolo da anima bella nei generali e compositi cori di anime belle, chi non sia divorato dal bisogno di riposizionarsi nel possibile o presunto nuovo quadro politico culturale degli anni a venire, chi non accetti di mettere la testa sotto la sabbia in attesa di tempi migliori e di lobotomizzare la vita vivente di qualche sua scomoda parte per continuare ad andare avanti secondo i propri consolidati riflessi condizionati e piccoli schemi, mai come in momenti simili è destinato a trovarsi solo, senza sponde, isolato, e a scontentare, per opposti motivi, tutti quanti.
Houellebecq: Mondo supermarket
di Michel Houellebecq
I miei personaggi non sono né ricchi né celebri; non si tratta di emarginati, di delinquenti o di esclusi. Si trovano nelle mie pagine segretarie, tecnici, impiegati statali, quadri aziendali. Gente che talvolta perde il lavoro, che talvolta cade in depressione. Quindi, gente che in definitiva è media e che a priori ha ben poco del fascino romanzesco. È senza dubbio questa presenza di un universo banale, raramente oggetto di descrizione (anche perché il più delle volte pressoché sconosciuto agli scrittori) che ha sorpreso nei miei libri - in particolare nel mio primo romanzo. In effetti sono pervenuto alla descrizione di quelle menzogne abituali e patetiche che la gente si racconta per riuscire a tollerare l'infelicità della propria esistenza.
Benedetti: su Idioma di Zanzotto
di Mario Benedetti
Il testo di Idioma sembra richiedere una particolare attenzione nei riguardi di un fatto che lo caratterizza. Si tratta della compresenza di due aspetti della lingua: da un lato la linearità e facilità del racconto, dall’altro una serie di infrazioni, alla grammatica, alla sintassi e alla struttura dei singoli poemi, che agiscono localmente. Troviamo così un situarsi naturale nella lingua con il suo intrinseco portato di verità (il credere senza residui a quanto si legge in virtù del presunto rapporto biunivoco tra segno e significato), accanto a luoghi di riflessione metalinguistica in cui il linguaggio appare come problema e ci si interroga sul suo ubi consistam. In questo caso ricorrono forzature, indecisioni, inconsueti spazi bianchi individuabili rispettivamente nelle neoformazioni sostantivali, veri nuovi conglomerati (epigrafe-manifesto, morte-di-paglia, sangue-di-naso, non-farsi-capire, alto-dei-cieli, questo-qualche-modo, già-mutismi, ecc.) in sintonia con l’uso di forme colte (ammiranda morte, occhio... callido, ecc.), o precategoriali (bburp, couch cough), o di codici extralinguistici come la doppia barra, il cartello stradale; oppure nella lieve sottolineatura di una parola come nesso sintattico (“anzi, e perché,” nella poesia “Tato” padovano, ecc.) o nello scompaginamento della linea del verso e della sequenza strofica. Ma se è plausibile che i fatti stiano così, allora è necessario chiedersi in che cosa si risolva tale duplicità di aspetti.
Mazzoni: sul Profitto Domestico di Riccardi
di Guido Mazzoni
Il profitto domestico di Antonio Riccardi (Milano, Mondadori, 1996) si distingue dalla maggior parte delle raccolte poetiche contemporanee perché non si compone di momenti lirici isolati, ma è costruito come un'opera unitaria, nella quale i testi sono subordinati ad un progetto formale organico, ad una narrazione che si sviluppa attraverso il montaggio delle singole poesie e sezioni. Il tema del libro è il rapporto fra la vita dell'io lirico e un intero che la trascende: la storia familiare. La catena delle generazioni è rappresentata secondo due campi metaforici: quello biologico e quello economico. La famiglia è sia corpo vivente (come nella sezione Le foglie della casa), sia eredità materiale, connotata da metafore monetarie (profitto, utile, misura).
Introduzione a Paul Celan
di Giuseppe Bevilacqua
A Parigi Celan prende alloggio nelle vicinanze della Sorbona, in una stanzina (per altro con balcone) all’ultimo piano di un modesto albergo: per quasi cinque anni il suo umile indirizzo sarà: Hôtel d’Orléans (più tardi Hôtel de Sully), 31 rue des Écoles. Si iscrive all’università scegliendo germanistica e scienze del linguaggio, e già nel luglio del 1950 consegue la Licence ès-Lettres che può aprirgli qualche prospettiva di un’occupazione stabile e più redditizia di quanto non siano gli incarichi saltuari (traduzioni, ad esempio da Cocteau e Simenon, lezioni private, ecc.) con cui campa nei primi anni parigini. L’ostacolo principale era il fatto di essere un rifugiato staniero, il che gli impediva l’accesso a qualsiasi attività in scuole o enti pubblici: otterrà la cittadinanza francese soltanto nel 1955, dopo lunghe ed estenuanti pratiche. E dovrà ancora attendere, prima di avere un lavoro a lui confacente: nel 1959 infine diventerà lettore di lingua tedesca presso l’École Normale Supérieure e avrà una sua stanza in rue d’Ulm, dove si trattiene volentieri.
Ranchetti: su Uwe Johnson
Dalla prefazione che Michele Ranchetti ha scritto per la nuova edizione Feltrinelli di I giorni e gli anni:
Alla pubblicazione dei primi tre volumi di Jahrestage (il quarto uscirà dopo alcuni anni) Hans Mayer, che aveva già riconosciuto nel giovanissimo allievo Uwe Johnson il carattere del genio, scriveva che pensare di citare o di alludere a parti del libro o di riassumerne i tratti sarebbe insensato: occorreva "darsi" a Johnson, così come avviene per Proust, oppure lasciar perdere. Questo giudizio di uno dei maggiori critici letterari del secolo deve essere tenuto presente da chi affronta il primo volume, ora ripubblicato in una traduzione diversa e appassionata (una traduzione d’autore, e per questo per nulla neutrale), di uno dei testi maggiori della letteratura tedesca del Novecento.
Ricordo di Maria Corti
di Mauro Bersani
da Einaudi.it
Maria Corti è stata una figura forse irripetibile di intellettuale a tutto tondo, versatile e poliedrica quanto nessun altro nell'Italia del dopoguerra, ma anche coerente e fedele a un'idea forte di cultura, ugualmente chiara sia che scrivesse un saggio su Cavalcanti, sia che patrocinasse l'esordio di un nuovo scrittore, sia che studiasse i testi di qualche gruppo rock.
A voler ripercorrere a grandissime linee i suoi campi di lavoro, bisogna citare innanzitutto i suoi scritti più tradizionali di storia della lingua, nei quali ha messo a punto problemi di morfologia, di sintassi e di lessico dell'italiano delle origini.
Poi c'è l'attività di filologo e editore di testi antichi, sfociata nelle edizioni delle Rime di De Jennaro, poeta napoletano del Quattrocento, e della Vita di San Petronio, volgarizzamento duecentesco. E poi, ancora più importanti, gli studi letterari che spaziano da testi minori (come il Delfilo, poemetto quattrocentesco, attribuito in un saggio che è quasi un thriller filologico a Marco Antonio Ceresa anziché, come si pensava, a Francesco Colonna) agli autori maggiori, primo fra tutti Dante. Portando avanti le prime intuizioni del Nardi sui rapporti fra Dante e l'averroismo, la Corti ha ridisegnato una mappa di interferenze fra la Commedia e il pensiero arabo medievale, proponendo le innovazioni più rilevanti nel dantismo degli ultimi decenni.
Benedetti: la 'IX Elegia' di Rilke
di Mario Benedetti
Introduzione
 Rilke nella IX Elegia “asserisce e proclama lo splendore della terra e la grandezza dell’essere umano che ha come missione il renderla invisibile”. Questa sintetica definizione di J.-F. Angelloz (1952) ci prospetta già una lettura difficile nel doverci misurare con grandi questioni di cui si teme l’insondabilità. Ma la difficoltà non riguarda solo intrinsecamente l’aspetto tematico, quanto, e in maniera decisiva, la struttura della poesia, il modo in cui gli argomenti sono distribuiti, connessi tra loro, sviluppati, ossia la sua coerenza interna. Oltre al fatto di trovarci di fronte a un lessico che ha sempre un’alta concentrazione semantica, a sostantivi astratti, c’è una costruzione della poesia che presenta vuoti sintattici, vuoti logico-sintattici che tradiscono l’attesa del lettore (quasi sempre nella giustapposizione delle strofe, delle singole parti; nella sintassi ellittica della frase e del periodo; nelle interiezioni; finanche nella sosta grafica dei tre punti di sospensione). Tutto questo ha in qualche modo obbligato alla decifrazione, a una esegesi, spesso d’impostazione filosofica, utile ma anche pericolosa perché non permette che alla fine si possa avere una qualche certezza del testo, nello sconcerto di trovarsi in mezzo ad altre difficoltà, quelle proprie del pensiero dell’interprete. Cosa fare dunque, come poter parlare iuxta propria principia di questo testo poetico? Le parole fondamentali, i passaggi difficili rimangono, ma la ricostruzione per così dire della mappa, dell’architettura del testo, inseguendo una linearità che nella poesia è compromessa, deve tener conto di come l’enunciato, il pensiero ivi contenuto, venga poeticamente giustificato. I fatti di struttura appena sommariamente elencati sono legati agli elementi che senz’altro compongono il ritmo del verso, per cui si può parlare di un’intonazione alta, di una sua cadenza forte, di esitazioni tra il ritmo e il senso per opera degli enjambement , di una ricca allitterazione.
Introduzione a Paul Celan
di Giuseppe Bevilacqua
A Parigi Celan prende alloggio nelle vicinanze della Sorbona, in una stanzina (per altro con balcone) all’ultimo piano di un modesto albergo: per quasi cinque anni il suo umile indirizzo sarà: Hôtel d’Orléans (più tardi Hôtel de Sully), 31 rue des Écoles. Si iscrive all’università scegliendo germanistica e scienze del linguaggio, e già nel luglio del 1950 consegue la Licence ès-Lettres che può aprirgli qualche prospettiva di un’occupazione stabile e più redditizia di quanto non siano gli incarichi saltuari (traduzioni, ad esempio da Cocteau e Simenon, lezioni private, ecc.) con cui campa nei primi anni parigini. L’ostacolo principale era il fatto di essere un rifugiato staniero, il che gli impediva l’accesso a qualsiasi attività in scuole o enti pubblici: otterrà la cittadinanza francese soltanto nel 1955, dopo lunghe ed estenuanti pratiche. E dovrà ancora attendere, prima di avere un lavoro a lui confacente: nel 1959 infine diventerà lettore di lingua tedesca presso l’École Normale Supérieure e avrà una sua stanza in rue d’Ulm, dove si trattiene volentieri.
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