In un anno che non ricordo più, un anno perduto nella melma dello scorso decennio, io vissi una delle serate più assurde e quindi interessanti della mia intera esistenza. Garantisco che, di serate assurde, ne ho vissute parecchie: ma questa che vi racconto...
Lavoravo presso Mondadori, facevo il web di Segrate. Internet (credo fosse il '97) era in Italia un protocollo non precisamente di massa, a quei tempi; figuriamoci quant'era popolare all'interno di un'organizzazione industriale che percepiva la Rete come minaccia futura incombente sulle vendite del suo prodotto. Venivo pagato con un giustificativo patafisico: ero i viaggi inesistenti di un dirigente. Era un bel periodo. Mi piaceva stare ad ascoltare per ore, sorbendo pessima brodaglia alla macchinetta da Camera Cafè, gli aneddoti e le strategie di scrittori ed editor, quando non di editor-scrittori. In questo caso, la qualifica si riferiva essenzialmente a tre persone: il romanziere Ferruccio Parazzoli, il poeta Antonio Riccardi e il narratore Antonio Franchini e il narratore Blog. Erano tutti miei amici e lavorare con persone che ti stimano senza mai minimamente dubitare delle tue qualità è confortante. Mi sentivo accolto da un abbraccio. Era bello. E' stato uno dei periodi più intensi della mia vita. Discutere le copertine, ragionare sui testi, immergersi in un brainstorming senza fine, sperimentare dall'interno il funzionamento della macchina: impagabile. Senza quei tre amici non avrei mai scritto una riga di prosa, avrei continuato con le mie poesiuole, precludendomi un'esperienza fondante (lasciamo perdere i risultati: sto occupandomi del vissuto interno). Un giorno di quell'anno dimenticato, Antonio Franchini mi dice: "Sabato vieni a casa mia. Ti faccio fare un'esperienza eccezionale".
Gli credetti, e feci un'esperienza eccezionale. Che, evidentemente, non si è ancora conclusa, se oggi, a distanza di quasi dieci anni, quell'esperienza eccezionale si prolunga in un oggetto narrativo eccezionale: Gladiatori, proprio di Antonio Franchini (Mondadori Strade Blu, 15 euro).
Prima di affrontare il libro, però, devo affrontare quell'esperienza. Del resto, non penso di andare fuori tema: trapassare dalla letteratura all'esperienza è in toto la poetica di Franchini.
Comprendo, ma non condivido, le ragioni che conducono Mario Andrea Rigoni a leggere l'ultimo romanzo di Michel Houellebecq come fosse un fumetto male riuscito. Ha ragione Rigoni: è un libro assai sghembo, strabico, che procede attraverso digressioni peggiorative di un tema già pessimo qual è la metafisica nell'epoca di massa. Sembra davvero una parodia heideggeriana male riuscita, un patetico sketch comico sul nichilismo, una specie di avanspettacolo interpretato da un adepto della Fallaci. Sembra anche un saggio svogliatamente ridotto a romanzo d'occasione. Sembra una narrazione a chiave, laddove questa è il passepartout per le camere di un albergo, oltre le cui porte al massimo possiamo scrutare i piccoli segreti meschinelli delle coppie clandestine o i bidet dei singoli occupanti. Sembra un florilegio di haiku scritti da un Oreglio o uno Iacchetti d'Oltralpe. Sembra una fantascienza fatta da chi non la sa fare. Sembra un dépliant lungo trecento pagine e da leggersi prima di un volo in aeroporto.
Sembra.
Per me La possibilità di un'isola è, insieme a Estensione del dominio della lotta, il migliore tra gli oggetti narrativi di Houellebecq, un libro che dischiude un futuro immenso per la narrativa europea, uno sguardo cristallino su ciò che sta per succedere e già sta succedendo - non tanto politicamente, quanto letterariamente - nel tempo che viviamo noi.
I temi del più ardito pensiero antiumanistico dell’Otto e del Novecento non solo sono diventati oggi moneta corrente della discussione accademica, ma si sono degradati ad articolo da supermercato o da turismo culturale, del quale fanno incetta giornali, canzonette, film e romanzi, anche di infimo ordine. Uno di questi - la fine prossima dell’uomo, correlato inevitabile della morte di Dio - aveva trovato un commento epistemologico ancora suggestivo in alcune belle pagine di Michel Foucault e di altri pensatori francesi, ma soprattutto aveva ispirato o aveva accompagnato la grande narrativa fantascientifica del Novecento sotto l’effetto di un progresso tecnologico capace di sovvertire le basi stesse dell’esperienza umana. Attualmente la prospettiva più vertiginosa è quella dischiusa dall’avvenire della biologia, in particolare dalla clonazione. Già sperimentata sugli animali, essa attende - fra grandi e giustificati allarmi - di essere eseguita sull’uomo. Nel suo ultimo romanzo, La possibilità di un’isola (traduzione di Fabrizio Ascari, Bompiani, pagine 402, 18), lo scrittore francese Michel Houellebecq immagina che la cosa sia avvenuta già da molto, che l’umanità sia stata sostituita dai suoi cloni e che questi nuovi esseri, che hanno progressivamente perduto le caratteristiche umane (il riso, il pianto, il desiderio, la nostalgia) e comunicano fra loro in modo virtuale, possano solo indagare, da una sorta di condizione neutra ed eterna, la vita dei loro remoti predecessori.
Come cantava Battiato: segnali di vita. Non nei cortili e nelle case all'imbrunire, però: segnali di vita dall'accademia. O meglio: da chi si è rotto definitivamente le gonadi della soffocante emivita in cui l'accademia è andata a infilarsi da almeno due decenni. E' Mario Lavagetto, con un formidabile affondo (Eutanasia della critica, Einaudi), a scrollare di dosso alla critica, con inusitata potenza, tutte le incertezze, i balbettii, gli inutilissimi borborigmi in cui la babele accademica è andata frammentandosi. 96 pagine: parrebbe un pamphlet, invece è il testo di teoria e fenomenologia letteraria più folgorante di questi anni. La brevitas è spesso decisiva nei momenti di mutamento. Bastano quindici pagine di un saggio di Untersteiner per mutare radicalmente la comprensione di Platone in epoca contemporanea. Dieci pagine di Spitzer e la critica letteraria non è più la stessa. Così Lavagetto: non semplicemente nel senso dell'innovazione teorica, ma soprattutto in quello della ripulitura dell'ideologia post-adorniana, cialtrona, berciante, rovinosamente apocalittica. Qui parla un grande, una delle poche menti complesse di cui disponiamo oggi in Italia. E parla non come una pizia. Saggio anglosassone, nella sua ficcante efficacia, nella sua ironia devastante, nella rapidità dell'excursus fenomenologico che copre l'arco temporale del Novecento e oltre. 96 pagine d'oro che possono essere adottate dai narratori e dai poeti che ora cercano di innovare la scena letteraria nostrana: questo è non un manifesto ideologico, ma la certificazione di uno spazio esistente, non residuale, in cui è possibile fare letteratura.
Tra i libri più belli di questa definitiva stagione narrativa italiana, che segna un punto di discontinuità irreversibile rispetto al passato, c'è soprattutto Last Love Parade di Marco Mancassola. Meno pubblicizzato del romanzo di Piperno e degli oggetti narrativi di Pincio, Colombati e Domanin, Last Love Parade è esso stesso un oggetto narrativo, definizione che mutuo dall'autocertificazione che Wu Ming 1 ha fornito al suo New Thing, testo esemplare della discontinuità narrativa italiana a cui accennavo. Come New Thing (che apparentemente potrebbe sembrare altro) è un libro generazionale e nazionale, così Last Love Parade è un ritratto culturale e anagrafico, che Mancassola imbastisce con un grado di profondità altissimo, tale da catapultarlo senza alcuna incertezza nella schiera di coloro che stanno innovando la letteratura contemporanea di casa nostra. E', dico, un testo profondissimo, commovente, non precisamente nostalgico nonostante possa sembrarlo. Questa griglia interpretativa (a mio modo di vedere prettamente reazionaria) del supposto legame passato-nostalgia è, per l'appunto, ciò che e New Thing e Last Love Parade vanno a decontaminare e a rimettere in movimento. Certo, quella di Mancassola è sì una storia della musica elettronica che va a coincidere con la storia culturale ed emotiva di una generazione; però non è un saggio, anche se la retorica saggistica viene impiegata con generosità. La verità è che si tratta della storia di un'anima e del miracolo umano che fa della storia di un'anima la storia di moltissime anime.
«Tutti i bambini tranne uno» di Philippe Forest [qui lo speciale sui Miserabili], con maestria tradotto da Gabriella Bosco per l’editore Alet (pagine 347, 17), fu dal suo autore composto in due mesi, tra l’aprile e il giugno del 1996. Forest aveva trentaquattro anni, prima non aveva scritto romanzi, solo articoli di critica letteraria e saggi. Aveva insegnato e non supponeva minimamente di diventare un «autore». Si riteneva un «lettore», questa era la sua condizione esistenziale e professionale. Che cosa è cambiato perché avvenisse un simile capovolgimento dei ruoli? È il tema del libro, che nell’originale è intitolato «L’enfant éternel». Il suo contenuto è qualcosa di cui un articolo non può rendere conto se non con cautela, limitandosi alla descrizione e alla cronaca.
Poemetto impegnativo, Il ragazzo x (Atelier, € 7.50), di Flavio Santi[nella foto a destra]. Un tono pasoliniano oratorio e riflessivo si lega a un'ironia "sopra le righe", alla Enzo Jannacci, per intenderci. Il tema è suggestivo: andare alla radice della "vocazione letteraria", e riflettere, tra privato e pubblico, sulla "Leopardi generation", contrapposta alla "Mtv generation". Flavio Santi racconta tutto di sé; un sé che sembra l'incarnazione attualizzata di Giacomo Leopardi ("Mi sono ritrovato anch'io, / per chissà quale oscuro evento, /a nascere Giacomo Leopardi oggi"); un sé che vorrebbe essere nato nel 1798; pure, un sé (un poeta, un ragazzo diventato uomo) consapevole che "siamo puri esecutori, / serviamo a rifocillare / il testo, vivandieri". Flavio Santi-Leopardi è un poeta friulano nato nel 1973; a sedici anni cominciava già "a rimpiangersi" e, da bambino, non rideva quando tutti gli altri bambini ridevano.
Il piacere di narrare e l'immenso piacere di ricevere e vivere la narrazione: non so evocare altro che questo antico rapporto che lega l'uomo all'uomo, per invitare caldamente alla lettura di Duri a Marsiglia, lo splendido Duri a Marsiglia di Gian Carlo Fusco, uscito per i tipi Einaudi Stile Libero Noir, con una straordinaria introduzione di Tommaso De Lorenzis, che da sola varrebbe l'acquisto del libro (sui Miserabili avevo già segnalato un intervento di De Lorenzis, accanto a uno speciale su su Fusco, con tanto di esegesi vergata da Camilleri). Ci sono anche due note postfative, di Giovanni Arpino e di Luigi Bernardi, a impreziosire questo trionfo del noir, catapultato definitivamente nel parnaso della letteratura alta. Questa è davvero un'operazione storica, cioè di storicizzazione del genere, che sale i gradini dal maelstrom popolare, che ha sempre costituito l'anarchico ambiente in cui è andato maturando, per approdare a una celebrazione definitiva, e per nulla ipocrita. Con il Manchette annotato da Valerio Evangelisti e con questa edizione di Fusco - filologica ma non per questo meno sfrenata - il genere non è più discutibile ed è definitivamente superabile.
Non è una sorta di Trionfo della volontà in àmbito filosofico, quello che Giorgio Agamben (insieme a Toni Negri, probabilmente, il più interessante filosofo italiano contemporaneo) allestisce con un titolo tanto ambiguo come La potenza del pensiero. Potenza, in Agamben, è una categoria prettamente aristotelica, che struttura il principio stesso della prassi politica: è il mèllei, lo "stare per" in quanto scaturigine dell'accadere, ma è anche l'unificazione di quell'equivoco dualismo con cui certa modernità (e molta contemporaneità) hanno inteso opporre Platone a Aristotele. Reinterpretazione del residuo metafisico, dunque, in una prospettiva che non è iperuranica e nemmeno cade nel bieco storicismo, nella decrittazione del reale come avvenimento che è avvenuto, ai miei occhi La potenza del pensiero è un testo organico fondamentale per chi desideri, oggi, comprendere di fronte a quale svolta, davvero epocale, si trofi la filosofia.
di ALESSANDRO CANZIAN [Da tempo seguo le evoluzioni saggistiche di Alessandro Canzian (nella foto ingrandibile a sinistra), giovane brillantissimo recensore che collabora, tra le altre testate, al Mucchio Selvaggio. Il giovane Canzian mi spedisce il bell'articolo su La macinatrice di Massimiliano Parente, chiedendomi, con toni allarmati, di dare visibilità a questa bella incursione nei labirinti della letteratura, uscita proprio sul Mucchio e per le cui tesi pare abbia ricevuto anche minacce. Pubblico senza indugio la recensione, ringraziando e Canzian e il Mucchio Selvaggio per il permesso di riproduzione. gg]
Chi ha pubblicato con l'editore Alberto Castelvecchi non resiste alla tentazione di ispirarsi a lui per qualche personaggio.
Nel suo Attenti al gorilla (1999), Sandrone Dazieri infilò il mondano editore "Castellini".
Nel racconto Benvenuti a 'sti frocioni (2000), i Wu Ming nominavano tale Roccasecca, "capitolino scopritore di talenti mancati".
In Occidente per principianti di Nicola Lagioia (2004), troviamo "l'editore trash-filosofico", con tanto di titoli pubblicati: "Ufologia marxista, Storia sociale della Nutella...".
Ora Massimiliano Parente pone al centro del suo La macinatrice "Giandomenico Torrenuova", editore di "libri effimeri e riviste trendy".
Il giochino ha stancato? Forse, ma continuate a leggere.
Con Millenovecento83 si chiude l'edizione italiana del Red Riding Quartet, l'immensa quadrilogia di tragedie ambientate nello Yorkshire, di cui è autore David Peace. Misureremo col tempo l'impatto - a mio avviso devastante - dell'operazione letteraria di Peace. La quadrilogia criminale dello Yorkshire è soltanto il prologo di un'accelerazione che lo stesso autore inglese - trapiantato a Tokyo - prevede verso una nuova, antichissima forma di scrittura: un'indistinguibilità assoluta tra poesia e narrazione, tra epica e lirica, che metta in scena la tragedia e la cosmogonia. Un tentativo impressionante di dipingere gli orizzonti mondano e spirituale dell'esperienza umana. GB 84, ancora intradotto in Italia, parte dal celebre sciopero dei minatori inglesi contro la Thatcher, ma costruisce un'impressionante parabolica in cui il lettore può sfrecciare, sostenuto da una forza centripeta che è l'universale: l'universale di cui soltanto tragedia ed epica sono garanti letterare.
Come era prevedibile, dal punto di vista narrativo Millenovecento83 è il più debole tra i "romanzi" della quadrilogia dello Yorkshire. Si avverte la necessità di annodare tutti i fili di una vicenda immane, nella quale i comprimari diventano protagonisti e viceversa, in un allestimento di teatro umano che credo non abbia pari nella narrativa contemporanea.
La via italiana al thriller intrapresa da Giorgio De Rienzo s’imbatte, quasi inevitabilmente, nei servizi segreti deviati, che sono una costante del BelPaese dei Misteri. Il questore in pensione protagonista del romanzo di De Rienzo, torinese, docente di Letteratura italiana, è un personaggio “vero”, che affronta la sfida di un serial-killer e, finalmente, riesce a combattere fino in fondo, senza il rischio di essere “promosso e rimosso” come spesso gli era accaduto nella sua carriera di onesto e leale funzionario dello Stato.
Ci sono strane movenze interiori che conducono verso inattese trasformazioni: gli scrittori, spesso, esplorano per solitari camminamenti queste radure di senso e di lingua. A volte, è per cercare una forma. Altre, uno stile. Altre ancora, un'identità. Più spesso, quella forma di contaminazione che si dice essere maturità. Eppure le trasformazioni progressive a cui Paolo Nori sta sottoponendo la sua scrittura e la sua fantasia non rientrano in un simile catalogo. Paolo Nori è, a mio parere, uno dei massimi talenti linguistici della nostra narrativa. Lo è da anni. Lo è anche in forza di una vocazione straordinaria alla performance: uno ascolta un reading di Paolo Nori e non se lo scorda più. La sua indolente ma pervicace lettura fa penetrare nell'intimo una voce strascicata e pastosa, intrisa di piacere e melanconia, di buffonesco e filosofico - e questa voce diventa interiore, una nenia che si desidererebbe continuasse a coccolarci. Nulla di violentemente eversivo. Qualcosa di profondamente oblomoviano. Questo inacantamento è durato per libri e libri, protraendosi come un atto degno di un disturbo compulsivo. Non ho risparmiato critiche a Nori, per questa divagazione sempreuguale, che ritardava quella che a mio parere era la scelta che l'autore di Bassotuba non c'è doveva prima o poi compiere: fottersene definitivamente delle storie o compiere sulle storie la medesima operazione che veniva praticata sulla lingua. Con Pancetta, Nori ha dato fondo a un'impresa colossale sul proprio immaginario. E' una svolta. Che adesso viene condotta a un passo ulteriore con questo Ente Nazionale della Cinematografia Popolare - probabilmente una prosa a cui Nori, qualche anno fa, non pensava minimamente.
Esce per i tipi del Mulino quello che considero uno dei testi fondamentali della critica e teoria della letteratura apparsi nel nostro presente. Ne è autore Guido Mazzoni, che già avevo segnalato per la potenza dei tre saggi emblematici raccolti in Forma e solitudine (qui il mio intervento). Sulla poesia moderna è un testo che, fin dal titolo, che ricorda evenienze di fondazione estetica d'epoca romantica, si propone come panossi della tradizione che ha condotto alle attuali configurazioni di forma e verità della poesia. La riassunzione del passato, seppure praticata con un'interpretazione forte, non ha però nulla della violenza con cui si strappa al cielo la prospettiva che sposta il tempo in cui si vive. Mazzoni invece dispone di questa furia, temperata da un rigore e da un'apparente cautela rispetto alle categorie della critica tradizionale, sotto cui si cela - almeno, a me pare così - un'ambizione elevata, che è quella di iniziare a delineare il movimento geomorfico di una forma ulteriore, verso cui la letteratura sembra slittare, al di là delle considerazioni sociologiche e financo politiche che una simile trasformazione comporta. E' il motivo per cui, a mio parere, questo saggio storico e teorico dovrebbe essere divorato da ogni poeta e prosatore italiano che intenda operare sulla letteratura con consapevolezza. Si può dunque leggere Sulla poesia moderna secondo molteplici traiettorie: come un saggio riassuntivo della tradizione letteraria che conduce al contemporaneo; come trattato dell'implicito che guida l'attuale epoca poetica; come teoria dei generi nel loro stato sorgivo; come teoria della prosa e del romanzo contemporaneo; come enunciazione della messa sotto scacco della critica. Dipende dalle nature, dai temperamenti. Alcuni possono ravvedervi una cronaca della decadenza; altri, un'immensa apertura. Io appartengo alla seconda schiera.
Ha davvero ragione Carla Benedetti, che su l'Espresso ha dedicato un'intera pagina a un excursus/incursus nei territori pericolosi de La macinatrice, il romanzo di Massimiliano Parente edito da peQuod. Certo, su due piedi, ammesso che se ne abbiano due, poiché la specie è in profonda mutazione, il titolo sembra inerire al Girmi o alla Pastamatic, quella che aveva la forza di venti braccia. Ed è proprio così: al posto della pasta di pane, bisogna metterci la carne umana, e al posto dei vigorosi cuochi, tanti Savi di Sion, tanti Cavalieri dell'Apocalisse, che sono ormai diventati l'aria che respiriamo e quella che sospettiamo di respirare. Ma, come si diceva, non ha senso leggere La macinatrice separandola dalla profonda fenomenologia interpretativa che ne fa Carla Benedetti, il cui saggio viene lievemente penalizzato dal lavoro di cucina dei redattori dell'Espresso, che accanto alle analisi coraggiose della critica toscana piazzano un occhiello un po' ciecato: "Tra le Amatrici ci sono Sculacciatrici, Sgusciatrici di lumache, Masturbatrici di farfalle". Subisce in questo modo, Carla Benedetti, il tritatutto della macinatrice editoriale - quella spaventosa macchina che attua un pogrom generalizzato su scrittori, critici e intellettuali. Insieme alle Sculacciatrici e alle Masturbatrici di farfalle, ci sono le Carenatrici gonadiche, le Fottitrici di armadilli, le memorabili Ganze spaziali parioline, le Ovulatrici di cocurbitacee, le Vestali dell’ftp, le Titillatrici di Homesite, le Sbonzatrici di prùrule, le Fecondatrici capazzone, le Ninivi curiali, le Battone crisantemiche, le Zurlezzuzzurnestiche. Ma la cospirazione dei mediatori culturali fa genocidio di queste differenze fondamentali, di questa ricchezza visionaria, e appiattisce tutto solo alle Sculacciatrici e alle Sgusciatrici di lumache. Sono tempi grami per la cultura. L’editoria vuole solo bestseller. Ben venga dunque uno scrittore anti, vitalistico come Queck, con le contropalle come Luddendorf, il quale ti spiattella lì, in faccia alla macchina editoriale, 460 pagine che non venderanno un cazzo. Questa è ribellione, rivoluzione. E per questo fa bene Carla Benedetti a sondarne i sintomi e le fisiologie.
Tutti coloro a cui Melissa P. sta abbondantemente sulle gonadi, compiano un'opera di contestazione che fa bene alla letteratura e poi farà bene a loro stessi: comprino e leggano Tu non c'entri, romanzo di esordio di Letizia Muratori, edito da Stile Libero Einaudi, che apparentemente sembra penetrare nei territori dell'eros letterario, e invece realizza un'opera avvicinabile all'Io non ho paura di Ammaniti, imponendo all'attenzione il romanzo di formazione negli anni Duemila. Cesari & Repetti, i due direttori della collana einaudiana, andranno ricordati per il bene che hanno fatto alla narrativa italiana in questi anni. Letizia Muratori non è soltanto una scoperta notevolissima, ma addirittura un milite noto di un'offensiva che Stile Libero lancia in questi mesi, in nome della nuova letteratura italiana. Appena pubblicato il nuovo romanzo di Tommaso Pincio, uno dei testi davvero imprescindibili di questi ultimi anni, Stile Libero scatena in questi giorni un fronte ampio e impegnativo: oltre al romanzo di Letizia Muratori, il nuovo colossale De Michele (colossale nel senso di kolossal; si intitola Scirocco e non è semplicemente la continuazione del bellissimo Tre uomini paradossali) e il fantathriller politico della Babette Factory (si intitola 2005 d.C; Babette Factory è una band di scrittori che comprende Raimo, Lagioia, Pacifico e Longo). Questa operazione non ha nulla a che vedere col mercato: è un'apertura di credito a 360 gradi nei confronti delle narrazioni italiane contemporanee. Tu non c'entri di Letizia Muratori è, in questa schiera, il perfetto romanzo di iniziazione e formazione. Il nostro tempo abolisce riti e miti iniziatici, non sostituendoli nemmeno con la patina nichilistica di un esistenzialismo alla deriva. L'iniziazione è dissociazione. Muratori mette in scena la formazione dell'interieur di Elena, una ragazzina che, per l'appunto, si mangia Melissa P. a colazione. La girandola di avventure erotiche che vive non è altro che una formidabile meditazione su cosa significhi acquisire un senso presso di sé oggi. Congeniale a ciò, una lingua velocissima, scatenata, coinvolgente.
«Non mi piace la parola Peanuts. Non è bella. Non hanno capito che avrei disegnato una strip che avrebbe avuto classe, dignità. Ma che cosa può fare un giovane disegnatore che si presenta per la prima volta al dirigente di un syndicate per vendere il suo lavoro?». Charles Schulz aveva un tono rassegnato quando raccontava l’origine dello strano nome che avrebbe contrassegnato la striscia più celebre di tutti i tempi. Lo stesso tono che avrebbe probabilmente oggi, nel vedere che l’opera cui si era sempre opposto con tutte le sue forze, dopo aver conquistato l’America, va diffondendosi per il resto del mondo. L’opera della discordia si chiama The Complete Peanuts. Un progetto faraonico: venticinque volumi, uno ogni sei mesi per oltre dodici anni, per ripubblicare «in un’edizione cronologica e definitiva» l’intero corpus dei fumetti di Charlie Brown.
di SILVANA MORASSO [dal "Bollettino della Società di Italianistica Tridentina", aprile 2005]
Nel 1879 uscì in Italia un romanzo di Christian Andersen scritto nel 1836 e adesso, nel 2005, esce ancora. E' l'ostinata determinazione del curatore e traduttore Lucio Angelini a fare emergere dall'oblio questo importante pezzo di letteratura. Non deve essere stato semplice ricordarsi di un libro del 1879, la memoria fa degli scherzi, ma la competenza no, l'amore vince tutto. Angelini ama Andersen come un Parente la Mamma. Aveva a disposizione, Angelini, un vasto spettro di inediti del grande danese, favole che i bambini d'oggi hanno sostituito con la Playstation e non sanno nemmeno quanto belle sono e cosa si perdono a non leggerle. Favole inedite come La pustola e la spugna, Il convolvolo di Korsør, Il roditore di ebano dell'isola di Fionia, La mendicante antipatica del ponte di Belt, I tre zuzzurelloni di Sejerskovvej, La storia triste di Bastian Contrario, L'acciarino di Fyrtøjet, Lo scemo del villaggio di Århus, La guerra dei sessantadue mondi, Mønsted Kalkgrube e l'albero di Santa, Il raccoglitore di spigole va al Nordsømuseet, Liberi stalloni adorni di vischio, Zampanò e Zampasì. In questo bendidio che fa la gioia di ogni filologo danese, Lucio Angelini, che danese non è, sceglie invece il tristissimo ma educativo romanzo di Christian Andersen, Solo un violinista (pp. 363, euro 16,50), assedia l'importante imprenditore elide Edilo Fazi, glielo fa pubblicare e restituisce a noi tutti dall'oblio una sorta di Jude l'oscuro che si svolge in Danimarca e che potrebbe intitolarsi Christian lo sfortunato, culmine della tradizione che da Remi arriva a Peline.
Pincio oltre la polvere di mondi probabili
di EMANUELE TREVI [Vorrei continuare a ragionare sul nuovo romanzo di Tommaso Pincio, La ragazza che non era lei (qui la Miserabile recensione). Un contributo pressoché eccezionale a questa riflessione proviene dalle pagine del Manifesto, su cui Emanuele Trevi ha pubblicato negli scorsi giorni questo splendido pezzo, che qui ripropongo a favore di chi non l'avesse intercettato. gg]
Con La ragazza che non era lei (Einaudi «Stile libero», pp.307, euro 14,80), Tommaso Pincio ha rischiato grosso, ed è stato premiato da quella fortuna che, secondo l'antico motto, si concede volentieri solo agli audaci. Leggendo questo suo quarto libro, mi è spesso venuta in mente l'immagine di uno di quei giocatori accaniti che mai si sognerebbero di allontanarsi dal tavolo da gioco quando hanno già accumulato di fronte a sé un discreto gruzzoletto. Quella vincita già ottenuta, infatti, è solo il mezzo per alzare ulteriormente la posta, ottenendo maggiore profondità e velocità alla propria vertigine. Da Dostoevskij a Tommaso Landolfi, abbiamo imparato che un vero giocatore può comportarsi solamente così. Evadendo dalla metafora, bisognerà ammettere che le stesse prerogative appartengono al vero scrittore. Nella cui opera, intesa come successione di libri, esistono certamente degli elementi, anche immediati, di riconoscibilità, ma ogni volta, appunto, rimessi in gioco, sottoposti a torsioni e giri di vite così violenti da evocare costantemente lo spettro del fallimento. Il fatto è che per Pincio la forma stessa della narrazione, l'architettura di quell'oggetto verbale che definiamo una «storia», non è mai la cornice, inerte ed accogliente, delle idee, dei fatti e delle emozioni che intende esprimere.
Inizio da dove non prevedevo di iniziare, cioè da cinque minuti fa. Prima di tornare a casa, con il fermo proposito di scrivere, e a lungo, del nuovo romanzo di Tommaso Pincio, La ragazza che non era lei (Einaudi Stile Libero, euro 14.80), cenavo con la critica e traduttrice Donata Feroldi. Si parlava di Petrolio, di politica (direi: geopolitica) della letteratura, del mito vuoto, dell'incipit del De Rerum Natura. A un dato momento, Feroldi dice, riflettendo sull'assurdità della ricezione di Pasolini da parte della critica, che uno dei vari problemi in cui siamo immersi è che ormai la separatezza dell'esperienza letteraria è un dato scontato e acquisito: bisognerebbe tornare, dicendo "poesia", a significare la totalità dell'esperienza letteraria, compreso il romanzo, come faceva Leopardi. Sono molto convinto di una simile prospettiva e posso dire di più: è ciò che sta progressivamente accadendo grazie alla più recente narrativa italiana. La ragazza che non era lei di Tommaso Pincio, dunque, è per me la prima riapparizione di un oggetto letterario che sia "poesia" in quel senso leopardiano. Adesso tento di motivare questo breve giudizio, che è per me centrale rispetto al presente in cui vivo.
Credo che, con Lo sbrego, Antonio Moresco abbia scritto uno dei libri più importanti di questi anni contraddittori, colmi di aperture e censure, di contagi veloci e di germinazioni violente. Lo sbrego non è un romanzo, non sono poesie, non è un'autobiografia, non è una collazione di saggi - e questo è il modo con cui, posti sul discrimine di un'epoca che è appunto un abissale discrimine, possiamo vedere in negativo la letteratura che sta prepotentemente scaturendo dalle brecce (dagli sbreghi) dei nostri giorni. Seguire Moresco in questa sua vertiginosa escalation, però, impone un mutamento radicale di prospettiva, che i celeberrimi 180° sono insufficienti a simbolizzare: non essendo romanzo saggio poesia, Lo sbrego è una narrazione. Questo tempo sta rapidamente corrodendo non soltanto i generi interni (giallo, nero, rosa, romanzo borghese), ma i macrogeneri (poesia, prosa, saggio). Non più romanzi: narrazioni. Le narrazioni intrattengono un rapporto multiplo con il tutto e il niente - e, quindi con il sé. Gli uomini si presentano nudi contamporaneamente ai blocchi di partenza e al traguardo. Lo sbrego è la potente narrazione della vita di un uomo, quindi della vita degli uomini. La vita misurata come letteratura al di fuori di ogni debolismo, di ogni preconfezionata schermata stilistica, di ogni psicologhema - il viaggio per mare e per terra e per lo spazio interstellare, mai raccontato e sempre presente, è il mito vuoto e pieno che pressa dalle pagine di questa fantastica dichiarazione letteraria dei diritti e dei doveri dell'uomo, al di là di ogni moralismo e senza pose da leguleio ispirato. E' l'esperienza dell'aperto.
Ecco a voi un uomo dal quale mai acquisterei una macchina usata – figuriamoci un annuario di poesia. Invece mi tocca acquistarlo, e da anni, perché questa inutilissima e iperbolica pubblicazione curata da cotest’uomo, che si chiama Giorgio Manacorda, è al centro di una leggenda per iniziati. Qualunque operatore dell’editoria e delle patrie lettere attende infatti con smodata ansia l’uscita dell’annuario poetico di Manacorda perché è la più esilarante carrellata di avantpop involontario, una specie di Manuale per le giovani marmotte ad uso di Ciccio di Nonna Papera, un resumé velleitaristico che segnala quanto viva sia, a Roma, non la società delle terrazze, bensì dei terrazzini. Li vediamo su un terrazzino, questi due figuri che figurano curatori di detto annuario, e cioè lo stesso Manacorda e tale Paolo Febbraro: se la fanno, se la dicono, tirano i bussolotti, giochicchiano con lo stucco, telefonano in Mondadori e intimano di dare loro la direzione dello Specchio, rimbalzano, chiamano il disperso editore Castelvecchi e je dicono: “Ahò!, manco quest’anno ci fanno dirige ‘o Specchio, famo ancora er annuario”, e Castelvecchi si ritrova intatto il solito tormentone, quest’anno addolcito dai finanziamenti dell’Università della Tuscia, che sarebbe il prestigioso posto in cui Manacorda insegna.
Può succedere che esca il miglior romanzo italiano di quest'anno che quasi nessuno se ne accorga? Sì, se il romanzo ha la sfortuna di avere nel titolo la parola “dandy” e se nell' anno in questione uno scrittore dandy è già stato incoronato, a furor di popolo, principe della letteratura patria. Il dandy in carne ed ossa cui mi riferisco non occorre nominarlo; quello di carta è Vittorio Nuvolani, il protagonista di - appunto - Atomico dandy (Feltrinelli, € 16) scritto da Piersandro Pallavicini; un quarantenne di successo, socialmente ben integrato e politically correct, che divide la sua vita fra una casa che sembra uscita una rivista d'architettura, una moglie - Roberta - che è uno dei personaggi femminili più arrapanti mai uscito da una penna italiana, e un prestigioso posto all'università di Pavia, a capo di un gruppo di ricerca doviziosamente foraggiato da un colosso di computer, la “Apfel” (“Mela”, in tedesco, come “Apple” in inglese...), che indaga la possibilità di realizzare un rivoluzionario computer molecolare, il “Chemputen”.
[L'autore di Atomico dandy ha pubblicato su Pulp una recensione intorno a Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno. Ringrazio Piersandro per avermi concesso il permesso di postarla sui Miserabili. gg]
Per una volta mi è necessario contravvenire al bon ton e scrivere una recensione in prima persona. Me ne scuso. Lo faccio perché credo sia importante dichiarare con sincerità che sono “io” a farla, e non un’astratto recensore con pretese di obiettività: sapere da chi viene questa recensione e come io mi sia dovuto porre nei confronti di Con le peggiori intenzioni credo aiuti a coglierne le implicazioni. Per prima cosa: ho letto il romanzo d’esordio del trentatreenne romano Alessandro Piperno quando era già stato dichiarato “capolavoro” e “caso letterario dell’anno”, e dopo aver dunque letto anche le molte recensioni elogiative (e le poche stroncature). Poi, l’ho letto da una posizione pericolosa: sono un collega di Piperno in quanto scrittore, per di più in competizione diretta in libreria.
C'è da fare un discorso sulla letteratura per ragazzi. Non che io sia un esperto, poiché così accade ormai: bisogna essere esperti per occuparsi di letteratura per ragazzi. Addirittura non ci si deve occupare di letteratura per ragazzi: la letteratura per ragazzi si identifica quasi totalmente con l'editoria di settore. Molte le variabili che stravolgono i normali parametri di valutazione dell'editoria per adulti, e costringono a una serie impressionante di competenze specifiche, di specializzazioni e mappe oscuramente segrete, prima di avere titolo per azzardare giudizi sulla letteratura junior. Siccome, poi, generalmente, agli scrittori adulti non frega assolutamente nulla di una letteratura che ritengono minoritaria e che guardano con la tenerezza pietosa che gli ipocriti riservano agli handicappati, la letteratura per ragazzi è diventata una discarica, una riserva indiana, dove l'industria la fa da padrona, dove la strategia del marketing è predominante, dove il management diventa più leggendario degli autori, dove questi autentici eroi (quando lo sono) che inventano e resistono sono totalmente in balìa delle logiche di mercato. Le più fosche previsioni sull'industria che fagocita il sogno della letteratura hanno qui una realizzazione inquietante.
Di tutto ciò poco mi interessa. Considero la letteratura per ragazzi una letteratura tout court, quando essa è in grado di mobilitare con potenza l'immaginario, di utilizzare tutte le retoriche, di smuovere l'emotivo congelato dell'umano occidentale. Ai miei tempi era Salagari, la letteratura per ragazzi - e oggi c'è un Meridiano dedicato a Salgari. Bisogna operare sulla letteratura adolescente la medesima svolta che si è compiuta con gialli e fantascienza: non si tratta di paraletteratura, bisogna affermarlo con forza. Nei giardini dell'infanzia si covano sogni e complotti. E' necessario abituarsi a vedere il talento ovunque fiorisca. In Italia, per esempio, il talento è fiorito e sta erompendo in Cristina Brambilla, che esce da Mondadori Junior con un romanzo irresistibile, comico e meditativo, letteralmente incantevole, che si intitola Il drago in discarica. Questo libro rinnova il patto di alleanza tra l'immaginario adulto e l'infinitudine creativa di qualunque adolescenza: il che è il sogno di tutta la letteratura.
Nel 1997,dopo aver pubblicato Gli emigrati, Gli anelli di Saturno, Vertigini (mancava solo la summa, struggente e malinconica, di Austerlitz, uscito nel 2001, anno della sua prematura morte per incidente automobilistico, a chiudere un canone breve e sorvegliatissimo, di rara e potente bellezza,) W.G.Sebald tenne una serie di lezioni di poetica a Zurigo. Uscite poi in Germania (Guerra aerea e letteratura, 2001) quelle lezioni sono state ora pubblicate da Adelphi con un titolo che suona forse depistante e retorico, Storia naturale della distruzione, ripreso da un’opera, peraltro incompiuta, ma pluricitata nel libro, dell’inglese Solly Zuckerman, dopo la visione della distruzione di Colonia, ad opera dell’aviazione britannica.
Recensione del libro più osannato del momento
di ALDO NOVE [da Liberazione del 9.4.05]
Chi scrive, ha provato a leggere
Con le peggiori intenzioni di
Alessandro Piperno un mese fa. Avendone
avuto copia da un’amica che, dopo
venti pagine, l’aveva mollato. Dicendomi:
«Io non ce l’ho fatta. Ma è il
caso letterario del momento e varrebbe
la pena leggerlo». Con lo stesso spirito
dell’amica l’ho affrontato, resistendo
però fino a cinquanta pagine.
Trascorse nella noia assoluta. Poi mi
hanno chiesto di recensirlo e di nuovo
è scattato il tormentone della lettura in
chiave sociologica, della ricerca di
un’“opportunità” di appropriarmi della
chiave di lettura di un fenomeno letterario.
Chi legge per passione ma anche per
professione è abituato a farsi un’idea
dello stile dell’autore dalle prime pagine,
ad abbandonarsi, spesso per necessità,
a un’opinione che non si fonda
sul “come va a finire” ma proprio sull’identificazione
dell’insondabile “stile”
di un autore che si rivela, in filigrana,
nella sintassi, nel ritmo e nel lessico, e
che raramente si modifica, qualunque
siano le modalità del plot narrativo, comunque
queste siano congeniate.
Ma torniamo al libro, al libro infine
letto per intero.
William T. Vollmann esordì nel 1987 con un visionario romanzo dove si parlava di insetti che si ribellano al malvagio potere dell’elettricità. Si intitolava You bright and risen angels e gli insetti rivoluzionari erano chiaramente l’incarnazione dei popoli che nel corso della storia sono stati oppressi dall’uomo bianco ovvero tecnologico. Da allora lo scrittore non ha mai smesso di raccontare la lotta per la sopravvivenza combattuta da tutte quelle forme di vita che agli occhi della "civiltà" appaiono piccole, marginali, altamente sacrificabili.
Il nuovo libro di Camilleri, Privo di titolo (Sellerio, € 11), ha provocato polemiche ancora prima di essere disposto sugli scaffali delle librerie. Potete scommettere che «il vivamaria» continuerà. L’ultima fatica dello scrittore di Porto Empedocle appartiene al filone storico e prende le mosse da un episodio della storia siciliana: l’uccisione a Caltanissetta del diciottenne Gigino Gattuso «unico mito del fascismo rivoluzionario dell’intera Sicilia», come ricorda un articolo apparso sul il Secolo d’Italia - il quotidiano di Alleanza nazionale - che ha contestato (col romanzo ancora in rotativa) la ricostruzione che ne fa Camilleri.
Curata da Paola Mola, la mostra Brancusi. L'opera al bianco (il cui catalogo, nella foto a destra, è edito da Skira e costa 30 euro) è dedicata all'opera fotografica di Brancusi, che oltre a scultore fu fotografo di straordinaria capacità immaginativa e tecnica, e in rapporto con fotografi del calibro di Man Ray o Charles Sheeler. Realizzata dalla Collezione Peggy Guggenheim in collaborazione con il Musée national d'art moderne, Centre Georges Pompidou di Parigi, l'esposizione presenta circa 90 fotografie di Constantin Brancusi (1876-1957) che illustrano il rapporto tra fotografia e scultura, binomio inscindibile del pensiero dell'artista.
Sfugge spesso ai critici l'evidente rapporto tra l'opera scultorea di Brancusi e le fasi alchemiche. Lo scavo in stati archetipici e l'emersione in forme scolpite viene esaltato dal lavoro fotografico del grande artista rumeno, come indica esplicitamente il titolo della mostra veneziana. Sulla quale pubblico un intervento recentemente apparso su La Stampa.
In originale il titolo suona: The sleeping father, il padre
addormentato. In italiano il romanzo di Matthew Sharpe cambia
nome, o meglio prende il nome della famiglia che lo anima e suona
così: Gli Schwartz (trad. Matteo Colombo, Einaudi, pagg. 300, euro
14,80). Non è sbagliato perché di una saga famigliare si tratta -
una famiglia, visto che siamo in America, naturalmente dissestata,
un resto di famiglia insieme tipica e stramba composta da un padre
e due figli, abbandonati tutti da una madre né buona né cattiva,
che nella sua fuga insegue una qualche affermazione di non si sa
quale sua virtù, o professione. Senz' altro buono è invece il
padre Bernie; una pasta d' uomo che l' esistenza non ricompensa
come dovrebbe della sua bontà. Ma che i figli amano. Anche se
depresso, astenico, fallito. Amano, aggiungo, in un modo tutto
loro, asentimentale, critico, ribelle.
Nel gennaio del 2003 ero a Milano, per la presentazione di un libro. Inaspettati, alla Feltrinelli di piazza Piemonte apparvero Giovanna Sicari e Milo De Angelis. Fu un incontro affettuoso. Non vedevo Giovanna da molto tempo e quella fu l’ultima volta che ci parlammo. Sapevo che era stata male, ma mi disse che era guarita. Lo disse sorridendo, rossa in viso per il freddo, contenta dei vecchi amici: «Quando ho letto i vostri nomi sul giornale ho voluto ritrovare un po’ di Roma». Nel dicembre di quell’anno, dopo aver dato l’addio a un amico in un clinica romana, seppi che poche stanze più avanti si era spenta anche lei, Giovanna. Sapevo che il male s’era presentato di nuovo, non sapevo che lei era lì, a due passi. A 49 anni, Giovanna lasciava un bambino e sette libri di poesia. L’ultimo, Epoca immobile, sarebbe uscito postumo. Anche Tema dell’addio, pubblicato nello Specchio di Mondadori (pagine 79, 9,40) è il settimo libro di poesie di Milo De Angelis, che di Giovanna era il marito: un libro in suo nome, nella dedica e in ciascuna delle 48 poesie, un numero forse casuale, e forse no.
Affermare oggi che la letteratura italiana è priva di energia rientra nell'ordine di una patologia di cui devono occuparsi sociologi psichiatrici alla Durkheim. A uno scrittore come il sottoscritto, che legge i testi del suo presente, la salute della letteratura contemporanea italiana appare salda e non necessitante anamnesi. Va lasciato, questo esercizio di lamentazione ipocondriaca, alla pazienza dei medici dell'Asl.
Se si desidera un esempio di supernarrativa contemporanea, profonda, energica, pura dissoluzione dell'io e investigazione della Storia e delle storie, del sapere (ogni sapere) e della sapienza, ci si affretti in libreria, si acquisti il recente straordinario libro di Beppe Sebaste, H.P. - L'ultimo autista di Lady Diana, si dia fuoco alle polveri della lettura, ci si nutra di una meditazione narrativa che sta tra Seneca e Capote, ci si incanti, si sprofondi nell'attenzione vigile e vuota che questo testo veicola. Si avrà fatto l'esperienza della grandezza a cui arrivano certi scrittori nel nostro tempo.
Due sono le ragioni per cui pubblico questa recensione del Gordon Pym. Ho appena riletto il nonromanzo di Poe, che avevo incontrato quando avevo 11 anni, e ho compiuto un'intensa esperienza di letteratura ultrapsichica. Il secondo motivo è invece uno sviluppo: sto scrivendo il romanzo che uscirà in autunno per Tropea e, insieme a certo Zola, il Gordon Pym di Poe si erge quale modello sotterraneo del nuovo libro, sul quale, come già accaduto con Grande Madre Rossa, aprirò una zona, che può essere utile ai Miserabili Lettori che desiderino spiare la bottega dell'artigiano. gg
Gordon Pym, discesa agli inferi e trasformazione
di ALBERTO LOMBARDO
Nella collana degli Oscar Mondadori è recentemente uscita una nuova, ennesima edizione delle Avventure di Gordon Pym di Edgar Allan Poe (€ 6.80). Se si fa un conto del numero enorme di pubblicazioni che questo romanzo scritto nel 1837 continua ad avere senza sosta (includendo nel novero le antologie dell'autore), si può avere una misura del successo che esso continua a riscuotere.
Da Virgilio a Luzi, attraverso Tolstoj e Landolfi, Conrad e Pasolini, Foscolo e Celan. In due volumi gli “Scritti sulla letteratura” del poeta veneto.
di ANTONIO DEBENEDETTI
Di Ungaretti dice: la sua «parola da una parte è segreta perché trovata, dall’altra è segreta perché introvabile». Poeta e critico estremo, come lo vuole Pier Vincenzo Mengaldo anche pensando all’eccezionale «intensità e tensione» del suo stile, Andrea Zanzotto non sembra avere «padri né fratelli» nella nostra letteratura novecentesca. La sua creatività, non esente da qualcosa di sghembo e di raffinatamente paesano, finisce spesso col suggerire in questi Scritti sulla letteratura, qualcosa di inaspettatamente festoso.
Lette poche pagine della
Letteratura vista da
lontano di Franco Moretti
un'immagine s'impossessa
di me: vedo l'autore a
Stanford, nella sua università americana;
lo vedo nello studio (dove
non sono mai stato) alle prese con
mappe, carte, grafici, alberi evolutivi,
trafelato e raggiante. Vedo la
sua bella faccia italiana, intravista
sulle pagine di un quotidiano, sorridente
e anche un po' strafottente -
la strafottenza che hanno stampata
in viso gli intelligenti -, mentre
gira le pagine dei suoi repertori,
oppure tira giù dagli scaffali tomi
di storia della lettura e di sociologia
della letteratura.
Gli Schwartz di Matthew Sharpe (in uscita l'1 di marzo per Einaudi Stile Libero) è due libri in uno – un capolavoro centrato sull'implosione di una famiglia, commovente quanto Le correzioni, e un'inchiesta stilisticamente elettrizzante sull'importanza delle parole. È un tesoro di frasi serie e divertenti al tempo stesso (esempio di tale giustapposizione: «Si sono divertiti sul divano finché il sole non è tramontato» seguita da «Tre ore prima che arrivasse in California, l'estate fece il suo ingresso nel Connecticut».) È triste al punto che il sottoscritto ha chiuso gli occhi nel momento in cui era chiaro che stesse per accadere qualcosa di brutto. Risplende di dolorose assurdità, di giochi di parole, dell'ispirato schieramento dei punti e virgole, di straordinari monologhi adolescenziali. È la cosa migliore che spero di leggere quest'anno: in caso contrario, mi aspetta un anno davvero eccezionale.
In questo testo, denso e compatto, René Guénon riespone ancora una volta la dottrina tradizionale che, a suo avviso, ha trovato la massima enunciazione nel Vêdânta . In verità, Guénon ne espone la profonda e acuta versione del filosofo indiano Shankara (fine VIII sec.), mentre i testi della «parte finale» (tale è il significato del termine Vêdânta) dei libri Veda , codificati in sutra (versetti) nel III sec., si rifanno sostanzialmente alle Upanishad , le quali risalgono – per Giuseppe Tucci(2)– almeno al VI sec. prima della nostra era. Le formulazioni upanishadiche spesso sintetiche e enigmatiche, quasi certamente di valore ipomnematico (di aiuto alla memoria e di sostegno a incontri-lezioni orali), nonché le codificazioni di mille anni dopo, condizionate dal pensiero buddista, si prestarono a varie letture e stimolarono molteplici scuole e una vastissima letteratura.
"Mi sono spesso domandato come sarebbe diventato il giovane Holden da grande. Adesso ho la risposta: come Fred Exley" scrive Flavio Santi nella prefazione ad Appunti di un tifoso, l'autobiografia finzionalizzata del geniale autore americano Frederick Exley, riproposta a quasi quarant'anni dalla sua uscita grazie alla casa editrice Alet. Di questa nuova realtà della piccola editoria italiana ci siamo già occupati, ma vale la pena di spendere nuovamente un elogio per il catalogo più bello di letteratura straniera che si sia visto negli ultimi tempi nelle nostre desolanti librerie. Il merito va in gran parte ascritto a Simone Barillari, uno che la grande editoria deve affrettarsi a eleggere come intellettuale di riferimento. Non foss'altro per la qualità degli apparati, degli esaltanti risvolti, prefazioni, explicit e documenti che accompagnano la confezione dei libri Alet, dovremmo ringraziare. Questa è una scossa salutare a tutta la nostra editoria.
Detto ciò, che esula dal romanzo in questione, si consideri Exley un'autentica riscoperta che vi farà rizzare i capelli in testa per i brividi di piacere e di schifo che la sua narrativa è pronta a trasmettere dalla prima frase. Un po' come accaduto con Revolutionary Road di Richard Yates, Appunti di un tifoso è letteratura allo stato puro per il godimento e la meditazione, come già ai tempi confermò l'iperbolico giudizio che ne diede il New York Times: "La migliore opera americana dopo Il Grande Gatsby".
La Guerra Civile è una
cicatrice che rimarrà
indelebilmente sul corpo
dell’America». Così
scrisse Henry James, raffinato
saggista oltre che impareggiabile
scrittore. La frase di James
mi è ritornata irresistibilmente
alla memoria leggendo il romanzo
di George Saunders, Il declino
delle guerre civili americane[qui un'intervista all'autore].
Perché il plurale? Certo, la
guerra civile per eccellenza,
quella di secessione, alberga tuttora
nell’inconscio collettivo, oltre
che nella tradizione, con
particolare spessore nel Sud,
ma Saunders ritiene che gli Stati
Uniti siano stati percorsi e siano
tuttora percorsi da conflitti intestini,
che vanno dai pregiudizi
razziali alla pena di morte, dal
moralismo bacchettone all’impero
tecnologico, in contrasto
con la più ampia libertà anche
comportamentale, i diritti civili,
gli atti gratuiti.
Con Lethem, Eggers, Moody,
Saunders è uno degli autori più
rappresentativi di una generazione
significativamente cresciuta
nel segno di Thomas Pynchon,
forse l’autore di maggior
statura del post-moderno americano,
non a caso loro estimatore.
E' troppo importante la pubblicazione del nuovo libro di Milo De Angelis, Tema dell'addio (Mondadori, € 9.40), per non parlarne direttamente, anziché accostare in maniera critica la recensione apparsa su il manifesto, a firma di Andrea Cortellessa, qui pubblicata. Le ragioni di Cortellessa, sia chiaro, sono ragioni legittime di una componente della critica italiana di poesia, che io non condivido minimamente. Impiegherei pagine per smentire - ma unicamente nella mia prospettiva - quanto Cortellessa dice dell'itinerario poetico di De Angelis, dal '76 a oggi. Basti, a sedare ogni eventuale contrasto di ordine critico, la considerazione che non è possibile prescindere, in poesia contemporanea, dal lavoro che De Angelis è andato via via pubblicando, certo anche con discontinuità, ma che con Tema dell'addio tocca vertici di un riconosciuto capolavoro quale fu il primo testo edito, Somiglianze. Unica notazione circa il pezzo di Cortellessa è l'uso del termine ermetismo: una fossilizzazione indebita, di cui la critica ufficiale faticherà per molto ancora a liberarsi, non accorgendosi che proprio Milo De Angelis l'aveva mandata a gambe all'aria trent'anni orsono.
È questo il primo, vero libro «orfico» di De Angelis, di un orfismo però in negativo, in cui la parola, schiacciante necessità e insieme scacco, è sempre insufficiente: come le cure mediche che non sono riuscite a richiamare in vita la moglie del poeta
di ANDREA CORTELLESSA [da il manifesto]
Da sempre la poesia di Milo De Angelis possiede la misteriosa proprietà di apparire, a un tempo, inattesa e necessaria. La
sua irruzione, a metà degli anni settanta, segnò la più traumatica discontinuità col visibilismo oggettuale lombardo', lo sperimentalismo realistico di «Officina», la gestualità intellettuale della neoavanguardia: tutti d'accordo nel liquidare l'obscurisme post-simbolista
dell'ermetismo fiorentino come l'attrezzo più impresentabile d'un Novecento precocemente invecchiato. Figurarsi quanto potesse apparire eversiva
una parola - come quella di De Angelis - che riattizzava l'incendio dell'analogismo puro, della verticalizzazione più esilarante. Non stupisce
che si guadagnasse, più che lettori, un manipolo di fanatici.
La storia - sia quella con la esse maiuscola
che quella con la esse minuscola - occupa un ruolo di primo
piano nei dibattiti e nelle letterature postcoloniali. Basti pensare
al lavoro portato avanti dal gruppo dei Subaltern Studies oppure
alle opere di scrittori quali Salman Rushdie e Gabriel García
Márquez, per ricordare solo i più internazionalmente
conosciuti. Aspetto fondamentale di una decolonizzazione culturale
e mentale prima ancora che politica, la ri-scrittura e la re-visione
della storia sembrano costituire un vero e proprio imperativo per
gli scrittori provenienti dalle cosiddette ex-colonie, i quali,
in contesti assolutamente diversi e adottando modalità differenti,
cercano di fare i conti con il proprio passato segnato dal colonialismo
oppure con la storia più recente caratterizzata dal neo-colonialismo
statunitense.
Forse è un effetto boomerang, ma contro il tentativo di omologazione culturale messo in atto dai media e dalle combriccole di potere, ecco spuntare i movimenti controculturali metropolitani tra rabbia, ironia ed esplosioni creative, e una ripresa innovativa delle culture tradizionali, quindi anche della musica, che si traduce in piazze, sagre e feste popolari affollate, trepidanti al ritmo degli strumenti della tradizione, locali underground e centri sociali immersi in esaltanti momenti di catarsi collettiva.
Stravolto diario esistenziale, ora angoscioso ora tenero, di una mente malata di normalità, e per questo ancora più folle, Charles Manson, opera prima di De Amicis edita in volume spillato, è un racconto per immagini e parole che non fa nomi (se non nel titolo indicativo) e non offre giudizi o appigli di sorta.
Scritto nel 1973, uscì postumo per Adelphi nella collana «Narrativa contemporanea». Ultimo romanzo di Morselli, e da molti ritenuto il suo più rappresentativo, Dissipatio H.G. (la sigla sta per humanis generis) presenta un consuntivo delle motivazioni che portarono l'autore al suicidio, pochi mesi dopo, nel luglio del 1973. In venti capitoli si ripercorre la vicenda di un uomo il quale, di ritorno dalla caverna in cui avrebbe voluto uccidersi, scopre che il mondo è rimasto completamente privo di esseri umani. Il titolo dell'opera richiama un supposto testo del neoplatonico Giamblico riguardo una possibile «evaporazione» dell'intero genere umano che, in questo romanzo fantastico e surreale, scompare nella notte tra il 1° e il 2 giugno.
In nomen omen, dicevano i latini, ossia "nel nome c'è un destino". Il nome di una persona può costituire insomma un indizio per intravedere quali saranno il suo fato e le sue inclinazioni. Che dire allora della piccola Plectrude? La sua è un'esistenza straordinaria fin da prima di nascere. Viene infatti al mondo già orfana, perché la madre ha deciso un bel giorno di svuotare l'intero caricatore di una pistola addosso al marito. Nasce in prigione e poco dopo la madre decide di suicidarsi: due fatti di sangue che segneranno indelebilmente la vita di questa bambina.
Questo è il settimo titolo tradotto in italiano del quarantenne scrittore di New York. Sono più di mezzo
migliaio di pagine in cui viene
raccontata una storia che prende gli Anni Settanta come nu-
cleo fondante, centrata sul ragazzino bianco Dylan Ebdus che
diventa uomo procedendo in
un'adolescenza dai tratti molto
particolari, poiché la maggioranza delle persone che vivono
attorno a lui, nel suo quartiere,
nella scuola, per le strade, non
sono bianchi anglosassoni, ma
italoamericani, portoricani, e soprattutto neri.
La complessa evoluzione dell'
identità di Dylan, qui descritta
con minuzia e profondità straordinarie, prende corpo all'interno
di un reticolo di relazioni fondamentalmente dominate da alleanze e scontri fra ragazzi, da un
lato, e dalle collocazioni sociali e
ideologiche delle loro famiglie.
«Un'alba come questa l'avevo vista solo due volte in vita mia: la prima nel Vietnam, quando durante una missione notturna una granata a frammentazione era sbucata dal terreno e mi aveva azzannato le cosce con i suoi tentacoli di luce; la seconda, anni prima, nei paraggi di Franklin, Louisiana, quando io e mio padre avevamo scoperto il corpo di un sindacalista che era stato crocifisso alle caviglie e ai polsi, con chiodi da sedici centesimi, contro la parete di un granaio.»
Nulla di più cretino delle classifiche - il che mi spinge a farle. In realtà, non faccio classifiche: segnalo soltanto i libri che più mi hanno colpito, fatto emozionare, costretto a pensare e non pensare nell'arco di quest'anno.
Nessuna gerarchia effettiva, quindi, nelle segnalazioni, bensì una lista (eventualmente della spesa, in vista del Natale) che serva a rammemorare quanta letteratura è passata sotto i ponti nel 2004. Soltanto, in prima posizione, per ogni categoria, il libro che a me è piaciuto di più, seguìto dai due che assolutamente secondo me bisogna leggere.
Le categorie di segnalazione sono: narrativa italiana, narrativa straniera, saggistica e poesia.
Mi siano perdonate gaffe e dimenticanze. Il criterio di scelta è stato unicamente mnemonico: avevo in mente i titoli che mi hanno maggiormente impressionato, ho controllato se effettivamente erano usciti nel 2004 e li ho segnati. Se ho dimenticato qualcosa di fondamentale (qualcosa e non qualcuno, sia chiaro), me ne scuso.
Ogni titolo è linkato alla recensione o intervento o speciale pubblicati sui Miserabili e, quando non ce l'ho fatta a occuparmene, a schede esterne.
E ora: Supertelegattone! Miaooo...
minimal conosceva una sorta di planetaria ipostatizzazione nei campi del design, della moda, dell'arte, da noi quel termine divenne (letterariamente parlando) quasi un insulto. Per dire che un romanzo era mediocre o stitico, i nostri critici dicevano: è minimalista. Col che dimostravano in pari tempo ignoranza e (il consueto) provincialismo.
Perdonate il cappello.
Ma ho letto con sincero piacere il libro di Mary Robison, Dimmi.
Mario Desiati è uno degli autori che spiccano in questo presente letterario italiano. Poeta, narratore e critico, esprime in sé tutte le novità che stanno imponendo diverse scritture e idealità potenti in una rinnovata tradizione, che si sta facendo: si sta facendo oggi, sotto i nostri occhi. Desiati è stato in grado di esprimere a 360 gradi questa vocazione polimorfa, irresistibile e necessaria: stiamo parlando di un uomo che dispone di una vocazione a scrivere. E' redattore di Nuovi Argomenti, ha scritto e pubblicato uno dei romanzi più belli degli ultimi anni (Neppure quando è notte - peQuod), viene ora antologizzato in Nuovissima poesia italiana, a cura di Cucchi e Riccardi (Oscar Mondadori). In questi giorni esce la sua raccolta di versi Le luci gialle della contraerea (LietoColle), che conferma quanto si sapeva già: Mario Desiati è un patrimonio acquisito della letteratura italiana contemporanea, questo libro è splendido, questa è la poesia.
"Childe Roland alla Torre Nera giunse": questi versi, tratti dal racconto fantastico di Robert Browning (1812 Camberwell, Londra - 1889 Venezia), hanno ispirato la saga della Torre Nera, ultima e (a sentire lui) definitiva frontiera del maestro dell'horror, universalmente riconosciuto, Stephen King.
Seduti sul molo, bisognerebbe osservare i gabbiani mentre volano in tondo nell'aria marcia del tramonto. Spazzini del cielo. Cacciatori di stelle. Mi vennero in mente queste metafore, e tante altre ancora trovate come pepite d'oro fra le pagine di Malcolm Lowry, quando, qualche anno fa, giunsi sulla spiaggia di Dollarton dove il grande scrittore visse insieme a Margerie forse la sua stagione più bella. Fu lì che, staccandosi dal mondo con un taglio netto, simile a un'amputazione spirituale, scoprì qualcosa di se stesso capace di farlo sentire come un dio. "Per quattordici anni - leggo ora in Salmi e canti (Feltrinelli, collana Le Comete, traduzione di Bruno Amato, 25 euro), una raccolta di scritti specie giovanili, ma soprattutto una straordinaria galleria di testimonianze umane - i due sposi abitarono in un capanno occupato abusivamente dalle parti di Vancouver, senza isolamento alle pareti ne una stufa per riscaldarsi". Firmato Clarissa Lorenz, moglie di Conrad Aiken, il cui Blu Voyage tanto colpì la fantasia del giovane Malcolm da spingerlo a mettersi sulle tracce dell' autore diventandone amico.
Brevi recensioni dalla sottocultura italiana degli ultimi tempi: De Carlo, Faletti, Mazzantini, Brown, Caldwell & Thomason, Agnello Hornby, Follett, Moccia, Stilton [Tutti i libri qui sommariamente recensiti sono stati tra i primi dieci romanzi più venduti in Italia, nel bimestre ottobre/novembre. Perdonate se non comunico, secondo una pratica filologicamente scorretta, titoli editori e prezzi di questa debordante ondata di materia organicamente utile a rivivificare i campi di coltura del mais. gg]
Dall’aletta dell’ultimo romanzo di Andrea De Carlo: “De Carlo costruisce un romanzo a più voci in cui racconta delle nostre aspirazioni e contraddizioni, dei rapporti d'amicizia e d'amore, delle paure, delle manie, dei sogni nascosti”. Nostre? La mia aspirazione è eliminare qualunque copia di romanzi di De Carlo da Macno in poi, la mia contraddizione è averne condiviso l’editore, i miei rapporti di amicizia non includono De Carlo e quelli d’amore non contemplano la presenza Eleonora Giorgi, di paure ho quella che De Carlo diventi un Nobel come Fo, ho la mania di appiccare il fuoco con l’accendino a ogni pagina di ogni nuovo romanzo di De Carlo, il mio sogno nascosto è vedere De Carlo fare outing e venire cacciato da un Gay Pride. Quindi Giro di vento è questa storia? Oppure un sottotitolo all’uscita da Mondadori del piacione? Perché sul fatto che si tratti di un romanzo a più voci, non c’è dubbio: sono in tantissimi, infatti, a coltivare esattamente questi miei sogni, queste mie paure, queste mie manie.
Le edizioni Omnibus pubblicano un volumone di oltre 1250 pagine con ottanta racconti. Tutti i più grandi autori della fantascienza da Asimov a Zelazny, e anche due italiani.
Prendendo in mano il volume Nouvelles des Siècles Futurs si ha proprio l'impressione di avere a che fare con la "bibbia" della fantascienza. Soprattutto per la scelta della carta, molto sottile, che riesce a rendere maneggiabile un volume di 1250 pagine. Ma anche per l'ambizione dell'opera, che raccoglie ben ottanta racconti selezionati attraverso tutta la storia della fantascienza. Lo scopo: tracciare una sorta di "storia del futuro", che comincia dai padri del genere, Wells, Verne, Lovecraft, e arriva fino ai giorni nostri passando per tutti i generi e le correnti, gli stili e le idee, con racconti di Isaac Asimov, Robert Heinlein, Ray Bradbury, Jack Vance, Arthur C. Clarke, Philip K. Dick, James Ballard, Greg Egan e tantissimi altri.
Dalla casa editrice Meridiano Zero, ricevo questo allegato, che volentieri pubblico. gg
A Derek Raymond, in una delle interviste che si sono accavallate le une sulle altre durante gli ultimi anni della sua vita - quando, dopo una lunga bohème, il suo valore era stato finalmente riconosciuto - è stato chiesto di spiegare perché tanti suoi amici fossero finiti male. Sorseggiando l’immancabile birra, Raymond ha risposto più o meno così: nelle famiglie dell’upper class inglese si allevano i figli a suon di menzogne; quando poi i figli crescono e si accorgono di quanto la vita reale sia distante dalla bolla in cui sono cresciuti, di come apparenza e realtà non siano conciliabili, impazziscono, diventano schizofrenici, si suicidano”. Su questo tema, sulla follia che attendeva in agguato i rampolli dell’alta società inglese negli anni Sessanta, Raymond ha scritto un libro, Atti privati in luoghi pubblici.
Riprendo la stupenda recensione che Tommaso Pincio ha pubblicato su Alias, supplemento letterario del Manifesto, a proposito di Oblio, la raccolta di racconti di David Foster Wallace appena uscita per i tipi Einaudi Stile Libero [nella foto a destra, due immagini di difficile reperibilità: Tommaso Pincio e un giovanissimo Foster Wallace]. E' talmente denso di nuclei per me importanti, questo pezzo, che domani dedicherò un ragionamento che lo costeggia e tenterà di complicarlo. [gg]
WALLACE NON È «WALLACE»
di Tommaso Pincio
David Foster Wallace è un fenomeno che non ha eguali nella letteratura statunitense. Al di là delle innegabili doti di scrittore, ciò che lo rende davvero unico è come il suo nome sia ormai diventato sinonimo pressoché indiscusso di talento. È ormai impossibile leggere una recensione di un suo libro che non contenga preamboli in cui si rammenta al lettore quale mago della prosa sia David Foster Wallace e di cosa egli sia capace di fare con le parole e come sappia affrontare qualunque argomento con assoluta proprietà di linguaggio e virtuosismo. Il fenomeno si è puntualmente verificato anche in occasione di Oblio (Einaudi Stile Libero, traduzione di Giovanna Granato, pp. 410, €15), l’ultima raccolta di otto racconti o «romanzi brevi», stando alla definizione che ne dà l’editore nella quarta di copertina.
Ma c’è un fatto ancor più unico se non strano.
«Noi saremo tutto»,
il «c’era una volta
in America» di Evangelisti
ha la connotazione della
coralità epocale (gli anni
d'oro del noir, le rivolte
operaie, il maccartismo),
attraverso un personaggio
carismatico, seguito
nella sua barbara
evoluzione sociale
agli alti livelli del crimine
di Sergio Pent [da ttL]
E’ sorprendente la
capacità di Valerio
Evangelisti
nell'adattarsi
con spirito camaleontico all'
epoca e all'ambiente delle sue
storie cupe. Lo scrittore diventa
un tutt'uno con la materia
narrativa, perde qualunque
connotazione personale e si fa
romanzo, per offrirsi a scatola
chiusa al piacere sempre rinnovato
della lettura. Evangelisti
fa parte di quella schiera di
narratori puri, che amano reinventare
la Storia motivandone
anche le ragioni critiche, o dare
spazio alla fantasia con l'entusiasmo
che da sempre invidiamo
agli autori stranieri.
Ci voleva un manipolo
di poeti del Veneto
(Munaro, Cecchinel,
Casagrande e Di Palmo stesso)
- che ha varato una sigla,
Il Ponte del Sale, da un antico ponte
di Rovigo dove operano - per pubblicare,
con elegante e ineccepibile e
celestina veste grafica, I begli occhi
del ladro di Beppe Salvia [qui lo speciale dedicatogli dai Miserabili]. L'Italia
culturale di oggi, troppo spesso
misera e inadeguata, non ha ancora
saputo ricambiare la generosità di
un così magnifico frutto poetico
maturato in pochi anni, dieci per la
precisione, tra la seconda metà
degli Anni Settanta e la prima metà
degli Ottanta. Con le sue belle
poesie, quasi un vademecum, Salvia
ha magnificamente raccolto l'insegnamento
che Petrarca ci ha lasciato
sulla scienza del cuore e
quella scienza lui ha rilanciato con
freschezza e sapienza.
Negli USA è stato pubblicato un libro clamoroso di John Perkins che denuncia come gli ambienti finanziari abbiano utilizzato la Banca Mondiale, il FMI e una rete di sicari finanziari privati per aggredire e rovinare intere nazioni, risalendo fino al tempo in cui Kermit Roosevelt Jr. (nipote del presidente Theodore, da non confondere con il presidente Franklin Delano Roosevelt) orchestrò il rovesciamento del governo nazionalista di Mossadeq in Iran, nel 1953.
Il libro è intitolato Confessioni di un sicario economico: come gli USA usano la globalizzazione per rubare migliaia di miliardi ai paesi poveri. Il 9 novembre Perkins è stato intervistato da Amy Goodman di Democracy Now!. Presentandosi in pratica come un "sicario economico" pentito, ha spiegato: "Essenzialmente fummo addestrati per costruire l'Impero Americano, come abbiamo poi fatto. Si trattava di creare una situazione in cui il massimo delle risorse possibile affluisse nel nostro paese, alle corporations e al governo, e in questo riuscimmo molto bene. Abbiamo costruito il più grande impero della storia ... Diversamente da ogni altro impero, questo è stato creato soprattutto attraverso la manipolazione economica, con l'inganno, con la frode, irretendo la gente nel nostro stile di vita, attraverso i sicari economici. Fui molto addentro a tutto questo."
«Svanito come un fiocco di neve, il corpo bianco di Moana ripercorre da fantasma i nostri anni Ottanta. Piccola Marilyn martirizzata ed esaltata dal porno, inutilmente santificata dai media, icona femminile di desideri creativi e di desideri puri, bassi e chiari, impone nel cinema il suo corpo macchina-sessuale e in tv la sua testa magnificamente pensante. Più di tante star grandi e piccole del nostro schermo, Moana progetta razionalmente il suo mito e chiude drammaticamente la sua glorificazione, lasciandoci il suo grande corpo bianco, incontaminato e perfetto. Nella sua breve vita, Moana tocca o è toccata da tutti i personaggi illustri che danno vita all'Italia di fine Novecento. È una galleria di celebrità che Moana colleziona amorosamente e dalle quali è a sua volta collezionata».
E’ più facile sottolineare
i lievi difetti in
un solo libro grande
e ambizioso che
disquisire sulla mediocrità complessiva
di decine di prodotti
senza storia. Sarà perché la perfezione
è un soffio omogeneo
che non osa diventare vento,
oppure perché l'abitudine al discount
letterario rende impermeabili
ai nuovi, numerosi germogli
del sottobosco, fattostà che ci
è accaduto, finalmente, di terminare
un romanzo e di constatare
che si tratta dell'opera più bella e
completa apparsa in queste ultime stagioni.
Il secondo libro del trentacinquenne
di Parma Alberto Garlini
ci ha fatto stabilire l'istintivo
confronto tra il Pratolini di Cronaca
familiare e quello del fluviale
Lo scialo. Tra l'esordio
discreto e intimo di Una timida
santità e questo fiume pieno di
emozioni che è Fùtbol bailado,
intercorre la stessa dilagante
sorpresa, dall'evocazione privata
alla grandiosità epocale.
L'anno scorso la rivista Granta ha incluso David Peace tra i migliori 20 scrittori anglosassoni contemporanei.
E, ora, la recensione. Che inizia secca e continua lunga, motivata e articolata.
Ecco l'inizio: David Peace è uno degli scrittori più geniali di questi anni e Millenovecento80 è un capolavoro.
E' dai tempi in cui lessi Lovecraft che io non provavo tanti brividi grazie a un libro. L'ultima volta che mi era capitato di avere così paura a stare in casa da solo è stato dopo la visione de Il sesto senso. Eppure Millenovecento80 non è un libro horror e neanche un noir - è la storia dello Squartatore dello Yorkshire, serial killer che operò davvero in Inghilterra tra i Settanta e gli Ottanta. Però è anche la storia degli uomini, di tutti gli uomini, e di quella del Male: del Male assoluto.
- JAMES ATLAS, Vita di Saul Bellow, trad. di Adriana Bottini, Milano, Mondadori, pp. 628, € 32,00 -
È la voce piuttosto che le trame, nei romanzi di Saul Bellow, a restarmi ben impressa nella mente. I suoi personaggi non agiscono molto. Parlano a non finire, soprattutto a se stessi. In lunghi, divaganti e buffi monologhi si scaricano dei loro guai in un misto di rude linguaggio da trivio e libresco filosofare. Al pari di quegli oratori improvvisati – che ascoltavo da giovane, a Chicago, in Bughouse Square – essi danno sfogo a centinaia di lagnanze ed esprimono stravaganti opinioni su ogni cosa, dalle donne alla politica del governo. Sono cervellotici, egocentrici, perpetuamente fissati su qualche torto da loro subito, e in costante stato d'agitazione. Alla base dello humour di Bellow c'è che il protagonista è, di solito, uno che ha fatto un enorme pastrocchio della propria vita. Questa è sempre stata la comica concezione che l'autore ha dell'umanità. Gli eroi tragici se la prendono solo con gli dèi, quelli comici bisticciano in famiglia e sognano di pareggiare i conti con i loro nemici, reali o immaginari.
L’immagine argentiana scelta per la copertina (un fotogramma dal film Inferno) è ingannevole. Siamo sempre nel nero, nelle zone buie che la collana Black della Marsilio ama farci frequentare, ma nel romanzo di Frederick Busch, uscito in patria nel 1997, non troverete orrori gotici, fiumi di sangue, urla e smembramenti assortiti. Dolore umano, quello sì. Acuto, profondo, inesorabile come il percorso a ritroso nel teatro della memoria che compie Jack, triste addetto alla sicurezza di un campus tipicamente americano (figli di papà sbronzi, arroganti e turbolenti, professori in pantaloni di velluto e stivali da cowboy che tirano giù le mutandine alle loro studentesse, TransAm con una testa dei Grateful Dead appiccicata sul finestrino posteriore).
di Fabrizio Rondolino [da La Stampa, 3 Novembre 2004]
Di che cosa parliamo quando parliamo di letteratura? Il Foglio ha ironizzato sulla
collocazione del nuovo libro di Alessandro Baricco, nelle classifiche di vendita, fra la
«varia» anziché fra la narrativa italiana. Ma se il suo rifacimento dell'Iliade non è
rubricabile dagli addetti ai lavori alle voce «letteratura», figurarsi allora i racconti dei
bloggers, dilettanti per statuto ed estranei, anche fisicamente, al circuito letterario
tradizionale. Eppure su un fenomeno è opportuno riflettere, come per esempio fa
Loredana Lipperini nella prefazione alla sua antologia La notte dei blogger: la parola
scritta, data per spacciata fino a qualche anno fa, si è presa la sua rivincita grazie ai
messaggini e, soprattutto, a internet: email e chat occupano oramai una posizione centrale
nel nostro universo comunicativo, hanno sviluppato un'ortografia, una sintassi e uno stile
autonomo e, grazie ai cellulari di nuova generazione e alle reti wireless (cioè senza il
bisogno di cavi) sono diventati onnipresenti.
“Un tempo sostenevo che scrivere fosse un mestiere come un altro; c’è chi vende scarpe e chi scrive. Ma ormai non potevo più. Scrivere è una forma di cannibalismo. Prima mangi la vita in un sol boccone, poi la vomiti. Per lo scrittore la vita è come una cozza andata a male, verde e molliccia. Ce l’hai in bocca e non riesci a sputarla in tempo per evitare l’intossicazione”.
Nel 1994, a 23 anni, l’olandese Arnon Grunberg diventò famoso con il suo primo libro, Lunedì blu, con un protagonista che aveva il suo stesso nome. Storia della mia calvizie fu pubblicato, per scherzo, con un nom de plume, Marek van der Jagd, e questa volta il nome del personaggio principale era Marek. Anche questo libro ebbe un grande successo, scatenando supposizioni sullo sconosciuto autore.
di Mauro Baudino [da 'Specchio', inserto de La Stampa]
Ha il fisico asciutto e l’aspetto del montanaro, anche se è nato a Carmagnola, nella campagna di pianura, sotto Torino, tra fabbriche, supermercati e campi dove si continuano a coltivare i celebri peperoni locali. Del montanaro ha anche l’aria di vaga solitudine, il riserbo sorridente e un po’ brusco: proprio come i suoi personaggi, quelli almeno di Il mangiatore di pietre, che esce in questi giorni per Marcos Y Marcos. Davide Longo, 33 anni, professore di lettere con giovane moglie e figlia piccolissima (Emma ha 11 mesi), ex allievo della scuola Holden, quella fondata da Alessandro Baricco, giocatore di basket, musicista e sceneggiatore, è piaciuto molto alla critica con il suo libro di esordio, Un mattino a Irgalem, che ha vinto il Grinzane Cavour-opera prima ed è stato tradotto in Francia.
Lo strumento ottico preferito
dagli autori di
biografie è la lente d’ingrandimento.
Avvicinando
la superficie convessa al
proprio oggetto-soggetto d’indagine
- poeta, scienziato, scrittore,
artista, musicista, regista ecc.
- i biografi possono far risaltare
dettagli o particolari che a occhio
nudo non si colgono affatto.
Tuttavia in questo modo essi
ottengono l’effetto di dilatare un
particolare a scapito dell’insieme.
Un sistema ottico che possa
mostrare i dettagli, e nel medesimo
tempo il tutto, non esiste.
Così, il detective-biografo guarda
quasi sempre con un occhio
solo. Leggendo l’ampia e complessa
biografia che Carole Angier
ha dedicato a Primo Levi, si
ha la sensazione di vedere il suo
occhio: un grande occhio ingrandito.
Che il libro, frutto di un
lavoro lungo e meticoloso, ponga
una questione di ottica e di
visione è suggerito, forse inconsapevolmente,
anche dalla copertina,
dove compare una bellissima fotografia
di Levi, scattata da
Jullian Edelstein, già presente
nell’edizione inglese.
Jean-Charles Vegliante, Nel lutto della luce, Einaudi 2004, pp. 186 (Euro 13,00)
E’ uscito a maggio nella collana di poesia einaudiana il volume Nel lutto della luce di Jean-Charles Vegliante nella traduzione del compianto Giovanni Raboni. Si tratta di un’antologia poetica dell’autore francese, intellettuale famoso, italianista e traduttore, che insegna alla Sorbonne Nouvelle di Parigi.
Si può entrare nella sostanza del libro venendo da subito investiti da ciò che è registrato come “scenario povero”, p.33, o ancora meglio come “disastro”, p.25, del paesaggio umano, delle nostre vite; “il disastro insostenibile degli amori / terrestri”, p.131, che si impone costantemente via via nelle pagine attraverso l’incessante colloquio dell’autore con il proprio io e con il tu di una presenza femminile, interlocutrice che offre spessore alla narrazione.
Ma perché, c’è da chiedersi, questa visione desolante, perché la dominante del dolore, della lucida disperazione?
"La recensione perfetta può esercitarsi soltanto su una scrittura perfetta" - Harold Bloom, Influenza dell'angoscia di lettura, in Papers for Chicago University 20th Compendium
La recensione New Thing di Wu Ming 1, a.k.a. Roberto Bui, è la narrazione nazionale che esprime la massima potenza e bellezza quanto a storie, stili, lingue, strutture negli ultimi quindici anni di letteratura di noi che qui viviamo.
Necessità delle premesse
Oggi, al bar, mi hanno fregato il Corriere. Ho dovuto ripiegare sul microtabloid del reazionariato, Il Giorno, che si legge volentieri soltanto nella sezione dell'oroscopo. Il che, precisamente, ho fatto. Diceva l'astrologo sulla giornata del sagittario: "Non esagerate con la critica o avrete danni nella professione". Io non ho professione, se non di fede, in particolare per la letteratura. Supero dunque la scaramanzia a cui lo zodiaco mi induce ed esagero nella critica.
Vorrei dire qui, per non ripeterlo in continuazione, che ciò che sto per scrivere riguarda me e un multitesto che si intitola New Thing ed è stato scritto da Wu Ming 1 (ma non soltanto da lui) per essere poi pubblicato da Einaudi Stile Libero. Ciò che sto per scrivere è un fatto di privacy mia, non riguarda direttamente WM1 né coloro che stanno leggendo queste righe: sono parole private dette in pubblico.
Esiste forse la perfezione della recensione? La domanda malcela stupidità: esiste forse la perfezione della storia? D'altro canto, esiste la perfezione del romanzo? Sì, esiste. La recensione che segue è il tentativo di spiegare cosa sia la perfezione del "romanzo" o, meglio, della narrazione.
Andiamo per ordine: la copertina è molto bella.
C'è una foto in bianco e nero, di Carlos Goldin, che
ritrae il dettaglio di una mano anziana, di quelle che la
pelle sembra carta velina tanto è sottile e impalpabile.
E' una mano che stringe il manico di un bastone di legno
nodoso e irregolare; lo stesso che accompagnava il
grande poeta cieco nei suoi viaggi per il mondo, che
saggiava il terreno e lo avvertiva dei pericoli, gli faceva
scansare gli ostacoli e gli inciampi della vita.
Poi c'è il titolo, che promette grandi cose.
Testamento poetico letterario.
E l'autore, naturalmente: il mitico Jorge Luis Borges. Insomma, un po' ti commuovi.
E' uscito un suo nuovo libro, hanno rovistato nei cassetti e
hanno trovato 'sta chicca postuma, la sua opera definitiva.
di Alessandra Andolfo [da e-samizdat, la quale rivista si consiglia caldamente di visionare]
Quando dalla galassia editoriale si stacca un autore proveniente dalla scomparsa Jugoslavia e ci raggiunge, è sempre una piccola epifania, una festa, specie in tempi in cui la ex Jugoslavia non è più così di moda e i saggi sul tema non affollano più gli scaffali delle librerie. Ponte alle Grazie ha recentemente pubblicato 69 cassetti di Goran Petrović (traduzione di Dunja Badnjević, pp. 335, 15 euro), uno dei più acclamati scrittori serbi degli ultimi anni e va detto che la Serbia è un paese dove si scrive, a quanto pare si legge e si pubblica molto.
«L’America era atomi
nel vuoto; atomi
in continuo movimento
che si toccano,
rimbalzano e di rimbalzo
saltano nello spazio». Così parla
«Anellia», nome fittizio e chiaramente
simbolico della protagonista
di uno dei due nuovi romanzi
di Joyce Carol Oates, quello di
più ampio respiro. Sempre vanamente
all’inseguimento del Nobel,
la Oates incarna una generazione
(è nata nel 1938) tenacemente
fedele a una stagione letteraria
oggi scompaginata dai vari
Franzen, Chabon, Lethem. Un
giorno ti porterò laggiù vigorosamente
riprende i punti fermi di
una tematica indubbiamente centrale.
Ecco: l’America come un
turbinare di atomi, geograficamente,
storicamente, che Anellia
drammaticamente, angosciosamente
vive, altro aspetto chiave
della narrativa della Oates. Il suo
è un itinerario mentale, una ricerca
di identità che, non a caso, si
protende verso un atomo decisivo,
il West.
[Nel luglio 2003 moriva Roberto Bolaño, uno dei massimi autori sudamericani, sebbene giovane e non ancora iscritto nel mito della leggibilità da supermercato. In una settimana ne ho parlato, e tanto, in due occasioni: in una serata sconcertantemente alcolica, con Mozzi, Colombati e Domanin; e in un'intensa telefonata, con Mattia Carratello, ora approdato a Einaudi Stile Libero. Mi sono reso conto di quanto Bolaño sia importante per tutti noi e, per questo motivo, pubblico un articolo da 'La Stampa' del 20 maggio '03, che presentava l'uscita del capolavoro dell'autore cileno]
Borges triste o Petronio allegro? ROBERTO BOLANO, AUTORE DI CULTO, HA PRESENTATO «DETECTIVE SELVAGGI»: UNA STORIA PARADOSSALE DI POETI AVVENTURIERI
di Mario Baudino
Roberto Bolaño è riuscito a costruire un libro di 800 pagine, che ha venduto moltissimo nel mondo ispanofono ed è stato tradotto un po’ dovunque, parlando per lo più di poesia, di poeti esistiti o viventi e di poeti immaginari, di movimenti consegnati alla storia della letteratura e di altri che si è inventato, senza dimenticare esilaranti critici che avrebbero costruito complicate teorie letterarie basate sulla distinzione tra «poeti finocchioni» e «poeti finocchie». Sembra un paradosso, e lo è.
Ai tempi dell'università (Statale di Milano, facoltà di filosofia) facevamo festini di fronte ai quali i romani più luculliani sarebbero impalliditi. Era un nutrito gruppo di aspiranti intellettuali confusi e lucidissimi, quello: c'era chi pretendeva di profetizzare un radioso futuro per sé e non per gli altri, c'era chi si lasciava andare a derive alcoliche impressionanti continuando a monologare inascoltato su Foucault, c'era chi suonava la chitarra coi capelli lunghi e l'aria da elfo, c'era chi nel baillamme etilico studiava Lacan seduto sul bordo di un letto, c'era chi (come me) li odiava tutti e a quesi festini resisteva non più di quaranta minuti. Gli anni sono trascorsi e, di quei memorabili personaggi, non ho perso traccia. C'è chi, come Antonio Scurati, insegna comunicazione all'università di Bergamo; c'è chi, come Igino Domanin, fa il filosofo e il narratore; c'è chi, come Domenico Cosenza, è una delle personalità più in vista nel presente del lacanismo. Avevo perso invece le tracce di Giuseppe Goisis: musicista e battitore libero, si era addentrato in esperienze londinesi a me ignote. Finché non mi arriva a casa un libro di racconti, peraltro pubblicato da uno dei miei editori, peQuod. Apro, e leggo: Giuseppe Goisis, Un posto vale un altro. E' lui, il mio compagno di università. Mi addentro nella fitta selva delle sue immagini ritmate secondo sequenze da rock narrativo. Un libro stupendo. Sono stordito. Uno dei migliori libri italiani di quest'anno, secondo me.
“Tacito Proust Guicciardini, Soldino Geppetto Eta Beta”: è in questo mantra dell’accademico blasfemo, contenuto in uno dei racconti di Tu, sanguinosa infanzia, uno dei nuclei pulsanti della prima raccolta di saggi letterari di Michele Mari, I demoni e la pasta sfoglia (pagg. 480, 19 euro), pubblicata da Quiritta. Il libro - troppo fitto di refusi per non esortare una casa editrice tra le più interessanti nel panorama editoriale a prestare una cura maggiore nella correzione delle bozze - raccoglie le pagine saggistiche che Mari ha disseminato su giornali, riviste e volumi sparsi (per lo più si tratta di prefazioni o atti di convegni) nel corso di almeno dieci anni, pezzi d’occasione accostati a saggi inediti scritti apposta per la pubblicazione in volume.
Lillian Ross - Picture. Processo a Hollywood - Minimum Fax - € 14
C'erano una volta giornalisti talentuosi e fortunati che passavano mesi su un'inchiesta, e li pagavano pure, e poi magari l'inchiesta diventava un libro di quelli che fanno epoca e scuola. C'era una volta miss Lillian Ross, firma di punta del New Yorker, che un bel giorno siamo nel 1950 si mette in testa un'idea semplice semplice e, insieme, da matti: «imparare tutto il possibile sull'industria cinematografica americana». Tutto? Sì proprio tutto. Delirante. Eppure lei è tranquillissima. Sa già da che parte cominciare. Siccome conosce il grande regista John Huston e si stanno simpatici, decide di andarsi ad appostare sul set del suo ultimo film The Red Badge of Courage (La prova del fuoco, il titolo italiano) e di seguirne le burrascose, ma molto istruttive, vicissitudini fino al lancio nelle sale.
C’è qualcosa di magnetico,
di elettrizzante
nella
scrittura scarna
e livida della serba Natasha Radojcic, nata a Belgrado nel
1966 e che ora vive negli Stati
Uniti e scrive in inglese. Qualcosa
che attrae e inquieta. Quando
l'anno scorso uscì da Adelphi
il suo primo romanzo Ritorno a
casa, che vinse il Superpremio
Grinzane Cavour, il coro fu
unanime: era nata una nuova
scrittrice. Che il suo libro avesse
forse un po' troppo il taglio di
una sceneggiatura cinematografica
non disturbava affatto.
Contribuiva, se mai, a creare
quel ritmo incalzante, senza
sbavature, che lo rende compatto
e teso verso l'epilogo drammatico.
La storia del musulmano
Halid, che torna al proprio
villaggio dalle trincee di Sarajevo,
ha qualcosa di fatale.
Lui si porta dietro la fama di
eroe, ma tale non è. E' piuttosto
uno sbandato come tanti
altri, sullo sfondo d'una Bosnia
martoriata da una guerra
senza fine, che cerca inutilmente
di ridare un senso alla
propria esistenza e perisce
sotto i colpi dei compaesani.
Negli
anni Novanta il discorso nuovorusso, o, in altre parole, il
macrotesto costituito dal corpus delle barzellette sui nuovi
russi, era generato dall'incontro sodomitico, simboleggiato
dallo scontro automobilistico sotto forma di tamponamento,
di due figure emblematiche della Russia contemporanea: il
proprietario di un'automobile Zaporožec, rappresentante del
popolo ed espressione dell'elemento debole, buono e strampalato
dell'anima russa (il cui archetipo si può rintracciare nel
personaggio delle fiabe popolari Ivan lo Scemo), e il nuovo
ricco in Mercedes, incarnazione di quell'elemento forte, spietato
e invincibile che un tempo era personificato dai bogatyri
delle byliny.
Goffredo Parise - Sillabari - Adelphi - 20 euro
Più passa il tempo e più il mistero intorno ai Sillabari di Goffredo Parise si infittisce, ciò che in essi sembrava a sguardi distratti la semplicità fatta racconto si complica, il trionfo vitale che si era letto nei Sillabari suona meno trionfale e la loro musica da presunto libro di lettura per bambini si spezza in melismi e acciaccature e dissonanze da libro per adulti dall’udito sottile. Oggi che li si torna a leggere in questa edizione dove l’Adelphi raccoglie i due libri del 1972 e del 1982, è impossibile non accorgersi di nuovo che dietro questi brevi e sempre enigmatici racconti c’è un tentativo radicale di voltare le spalle alla modernità per ritornare a un «prima», al tempo senza tempo in cui parole e sensazioni erano in accordo tra loro, e come in un Libro d’Ore medievale una perenne fontana di giovinezza scorreva nella vita.
E' un romanzo imperdibile, Dino, la biografia che Nick Tosches [a destra] ha scritto sull'esistenza favolosa e tragica di Dean Martin (Baldini Castoldi Dalai, € 18,90). Non un saggio, non una cronaca, non un'accozzaglia di gossip postumo: questo è il compendio ad American Tabloid di James Ellroy e bene farebbe chi ha amato l'epica americana del genio di El Monte a comprare e succhiarsi le 650 pagine di questo monumento a più di cinquant'anni di storia del costume, dello spettacolo, del crimine e del declino del sogno USA. Tosches, che non a caso è uno dei romanzieri a stelle e strisce più interessanti al momento (il suo In the Hand of Dante, uscito in Italia per Mondadori, è una grandissima narrazione), utilizza uno stile folgorante, à la Ellroy appunto, imbastendo un racconto che è il racconto di un mito: l'uomo che, insieme ad altri, forse più di Armstrong, ha messo piede sulla luna. Un piccolo passo per l'umanità, un salto enorme per un uomo figlio di emigrati abruzzesi, catapultato al centro della platea planetaria.
Dal Corriere della Sera, Alessandro Beretta:
Trovare le coordinate delle nuove solitudini, fino a un possibile incontro. E’ questa l’indagine che muove i personaggi di Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro?, ultima raccolta di racconti di Christian Raimo, romano, classe 1975. Se il racconto ha poco spazio in Italia, per ora Raimo, fin dall’esordio in Latte, ne ha fatto la sua forza, muovendosi tra Roma e un orizzonte storico, vissuto o ricordato dai personaggi, che va dalla metà degli anni Settanta ad oggi. È in questa atmosfera che si svolgono la maggior parte dei dieci racconti della raccolta, testimoni dei lavori in corso sull’animo di una generazione.
Norman Manea - Il ritorno dell'huligano - Il Saggiatore, euro 19
Nonostante l'impazienza non consentisse altri rinvii e la lingua del ghetto gemesse e reclamasse ancora, viva come un tempo, Norman Manea, docente di letteratura al Bard College, ha deciso di ripercorrere il suo passato d'ebreo deportato, cittadino della Romania comunista da cui scappa nel 1986, ed esule negli Stati Uniti, dopo l'omicidio del professor Culianu, studioso del periodo legionario di Mircea Eliade. "Alla fine, ero partito, ma non dalla lingua nella quale abitavo, bensì dal paese in cui non potevo respirare". Nell'ottobre del 1941 ebbe inizio la carneficina di Antonescu, e la famiglia di Manea, come quella di Paul Celan, venne travolta nell'inferno della Transnistria: "Lo sbarco notturno, i colpi d'arma da fuoco, le grida, le rapine, le baionette, i morti, il fiume, il ponte, il freddo, la fame, la paura, i cadaveri: la lunga notte dell'Iniziazione".
[Ovviamente non concordo con una riga che sia una dell'articolo qui sotto riprodotto, apparso sul Foglio di Giuliano Ferrara, sabato 18 settembre. Proprio perché non concordo, la lettura si fa educativa. Vi garantisco che più educativa ancora è la lettura del romanzo in questione, Checkpoint, di Nicholson Baker, uscito per Strade Blu Mondadori, 12 euro. gg]
CHECKPOINT Baker [nella foto a sinistra] racconta l’America
che odia Bush fino a ucciderlo
e fa impallidire (persino) Moore
di Stefano Pistolini
Do you remember l’America che s’accapigliava
sul sesso orale tra stagiste e presidenti?
Bei tempi. Vecchio secolo. Gli intellettuali
prendevano posizione sui peccatucci
nella sala Ovale. E gli States, senza accorgersene,
vivevano una seconda Camelot. Tre anni
dopo l’attacco alle Torri, è un altro mondo.
Dove i soliti intellettuali si sentono perlopiù
minacciati dalle imprese dell’inquilino della
Casa Bianca. Le presidenziali incombono, le
convention impazzano e i pensatori di mestiere
s’arroventano. Se sei un romanziere di
successo come Nicholson Baker – lo stesso di
Vox, specializzato in romanzetti giocati su situazioni
scabrosamente intime – è il momento
di giocare duro e di giocare, appunto, “presidenziale”.
Richard Powers - Tre contadini che vanno a ballare… - Traduzione di Luigi Schenoni- Bollati Boringhieri - 18 euro
Considerato tra i migliori scrittori americani degli ultimi anni Richard Powers [nella foto a sinistra] in Italia non ha ancora riscosso l’attenzione che meriterebbe. Erede del Grande Romanzo Americano (a partire da Melville per arrivare a Gaddis e Pynchon), Powers è un autore colto e raffinato che non ha paura di far implodere la più scorrevole delle trame in digressioni filosofiche.
Powers, infatti, è “una mosca umanista sul muro della tecnica”, uno scrittore che nella letteratura vede il luogo ideale per chi vuole avere una visione dall’alto del rapporto tra tecnica e vita, del rapporto tra tecnologia e responsabilità collettiva.
L'intervento Appunti sparsi su Qualcuno ha mentito di Marco Mancassola mi offre il destro per specificare alcune cose - e sul libro di Mancassola e sulla produzione di recensioni. Qualcuno ha mentito è uno dei libri più belli di quest'anno di narrativa italiana. E' un romanzo completo, maturo, profondo. Non è un romanzo nelle mie corde, il che non significa nulla, perché la materia di riflessione che propone è esorbitante e va dalla definizione di un'intera generazione attraverso la letteratura a una serissima meditazione sulla sostanza stessa dello spaesamento. Questo spettro completo di colori con cui viene rappresentato il presente (uno dei molti presenti che si intrecciano nel presente) è la letteratura stessa. Può trattarsi di un mio solitario delirio, ma il titolo che più vedo vicino al romanzo di Mancassola è Giro di vite di James. Comunque c'è una derivazione gotica, volutamente sbiancata, che sostiene il vortice fattoci percorrere da Mancassola verso l'agnizione, verso la verità.
Ho parlato di presente ed ecco un altro miracolo della narrativa: Qualcuno a mentito è un libro che mette al centro gli anni Novanta.
“Molte persone oneste fanno letteratura, la maggior parte di costoro vanno a letto sapendo o sperando o, piuttosto, essendo certi che si sveglieranno il mattino dopo. E questo mi lascia un po’ perplesso. Io vorrei che qualcuno avesse qualche dubbio, sul suo risveglio” (Gianfranco Contini)
Oramai s’è tramutato in vulgata critica (la più semplicistica, aumentando i torti delle proprie riserve) quel destino posticcio (quindi niente affatto pertinente) che intende relegare Michele Mari sotto le bandiere talentuose della stravaganza linguistica. Il leit-motiv è presto detto: “Il ragazzo è bravo e ha talento, però…” dove quel “però” pesa come un macigno. E sta a rimproverare, nove su dieci, un eccesso di confidenza con la materia, un’abbondanza da zero in condotta, tale da generare nel lettore soffocamento per troppa voluttà. Nel frattempo il “ragazzo” è cresciuto (è nato a Milano nel 1955) e i tascabili Einaudi accolgono oggi la ristampa dei racconti di Euridice aveva un cane (Einaudi, pp. 127, euro 8.50), raccolta già pubblicata nel 1993, con vari consensi.
Mi avvicino con una forte aspettativa
alle pagine di 'Qualcuno ha mentito', memore della lettura del primo romanzo di
Mancassola, 'Il mondo senza di me', che ho divorato qualche tempo fa e mi immergo
subito tra le pagine, come in apnea.
Un'apnea che già dopo pochi passi si fa acida, sospesa tra notti londinesi di
case occupate, di birra e droghe e baci sbagliati.
La collocazione è accattivante al punto giusto, quasi trendy. Siamo a
metà degli anni '90, più o meno.
Risolvere il problema del sesso è un tema enunciato subito nella prima pagina del romanzo Disgrace/Vergogna dello scrittore sudafricano J.M. Coetzee (1940-). Il protagonista, il professor David Lurie incontra la prostituta Soraya una volta alla settimana ed è contento e soddisfatto. Ma quando poi scoppia lo scandal, per l'abuso sessuale di una studentessa, dinanzi alla
commissione d'inchiesta egli ammette la sua colpa ma rifiuta di scusarsi; e, a testa alta, calmo e beffardo dichiara: "...è subentrato Eros.... sono diventato un servitore di Eros".
Nei Racconti del Maresciallo, Mario Soldati compare esplicitamente tra le pagine, nome e cognome, fingendo che le storie che egli riferisce gli siano state raccontate, e forse gli sono state raccontate per davvero, da un amico piemontese di nascita ma padano per trascorsi professionali, il maresciallo dei carabinieri Gigi Arnaudi. Tutte le storie prevedono un esordio rituale: il Soldati e l'Arnaudi seduti a tavola, alla trattoria del Leon d'Oro, o delle Tre Ganasce, o magari al vagone ristorante. Si mangia, si beve, e si racconta.
Se qualcosa ha caratterizzato la produzione filosofica negli ultimi anni, naturalmente con le debite eccezioni, questo è certamente consistito in una netta e progressiva diminuzione del suo raggio d'azione, con un'attenzione via via concentrata su ambiti d'indagine sempre più limitati e ristretti. Ciò che si è imposto è stato uno stile che si potrebbe definire dal fiato corto, in sostanza timido e rinunciatario. Molti commenti, comparazioni, molti commenti ai commenti altrui, molti buoni studi specialistici, molte coltivazioni di nicchia, compilazioni (e molta paura di rischiare). Nel complesso uno scenario incontestabilmente frammentato, agitato, magari, da turbolenze locali, da animazioni iper-circoscritte, ma, proprio per questo, piuttosto sbiadito, sfuggente, evanescente e alla fin fine monotono e uniforme. Dominato, in ogni caso, da una sottile ma profonda sensazione di sfiducia nell'intelaiatura stessa del discorso filosofico e nelle sue possibilità argomentative. In un simile contesto, qualunque siano poi le spiegazioni o le valutazioni a riguardo, spicca per contrasto una recente opera di Carlo Sini edita per i tipi della Jaca book.
Da oggi qualcosa muta nell'area recensioni dei Miserabili. Cosa cambia, è presto detto: si pubblicheranno recensioni di libri non necessariamente appena pubblicati. Le novità editoriali sono una fiumana disperante e, nel mucchio selvaggio, si nascondono spesso produzioni di non convincente livello qualitativo. Personalmente, mi capita di entrare sempre più allucinato in libreria: i banconi delle novità, sparati all'ingresso come il fronte del maremoto, mi sembrano un vomito iridescente, inarginabile. Va detto, poi, che il successo degli allegati ai quotidiani ricentralizza l'importanza fondamentale dei classici, antichi moderni e contemporanei. Forse manca informazione, se un romanzo di Faulkner, ignorato in tascabile in libreria, fa il boom se allegato a Repubblica. E non si capisce perché si debba soprassedere dal recensire Tolstoj per fare posto all'ultimo disgustoso McEwan. Dipende dai titoli, ma anche dagli sforzi di chi legge e poi scrive di quello che ha letto. Le recensioni, dunque, si avvicineranno sempre più all'intento che presiede alla costruzione dell'area speciali: recuperi importanti, come già dimostrano oggi i pezzi su Sebald, Bellow e Wolfee Blog. Ciò non toglie che i Miserabili restino sull'attualità: con maggiore selezione, però. [gg]
È un romanzo breve, che rappresenta però una pietra miliare nella produzione di Saul Bellow: vi si ritrovano, infatti, situazioni, personaggi e temi che l’autore svilupperà in molte opere successive.
di Emilia Patruno
Il protagonista di La resa dei conti si chiama Tommy Wilhelm. È un fallito perché ha voluto seguire con ostinazione una scelta sbagliata: fare l’attore senza averne il talento, cioè proporsi una meta troppo alta per le sue capacità, respingendo l’idea di essere come gli altri. Tommy si nasconde in un bozzolo di autocommiserazione, lasciandosi andare alla deriva; facendosi umiliare e tiranneggiare dal padre; permettendo alla moglie separata di spremergli sempre più soldi; facendosi coinvolgere in situazioni sballate che lo ridurranno sul lastrico.
Nelle pagine conclusive del capolavoro di Cervantes, un decrepito Don Chisciotte, finalmente disingannato e disilluso, scopre che per lui al di là della pazzia non c'è che la morte. Quando i giganti sono soltanto mulini a vento e Dulcinea una robusta contadina che non ha tempo per i cavalieri erranti, la vita diventa invivibile. "Sta davvero morendo", dice il prete che ha ascoltato la sua confessione, "ed è proprio sano di mente". Sancho Panza scoppia in lacrime: "Oh, non muoia, padrone caro!... Segua il mio consiglio e viva ancora per molti anni. Perché la pazzia più grande che un uomo possa fare in vita sua è di lasciarsi morire senza una ragione, senza che nessuno l'uccida, e che a condurlo alla fine sia soltanto la propria malinconia".
Una recensione del 1987 di Mario Biondi Philip Roth non è particolarmente amato dall’establishment ebraico newyorkese. Anzi: l’attrice Shelley Winters — che ne è una colonna ed è invece legata da affettuosa consuetudine con Isaac B. Singer — in un’intervista televisiva ha dichiarato testualmente: «Lo odio». I motivi di tale odio sono assai complessi, ma possono risultare più comprensibili se visti alla luce del variegato disporsi delle componenti del mondo ebraico americano. Roth parteggia aggressivamente, rumorosamente, pantagruelicamente per la componente — diciamo così — avanzata, che desidera, se non recidere il cordone ombelicale con la tradizione ebraico-orientale, almeno osservarla con l’occhio del distacco, della critica e dello humour. Non così l’establishment newyorkese, nella gran maggioranza composto di ebrei di origine polacco-russa — discendenti di chassidim ferventemente ortodossi e come tali insensibili alla Haskalah (l’Illuminismo ebraico) —, sempre più impegnati nel processo di recupero delle proprie radici talmudico-tradizionali e non molto disposti a sentire un figlio — tanto più se famoso — ridere irriverentemente a crepapelle dei propri riti e miti, quand’anche essi possano apparire francamente anacronistici.
“Nell’estate del 1990 a Mosca si sparse una voce. Dicevano che Honecker avesse aperto le frontiere agli ebrei provenienti dall’Unione Sovietica per compensare il fatto che la RDT non aveva mai partecipato agli indennizzi tedeschi a favore di Israele. Peraltro la propaganda ufficiale della Germania Est sosteneva che tutti gli ex nazisti vivevano nella Germania Ovest. A far circolare la notizia erano stati i numerosi commercianti all’ingrosso russi che facevano la spola ogni settimana tra Mosca e Berlino Ovest. E la voce si era diffusa in fretta: ben presto lo sapevano tutti (tranne Honecker, probabilmente)”. Presentata da Guanda con la partecipazione dell’autore alla Fiera del libro di Torino, così si apre la traduzione italiana, curata da Riccardo Cravero, della raccolta di racconti di Wladimir Kaminer, Russendisko, pubblicata in Germania ormai quattro anni fa.
Che cos'è la poesia?
La domanda, talmente ingenua da essere abissale, perseguita sempre e in qualunque luogo chi si accosti a un testo autenticamente poetico. La poesia, per sua vocazione, è l'anarchia coscienziale allo stato puro, ciò che concilia, cioè, lo stato dell'ordine con l'oceano del caos, la norma con la sostanza mentale che la eccede, la cognizione con l'emozione, la lingua di superficie con la lingua di profondità, l'immagine con la pluriforme e inimmaginabile sorgente delle immagini. Purtroppo, da molto tempo, la poesia italiana si è assestata soltanto su una delle rive che osservano lo scorrere del fiume terrifico ed esaltante del poetante. Il bordo prescelto dagli italiani è quello più statico e vergognosamente pavido, cristallizzato nella forma funerea del fossile: la norma anziché la rottura dell'ordine esistente, la lingua solida anziché l'infinitudine linguistica, il bisturi autofilologico anziché la potenza che erra e che esplora. Le patrie lettere versano in uno stato non tanto di decadenza, quanto di rigidità dovuta alla scelta esplicita del gelo (o della codifica del caldo, che è una forma più sottile del gelo), dell'ossificazione formale, dell'adesione a norme consolidate che, al massimo, possono essere prosodicamente violate.
Prima gli indispensabili corollari. Tre uomini paradossali è l'esordio narrativo di Girolamo De Michele. Esordio postumo all'esordio, se si pensa che il libro è stato scritto più di dieci anni fa e ripreso ora. Ripreso e spedito agli encomiabili Quindici (sempre siano lodati!), che lo hanno selezionato per una proposta editoriale "dal basso": lettori che forniscono all'editore l'input per pubblicare un testo. Questa strategia attuata dalla Repubblica Democratica dei Lettori ha funzionato, poiché Einaudi Stile Libero ha recepito l'indicazione e pubblicato il romanzo di De Michele. Peraltro stampandolo con carta ecosostenibile (secondo il progetto di Greenpeace qui leggibile), mentre lo stesso De Michele devolve parte dei diritti a Emergency.
Dopo il paratesto, il testo. Per dire anzitutto una semplice verità: Tre uomini paradossali è un romanzo splendido.
Sin dai tempi dell’università il medico legale e docente della facoltà di medicina dell’ateneo K, Mitsuo Ando, aveva sempre pensato che Ryuji Takayama fosse un genio come pochi altri. I sentimenti nei confronti dell’amico, però, non si erano mai esauriti alla mera ammirazione per le sue straordinarie capacità logico-deduttive ma si erano paradossalmente estesi sino ad inglobare una vasta gamma di sensazioni diverse che spaziavano fino al disagio e al timore per la sua sinistra capacità di "leggergli la mente", cosa di cui spesso lo aveva sospettato. E di occasioni per appurarlo ne aveva avute tante vista la comune passione per i crittogrammi, giochi di logica che li aveva visti spesso antagonisti e che Ryuji aveva sempre mostrato di padroneggiare con una abilità che aveva davvero del sovrannaturale.
Sarebbe piaciuto ad Elsa Morante ed incontrerebbe il gradimento di Garcia Marquez, per gli abbandoni sapienti a un delicato “realismo magico”, il nuovo romanzo di Ugo Riccarelli – Il dolore perfetto (Mondadori, € 17,60) -, grande affresco del secolo che ci lasciamo alle spalle, dallo sbarco di Pisacane al secondo dopoguerra, rivisitato soprattutto attraverso le vicende parallele e confluenti di due famiglie: i Bartoli idealisti cultori della libertà e i Bertorelli, più inclini a una visione materialistica dell’esistenza.
L’area geografica, teatro della narrazione, è soprattutto la Toscana, nel paese di Colle, lambito da un lago acquitrinoso, Padule, in cui sembrano specchiarsi molte delle vicende che si rincorrono nel corso della narrazione.
La riflessione storica sulla violenza è un lungo ininterrotto percorso alla ricerca di una legge di gravità che renda spiegazioni alla fenomenologia del nostro agire: da Platone a Hobbes a Montaigne, ma è soprattutto col Novecento (attraverso Freud, Benjamin, Girard, Arendt, Camus, Foucault, Sofsky) che ci siamo abituati a vedere lo studio delle forme della violenza come il tentativo di compilare una sorta di «politica elementare». Ora, dopo diciassette anni di indagini e incubazioni, sta per uscire in America, edito dalla megalomaniaca McSweeneys, l'opus maximum di questa serie. L'ha scritta uno dei più grandi scrittori contemporanei William Vollmann, e si intitola Rising up, rising down (Rurd).
Il libro di cui sto parlando è un libro che non può piacere a tutti: che non è concepito per piacere a tutti: e che mi guardo bene dal consigliare a tutti. È un libro, tecnicamente, difficile. Forse dovrei dire "opera" piuttosto che "libro", perché sono qualcosa come sette volumi in cofanetto, più di settemila pagine. È una lettura fisicamente ardua. È un testo sfinente. Non è un giudizio di gusto: è un fatto. Quest'opera è sfinente. Eppure io l'ho letta, sfidandone l'enormità e la pesantezza (in senso anche puramente fisico: sta in un cofanetto delle dimensioni di una cassetta per gli attrezzi). Ho fatto questo perché m'interessa l'argomento.
L'argomento è la violenza, l'autore è William T. Vollmann e il titolo è Rising Up and Rising Down.
Philip Roth - Chiacchiere da bottega. Uno scrittore, i suoi colleghi e il loro lavoro - Einaudi - € 9.00
Queste interviste e recensioni di Philip Roth sono adamantine e
irriducibili, degli sguardi affascinanti secondo il New York Times. C'è
Philip Guston con il suo "paesaggio americano del terrore", le "fastidiose
dipendenze e tristi rinunce rappresentate da bottiglie di whisky e mozziconi
di sigaretta". C'è quell'"incantatore folcloristico e argutamente laconico"
di Aharon Appelfield, "mago buono dislocato, deportato e spossessato", con
un "inesorabile attrazione per tutte le anime sradicate", che racconta a
Roth di un paese febbrile, Israele, dove tutto è brusío e brulichío e gli
spiega l'abilità degli ebrei nell'interiorizzare ogni critica e condanna.
Charle Willeford - Tempi d'oro per i morti - Marcos y Marcos - 13.50 euro È doveroso dirlo subito: il sergente Hoke Moseley della polizia di Miami è uno che piace. Scatta immediatamente la simpatia tra questo detective dalla vita dinoccolata e il lettore. La ragione principale è che Hoke è uno sfortunato, quindi l'identificazione è automatica visto che tutti noi siamo o siamo stati poco felici nella vita. Ha 42 anni eppure porta la dentiera, che ogni sera depone in un bicchiere con liquido disinfettante, e vive in un albergaccioalla periferia della Miami invasa dai latinos (cubani e altri) dove il portiere non è certo così zelante nell'annotare le telefonate per lui (tempi in cui non c'era il cellulare).
Amore, morte, poesia. Cos'hanno a che fare queste tre cose? Fanno la sindrome di Orfeo, il primo dei poeti, colui che scende per amore nel regno dei morti.
Il canto di Orfeo fa muovere animali, piante, pietre. Ma per questo è maledetto, è un atto di hybris, una trasgressione dell'ordine cosmico, come quella di Prometeo. Orfeo poetando smaglia l'armonia universale, la rete di rapporti musicali che sostiene tutte le cose e di cui è signore Apollo. Per contrappasso gli muore la sposa, Euridice. Orfeo compie allora un secondo atto di hybris: scavalca la soglia che divide la morte dalla vita, scende negli inferi e incanta con la sua cetra anche i sovrani di laggiù, che gli concedono, cosa inaudita, di far rivivere «lei così amata». A un patto però: per tutta la via che lo riporta dal buio alla luce e al tempo non dovrà mai voltarsi indietro. Ma Orfeo non resiste, si gira a guardare Euridice, che viene inghiottita per sempre dall'Ade.
Tutti sanno chi è Jack Karouac. Magari non per tutta la vita ma c’è un’età in cui tutti sono appassionati al BEAT. Il movimento BEAT è qualcosa che nei presupposti non si può non adorare. Gente che decide di smetterla di vivacchiare di memorie, prende in mano la società americana del dopo guerra e la scrolla come fanno le zie di giù quando vedono i nipoti a natale. L’impressione, a giudicare dalla mitologia beat che circonda tutti i personaggi, è che nemmeno correggessero quello che facevano, che la letteratura fosse un’emanazione della loro vita, un prodotto immediato, come se sudassero i fogli già scritti da sotto le ascelle. Kerouac è morto nell’ottobre del 1969. Lo so che sembra una considerazione un po’ enfatica, ma anche questa è una data che non sembra casuale.
Cinque maestri di genere finitiin un coacervo di marpioni e giovani esponenti del Postmoderno esistenziale: così l'antologia di Michael Chabon (ora tradotta) mostra tutta la senescenza di un cliché, e di un Paese
di Enzo Di Mauro [da La Talpa, inserto de il manifesto]
Michael Chabon, quel giorno, avrebbe potuto alzare la cornetta del telefono per commissionare ad alcuni suoi colleghi - illustri, meno illustri o solo promettenti - un racconto che avesse come protagonista il cane. Per una semplice ma non banale ragione: i cani oggi vanno alla grande un po' come i lupi nel Duecento, in letteratura e fuori di essa, ovvero sulla pagina e (ciò che ormai, occorre rassegnarsi, più conta) nella vita. Quella mattina, invece, e dopo averne debitamente discusso con Dave Eggers in quanto direttore della rivista «McSweeney's» (la celebre fucina di talenti e di esercizi di stile), Chabon decide di chiamare un certo numero di maestri, confratelli e cuccioletti per investirli di un incarico di stampo (come dire?) più generalista e meno ambizioso, e insieme tuttavia più subdolo e colmo di pesanti insidie genealogiche e fattuali, almeno rispetto a quell'America «teorica» e astratta che non smette (fatte salve le non poche e grandi eccezioni) di frequentare l'ultima spiaggia della letteratura di genere, a cui si demanda ingenuamente la salvezza del romanzo e astutamente la tutela delle vendite.
di Eddy Carly [dal Sito italiano per la filosofia]
Il problema del rapporto mente-corpo - sebbene da sempre attraversi la storia della filosofia - nasce quattrocento anni fa con Cartesio e con la sua famosa concezione del "cogito", del pensiero come entità separata dalla materia, la "res extensa". Cartesio riconduceva la questione a due domande essenziali: la mente e il corpo sono due entità separate? E se lo sono, come è possibile una loro interazione? Due domande alle quali, ancora oggi, filosofi e scienziati non sembrano aver dato risposte soddisfacenti. Il dualismo cartesiano e il tentativo di superarlo, hanno segnato il dibattito sul mentale degli ultimi quarant’anni: dal materialismo, al funzionalismo, all’intelligenza artificiale.
"Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria: ossia, le azioni di due corpi sono sempre uguali tra loro e dirette verso parti opposte". Si tratta della terza legge del movimento secondo i Principia di Isaac Newton (1687). Una legge che dà il sigillo della scientificità a un'intuizione che risale sino alla fisica di Aristotele. Il grande critico ginevrino Jean Starobinski ha dedicato a questo concetto un affascinante volume (Azione e reazione. Vita e avventure di una coppia, Einaudi, pagine 309, euro 21.69), che attraversa quasi due millenni e mezzo di cultura occidentale. Tra i precedenti più illustri della ricerca sta lo studio su L'armonia del mondo (Bologna, il Mulino, 1967), dedicato dal maestro della stilistica letteraria, Leo Spitzer, alla parola tedesca Stimmung ("stato d'anima", "atmosfera"...) e ai suoi precedenti greci e latini.
di Antonio D'Orrico [Ad Antonio D'Orrico, uno dei giornalisti che gli editori sperano sempre di convincere a recensire dopo il boom Faletti, il nuovo romanzo di Luca Masali, L'inglesina in soffitta, è piaciuto e molto, a parte certi dialoghi. A me, i dialoghi di Masali hanno convinto parecchio e non sono d'accordo con D'Orrico. Spero nemmeno voi, o Miserabili Lettori... gg]
In un romanzo ci sta tutto. Ci può stare di tutto. Questo è il motivo per cui il romanzo è diventato il genere letterario per eccellenza, addirittura, secondo alcuni, un genere imperialista che ha finito per assoggettare gli altri generi costringendoli a una grama sopravvivenza.
Nell'Inglesina in soffitta ci sta molto, quasi tutto. Ci sta il lago di Como, ramo di mezzanotte, e i paesini che vi si affacciano con il contorno di contrabbandieri, finanzieri, carabinieri e balilla (siamo durante il fascismo ma prima della guerra). Ci sta un discreto naviglio che comprende barche che si chiamano lucie, vaporetti che fanno la spola da una riva all'altra, moto-scafi in legno di mogano africano, batiscafi che servono per perlustrare il fondo del lago, e l'inglesina del titolo che è un'elegante imbarcazione desti-nata a diventare, nel lungo e periglioso racconto, il simbolo di una vita tra-sognata e felice.
Il Medioevo è notoriamente
una delle periodizzazioni
più arbitrarie
dell'intera cronologia
universale. Fra l'Italia longobarda
del VII secolo e quella
in cui visse Dante settecento
anni dopo, la differenza è così
grande che i medievisti devono
imparare a padroneggiare
tecniche interpretative radicalmente
diverse. Forse è per
questo che qualche volta sentono
la tentazione di applicarle
anche a problemi ben lontani
dal millennio di loro competenza.
I risultati possono essere
sbalorditivi, come nel libro
di Marina Montesano Mistero
americano, che rappresenta,
come osserva Giulietto Chiesa
nella prefazione, «la più completa
e precisa raccolta di dati
e d'informazioni disponibili
sulla tragedia dell'11 settembre
2001».
La distanza più evidente di cui occuparsi a proposito di E io, che ho le rose fiorite anche d'inverno?, che si definisce una "scrittura in viaggio", è quella temporale: venti anni esatti dal Seminario sulla gioventù, ripubblicato l'anno scorso in una versione "director's cut" di cui, con tutto il rispetto, non terrò conto. L'Aldo Busi di allora, con l'incoscienza della giovinezza matura, nelle interviste buttava lì splendide frasi del tipo: "Scrivo romanzi per avere dei classici da leggere quando sarò vecchio". Diceva anche che avrebbe scritto altri due o tre romanzi e poi basta, e a chi glielo ha ricordato in seguito, ha precisato che parlava di "romanzi" in senso stretto, e non di altri tipi di libri che andava scrivendo.
Sándor Márai - La donna giusta - Traduzione di Laura Sgarioto e Krisztina Sándor - Adelphi - € 18
Risale al periodo più felice e ispirato dello scrittore ungherese questo romanzo di Sándor Márai pubblicato da Adelphi: una storia di passione, tradimenti e segreti inconfessabili con cui l’autore di Le braci e Divorzio a Buda si riconferma insuperabile interprete delle contraddizioni della vita e dell’anima. Uscito nel 1941 e composto da due lunghi monologhi, il romanzo fu ripubblicato nel 1949 in un’edizione tedesca con l’aggiunta di una terza parte, scritta dall’autore durante l’esilio italiano. Quest’ultimo monologo fu in seguito rielaborato dallo stesso Márai che lo diede alle stampe insieme a un epilogo nel 1980, con il titolo: Judith… e un epilogo. Ora, per la prima volta, le quattro parti del romanzo sono riunite e presentate in un unico volume che popone la storia nella sua completezza.
Giancarlo Galli - Finanza bianca. La chiesa, i soldi, il potere - Mondadori - € 16.00
Non s'è mai occupato di soldi, non ha un proprio conto in banca e tanto meno s'è arricchito. Ma Giovanni Paolo II lascerà al suo successore una lauta eredità: un Vaticano rimesso a nuovo, con i conti a posto, i profitti floridi, gli amministratori fidati. Sono quattro, in Vaticano, gli uffici finanziari chiave. In ordine di importanza sono lo Ior, Istituto per le Opere di Religione; l'Apsa, Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica; il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano; la Prefettura degli Affari Economici. A capo di ciascuno c'è un cardinale. Ma con un'avvertenza. Perché allo Ior, la banca vaticana, c'è sì una commissione cardinalizia di vigilanza, con alla testa il segretario di stato Angelo Sodano, ma il vero uomo di comando è un'eminenza laica di 64 anni venuto dalla Lombardia, con moglie inglese e due figli, il banchiere Angelo Caloia.
di Roberto Laghi [da Z.T.L. - Zona Traffico Limitato]
L'Epimostro è una narrazione in cui il confine tra prosa e poesia viene scardinato e spostato continuamente, in una tensione di scrittura capace di accostamenti visionari e sensazioni che delineano stati d'animo, azioni e paesaggi con un tratto deciso, necessario.
Immagini crude e crudeli sono messe in scena dalla parola, sempre precisa a ficcarsi dentro il reale, per descriverlo e decostruirne le apparenze, alla ricerca di un significato più profondo, in tensione contraria alla normalità.
Gli odori della campagna bretone irrompono dalle pagine, insieme con le piante e gli animali, con il vino e con le voci dei contadini sporchi dal lavoro che ciarlano e sbraitano sull'aia.
Allora, il cachet Fiat e il cacao Talmone, «Faccetta nera» e Josephine Baker, Victor Hugo e tutti i feuilleton immaginabili, la paura dell'atomica e Flash Gordon, estrema speranza dell'umanità. E poi i fumetti di Cino & Franco e anche, mi voglio rovinare, il primo «in-folio» delle opere di Shakespeare. In 440 pagine abbondanti, molte delle quali - ma questo ormai lo sanno tutti - sorprendentemente illustrate. Ma davvero è tutto qui La misteriosa fiamma della regina Loana, quinto e per molti versi inatteso romanzo di Umberto Eco (nella foto: pubblica, come al solito, Bompiani)? Davvero è soltanto una bizzarra operazione nostalgica, un mirabolante racconto autobiografico per interposta persona, la storia di una generazione (la stessa del semiologo alessandrino, classe 1932: troppo giovane per la Resistenza, ma non abbastanza per scampare alle infantili dimostrazioni di entusiasmo per il fascismo) ricomposta attraverso lacerti di letteratura alta, bassa e quando occorre bassissima? Nient'altro, sicuri?
"Le ultime azioni da uomo libero del Duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere furono quelle di salire sulla sua Bmw 320 grigia metalizzata, accendere il motore e percorrere qualche centinaio di metri. Era buio, le diciotto e trenta di lunedì 7 novembre 1977. La Bmw 320 del duca era quasi arrivata all'incrocio di via della Marcigliana con via Salaria, quando un'Alfetta spuntò all'improvviso dal lato della strada, la strinse e obbligò il duca a fermarsi."
I sequestri di persona erano allora, per così dire, di moda in Italia, tra quelli per terrorismo e quelli per lucro. Nel 1977 l'Anonima ne aveva già messi a segno sessantasei. A Roma "don Massimiliano" era l'ottavo ostaggio dall'inizio dell'anno, ma la banda che lo portò via la sera del 7 novembre non era composta da "professionisti" e quel sequestro significò un salto di qualità per Franco Giuseppucci e i suoi amici di Trastevere, di Testaccio e della Magliana.
Gli amanti del Palahniuk del bel tempo che fu adoreranno quest'ultima creazione di Alex Garland, l'autore di The Beach e lo sceneggiatore di 28 giorni dopo, oltre che l'inventore del delirante Tesseract. Con The Coma, entrando nell'universo parallelo della coscienza alterata, Garland sfida Palahniuk sul tema e la scrittura del suo Diary (che è, per l'appunto, un diario di coma e di schizoparanoia), stravincendo la sfida. Richiamandosi allo Ian Banks di The Bridge e citando in maniera laica e obliqua le ucronie di Philip Dick, Garland entra nel vivo di una delle autentiche ossessioni del presente: la fioritura di realtà parallele, la mistificazione platonica della verità, la post-paranoia di Matrix. E lo fa intessendo con scrittura velocissima una trama che più solipsistica non si potrebbe.
Gran parte di ciò che si conosce sulla decomposizione del corpo umano deriva da un unico posto: La Fabbrica dei Corpi, un laboratorio che si estende su tre acri circa di terreno nei pressi del centro medico della University of Tennessee di Knoxville, dove la parola d'ordine è postmortem, il tempo che intercorre tra decesso, arrivo degli insetti, lavoro di questi ultimi. In questo luogo hanno "soggiornato" centinaia di corpi e con l'osservazione dei loro resti sono stati risolti numerosi delitti e misteri. Tutto grazie alla curiosità scientifica e alla tenacia di un uomo, l'antropologo William Bass. Bass attualmente ha 72 anni, non insegna più all'università, ma ogni tanto torna a visitare la "sua" Fabbrica, nata con il nome ufficiale di Anthropology Research Facility nel 1980 e diventata celebre nel 1994 grazie al romanzo di Patricia Cornwell, La Fabbrica dei Corpi, che aveva come protagonista la detective Kay Scarpetta. Per il libro, la Cornwell si era avvalsa dell'aiuto di Bill Bass e delle sue ricerche e lo aveva ringraziato chiamando il romanzo proprio come il laboratorio.
Non avevo mai letto un romanzo di Vincenzo Pardini: nella vita, a volte, si commettono errori. In questo caso si tratta di un errore rimediabile, anzi, rimediato. Lettera a Dio è un libro straordinario, un'esperienza cupa di vitalismo e morte, di natura e lingua, una ferita belluina all'apparato percettivo di ogni lettore, una meditazione contorta e paranoica sull'individuo e la collettività, sulla storia e l'immaginazione della storia, sulla reclusione e sulla guerra, sull'Italia còlta nel gorgo di un passato che non passa e di un futuro che non trascolora nella sua minacciosa promessa di crollare su di noi, secondo i precipizi di una vicenda nazionale che continua a non essere risolta e si presenta con caratteri sempre diversi e sempre uguali. Lettera a Dio è un libro politico e religioso - una politica e una religiosità orfiche, ispessite da uno sguardo che culmina in visioni oscuramente profetiche e in scavi profondi nella storia popolare e nell'eternità naturale. Vicenda che intreccia la seconda guerra mondiale e gli anni Settanta, per farne parabole ctonie e impressionanti, secondo i ritmi di una lingua corrusca e folgorante. Insomma, un romanzo imperdibile.
Il decostruzionismo di Jacques Derrida è apparso, in alcuni casi notevoli della sua ricezione critica, come una proposta teorica priva di tensioni etico-politiche, disimpegnata di fronte ai dilemmi morali più drammatici della nostra epoca, capace solo di influire sul gusto estetizzante di una certa critica letteraria. Al contrario, lo sforzo teoretico di Derrida si è concentrato negli ultimi anni soprattutto nel chiarire come l’esercizio filosofico della decostruzione fosse innanzi tutto un travagliato compito etico. La pubblicazione di Stati Canaglia, edito in Italia presso Raffaello Cortina, indica con chiarezza come il percorso teorico di Derrida s’intrecci e si contamini sempre più con l’urgenza della militanza politica e, congiuntamente, con un ripensamento radicale delle categorie della sovranità e della democrazia nel quadro delle dinamiche della globalizzazione.
Il 4 marzo 1984 iniziava quello sciopero dei minatori inglesi che avrebbe dovuto mettere in ginocchio il governo di Margaret Thatcher e finì invece con la chiusura delle miniere e molte migliaia di licenziamenti. Il 4 marzo 2004, esattamente vent’anni dopo, una casa editrice prestigiosa come Faber & Faber seglie di essere nelle librerie con GB84, il nerissimo romanzo di David Peace che si snoda, appunto, lungo le cinquantatré settimane (tanto durò lo sciopero) che tennero l’Inghilterra in un ininterrotto stato di fibrillazione sociale.
Incluso nel 2003 dalla rivista Granta fra i dieci migliori giovani scrittori dell’ultimo decennio, David Peace è certo l’autore inglese che più prepotentemente si è affermato di recente sulla scena editoriale, e non solo europea.
Talvolta mutare il titolo originale di un romanzo straniero fa guadagnare punti all'autore (e all'editore che ha scelto una valida alternativa). In questo caso, ci guadagna Stephen Hunter, camaleontico scrittore di spystory e thriller e hardboiled: con un colpo di genio, Longanesi manda in libreria Hot Springs, forse il miglior romanzo di Hunter, intitolandolo Giocarsi la pelle, una modalità perfetta di presentare questo versatile maestro della suspence e dell'indagine sociopsicologica. Giocarsi la pelle è un titolo che sta tra James Ellroy ed Elmore Leonard - il che costituisce la chiave privilegiata per fare il proprio ingresso nell'universo non tanto immaginario di Stephen Hunter, il quale da tempo sta allestendo una saga sulle trasformazioni decisive del volto dell'America nel corso degli ultimi cinquant'anni. Con Giocarsi la pelle, questa ricognizione fabulistica è più potente che mai - qui il passato, il presente e il futuro si coagulano in una trama straordinaria, che ribalta la memoria in orizzonte di speranza.
Con le candidature al Premio Campiello, in cui svetta l'immensa Pasqua Rossa di Alberto Bevilacqua, è stata reso noto il nome della vincitrice dell'Opera Prima: è Valeria Parrella con mosca più balena, edito da minimum fax. Sugli italiani pubblicati dai faxisti, bisogna fare un lungo discorso: la casa editrice romana sta dando fiato alla giovane narrativa italiana. Attualmente sto leggendo l'ultimo libro di Christian Raimo, Dov'eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro?, che conferma le aspettativeBlog nutrite su questo autore, destinato a un ruolo di primo piano non più nell'immediato futuro, ma nell'attuale presente. Della raccolta di Raimo, a breve sui Miserabili. Parrella non l'ho letta: per il momento, confido nell'occhio clinico di uno dei più importanti critici letterari italiani, Angelo Guglielmi. gg
Anzitutto una notazione personale: il nuovo romanzo di Ferruccio Parazzoli inizia con il ritrovamento del corpo di una donna in coma tra i sacchi della spazzatura dietro piazza Martini - cioè la piazza della mia infanzia, nel quartiere di Calvairate. Questo incipit, per me estremamente ambiguo, mi ha messo con le spalle al muro: non un'invocazione alla musa bensì al mio muso, questa la fantasia che mi ha còlto. Come se, avendo io scritto un libro insieme a Parazzoli (e Michele Monina: intendo I demoni), fossi chiamato da una provocazione d'autore a prestare un surplus di attenzione. Mi sono calato in un ruolo che non mi si adatta e che perverte ogni lettura: quello dell'osservatore privilegiato. Questa mistificazione segreta e banale, riconoscibile soltanto da Parazzoli e dal sottoscritto, è il segno di quanto sta diventando, in tempi di narrativa in fermento, la figura di Ferruccio Parazzoli nell'orizzonte della letteratura italiana: un cattivo demiurgo. Uno scrittore che viene scambiato per cattolico, ma che di cattolico ha ben poco se non le illusioni perdute, o per gnostico, ma che dello gnostico non ha l'enfasi. In pratica: Parazzoli, con per queste strade familiari e feroci (risorgerò), a mio modo di vedere il suo romanzo più bello, stende una profezia in forma fenomenologica - un resoconto laico formulato al dittafono di una disperazione senza fondo, che è essa stessa la salvezza impossibile e che costringe alle due parentesi del titolo.
Era il primo pomeriggio del 20 ottobre 1904 quando alla stazione di Trieste, dal treno che veniva da Lubiana, scese una giovane coppia - ventidue anni lui, venti lei. Lei è Nora Barnacle, una bella ragazza vivace, lui James Joyce, un tipo allampanato, dall'aria intellettuale. I due dovevano essere stanchi, viaggiavano da giorni. Erano partiti l'8 ottobre da Dublino, arrivando allo stesso treno separati, perché la coppia è clandestina. Lui fugge dalla famiglia: il padre, i fratelli, le sorelle - che l'hanno accompagnato numerosi alla stazione. Lei - attenzione al nome: barnacle è quel cirripede che s'attacca alle rocce, alle chiglie delle navi, e per senso traslato si applica a quel partner che una volta che t'ha scelto non si stacca - lei, dicevo, non fugge da nessuno, semmai segue. E' la scena iniziale della fortunatissima biografia che John McCourt dedica allo scrittore irlandese (uscita nel 2000 in Inghilterra), che ora Mondadori pubblica nella versione italiana di Valentina Olivastri: James Joyce. Gli anni di Bloom (pagg. 462, euro 30), con l'aggiunta di un capitolo inziale su Dublino e uno finale su Parigi che a tutti gli effetti completano la storia dell'esistenza terrena di Joyce.
Mi risulta totalmente assurdo e iniquo che Jack Womack, uno dei massimi scrittori di fantascienza (una fantascienza che non lo è più, un genere deflagrato, crepato, sfigurato con maestria), sia lasciato ad ammuffire nei cataloghi e non venga seguito come merita: a mio parere, Womack vale almeno Palahniuk. Di Womack sono usciti in Italia due splendidi romanzi: uno per Feltrinelli, Atti casuali di violenza insensata; l'altro da Einaudi, Futuro zero, prima tappa di una serie epica in espansione, il cui titolo generale è Ambient (che coincide, peraltro, col titolo stesso che in Italia è stato reso attraverso il celebre slogan punk). C'è almeno un romanzo, la terza puntata della saga del mondo-Dryco, che grida vendetta al cospetto d'iddio il fatto che qui da noi non sia stato ripreso - intendo Elvissey, un'odissea che ruota intorno alla religione futura che è cresciuta sul culto di Elvis, autentica deità arcontica, residuo di uno spettacolo che è uscito da sé per dichiarare patentemente la sua natura teologica, metafisica e, al culmine del suo autoannullamento, anarchica.
di Beniamino Soressi [da SWIF - Sito Web Italiano per la Filosofia]
Die Antiquiertheit des Menschen [lett. l'antiquatezza dell'uomo] compare quest'anno in una riedizione
pregevole soprattutto per le due traduzioni (la prima felice e agevole e la seconda particolarmente accurata) e per
il fatto che, per la prima volta, i due volumi sono compresenti, come esige l'unitarietà dell'opera. Questo,
benché largamente ignorato, è un testo fondamentale della filosofia del Novecento. L'attualità
di molte delle sue pagine gli fa meritare il titolo di classico del pensiero contemporaneo, e fa pensare a esso
come al controcanto tecnologico e ultraradicalizzato degli studi sul totalitarismo compiuti dalla ex moglie
dell'autore, Annah Arendt.
Per Anders la nostra età della tecnica ci porta a vivere in un "totalitarismo morbido" globale. L'uomo
è antiquato è uno dei non molti testi del passato secolo in cui si respira in ogni frase
un'urgenza etica che riporta in vita, in maniera filosofica, le antiche tradizioni profetiche, e ci riconduce al
centro di una scena inquietante, chiusa da estremi fatali e decisivi.
Tutti sognano, in un modo o nell'altro. Si sogna da sempre e ovunque. Chi può negare un fenomeno tanto evidente? Eppure da quando esiste l'America questa necessità fisiologica e universale dell'animo umano ha trovato la sua patria elettiva. Forse sarebbe più corretto ribaltare i termini, ovvero affermare che è la stata l'America ad appropriarsi del bisogno imprescindibile di sognare. Ma tutto sommato è un dettaglio di secondaria importanza. L'idea potrà anche non farci piacere ma questo non cambia le cose. Possiamo chiederci come sia accaduto e perché, ma il fatto rimane: c'è un luogo nel mondo dove i sogni sono di casa più che altrove. Come è facile immaginare il «sogno americano» rientra nel novero delle espressioni che esistono prima ancora di essere inventate. Le versioni sulle origini divergono a tal punto da non costituire più materia di dibattito. D'altronde, c'è ben poco da discutere quando l'Oxford Encyclopedic Dictionary liquida l'American Dream con la seguente definizione che rasenta l'assoluto: «gli ideali tradizionali del popolo americano quali eguaglianza, democrazia e prosperità materiale».
Una serie di trentasei letture ravvicinate (close reading, come si dice) disposte in ordine cronologico e dedicate a altrettante grandi opere di finzione - dall'Asino d'oro di Apuleio (metà del II secolo dopo Cristo) a Cent'anni di solitudine (1967) - costituisce il contenuto del quinto volume (pp.714, euro 67,00) che chiude la «grande opera» Einaudi sul Romanzo. Oculata e prestigiosa, come in tutti i precedente volumi, la scelta dei collaboratori: tanto per citarne qualcuno, Francisco Rico che legge il Don Chisciotte, Fredric Jameson (La bambola di Boleslav Prus), Massimo Cacciari (L'uomo senza qualità), Cesare Garboli (Quer pasticciaccio brutto de via Merulana). Alessandro Baricco, con la sperimentata brillantezza di una puntata di «Totem» in forma di saggio scritto, chiude il sipario occupandosi del romanzo di Garcia Marquez.
Zaffate di pessima letteratura spacciata per buona: s'avanza il caso Zafòn.
Non è bello ripetere la sequenza scomposta che fa da cifra alla recensione comminata a Dan Brown e al suo fetido Codice Da Vinci. Però siamo in zona palustre, pronti a sporgere il piedino nello stagno letamoso della narrativa tutta premi & cotillon. L'avvertimento è d'obbligo. Stiamo parlando di un librone che, come enfatizza la quarta mondadoriana, grazie a un prodigioso tam-tam tra i lettori ha venduto oltre un milione di copie in Europa. E allora? Che me ne frega a me se un milione di cotti spagnoli francesi e tedeschi ci sono cascati? Maria De Filippi, ierisera, l'hanno guardata in sette milioni: e allora? Il supermercato dell'idiozia come categoria critico-letteraria mi fa schifo, è un gesto di immondizia morale scaricata sulla testa e sulla coscienza dei lettori, europei e non. Hanno rotto il cazzo. Ci si metta in testa che, se si deve scegliere tra un mattone fintonarrativo e uno shampoo antiforfora, meglio il secondo. Quanti usano il Clear in Europa? Otto milioni? Allora è un bestseller? Venendo al nostro Carlos Ruiz Zafòn, uno che porta una brutta parola come cognome, ci accorgiamo da subito quale sia la spontanea natura del tam-tam: il tizio, un giovane pelato effigiato nella foto segnaletica sopra a destra, fa lo sceneggiatore a Hollywood.
Sono estremamente convinto che il saggio di saggi firmati dal critico Bruno Pischedda [nell'immagine a sinistra] meriti approfondimenti e dibattito. i Miserabili sono a disposizione per ospitare contributi sui problemi discussi nel lavoro di Pischedda - contributi che si possono inviare via mail a questo indirizzo. Nei prossimi giorni, pubblicherò qualche riflessione sul capitolo che Pischedda dedica a Petrolio di Pasolini.
Evidentemente, non sono l'unico a essere persuaso della decisività dei temi trattati ne La grande sera del mondo: ieri, su L'Avvenire, Alessandro Zaccuri, fresco vincitore del prestigioso premio narrativo Biella con il romanzo Milano, la città di nessuno. Un reportage visionario, ha pubblicato una segnalazione del libro in questione, che qui di seguito riporto.
Ci arriva da Bruno Pischedda, saggista e romanziere, la maggiore opera di critica letteraria apparsa nell'ultimo decennio in Italia. Si intitola La grande sera del mondo, a cui va però necessariamente accompagnato l'illuminante sottotitolo del libro: Romanzi apocalittici nell'Italia del benessere. Vari strati di pensiero, scandagliati profondamente come per trivellazioni successive in depositi geologici, inducono a non rendere iperbolico il giudizio fornito in apertura di recensione. Il saggio di saggi a cui ha lavorato Pischedda configura l'orizzonte totale del nostro presente letterario, inducendo a riflessioni che trovano finalmente un ring appropriato nel tempo in cui lo sguardo viene lanciato - e cioè il presente stesso in cui si sta facendo la nostra cultura. La figurazione dell'apocalisse, oggetto privilegiato delle opere discusse da Pischedda (cioè Il giorno del giudizio di Satta, Petrolio di Pasolini, Aracoeli di Morante, La distruzione di Virgili, Dissipatio H.G. di Morselli, La trilogia atomica di Cassola e Il pianeta irritabile di Volponi), sta via via manifestandosi come l'ultima mitologia, il motore del tragico e del comico in epoca contemporanea, il residuo oltre la poetica postmoderna e, grazie anche al discorso di Pischedda, l'ombra che deve essere corrosa definitivamente da una critica laica.
di Franz Krauspenhaar [Devo delle scuse a Gianni Biondillo, autore dello splendido noir metropolitano Per cosa si uccide: a causa di eventi convulsi e grotteschi, il suo libro giace in uno degli scatoloni che assediano dall'interno la mia nuova casa, rendendomi impossibile, al momento, una recensione all'altezza di quella che volevo scrivere. Approfitto perciò, per il momento, delle parole di Franz Krauspenhaar, che sul libro di Biondillo pensa esattamente quanto penso io. gg]
Gianni Biondillo è un architetto. Ma è soprattutto uno scrittore. Dell’architetto il suo libro d’esordio e di successo ha la costruzione in 4 “stanze”: e 4 sono gli angoli di una stanza. E, pure, quattro sono le stagioni, ognuna delle quali è contenuta in queste 4 stanze di cui è composto questo romanzo d’appartamento. Un appartamento-città non più a equo canone. Gli affitti sono aumentati, la vita è rincarata di brutto. Gratis si può solo morire, per parafrasare il titolo di un bellissimo film del '66 (Morire gratis) del documentarista Sandro Franchina. Ma non ci si aspetti dal Biondillo scrittore le costruzioni di un ingegnere. Lui è un architetto, e semmai di un certo Ingegnere (si, quello con la I maiuscola) ha tenuto a mente la lezione di fondo e irripetibile. Ed è stato utile all’apprendistato dell’autore anche la grandissima lezione di un altro milanese indispensabile della nostra letteratura: Testori, la magnifica sintesi artistica tra Céline e sempre lui, l’Ingegnere.
Aride lande spazzate dal vento dove l’orizzonte sembra non avere limiti. Popolate da uomini duri, apparentemente ottusi, diffidenti, radicati alle proprie abitudini e ai ricordi di usanze e professioni quasi scomparse. La contea di Panhandle, nel Texas settentrionale al confine con l’Oklahoma, conserva l’inconscio archetipo del profondo Sud americano, un luogo senza tempo, privo di sfumature nel suo immobilismo. Ma ciò nonostante la multinazionale Global Pork Ring ha deciso che proprio il Panhandle è perfetto per impiantarci allevamenti di suini in batteria, delle vere e proprie bombe ecologiche, portatrici di aria pestifera, miasmi e tossici residui di lavorazione. I giovani infatti se ne vanno in città e i vecchi cow-boy non possono rappresentare un grosso problema. Incaricato di trovare i terreni adatti alla costruzione è Bob Dollar, venticinquenne di Denver abbandonato dai genitori in tenera età e cresciuto dallo zio, un anziano antiquario squattrinato.
La rivendicazione di Antigone, da poco uscito presso Bollati Boringhieri, è un denso e articolato saggio di Judith Butler dedicato a una interpretazione politica e antropologica della tragedia sofoclea. La figura di Antigone è letta come l'incarnazione di una sfida radicale verso l'autorità delle leggi dello Stato e delle concezioni ordinative della politica e della parentela. La studiosa americana intende, perciò, sottolineare come le pretese avanzate da Antigone indichino l'esigenza di una politica femminile che non si appoggi sulle istanza rappresentative e giuridiche dello Stato (e sarebbe questo l'errore fondamentale dei movimenti femministi) e si ponga i propri obiettivi sul terreno dell'affettività e sulla critica radicale dell'autoritarismo della parentela.
E' l'annus felix della poesia italiana contemporanea, che registra l'uscita della seconda tappa del poema di Antonio Riccardi, iniziato nel 1996 con Il profitto domestico, e ora sviluppato con questo straordinario Gli impianti del dovere e della guerra. L'esperienza poetica di Riccardi apre una prospettiva impressionante nell'attuale farsi della letteratura italiana - e dico 'letteratura' in riferimento a quanto intende fare il comparto umano che lavora da noi a una sorta di narrativa imperniata su nuclei allegorici, sul lavoro intorno alla struttura, sulla reinterpretazione del mitologico al di fuori di ogni ideologia ispirazionista o larvatamente irrazionalista. La chance epica che il poema di Riccardi offre è testimoniata dall'esiguità della tradizione contemporanea rispetto a un genere poetico - il poema - che, prescindendo dalla centralità del valore assoluto della lirica e dell'indipendenza del singolo testo, opera essenzialmente su una rete di relazioni sia sul piano lessicale ed etimologico, sia su quello della predilezione di movenze retoriche (talmente reiterate da assurgere a emblemi figurali della poesia stessa), sia su quello della costruzione di personaggi e storie, il cui eterno ritorno (e la cui eterna scomparsa) esercitano un fascino assoluto su chi ritenga che l'esperienza della scrittura sia un'àmbito di manifestazione veritativa circa l'uomo e il mondo. Il che accade nella selenica narrazione in versi, via via sempre più folgoranti nel loro alternarsi in sistole e diastole, de Gli impianti del dovere e della guerra, che costituisce una contrazione e uno sviluppo dei modi dei temi e delle figure memorabili già apparsi nel Profitto domestico.
Da un lato l'approccio iper-razionalista, sorta di confusione abissale a partire dall'equivoco positivista, e dall'altro i danni causati dal caravanserraglio new age: sono i due ostacoli maggiori all'approfondimento di prospettive che, lanciate in passato dall'esoterismo occidentale, stanno per essere affrontate dal dibattito neuroscientifico. I modelli riduzionisti che tentano di definire i rapporti tra mente e cervello (con il secondo che svolge unicamente una funzione causale) devono affrontare nel nostro tempo la sfida avanzata dalla variegata compagine che, tra scienza biologica e filosofia, intende ricentralizzare la questione della coscienza - cioè che cosa essa sia, quale sia il suo statuto anche materiale (una domanda a cui paradossalmente i riduzionisti stentano a dare risposta), da dove sorga e come funzioni. Di estremo aiuto, in questo frangente, è il modello plurimillenario della psicologia tradizionale buddhista, come dimostra l'affascinante dialogo tra il neuroscienziato Daniel Goleman e il Dalai Lama, recentemente pubblicato in Italia da Mondadori con il titolo Emozioni distruttive. Nella medesima direzione di ricerca si iscrive la 'parafisica' settecentesca di Emanuel Swedenborg, al limite tra mistica e sperimentazione psichica, e che oggi viene fatta oggetto di un'indagine completa per merito di Jane Williams-Hogan, nel densissimo saggio monografico edito da Elledici.
Il saggio di Agamben porta un titolo inequivocabile: la riflessione sullo stato d’eccezione è inaugurata da Carl Schmitt in una delle sue opere più celebri, Teologia politica, e ha dato vita ad un’abbondante letteratura giuridica e filosofica. Questa paternità importante, riconosciuta in apertura, non impedisce tuttavia all’autore di costruire un percorso originale nel quale lo stesso Schmitt diventa un protagonista tra tanti: la sua teoria sullo stato d’eccezione e la querelle con Walter Benjamin prendono il corpo di una trama solamente nell’intreccio con l’analisi di alcuni istituzioni del diritto romano – sull’ordito di un’essenziale ricostruzione delle fonti, una puntuale intromissione di riferimenti alla logica e alla semantica, un richiamo agli scenari attuali che determinano per questo mondo uno stato d’eccezione.
Il titolo è ad effetto: Pulp dopo il film di Tarantino è stato usato ed abusato e lesbo, si sa, ha sempre un grosso impatto. Sulla copertina c'è la foto (scattata da Bernard of Hollywood, Re del glamour e fotografo delle dive) di una pin-up bionda avvolta da un copricapo indiano di piume che le copre tutto il corpo, cioè le copre la schiena e la lascia nuda davanti. Non capisco cosa c'entri con il contenuto del libro questa immagine, che era stata anche copiata per una copertina di un magazine americano degli anni '50 per soli uomini, Sir. Le parole di richiamo sulla prima pagina, il cosiddetto blurb, lasciano presagire un racconto porno soft. Apro il libro e vado a vedere il titolo originale. Non c'è, e non c'è nemmeno il nome della traduttrice (o del traduttore). Ci sono solo i nomi dei curatori, tali Berbera&Hyde.; Da una rapida ricerca su internet vengo a sapere che costoro, una donna e un uomo, ideano, gestiscono e producono "progetti di comunicazione legati all'erotismo, dedicati ad un pubblico colto e sofisticato" (trascrizione dal loro sito sul web) e hanno curato per la Mondadori gli Oscar dedicati alla letteratura erotica contemporanea. Inoltre hanno realizzato anche altri progetti, come lo Spicy tg, quotidiano on-line dedicato all'erotismo. Mi domando: che cosa ci fa Ann Bannon nelle loro grinfie? Vorranno vampirizzarcela sotto gli occhi?
Vado a casa, guardo fra i miei libri e scopro che questo Lesbo Pulp è la traduzione del romanzo I am a Woman, edito per la prima volta nel 1959 presso la casa editrice americana Fawcett nella collana dei Gold Medal, quella che ha come distintivo una medaglia d'oro, che la Longanesi ha in qualche modo copiato per la coccarda stampata sulla copertina dei suoi pocket degli anni '50 e '60.
Il maestro dello hyperpulp, l'escursionista dell'horror pop, la versione brillante e surrealista di Stephen King: Joe R. Lansdale è un autore di culto in tutto il mondo, che ebbe in Italia la sua esplosione editoriale con La notte del drive-in. Ora esce, per i tipi di Einaudi Stile Libero Big, La sottile linea scura, un'anomalia nella produzione orrorifica del talentuoso autore texano: un romanzo di formazione declinato secondo le atmosfere sudiste degli anni Cinquanta, una specie di Io non ho paura che dipinge lo scatto verso la maturità da parte di una duplice adolescenza, quella del tredicenne protagonista Stanley Mitchell e quella degli Stati Uniti.
Esiste qualcosa di più detestabile del dare ragione a Tom Clancy? No, eppure questa volta bisogna, se di Robert Littell l'odioso thrillerista yankee ha detto: "Solo lui poteva inventare la spy story in America. E lo ha fatto". Non soltanto ha fatto questo, Robert Littell: con The Company ha letteralmente riedificato dalle fondamenta il genere spy story. E' un'operazione narrativa fondamentale, poiché la spy story costituisce un'interessante eccezione al dominio del genere nero che, in questi giorni e soprattutto in Italia, appare sfruttatissimo e privo di forza poetica innovativa. La spy story è stata data per morta all'indomani del crollo del Muro di Berlino, costringendo quasi alle scuse il povero John LeCarrè, il quale rimane a tutt'oggi uno degli scrittori più importanti al mondo. A differenza della vocazione politica del noir, che è psicologica e sociale, la vocazione politica della spy story è allegorica e sovrastorica. Raramente il noir è tragico, a meno che non assuma i connotati dell'opera totale a cui James Ellroy l'ha fatto ascendere. Spesso invece la spy story è tragica, poiché essa si confronta non con l'episodio del potere, ma con la totalità delle dinamiche sempreuguali del Potere che si incarna nei poteri storici. Morto Robert Ludlum, mentre lo stesso LeCarrè si è convinto (con la pubblicazione di Amici assoluti) a tornare sui propri passi, Littell ci regala un affresco impressionante e shakesperiano della Guerra Fredda, con un capolavoro di 850 pagine che, dalla morte di Papa Luciani, arretra nel tempo e scatta al presente secondo i ritmi dell'epica.
A soli cinque anni da Un uomo che forse si chiamava Schulz, il romanzo che fece scoprire in Riccarelli uno scrittore dotato di una sorprendente capacità narrativa, Il dolore perfetto si afferma come un punto di arrivo di indiscussa maturità. Un accostamento che può suonare eccessivo, ma non lo è, in quanto estremamente attinente, potrebbe essere quello di portare il nuovo romanzo di Riccarelli su quella stessa linea di opera totale e corale su cui, all’altro capo del mondo, su altre storie e mitologie, affonda le proprie radici un’altra grande epopea, impastata di terra e di popolo, Cent’anni di solitudine di García Márquez.
di Giuseppe Videtti [da Repubblica Musica, 22.4.2026]
Sbatti l’underground in prima pagina. Quindici minuti di celebrità non si negano a nessuno, nella Grande Mela c’è posto per tutti: Andy Warhol (1928-1987) aveva le idee chiare su come trasfomare uomini e cose in arte pop. Nel suo laboratorio, la leggendaria Factory, le parole d’ordine erano: dare spazio alle idee, sperimentare, osare, stupire, scioccare. La controcultura? Un "oggetto" da vendere, come e meglio degli altri. Un film di sei ore che inquadra con una camera fissa un uomo che donne (Sleep) ha la stessa quotazione di una lattina di zuppa Campbell se in calce c’è la firma dl Warhol. Tra le mura della Factory, il laboratorio d’arte creato nel 1962, Marilyn Monroe vale quanto Lou Reed, Elizabeth Taylor quanto Joe Dallesandro, Liza Minnelli quanto Candy Darling.
Einaudi dà alle stampe uno dei testi fondamentali nella scienza delle religioni degli ultimi trent'anni: è la traduzione di Die Religion der Römer di Jörg Rüpke, docente a Erfurt e massimo interprete storico di una questione che la storiografia ha centralizzato non a sufficienza - quella della religione e delle metafisiche sviluppatesi nel lungo arco dell'Impero Romano, a partire dalle origini (la fondazione della Città, sigillata metafisicamente) fino al definitivo trionfo della spiritualità cristiana. In quest'arco si compendia l'intero futuro del sentimento e della sociologia religiosi d'occidente: accanto e dentro l'imporsi del Cristo quale unità socioculturale europea, il residuo mai domo della tradizione pagana. Che il problema della religiosità romana venga affrontato scientificamente ha una non secondaria rilevanza politica, se si pensa agli appigli pseudostorici che hanno alimentato i fascismi spirituali e i rigurgiti di 'orgoglio italico' - abbagli possibili laddove la scienza non abbia fatto chiarezza. Rüpke offre una panoramica completa di prospettive, che vanno dallo sguardo dello Jaeger di Paideia fino a quello proprio degli Annales francesi.
Come vivremo i prossimi cinquant'anni? Se qualcuno è interessato alla risposta Bruce Sterling, acclamato autore di fantascienza, ci racconta le sue previsioni in un saggio edito da Mondadori. E qual'è alla fine la sua risposta? Che il domani è già qui, e che i prodromi del nostro futuro sono già tutti intelleggibili ora. Da qui, probabilmente il titolo di Tomorrow now.
Sterling prende in considerazione diversi aspetti del nostro vivere quotidiano e cerca di indagarne le possibili evoluzioni, affidandosi ora ad interpretazioni di carattere scientifico, ora di carattere sociologico-antropologico, mai scadendo nella pura fantascienza, come invece ci si potrebbe aspettare da un autore che ha segnato profondamente il settore dalla metà degli anni ottanta ad oggi.
Che vada affanculo Dan Brown, che vada affanculo il suo soap-thriller complottista, che vada affanculo il Priorato di Sion, che vada affanculo il mercato, che vadano affanculo i cattolici americani e quelli italiani, che vada affanculo Umberto Eco che ha ridato fiato a questa melma degna di massoni deviati e vaticanisti vandeani, che vada affanculo Renato Farina (che sproloquia in tv sull'esoterismo, gli archetipi e Dan Brown), che vada affanculo Top Secret (programma complottardo su Rete4, condotto da un bagigio di nome Brachino), che vada affanculo John Grisham, che vada affanculo il Corriere che dedica una pagina intera a questo gorgo di letame, che vada affanculo l'idolatria della suspense predigerita, che vadano affanculo le traduzioni cinematografiche dei bestselleroni, che vadano affanculo il marketing, il passaparola, le letture da zie con le cofane azzurrate, la dittatura del thriller di consumo, la sapienzialità da circo Orfei, la paranoia che scuote la vita impiegatizia, la tanta cacca fatta leggendo sull'asse del water laccata, lo sfrigolio del mistero sull'autobus prima di entrare in ufficio, lo spazio narrativo nell'attesa che si liberi la parrucchiera, i Miti in edicola, la storia dell'arte a dispense, gli allegati ai quotidiani, l'idea che il Graal sia un cristallo di Boemia, tutti gli Indiana Jones, l'Omnibus da fila in posta, la fiction, Orgoglio, il reality show, il teratocapitalismo, l'esalazione del sospiro da finale di giallo, il piacere di concludere le parole crociate, il fascino della decrittatura da codici, i Merovingi, l'Oas, l'odio per il papato e l'odio del papato, la montatura della cappella di Rosslyn, Spielberg, Clancy, Koontz, l'enigma da cassiere del Pam, la cultura per masse bolse e bovine, il vanto del manager che pensa di avere letto, i neolibri da comodino, il finto pop, la trama appassionante, la scrittura piana che può essere abbordata da tutti, i dialoghi efficaci, la storia che prende e risana il budget della casa editrice, l'asta internazionale per acquisire i diritti, i tour degli autori, i Giuttarifaletti e tutti i bestselleristi americani all'amatriciana, l'hardcover con ricaduta in economica che sarà backlist in logica longseller, la disneyzzazione del sacro atto della lettura, la piacevolezza della scopata culturale, il cioccolatino con il liquore dentro, il buco con la caramella intorno, Bruno Martino comparato a Beethoven, la figa onnipresente per dare quel pizzico in più.
Cioè: vada affanculo Il Codice Da Vinci.
Chiudi gli occhi: sembra la tenera esortazione di un padre o di una madre al proprio figlio nel metterlo nella culla dopo la ninna nanna. E’ qualcosa di dolce, detto con queste parole. Ma potrebbe voler dire qualcosa di diverso. E infatti è così.
Questo libro dice molte cose. Per esempio la tenerezza che s’insinua nella pelle del protagonista alle prese per nulla viscide con la giovanissima ragazza che gli fa battere il cuore. E poi c’è molto altro, soprattutto. Una vicenda, quella di Montanari, che avrebbe potuto narrarci Piero Chiara se si fosse tolto di botto il cappotto di astrakan e – nudo sotto come un maniaco sessuale – avesse sconfitto con coraggiosa improntitudine l’inevitabile freddo del lago e le mollezze della commedia. Questo personaggio principale, uno sradicato che dopo un decennio torna sul luogo del delitto – che sono anche le sue rinnegate radici- è nudo; non solo perché è così che ci appare in copertina; la sua nudità è psicologica, è la nudità di un ritorno all’ovile del suo “mondo piccolo” dove nulla è stato dimenticato, da nessuno. E lui lo sa. E vuole riparare, più che altro per sé stesso, con lo svelamento della verità.
Tre anni dopo All Tomorrow's Parties (American acropolis, in Italia - buffo caso di non-traduzione del titolo), ci siamo. Esce un nuovo libro di William Gibson - in Italia, da Mondadori con il titolo L'accademia dei sogni. La prima accoglienza all'ultimo nato si attiene scrupolosamente ad un rituale ormai collaudatissimo: Pattern Recognition, questo il titolo, è il miglior romanzo del nostro dai tempi di Neuromante. Ora, lo stesso è stato detto per buona parte dei suoi predecessori - alcuni dei quali piuttosto deludenti, per la verità - lasciando intravedere un lento processo di maturazione, di affinamento che, eventualmente in un tempo infinito, riporterà Gibson ai suoi massimi livelli. Su Amazon ne sono tutti convinti, davvero.
E' uscita per i tipi Cronopio la collettanea di saggi critici più importante che sia apparsa recentemente in Italia: La dissoluzione onesta - Scritti su Thomas Pynchon, con interventi tutti eccezionali, firmati da Mattia Carratello, Marino Sinibaldi, Alessandro Portelli, Susan Wolf, Gabriele Frasca, Tommaso Pincio, Umberto Rossi, Luc Herman, Giancarlo Alafano (con Carratello, è il curatore del libro), Hanjo Berressem, Paolo Prezzavento, Luca Briasco e Giuseppe Costigliola.
L'oggetto - Pynchon - è l'antioggetto per eccellenza, forse la più recente sfida della letteratura alla critica letteraria, ovvero l'autentico motore che rimette in moto la riflessione, e coloro che intervengono leggono questo colosso narrativo e poetico con una molteplicità di prospettive che fanno, di questa collettanea, un lavoro esso stesso pynchoniano.
Detto tutto il bene possibile di simili addentramenti critici, provo a entrare in colloquio con le prospettive espresse dai saggisti, dai poeti e dai narratori che hanno composto questo impressionante arabesco interpretativo. Mi muovo secondo una prospettiva personale, che non inficia minimamente alcuna delle traiettorie ad arco che tracciano il volume di Cronopio. La mia prospettiva su Pynchon impatta soprattutto sui due saggi firmati da Frasca e da Pincio.
Che cos'è il Sogno Americano secondo Norman Mailer? E' lo stesso autore - ormai un classico contemporaneo - a fornirne una definizione aggiornata: "Se non facessimo la guerra in Irak, George W. Bush si ammalerebbe all'istante... Non importa che cosa accada effettivamente in Iraq. Non importa se dispongano o meno di ordigni nucleari o se siano attrezzati per scatenare una guerra chimica. Non sono una minaccia, ma sono in una posizione geografica di che noi abbiamo assoluta necessità di presidiare militarmente. Dominare l'Iraq, dominare il Medioriente, per poi costringere la Cina in una posizione che ne faccia la Grecia della nostra Roma. L'11 settembre è stato l'apriti sesamo, l'inizio del cammino al nostro imperio sul pianeta, il cammino del Sogno Americano". Parole choccanti per le élites statunitensi. Parole che hanno ripetuto uno choc già trasmesso da Mailer all'America: nel 1965, con la pubblicazione di Un sogno americano.
di Ferdinando Fasce [da il manifesto, 3 febbraio 2004]
Come ricorda un libro recente del massimo esperto in materia (Backfire di David Chalmers), il cappuccio bianco negli Stati Uniti evoca immediatamente l'idea della terribile organizzazione razzista del Ku Klux Klan; un'organizzazione creata subito dopo la Guerra civile e giunta, attraverso varie peripezie e numerose sciagurate resurrezioni, sino ai nostri giorni (qualche anno fa una quindicina di suoi membri inscenarono addirittura una marcia per New York, per protestare contro il divieto del sindaco alla loro richiesta di attraversare le strade cittadine con la celebre delinquenziale divisa). Un po' più di un secolo fa, però, fra gli anni Ottanta e Novanta dell'Ottocento, per chi viveva in New Mexico, nel Sud-ovest del paese, il cappuccio bianco aveva ben altro significato. Era il nome di un'organizzazione clandestina di contadini messicoamericani, chiamata appunto gorras blancas (cappucci bianchi). Approfittando del buio della notte, le gorras abbattevano le recinzioni erette dai grandi proprietari terrieri per "privatizzare" i pascoli e sabotavano le attrezzature di quelle ferrovie che nel decennio precedente avevano cominciato a percorrere questo territorio, con un pesante corredo di spoliazioni e sfruttamento ai danni dei lavoratori.
Bruno Cartosio ne ricostruisce l'aggrovigliata storia, collocandola sapientemente in un contesto, quello del New Mexico a cavallo fra Otto e Novecento, al quale ha già dedicato alcuni anni fa l'importante Da New York a Santa Fe. Lo fa in un nuovo, piccolo, ma significativo, lavoro intitolato Contadini e operai in rivolta. Le Gorras blancas in New Mexico (ed. Shake, pp. 126), che inaugura la collana "I libri di Ácoma", legata all'omonima rivista americanistica, diretta dallo stesso Cartosio, da Sandro Portelli e da Giorgio Mariani.
Propongo una lettura del tutto personale, cioè che interessa solo me, di uno dei classici della letteratura moderna americana, The End of the Road, che esce ora in minimum classics, la splendida collana di minimum fax, con il titolo La fine della strada (273 pagine, 10 euro), nell'ottima traduzione di Aldo Buzzi e con una imperdibile prefazione di Simone Barillari, uno dei critici italiani che maggiormente ammiro. Che cosa mi interessa in questo romanzo atipico (per Barth)? Mi interessa la svolta. Avvengono, in uno scrittore, movimenti tellurici, spostamenti di faglia, cambiamenti geomorfici che mutano la superficie della scrittura - rivoluzioni di qella pangea che è il sé. Sono stagioni non felici. Il mutamento è per lo scrittore una mutazione. La mutazione è uno strappo biologico che si esprime per lacerazione, sofferenza, indistinguibilità tra destino e scelta. Per quanto sembri astratta, questa prosopopea è comunque effettiva e dolorosa, se non altro nel ring interiore di uno scrittore. Con La fine della strada, John Barth dà conto degli alti esiti di un simile processo di svolta e passa dall'accumulo alla sottrazione, dal caldo al freddo, dal molto al poco. Nessuno pensa a un Houellebecq barocco. Figurarsi se si pensa a un Barth essenziale. Invece è così: la conversione è necessaria, l'alterità viene abbracciata senza riserve. Ci si rovescia. E' grazie a questo mutamento che Barth ci ha regalato uno dei romanzi più belli degli ultimi cinquant'anni di letteratura americana.
Con il suo quarto libro, Me parlare bello un giorno, David Sedaris conquista definitivamente il titolo dell'uomo-che-nessuno-vorrebbe-invitare-a-cena. Chi sarebbe infatti in grado di sostenere uno scambio di battute con uno così sempiternamente folgorante? Avete un adeddoto familiare da raccontare? Sedaris ne ha dozzine. Una bizzarra avventura di viaggio? Lasciate perdere. Opinioni sull'attuale stato dell'educazione collettiva? Scordatevelo. Su una gamma pressoché infinita di argomenti, Sedaris fornisce in continuazione le prove di essere lui l'isterico riassuntore della nuova generazione.
Fra i libri di narratori esordienti che ho letto (o, nella maggior parte dei casi, tentato di leggere) in questo scorcio di stagione, quello che mi ha di gran lunga più interessato e convinto è Tuo figlio di Gian Mario Villalta (Mondadori, pagine 266, e 17,00); e la cosa è, a mio modo di vedere, tanto più degna di nota, in quanto il romanzo ha come sfondo e almeno in parte come argomento il ricordo di quegli « anni di piombo » che ultimamente hanno innescato, sia in campo letterario che in campo cinematografico, un buon numero di ambizioni sbagliate, equivoci e fallimenti.
Questa sera, 26 marzo alle 21.15, presso l'Umanitaria, in via Daverio 7, Domenico Cosenza presenta il suo saggio Jacques Lacan e il problema della tecnica in psicoanalisi. I Miserabili Lettori sono tutti invitati.
Sono tempi duri per la psicoanalisi? La situazione è ambigua. Lo è dal punto di vista sociologico, anzitutto, poiché il consumo psicofarmacologico è in enorme aumento e, proporzionalmente, lo è anche quello delle psicoterapie rapide, soprattutto di impostazione cognitivo-comportamentista. In crisi, attualmente, appaiono soprattutto alcuni indirizzi psicoanalitici tradizionali. Il che non deve fare pensare a un crollo definitivo di una pratica che, di per sé, fa proprio dell'ambiguità un perno fondamentale del suo operare. Sarà piuttosto una rielaborazione a partire da Freud (che è urgentissimo rileggere, alla luce delle ultime acquisizioni culturali e neuroscientifiche) a favorire una trasformazione radicale delle modalità con cui l'occidente si autoconosce. Al momento, l'indirizzo psicoanalitico più vivo, penetrante, quello di cui si intuisce massima irradiazione di futuro, è il lacanismo. Schiacciato tra teoreticismo esasperato e capacità di apertura formidabile, al "modello Lacan" serviva, almeno qui in Italia, una risitemazione totale e un affrontamento decisivo di ciò che, in fin dei conti, è la psicoanalisi: la pratica. Il parallelismo è errato a priori, ma può essere utile: è come se si disponesse di un apparato teologico abnorme, ma mancasse la preghiera, testo compreso (qui il testo della preghiera non è il testo di Lacan: è la prassi analitica). Rimedia a questa mancanza e apre fondamentali prospettive il bellissimo saggio di Domenico Cosenza, Jacques Lacan e il problema della tecnica in psicoanalisi (edito da Astrolabio, a cura di Antonio Di Ciaccia). Il testo offre una panoramica chiarissima su Lacan e affronta in maniera precisa, stimolante soprattutto se riferita alla decisività del momento del "taglio" (probabilmente l'unico equivalente scientifico occidentale della meditazione tradizionale), la fase di trasformazione, integrazione e consapevolezza che la pratica lacaniana consente a chiunque, analista e paziente.
Ambrose, discesa nel pozzo dell'occulto Terzo colpo del giallista inglese: danza macaba fra paranormale e scienza
di Tullio Avoledo [da Il Giornale, 9.3.04]
Superstizione (pagg. 298, euro 14,50) e' il terzo romanzo di David Ambrose pubblicato dalla casa editrice padovana Meridiano Zero, e conferma il talento dell'autore per l'innesto di idee originali su trame che sembrano gia' pronte per essere rappresentate sul grande schermo. Non a caso l'inglese Ambrose, dopo aver abbandonato la carriera legale, ha lavorato come sceneggiatore a Hollywood. Nei precedenti romanzi, L'uomo che credeva di essere se stesso e La madre di Dio, Ambrose aveva gia' costruito meccanismi narrativi perfetti, a meta' fra il giallo e il noir, intorno a idee forti il cui tema dominante e' il rapporto fra il paranormale e la scienza. Sulle pagine di Ambrose vengono resi con perfetta credibilita' slittamenti in universi paralleli, programmi informatici che acquistano coscienza e interagiscono con un serial killer o, come nel caso di questo romanzo, il tentativo di creare artificialmente un fantasma. Per quanto possa sembrare incredibile, il romanzo prende spunto da un esperimento realmente avvenuto in Canada, a Toronto, nei primi anni Settanta.
Una delle sottopiste su cui ho lavorato scrivendo Non toccare la pelle del drago è un libro che esce finalmente in Italia, per i tipi Fazi: si tratta di Body of Secrets di James Bamford, tradotto da noi col titolo L'orecchio di Dio. Si tratta di un meraviglioso saggio sulla nascita, i trascorsi, il presente e il futuro della più ambigua tra le 52 (al momento) agenzie segrete degli Stati Uniti: la NSA, National Security Agency, che un calembour dell'ambiente di intelligence acronimizzava in Not Such Agency ('Nessuna Simile Agenzia'), a testimonianza dell'inverificabilità di tutto quanto non si diceva o si diceva a proposito di questo colosso spionistico. Purtroppo, l'uscita storica di questo opus magnum non coincide con un momento planetario adeguato a comprendere pienamente la profondità del lavoro svolto da Bamford. Perfino Hollywood è scesa in campo per ammantare di cospirazionismo paranoide e metafisico questo spionistico gigante che è NSA. Il quale, però, ha i piedi di argilla: NSA è, in realtà, il grande colpevole dell'affaire 11 settembre. E perché? Perché la NSA è il sintomo di un dissennato processo capitalistico che ha stravolto le modalità di intelligence dei Paesi industrializzati, permettendo in un secondo tempo ai teorici di individuare la nuova categoria del pericolo bellico generalizzato: la guerra asimmetrica. In pratica: la NSA è il protagonista del sistema SIGINT (Signal Intelligence) che fa fuori, anziché integrarsi con, lo HUMINT (Human Intelligence). L'orecchio elettronico licenzia l'orecchio umano - altro che orecchio di Dio, questo è l'orecchio del cretino.
Il titolo fa schifo rispetto all'originale The Commissariat of Enlightenment (andava meglio, a questo punto, Kolkoz Illuminazione), ma tant'è. Però la traduzione di Margherita Carbonaro è ottima e permette di godere anche in italiano della prosa scintillante e intelligentissima (il punto che vado a sviluppare è questo: una prosa troppo sapiente, troppo scintillante...). Il compagno Astapov di Ken Kalfus è, a mio parere, l'ideale Pulitzer annuale: un romanzo esilarante, scoppiettante e al tempo stesso profondo su praticamente tutto il corredo tematico che può interessare ai borghesi occidentali nuovo stampo: la storia e la fiction, l'arte e il potere, la rivoluzione e la controrivoluzione, il comunismo secondo gli americani e la dittatura secondo i russi visti da un occhio ebreo-anglosassone acuto, investigatore, a tratti visionario, e comunque sagacemente illuminista. Un gran romanzo che, in quanto tale, manifesta a chiare lettere i crismi di un'abissale crisi da cui sta per essere sommersa l'intera letteratura contemporanea americana. Kalfus, a mia detta il migliore americano oggi insieme a Vollmann, dà la polvere soprattutto a Eggers e, va detto senza tante inibizioni, a quanto ha finora fatto il suo padrino letterario, David Foster Wallace. Dove sta il limite, dunque? Non nel godimento di una prosa che innesta vorticosità alla Gogol nel sarcasmo panottico di Bellow. E' piuttosto nella manifestazione del cinismo superstorico che Kalfus segna un limite per nulla suo personale, ma collettivo e tutto americano. Immaginate Roth che non combatte contro il proprio cinismo: i suoi capolavori equivarrebbero a una perenne, colossale alzata di sopracciglio. Beh: non è il nuovo Roth, Kalfus. Prima o poi lo si dirà, che è il nuovo Roth; per il momento la pubblicistica si ferma alla sua brillantezza. Il tempo dei padri è finito, per gli Stati Uniti: incomincia quello dei figliocci.
Disse il saggio: "Questo Paese ha bisogno di una terapia". Lo credo anche io. Terapeutizzare significa alcune cose: curare dalla malattia, avere effettuato un previo giuramento etico di non aggressività e di lavoro per un bene fisiologico e psicologico, avere studiato - e molto - tutti i saperi utili a debellare la patologia. Io aderisco totalmente al precetto di quel saggio, che qui volutamente non nomino. E, ora, posso dire che disponiamo della cura, dei medici, del patrimonio di saperi che essi incarnano. Tutto ciò è 54, l'eccezionale spettacolo di >Yo Yo Mundi e >Wu Ming: una performance infinita ed esaltante a partire da uno dei masterwork del collettivo creativo di Bologna, 54 appunto (qui la miserabile recensione), musicato dalla band degli YYM e recitato da attori del calibro di Marco Baliani, Giuseppe Cederna e Fabrizio Pagella.
Quest'ultimo, ierisera sul palco del teatro al Leoncavallo, è risultato strepitoso almeno quanto le esecuzioni travolgenti e multiplanari degli Yo Yo Mundi e alla scelta dei brani recitati che i Wu Ming hanno effettuato, espungendoli da un contesto di più di seicento pagine (è ora disponibile il cd: qui le informazioni). Io non sono versato nella critica delle performance, perciò risulterò molto naif - il che non toglie che, in una certa prospettiva, questo evento multimediale mi è sembrato fare svoltare certe modalità fino a qua date per scontate di un tempo sottoculturato per malignità politica: la cultura, quella autentica, con tutto il suo corredo passionale e incantatorio, si è rimessa in moto. Lo spettacolo 54 mi appare quale primo esempio di una terapia nazionale.
di Luciana Sica [da Repubblica, 21.2.04] Sarà forse anche per l´età (trentasei anni l´ultimo giorno del prossimo aprile), un´età difficile in cui anche la ragazza più avvenente viene colta dallo sguardo degli altri come "una donna", o ancora peggio "una signora": in ogni caso Isabella Santacroce ha smesso di parlare di diciottenni sciroccate unicamente prese da notti insonni sesso estremo droga a palate & musica rock a più non posso.
Non solo le sue eroine diventano ora delle quasi-trentenni, sempre sbandatissime ma senza l´ombra di quell´aura provocatoria e scanzonata, seppure ancora capaci di conservare una loro "purezza" nelle pieghe del nulla e dell´orrore che vivono da perfette alienate. La novità - nell´universo giovanilistico della Santacroce, esaltata o detestata senza mezzi termini - è che questa volta di scena sono certe donne una volta "perdute" e oggi ossessionate dalla determinazione di essere buone e brave come tutte le altre, mai sfiorate dal sospetto dell´impossibilità di essere normali.
[Mi devo scusare con l'amico Giampaolo Spinato: vivo un periodo in cui non riesco a leggere nemmeno le istruzioni di cottura dei Quattrosalti in padella, e non ce la faccio a mettere gli occhi sul suo ultimo libro, Amici e nemici. Ne consiglio comunque a tutti la lettura, perché Giampaolo Spinato è un bravissimo scrittore, impossibile uscire delusi dalla lettura di un suo romanzo. Per sdebitarmi parzialmente, pubblico qui la recensione apparsa sul Corriere della sera di ieri. gg]
Un ragazzo davanti al caso Moro
di ERMANNO PACCAGNINI
Ventisei anni dopo i cinquantacinque tragici giorni del sequestro Moro son sempre lì a sollecitare interrogativi. Il «dov’ero io in quei giorni? Di che mi occupavo? Cos’era accaduto dentro di me?» di Marco Baliani in Corpo di Stato. Il Delitto Moro (Rizzoli 2003), tra racconto, riflessione e diario. O Amici e nemici (Fazi, ) di Giampaolo Spinato, classe 1960, un romanzo che attraverso il diciottenne Gianpaolo-Telonius, dai risvolti autobiografici, con cui l’autore rivisita la storia recente (terza puntata dopo il Telonius bimbo del Cuore rovesciato e il tredicenne di Di qua e di là dal cielo ), rivive il processo di maturazione generazionale: sentimentale (l’amore per Irene, la scoperta del sesso) e umano (l’uscita dal gruppo, CL, alla ricerca d’una identità personale). Con Moro quale approdo necessario, essendosi chiuso il precedente romanzo con la scelta brigatista di Seba, amico di Telonius, partecipe del sequestro col nome di Comandante Leto, salvo essere a sua volta rapito da un terrorista nero presente sul posto perché imbeccato dai Servizi Segreti (secondo la tesi della complicità «di Stato» nell’affaire ).
Sta accadendo lontano dal caos dei media ma è un avvenimento. Dave Eggers, considerato tra i più grandi scrittori americani viventi, sta facendo uscire in serie sulla rivista elettronica Salon.com gli episodi del suo nuovo romanzo (il libro si trova a partire da qui). E' un'idea che richiama le divulgazioni popolari ottocentesche che fecero la fortuna di Dickens e dei suoi romanzi pubblicati a puntate sui giornali d'allora.
Eggers, trentenne, è diventato noto per le sue memorie pubblicate col titolo L'opera struggente di un formidabile genio (2000) e ha pubblicato l'anno scorso Conoscerete la nostra velocità (in Italia entrambi da Mondadori). Da lunedì 26 gennaio vengono pubblicati settimanalmente su internet gli episodi di The Unforbidden Is Compulsory - Or, Optimism (titolo forse si potrebbe tradurre con “Ciò che non è vietato è obbligatorio – O dell'ottimismo”). Gli editori di Salon.com, storica rivista liberal di approfondimento, hanno definito l'opera una “satira politica”. Il romanzo è disponibile gratuitamente ma col 'pedaggio' di molti click da fare sulle inserzioni pubblicitarie.
Una raccolta di saggi sullo scrittore americano, aiuta a districarsi in un'opera tra le più affascinanti del panorama novecentesco, dove il disturbo mentale genera la forma della realtà e il modo di conoscerla. Con il titolo La dissoluzione onesta, esce da Cronopio a cura di Caratello e Alfano, con contributi di Sandro Portelli, Tommaso Pincio, Luca Briasco
di EMANUELE TREVI
Nel campo della letteratura, nulla è forse altrettanto simile a una religione del rapporto che critici e lettori intrattengono con l'opera di Thomas Pynchon. A partire ovviamente dall'invisibilità da autentico deus absconditus nella quale, agli inizi degli anni `90, aveva ficcato il naso genialmente Don DeLillo, in quel gioiello di ironia e profondità che è Mao II. A differenza del nevrotico Salinger, che ha portato nel nero di seppia della sua privacy l'opera assieme all'uomo, il più sottile Pynchon non ha mai «sacralizzato» la privacy in sé. Bisogna sempre capire e distinguere comportamenti superficialmente simili (al contrario di quanto l'«informazione» fa di solito): anche Cormac McCarthy, per esempio, odia concedere interviste e se ne sta tranquillo in Texas. Ma non è mai detto. La solitudine è una circostanza complessa, ben più di una scelta sullo stile di vita. San Francesco di Sales dice che si può stare da soli anche in mezzo a un ricevimento mondano, fuggendo all'interno di se stessi come un cervo nel folto del bosco. Essere immortalato da un fotografo invadente con un carrello della spesa e l'aria incazzata, forse, non sarebbe un dramma per l'autore dell'Arcobaleno della gravità, così come lo è stato per l'ansioso Salinger. Fatto sta, che la vita di Pynchon coincide con la serie dei suoi libri - i cinque romanzi e il racconti di Slow Learner - e assomiglia molto più un canone (come la successione dei libri biblici) che a una laica bibliografia.
E' uscito per i tipi BD La Dea, il primo di due volumi a fumetti da Nicolas Eymerich, Inquisitore, memorabile tappa iniziale del ciclo di romanzi di Valerio Evangelisti dedicati al Magister. Firmano quest'impresa, che, come il soggetto, è pura epica, due nomi come Jorge Zentner (che con Lorenzo Mattotti ha firmato il recente einaudiano Il rumore della brina ed è autore di Caboto e Replay) e David Sala, più che grande scoperta ormai grande acquisizione della galassia fumettara. L'opera è già completa in Francia, dove Eymerich spopola da anni secondo i ritmi di una vorticosa ascesa all'immaginario collettivo. Qui in Italia stiamo per assistere alla rivoluzione multimediale che metterà in luce fino a che punto la letteratura sia uscita da se stessa: il format immaginale Eymerich diventerà a breve, oltre che narrativa e fumetto, anche cinema e videogioco.
Come nel caso dell'uscita a baloon presso Mondadori, curata da Evangelisti insieme a Mattioli, La furia di Eymerich, non entro nello specifico tecnico: entro soltanto nel letterario.
E’ la storia di un uomo
che vorrebbe
compiere ben due
delitti, per vendicarsi
di chi ha fatto del male
alla sua famiglia. Ma ogni volta
ne viene dispensato perché preceduto
da mani e occasioni
diverse. Questa la trama più
visibile del romanzo di Andrea
Canobbio, Il naturale disordine
delle cose, che sembrerebbe
arieggiare le cadenze di un
"noir" paradossale, capovolto,
ma si apre, per fili diversi, a
storie più ferme, consegnate a
scandagli interiori. Claudio, il
protagonista in prima persona,
è un rinomato architetto di
giardini. Vive da solo in un
cascinale, anche se tiene sempre
un posto a tavola per un
ospite improbabile. Si distrae
soltanto quando viene a trovarlo
nella sua tana di essere
solitario il fratello Carlo con i
suoi due bambini, ai quali dedica
ogni cura. Si immerge nei
loro giochi, per una plausibile
nostalgia d'infanzia. Per il resto,
riserva la sua confidenza a
Witold, il giardiniere polacco
che è uomo colto, così infatuato
dell'Italia che inframmezza nei
suoi discorsi citazioni di scrittori
più e meno illustri (il buono e
saggio Witold, umoristicamente
accarezzato, è tra le figure
memorabili del romanzo). Si
intrattiene inoltre con l'indiano
Malik, servitore e custode di un
allevamento di cani nella casa
accanto.
Uno dei più grandi abbagli dei miei ultimi anni: lo presi a proposito di Ivano Ferrari, quando lavoravo a Clarence. Propriamente, a Clarence si cercava di scuotere il tessuto di potere dell'editoria, dell'accademia e della mediazione culturale, partendo da una posizione drop-out e scanzonata. Falcidiai il povero Ivano Ferrari, poiché ne scrissi in quanto rappresentante della collana bianca Einaudi, che appariva in abnorme decadenza, a poca distanza dalla pubblicazione, nei Coralli, delle poesie di Gene Gnocchi. C'è da vergognarsi: intendo che devo vergognarmi io, perchè la voce poetica di Ivano Ferrari è di qualità assoluta e non spartisce alcunché con le menate iperstilistiche dei debolisti della poesia. E' una voce grave, materica, tumultuosa, tumida, che strappa il lettore e gli fracassa il cranio: Ivano Ferrari è una specie di Villon laico, letteralmente un senzadio che alza il pugno contro il cielo - come testimonia la nuova raccolta uscita ora sempre nella bianca Einaudi, Macello.
Che cos'è l'incanto? E' l'esito di un'esperienza. Quando l'esperienza viene sgretolata dal semplice fatto di attraversarla, proprio mentre si è in mezzo all'esperienza, uno è nell'incanto. Per carità: nessun filosofema ermeneutico, nessun vezzo nautico metaletterario. Semplicemente: accade, è così. Uno si droga e si incanta - ma altro non sperimenta che un'intensificazione dell'esperienza e, quindi, dell'incanto. E che cos'è un'esperienza? A posteriori, sicuramente è una storia: ogni esperienza può essere raccontata, deviando dalla linfa ineffabile e vitale. E quando l'esperienza è essa stessa una storia? Accada quel che accada: è la letteratura. La letteratura veicola esperienza in quanto incanto. Chi racconta, chi sa raccontare, veicola incantamento. Prendete Martino Gozzi, esordiente, che pubblica Una volta Mia per i tipi peQuod: un talento narrativo che ha trovato fin da subito forma ritmo e immagini. Il suo primo romanzo è letteralmente e letterariamente incantevole. A leggerlo, sembra di essere Peter Pan che entra dentro Cuore selvaggio di David Lynch.
Milano non sembra piacere molto ai narratori contemporanei che la rappresentano immersa in una luce plumbea. La “capitale morale” sembra aver perso nei loro racconti il fascino di città laboriosa ed efficiente, seppur nevrotica e a tratti cinica, per lasciare il posto all’immagine di una metropoli sporca, stanca, moralmente depressa. Nei brillanti romanzi noir di Giuseppe Genna Milano confina con Hong Kong e con la periferia di New York, piuttosto che con Varese e Como. Ferruccio Parazzoli ne traccia invece un profilo più provinciale in MM Rossa, opera narrativa dagli evidenti tratti autobiografici. Il protagonista, e io-narrante, racconta Milano attraverso la metropolitana. Egli si affaccia dall’ottavo piano del proprio appartamento sul nodo viario di Piazzale Loreto.
L'infanzia rispunta
talvolta in veste
di luogo prediletto
delle ispirazioni
narrative. In questo purgatorio
tele-tecno-informatico
che fa soccombere le scarne
inclinazioni naturalistiche rimaste
a galla, sembra difficile
poter riapprodare a un mondo
di silenzi e di paure psicologiche
private, magioni solitarie
e spazi aperti sui baratri della
memoria. Eppure, almeno due
tra i nostri più validi scrittori
giovani, Ammaniti e Simona
Vinci - senza escludere i fluidi
orrorifici del più attempato
Eraldo Baldini - si misurano
volentieri - e felicemente - nel
territorio impervio dell'età primaria,
anche se gli anni in
tasca ai loro protagonisti risultano
quasi sempre malamente
folgorati dalle intemperanze
insensate del mondo adulto.
A poca distanza dal romanzo
epico Come prima delle
madri, immeritatamente scippato
di un Campiello da opera
buffa, la Vinci torna in libreria
con un racconto terso e
lineare, in punta di penna,
dettato - a quanto pare - da
un'ispirazione guidata:
Brother and Sister, infatti -
perché questo discutibile asservimento
alla lingua americana?
- risulta nascere come
radiodramma commissionato
all'autrice per Radio Rai Tre e
diretto in quella circostanza
da Marco Risi.
Estate del '95, New Hampshire: in una piccola radura, circondata da un muro di pietra e rivestita d'un legno ormai scolorito, c'è la casa-rifugio (quella delle vacanze) di Gerald e Lydia. L'ora volge al desio e persino l'aria, "dolce" e "pigra", appare in sintonia: seduti sulla sdraio, i piedi nudi, i libri sparsi nell'erba, i due sorseggiano vino godendosi lo spettacolo d'un grande intenso lago blu. Eppure l'occhio che li osserva nota che sono abbronzati e dimagriti, nota che indossano vestiti succinti: quando Gerald e Lydia si accorgono dei nuovi arrivati - la figlia Maxine e il fidanzato Gogol - li accolgono con il più classico dei "Benvenuti in paradiso". È questa una scena madre del romanzo L'omonimo (Marcos y Marcos, trad. di Claudia Tarolo, pp. 345, ¤15, 50), seconda prova, dopo L'interprete dei malanni, di Jhumpa Lahiri.
Tullio Avoledo è sconcertante. Certo non perché ha esordito tardi nella narrativa (ha quarantasei anni) o perché si dichiara totalmente estraneo al mondo della letteratura italiana (lavora in banca) e al suo bon ton: capita a parecchi altri. E nemmeno perché il suo primo libro, L´elenco telefonico di Atlantide, ora ripubblicato da Einaudi, è divenuto un cult in poche settimane pur facendo a meno di ogni ingrediente classico del best seller (vicenda tutt´altro che sentimentale e lacrimevole, nessuna tribuna televisiva di provenienza, nessun successo di scandalo, notorietà dell´autore inesistente, casa editrice - la Sironi di Giulio Mozzi - essa stessa agli esordi). Qual è l´anomalia, dunque? Non sta neppure nel suo essere inclassificabile: Avoledo sembra un autore di genere ed è uno che i generi li attraversa. Teoricamente dovrebbe posizionarsi sullo scaffale della fantascienza, ma le sue storie vanno preferibilmente dalle parti dell´ucronia, e descrivono il what if di un mondo possibilissimo. Ma anche questo, a ben vedere, non ne fa automaticamente un caso.
Piss Christ è un’opera di Andrés Serrano del 1987; ha le dimensioni di un quadro tradizionale: un metro per un metro e mezzo. Rappresenta un crocifisso: un’immagine sfumata immersa in un fondo di colore rossastro. E’un Cristo nell’urina. Quando fu esposta in una galleria, suscitò un immediato scandalo. Giudicata immonda, attirò l’attenzione dei politici visto che era stata finanziata da un fondo governativo per l’arte. L’allora presidente americano, George Bush la definì pura immondizia. L’opera fu condannata in Senato e un politico strappò pubblicamente il catalogo che la riproduceva. Alcuni sostennero invece che la trasgressione operata da Piss Christ era positiva, dal momento che il compito dell’arte è quello di sconvolgerci, di farci cogliere in questo modo le verità ultime sull’uomo, sul mondo che ci circonda, sull’arte stessa. L’arte raggiunge il suo obiettivo solo se è estraniante: rendere inconsueto ciò che è famigliare, e problematico ciò che è dato per scontato. Anthony Julius, scrittore e docente universitario, parte da questa opera di Serrano per analizzare in un libro le trasgressioni operate dalle opere d’arte. Trasgressioni è un’indagine non solo sulla capacità dell’arte di assestare “colpi proibiti” alle convenzioni e alle regole dominanti, ma anche sui limiti stessi dell’arte, sulla sua identità.
Intemperanti. Com'è bene che siano le generazioni futuribili, che si divincolano a fatica tra macerie del passato per loro remoto e gli orizzonti autistici del presente. Under 30 che scrivono e si descrivono, raccontano e si raccontano: se in letteratura non c'è più niente di nuovo, sanno riprovare a esprimersi e a saltare le vecchie trappole. Da intemperanti.
Dal 20 gennaio, arrivano in libreria i diciotto "giovani narratori" dell'omonima antologia che apre la collana della casa editrice Meridiano Zero riservata ai nuovi autori italiani. Spetta invece al bresciano Marco Archetti pubblicare il primo romanzo intemperante: Lola Motel, viaggio nella Cuba che Fidel non ha ancora piegato e che si spiega con l'umanità di personaggi veri.
La donna è a cavallo dentro un bosco. Degli alberi la nascondono parzialmente, così che noi vediamo la sua figura interrotta da lunghe strisce verticali. Ma se si guarda bene, a “cancellare” la sua immagine non sono tanto le piante d’alto fusto dietro cui transita, bensì un albero che in realtà si trova dietro il cavallo, oppure una porzione di paesaggio che è posta tra un albero e l’altro. E’ un quadro di René Magritte intitolato Carte blanche, in cui il pittore belga gioca con la nostra percezione, spiazzandoci. Il nostro cervello, l’organo più affascinante e più misterioso che possediamo, costruisce continuamente l’immagine della realtà con cui ci orientiamo nel mondo. Se osserviamo un uomo seduto a un tavolo e ne vediamo solo il tronco, diamo per scontato che le sue gambe siano sotto il tavolo, anche se i nostri sensi – la vista, prima di tutto – non sono in grado di confermarlo; è una supposizione, ma decisiva. Così quando corriamo in autostrada, siamo sicuri che dietro all’automobile che stiamo tallonando da presso vi sia un altro tratto di strada, anche se non la vediamo. Il nostro cervello fa ipotesi, come sostiene lo studioso di percezione Richard Gregory in Occhio e cervello (il Saggiatore). Magritte sfida con successo il senso comune: davanti ai suoi quadri siamo sorpresi, ma anche affascinati. Continuiamo a fissare la donna a cavallo per capire dove il quadro sia “sbagliato” o dove invece “sbagliano” i nostri sensi. Semir Zeki in un libro recente, La visione dall’interno. Arte e cervello (Bollati Boringhieri, 45 euro; su Carmilla, un'intervista a Zeki), non solo conferma le tesi di Gregory, ma sorretto dall’idea che è il cervello a “produrre” la realtà, indaga l’arte moderna e contemporanea per mostrare la stretta connessione che esiste tra la neurobiologia e il modo di vedere degli artisti.
Lo scorso agosto il New Yorker ha pubblicato "Prospettiva da una testa stretta in una presa di lotta libera", un distillato dei primi capitoli del romanzo, di imminente pubblicazione, Fortress of Solitude, di Jonathan Lethem. Risultato: le attese del libro sono schizzate alle stelle. Nei suoi quattro precedenti libri, Lethem aveva sciorinato un talento camaleontico, riuscendo in un'opera di reinvenzione dei generi cosiddetti 'pulp' o 'minori', mediante una combinatoria delle influenze letterarie più disparate, da Philip K. Dick a Raymond Chandler, da Don De Lillo a Italo Calvino. Motherless Brooklyn, un thriller che si è aggiudicato vari premi e in cui Lethem già iniziava a permettersi di esprimere l'autenticità di un sentimento che lo lega al suo luogo natale, preparava in qualche modo la strada alla successiva opera: un opus magnum a carattere autobiografico, che pone Lethem definitivamente nella schiera degli scrittori americani più importanti del presente. Fortress of Solitude si apprestava a divenire un Dickens virato verso James Baldwin e Philip Roth. Eppure, alla pubblicazione, il libro ha mantenuto le promesse almeno tanto quanto ha inflitto delusioni a chi nutriva aspettative. E sembra che anche nel Regno Unito provochi un'identica ambivalenza di giudizio.
Mentre monta l'onda anomala della definitiva crisi del genere nero, soprattutto quello italiano, l'orizzonte è solcato da lapilli infuocati: sono tentativi, mappature, eversioni, lavori di metagenere - una messe a mio dire straordinaria di elaborazioni del 'nero', in senso più o meno realistico, a volte finzionali più nei confronti del modello giornalistico della controinchiesta che della stessa narrativa. E' il caso di un libro importante come quello che Alessandro Leogrande ha pubblicato per i tipi l'ancora del mediterraneo, Le male vite. E' un genere plurimo stipato con ritmo impressionante nell'arco di un unico libro: è appassionante letteratura civile, è fenomenologia interpretativa, è narrazione allo stato puro. Un sordido intreccio continentale (e più) che, muovendo attorno al perno del traffico di sigarette, pone in una luce cruda e mai moralistica l'affaire globalizzazione: il labirintico e sotterraneo farsi di un crimine che intrude la società, va in metastasi, crea l'osmosi, allucina chi ne viene a conoscenza.
di Roberto J. Gonzales [ E' appena uscito per Nuovi Mondi Media il bellissimo saggio di John Stauber e Sheldon Rampton,Vendere la guerra - La propaganda come arma d'inganno di massa, un testo che negli USA ha sollevato un polverone. Riproduciamo la recensione fattane sul S. Francisco Chronicle da Roberto Gonzales, docente di antropologia alla San Jose State University ]
Nei mesi scorsi, gli spettatori televisivi americani hanno assistito a una serie di immagini impressionanti che mostravano l'assoluta supremazia militare degli Stati Uniti. Tra queste, la distruzione della statua di Saddam Hussein in piazza al-Firdos, l'emozionante "salvataggio" di Jessica Lynch, le riprese panoramiche dei bombardamenti su Baghdad e l'atterraggio di George W. Bush su una portaerei.
Se queste immagini sono state piu' insistenti e convincenti rispetto a quelle delle passate guerre c'e' una ragione: viviamo in una cultura della manipolazione. Secondo Sheldon Rampton e John Stauber, autori di "Vendere la guerra" ("Weapons of Mass Deception"), l'Amministrazione Bush si e' impegnata in un'operazione straordinariamente aggressiva per creare il consenso pubblico alla guerra in Iraq, usando propaganda, disinformazione, distorsione delle notizie e vere e proprie bugie.
Una piccola chicca di questi mesi è la raccolta unitaria dell’opera poetica di Roberto Deidier (Una stagione continua, peQuod). Probabilmente uno dei libri più importanti di questo anno poetico. Deidier, 37 anni, romano è stato per diversi anni un poeta promettente, sigillo avuto con l’inclusione nel Quaderno italiano di Franco Buffoni e con tre libri pubblicati nel corso degli anni Novanta e adesso raccolti in Una stagione continua.
Nelle chiacchiere da circolo, quando si parla di poeti trentenni e quarantenni, si fanno sempre i soliti nomi, e alla fine compare, in maniera maliziosa una constatazione: la generazione tranne poche eccezioni è composta soprattutto dalla nuova linea lombarda (Riccardi, Dal Bianco, Zucchi, Inglese) o assimilata ad essa (Villalta, Gibellini, Donati). In questa ansia di elenchi e classificazioni, un po’ post-moderna, ma anche non propriamente critica non manca mai Roberto Deidier, avamposto della linea romana. E quella linea romana di Roberto Deidier è il sottile filo invisibile che collega un grande come Sandro Penna, Elio Pecora, Beppe Salvia sino ad arrivare appunto a Deidier.
La visione di una donna povera e grassa. Ecco cosa colpisce la giovane Nazneen nei suoi primi giorni a Londra. Perché in Bangladesh, dove è nata e cresciuta prima che un matrimonio combinato la catapultasse in Inghilterra appena diciottenne, era impossibile essere allo stesso tempo poveri e grassi. Almeno non più di quanto si potesse essere ricchi e contemporaneamente morire di fame. Un aspetto minuscolo, ma pur sempre uno dei tanti, del mondo alieno che le vittime della diaspora indiana hanno sperimentato in Europa negli ultimi vent’anni. Un mondo e un periodo che l’esordiente anglo-bengalese Monica Ali ha consegnato alle pagine di Sette mari e tredici fiumi (appena uscito per Marco Tropea editore), uno dei casi editoriali più incredibili degli ultimi anni, con i giornali di tutto il mondo a contendersi un’intervista e una recensione, pubblicando le sue foto a dimensioni da manifesto elettorale, come è accaduto recentemente sulla prima pagina del solitamente sobrio The Times.
di Tiziano Scarpa [Questa è l'aletta di presentazione di un finto giallo divertentissimo, che sto leggendo in questi giorni e di cui presto scriverò: Edisol-M Water Solubile di Marco Franzoso. Siccome la presentazione è d'autore, lascio la parola a miglior mente...]
Forse non tutti ricordano che quando si diceva Europa, nel 2071, si intendeva non solo l’Ucraina, il Benelux, lo Stato della Cassa di Risparmio di Verona, Vicenza, Belluno e Ancona, la Repubblica di Padova, lo Stato Autonomo di Venezia-Mestre, il Principato di Ljubljana, ma anche la Città Libera di Chioggia. E quando si diceva "società", si intendeva un sistema abbastanza efficiente anche per gli standard di oggi: i giudici patteggiavano angherie nel salotto di casa, la lingua era una specie di torrone dialettale sciolto in tasca, le università cominciavano a rilasciare prestigiose lauree in detection e medicine alternative. Una solidale ipnosi collettiva aiutava già allora a dormire sonni tranquilli dentro le proprie camerette bombardate. Una sera del 2071, a Chioggia, una ballerina scompare da un locale notturno. Per duecentomila ghinee, l’investigatore privato Edisol-M. Water Solubile accetta l’incarico di scovarla.
Fu settario nell’intelletto e nell’istinto, Franco Lattes Fortini, implacabile con i compagni di strada e persino scisso da se stesso nel desiderio di una comunione cosmica capace di attenuare la pena del qui, dell’adesso scomposto; ma fu anche una delle poche personalità di respiro europeo che il nostro secondo novecento possa annoverare. Il marxismo messianico di cui si rese interprete lo imparenta in certa misura a Bloch, al tardo Benjamin, facendosi dottrina per chi nella storia opera senza tregua, con caparbietà struggente, solo in funzione però di un prossimo trascendimento. Ci sono episodi, lungo queste pagine, dove la lotta di classe, la contraddizione fondamentale tra capitale e lavoro, trapassa insidiosamente in una metafisica e in una moralistica da grand siècle: il confronto asperrimo con Renato Serra sul valore fatuo degli esami di coscienza, il colloquio a distanza con Cases e con de Martino intorno ai modi di morire, tornando ad essere nulla nel seno della specie.
Quante volte gli si è imputato come colpa quel parlare oracolare, ieratico, quel suo stile grave e insomma asseverativo e ultimo. Più di rado ci si è avveduti che in un simile profetismo era compresa anche la smentita, l’umiliazione salutare del rivedere e del correggere. Sicché il suo saggismo (meno direi la sua epigrammatica) vale oggi come documento raro di una mente umanistica al lavoro.
E' uscita finalmente in traduzione italiana (ottima: è di Fabio Zucchella, direttore di Pulp, una garanzia) di Wavewalker, un sorprendente plurigiallo paraesoterico di Stella Duffy, che lessi anni fa e mi piacque tantissimo. Al solito, esce per Marsilio black, la collana del nero più bella che c'è. In Italia si intitola La settima onda ed è un romanzo che toglie il fiato attraverso singulti multipli: una sintomatologia della qualità alta raggiunta da un autore di detective story (ma non solo). Duffy è l'autrice di Calendar girl, sempre edito da noi nei tipi Marsilio black, uno dei quattro episodi con protagonista Saz Martin, private eye londinese di nascita e cosmopolita per vocazione (un po' come l'autrice, che è di Londra ma è cresciuta in Nuova Zelanda). Di Duffy aspetto che qualche casa editrice pubblichi anche Eating cake, che non c'entra nulla col noir, ma vale una traduzione. Intanto godo immensamente per questa Settima onda: perché dice il meglio del genere nero oggidì.
Scritto tra il `52 e il `53, mentre Cyril Lionel Robert James si trovava rinchiuso a Ellis Island come «undesiderable alien» in attesa di espulsione dagli Usa, il libro su Melville (Marinai, rinnegati e reietti. La storia di Herman Melville e il mondo in cui viviamo, con postafazioni di Bruno Cartosio e Gianni Mariani e una nota biografica di Enzo Traverso, Ombre Corte, € 14,50), si inserisce a pieno titolo nella discussione inaugurata qualche anno prima da F. O. Matthiessen, che in American Renaissance (1941) aveva rintracciato il tratto distintivo dei grandi scrittori americani nella loro adesione alle idee di democrazia e di libertà, dando così l'avvio a una febbrile attività interpretativa dalle non troppo dissimulate intenzioni politiche. Per C. L. R. James, scrittore nero, militante panafricanista e teorico diventato marxista, a suo dire, grazie alla contemporanea influenza di due libri, La storia della rivoluzione russa di Trotzkij e Il tramonto dell'Occidente di Spengler, e quindi non facilmente permeabile da suggestioni sull'immediata espansività del sogno americano, Moby Dick travalicava ampiamente, per la sua grandezza, i limiti del romanzo moderno. E poiché proponeva la tragedia di un intero ordine sociale e culturale - non quella di un singolo individuo - poteva essere posto sullo stesso piano dell'Orestea o del Re Lear.
di Giorgio La Malfa [Piuttosto che punirne uno per educarne cento, preferisco non punire quell'uno lì perché siano educati sessanta milioni. gg]
Mondadori pubblica in questi giorni un saggio di Francesco Cossiga sulle vicende politiche degli ultimi dieci anni seguito da una raccolta delle principali interviste da lui concesse in questo periodo. (Francesco Cossiga, Per carità di patria, a cura di Pasquale Chessa, Milano, 2003, 17 €). L'analisi dei vasti sconvolgimenti politici e dei grandi cambiamenti istituzionali occorsi in questi anni è di grande interesse, ma, insieme con questo, il libro rivela anche molto della complessa personalità dell'autore: la continuità di pensiero, quasi un filo conduttore sempre presente nelle sue iniziative e nei suoi giudizi, la tempestività dei suoi interventi, spesso il loro carattere provocatorio e, nello stesso tempo, la sua insofferenza per la situazione politica del Paese.
La tesi centrale del saggio di Cossiga è che la crisi politico-istituzionale nella quale si dibatte ancora oggi l'Italia risale alla fine degli anni '80.
E' uscito da Apogeo il fondamentale Disinformation technology : un libro che io ho visto nascere. Lo hanno scritto due talenti, Stefano Porro e Walter Molino, cofondatori insieme a Carlo Formenti e Igino Domanin di QuintoStato, e-zine fondamentale per capire che cosa sia 'oggi'. Faccio una dichiarazione d'amore: a Stefano Porro. Stefano è stato il mio direttore a Clarence e adesso mi risulta travolto, come me, da impegni che rendono la vacanza parecchio più impegnativa di un lavoro dipendente. Come dicevo, Disinformation technology l'ho visto nascere e crescere. Se mi volete bene: compratelo e leggetelo. Insieme a Tutto quello che sai è falso (Nuovi Mondi Media), è il testo fondamentale per comprendere i meccanismi di mistificazione informativa, gli esiti profondi di un occultamento fattosi norma in quella che fu chiamata 'società dell'informazione' e che già non è più - cosa che dimostra proprio una simile pubblicazione. Siamo, secondo i parametri della Business Economic School di Oxford, in un'era già successiva: quella che lorsignori tecnocrati chiamano 'società dell'esperienza'. L'esperienza è falsificabile? Sì e no. Il libro di Stefano Porro e Walter Molino dimostra come e perché. E' un manuale di autodifesa umana e umanistica. E' un indispensabile trattato di strategia e tattica nell'oggi e nel domani che già è oggi. Mi chiedo se non sia anche questa letteratura o, almeno, una funzione della letteratura. Tornerò su Disinformation technology, nei prossimi giorni: nel frattempo leggete con attenzione quanto ne scrive il mitologico e inarrivabile Domanin...
Tokyo, 5 settembre, ore 23.00 circa. Nel quartiere residenziale di Yokohama una studentessa muore all'improvviso per infarto. Quella stessa sera, nella stessa ora, di fronte alla stazione Shinagawa un motociclista si accascia sull'asfalto per un arresto cardiaco improvviso. Semplici incidenti? Per Kazuyuki Asakawa, giornalista del Daily News e zio di una delle vittime, non può essere una pura coincidenza che entrambi i ragazzi avessero il viso stravolto da un'espressione di terrore e che, qualche istante prima di morire, avessero cercato di strapparsi il cuoio capelluto. Servendosi dell'archivio del suo giornale, Asakawa apprende che quella stessa sera, sempre a Tokyo, una giovane coppia è morta per la stessa, apparente, causa: infarto improvviso. Indagando sul passato delle quattro vittime, il giornalista scopre che non solo si conoscevano, ma avevano trascorso una breve vacanza insieme, appena una settimana prima di morire. Forse, in quell'occasione, i quattro erano stati infettati da un virus ancora sconosciuto. C'è un unico dato certo: durante la loro breve gita le vittime avevano guardato una videocassetta, di cui Asakawa entra casualmente in possesso.
Esiste un sistema di riferimento, quando si valuta un libro o un momento storico o uno scrittore, che non può essere sradicato, anche se non è pregiudiziale: soltanto attenuato tramite autoconsapevolezza - il che è altra cosa rispetto al dubbio. E' sulla scorta di autoconsapevolezza, ma non di dubbio, che desidero scrivere di e consigliare Forma e solitudine - Un'idea della poesia contemporanea, testo critico di altissimo livello firmato da Guido Mazzoni, che insegna filologia e critica all'Università di Siena e attualmente è fellow alla Chicago University. A mio modestissimo parere, Mazzoni, che è anche rinomato poeta (seppure a oggi recluso nella devastante categoria dei 'giovani'), rappresenta la certezza che la critica letteraria, in Italia, è viva e non vegeta, ed è in grado di superare l'impasse offerta dalla chance stilistica, mantenendone intatti rigore e potenza intuitiva. Guido Mazzoni offre, in Forma e solitudine, una overview impressionante del Novecento poetico italiano, attraverso la mappatura di tre galassie: Montale, Sereni e Fortini.
All'indomani del secondo conflitto mondiale lo scrittore Aldous Huxley pubblicò un saggio sui rapporti tra potere economico, sviluppo tecnologico, scienza e società. Il testo, di estrema attualità, viene ora riproposto, a più di cinquant'anni dalla sua unica traduzione italiana, corredato da una prefazione di Goffredo Fofi e dall'introduzione originale del filosofo Enzo Paci. La pregevole iniziativa è anche arricchita, in appendice, da un breve scritto del 1931, il Saggio sulla Grazia, che indaga i motivi etici dell'agire umano e prefigura nei suoi contenuti un altro importante testo dell'autore del Mondo Nuovo, la Filosofia perenne. Le Edizioni Medusa offrono dunque, con Scienza, libertà e pace, un interessante quanto opportuno esempio dei cimenti saggistici del romanziere inglese, complemento indispensabile del suo côté narrativo, cui si dedicò con sempre maggiore impegno col trascorrere degli anni.
Sono reduce da una serata feltrinelliana, dove ho presentato il nuovo romanzo di Tullio Avoledo, peraltro qui già discusso, Mare di Bering, edito da Sironi. Va meditato - e, garantisco, lo si sta meditando - il ruolo di Sironi e della direzione editoriale di Giulio Mozzi in quella che intravvedo quale svolta della cultura italiana in questi ultimi anni. Non che sia merito esclusivo di Sironi e Mozzi: diciamo che essi sono un sintomo di guarigione - un sintomo che si dà da fare.
Tullio Avoledo è un uomo tranquillo che dietro la maschera di pacioso padre di famiglia nasconde abissi cantoriani, frattalità inquiete, se non inquietanti, una fantasia scatenata e portentosa, una lucidità intellettuale invidiabile, un'esperienza del politico e della letteratura spessa e penetrante. Nel corso della serata, egli non ha risposto a una che sia una delle mie domande en privé, inquinate da esoterica curiosità. In libreria, ha sfondato il muro della disattenzione: era tanto che non vedevo uno scrittore firmare autografi in così alto numero. Lo merita: Mare di Bering va letto.
Formulo, per non incappare nell'ironia di qualche andreotti dell'ultima ora, una excusatio petita. In questo senso: se io parlo bene dei libri di Alberto Bevilacqua, incontro a tutt'oggi grottesche alzate di scudi, soprattutto da parte di scrittori e intellettuali, i quali mai hanno letto i libri di Bevilacqua e pensano trattarsi dell'icona che si è vista e si vede in televisione, non comprendendo il genere di strategia comunicativa di questo che, per me, dopo averlo conosciuto di persona, si è confermato quale patriarca: nel senso che è un esponente di una generazione storica, meravigliosa da ascoltare, da cui c'è da imparare. Mi sono rotto le palle di motivare, con categorie poetiche critiche retoriche immaginali, il mio giudizio su Bevilacqua ("è un grande scrittore, punto e basta") alle richieste di chiarimento di menti fragili che scrivono del tumore della mamma come se fosse uno spiffero che entra dalla porta e fa sospirare in emulazione dei tisici mitteleuropei. Detto, ciò, l'informazione di base, quindi la recensione. E' uscito Legame di sangue, la nuova raccolta di poesia di Alberto Bevilacqua. E' la sua migliore, a mio avviso. Attendo inoltre con impazienza effettiva il suo nuovo romanzo Einaudi, La Pasqua rossa, che immagino essere una sorta di Banda Bellini al cubo.
Adesso esagero. Ho già scritto recensioni prima di finire un libro, ma almeno ero arrivato come minimo a cento pagine. Qui, invece, mi produco in considerazioni che non sono assolutamente una recensione, a partire dalla lettura di quaranta pagine. Va presa in questo modo: sto parlando di un granello di sabbia mentre passeggio su una spiaggia: vedo la spiaggia, so già all'incirca di che sostanza è fatta, posso già affermare qualcosa circa la grana renaria, ma ancora devo fare esperienza della spiaggia stessa: ci devo stare, vedere chi c'è, provare il mare, stendermi al sole. Ecco, posso già dire che è una spiaggia splendida e che c'è un sole maturo, caldo, che fa stare bene. E' una coccola avventurosa, tropicale. Nonostante il titolo del libro in questione, che evoca esperienze raggelanti: Mare di Bering, il nuovo romanzo di Tullio Avoledo, che ho appena iniziato a leggere.
di Tommaso Pincio [Mi ero già occupato della straordinaria scoperta del romanzo di Richard Yates, di cui saremo per sempre grati a minimum fax. Sul manifesto, il 7 ottobre, è uscita la recensione di Tommaso Pincio. La ripropongo qui]
"Soltanto i giovani hanno tali momenti" scriveva Joseph Conrad a proposito di quel misto di noia, stanchezza e insoddisfazione che può portare colui che è ancora nel fiore degli anni a "commettere azioni sconsiderate, quali maritarsi d'improvviso o gettare via un impiego senza ragione". Lo scriveva all'inizio del ventesimo secolo, ma il protagonista di Linea d'ombra era una figura compresa in un vitalismo romantico e avventuroso di stampo ancora ottocentesco. Non che noia, stanchezza e insoddisfazione siano d'incanto spariti dall'orizzonte dei sentimenti. Tutt'altro. Essi, grazie a moderne invenzioni come il benessere diffuso e il tempo libero, sono più vivi che mai e ci avvelenano l'esistenza come pochi veri veleni potrebbero fare. Semmai sono i giovani che sembrano un ricordo di altri tempi; il tipo di giovani alla Conrad, perlomeno. Ciò è vero non tanto perché il calo delle nascite conduce la nostra società verso un progressivo invecchiamento, né tantomeno per il fatto che - stando a una recente indagine di mercato - nel 2002 i maggiori acquirenti di un prodotto teoricamente per giovani quale dovrebbe essere il CD sono state le persone di quarantacinque anni.
Che cos'è Milano? Che cos'è la letteratura? Chi è davvero lo scrittore? Che cos'è un sogno? E un incubo? Esiste Dio? La morte si vince? Fuori del cerchio magico dell'amore esiste astio o salvezza? Quali segreti si celano all'umanità? Ecco gli attrattori strani che Alessandro Zaccuri ha posizionato, come altrettanti buchi neri, nel corpo accecante della Milano in cui entra da cronista esoterico o, semplicemente, da romanziere che è pronto alla definitiva consacrazione narrativa: Milano, la città di nessuno è, come esplicita il sottotitolo, un reportage visionario e allucinato che attraversa ventricoli, gomiti, diverticoli, intestini del grande mistero androginico di una metropoli non ascesa allo statuto di metropoli, il contrario esatto del non-luogo à la page qualche anno fa. E' il racconto del pellegrinare impressionante dello spettro di Luciano Bianciardi che torna a Milano: torna e vaga feroce e poetico come controfigura di uno Knut Hamsun italiano. Questo è un romanzo avantpop con le contropalle: Zaccuri da qui spicca il volo - volo che l'Italia sembra faticare a spiccare.
Data fondamentale, per fondamentalisti dell'amore civile e culturale non soltanto in Italia: esce il libro più importante per comprendere, penetrare a fondo e abbracciare il progetto formidabile di riconnessione tra cultura e società del nostro tempo, a cui Wu Ming ha da tre anni lavorato con pazienza, passione e non timorata fede con la sua newsletter Giap: si tratta per l'appunto di Giap! (Einaudi Stile libero), antologia curata da Tommaso De Lorenzis a partire dall'immenso materiale che i Wu Ming hanno raccolto dal numero 1 della newsletter intitolata al mitologico generale Vo Nguyen Giap, il leggendario quattrostelle vietnamita che sconfisse chiunque, francesi americani giapponesi cinesi. Sottotitolo del libro: Storie per attraversare il deserto dagli autori di Q e 54. Citazione testuale dalla quarta di copertina: "Nulla di ambiguo, come vedete. Scrivo per far cadere la pioggia. Scrivo per bandire le guerre. Parole per scacciare i fantasmi, per riempire il ventre, per dichiarare senza paura ciò che si ama e si odia". Tre anni che hanno ribaltato il pianeta nella testimonianza - civile e intellettuale - del collettivo che ha ribaltato la letteratura italiana e ha inciso - come da vent'anni nessuno incideva - nel rapporto tra cultura e azione politica.
Recensire un romanzo prima di averlo letto non è un'operazione da stronzi. Non ho intenzione di fare, su La messa dell'uomo disarmato di Luisito Bianchi, la medesima esperienza di lettura in progress effettuata sul Kamikaze d'occidente di Tiziano Scarpa. Soltanto, ci sono cose urgenti da dire, a proposito del libro edito da Sironi, nella collana diretta da Giulio Mozzi: non voglio attendere altre trecento pagine di lettura per scriverne. Un'urgenza è pur sempre un'urgenza. Soprattutto quando è un'urgenza politica: letteraria e civile, cioè. Urgente, per esempio, è fare lo strillone, a rischio del ridicolo (non ho le fisique du rol): correte in libreria, non fatevi spaventare dalla massa della Messa, acquistatelo, perdetevi in questo straordinario sogno, che è pura tragedia e poesia e attualità politica. Se mi volete bene, fatelo.
di Flavio Santi [questa recensione è apparsa sull'ultimo numero della rivista Atelier]
Sembra una ballata dei REM o del Boss, comunque non sembra nulla di italiano. Eppure è così italiano. Nel fuoco di questo paradosso vive l’ultima raccolta di Edoardo Albinati. Albinati è senz’altro il più interessante esempio di poeta-romanziere in circolazione, razza ormai quasi del tutto estinta in Italia (il che, se non altro, la dice lunga sullo stato delle cose) e pochissimo rappresentata all’estero (resiste Michel Houellebecq, ma chi altro?). La condizione di poeta-romanziere ha toccato il culmine nell’Ottocento, secolo cui è auspicabile un ritorno, prima possibile, per il suo regime di fiducia in una realtà e un linguaggio assoluti e universali e così spiegato da Carmelo Bene: «tutto il Novecento non sarà altro che un chiosare quanto nel Sette-Ottocento veniva semplicemente fatto, questa grazia dell’immediato». In Italia c’erano Foscolo e Manzoni (ma anche Leopardi è, nel suo prismatico modo, romanziere), e all’estero personalità come Victor Hugo, Herman Melville, Edgar Allan Poe. Poi il Novecento ha portato una netta separazione, una specie di atomizzazione, come se le strutture artistiche, in quanto forme conoscitive, richiedessero una strenua specializzazione: Pasolini è stato il solo ad alimentare una circolazione continua fra prosa e poesia (prima di lui soltanto D’Annunzio: vorrà pur dire qualcosa?). Solitamente si considera l’una al traino dell’altra, piuttosto che in costante colloquio.
Avevo lanciato un appello a Tommaso Pincio, affinché mi inviasse il testo digitalizzato del suo intervento su Ninna nanna di Palahniuk, apparso su Alias due settimane fa. Pincio me l'ha inviato. Lo ringrazio tantissimo.
Un giornalista di mezza età, claudicante e alquanto esaurito, scopre che si può uccidere chiunque cantandogli un’antica ninnananna africana. Decide così di unire le sue forze a quelle di un’agente immobiliare, specializzata nella vendita di case infestate da spiriti, per ritrovare tutte le copie del libro in cui è pubblicato il canto della dolce morte e toglierle dalla circolazione. «Ecco cosa ti spacciano oggi per trama» sarebbe il commento di un personaggio di Palahniuk, se Ninnananna (Mondadori, traduzione di Matteo Colombo, pag. 280, Euro 14,00) non fosse un suo romanzo.
Anni fa avrei considerato imbarazzante scrivere di un libro di un amico, di uno che si stima conoscendolo di persona. Oggi è quasi impossibile scrivere senza provare quell'imbarazzo. Gli scrittori di cui scrivo sono tutte persone che sono andato a conoscere o che ho accidentalmente conosciuto, che stimo, a cui voglio bene al di là dei loro libri. Che siano poeti, romanzieri, saggisti, intellettuali senza opera: li ho visti, fisicamente, li ho toccati, psichicamente. Ci sono però casi in cui la frequentazione assidua di queste persone non è disgiunta da un magistero che, storicamente, per me ha contato moltissimo. Per esempio: se io scrivo narrativa, la colpa è di Ferruccio Parazzoli. Io scrivevo poesie, prima di conoscere Parazzoli. Non dico che sia un evento fondamentale per la storia della letteratura italiana. Dico semplicemente che è un evento fondamentale per me. Con Parazzoli sono arrivato addirittura a pubblicare un libro, I demoni, a sei mani (le restanti due erano di Michele Monina). Ciò convertirebbe immediatamente qualunque recensione che io stenda su libri di Parazzoli in una piaggeria implicita. Non è così. Per me, gli altri sono "io": sul serio, sono parti dell'"io" che stupiscono: sconosciute ma conoscibili. Che porzione del mio "io" è il mio Parazzoli? Questa: è il Male. E' il Diavolo. E' il Papà.
Questa non è una recensione. Poi specificherò in che senso, a mio parere, qui non si fa critica letteraria. E' una premessa necessaria nel momento in cui mi trovo ad affrontare quello che considero il testo più avanzato della letteratura europea di oggi. A chi dispiacciono giudizi estremi ed estremistici sulla narrativa e sugli scrittori: le parole che seguono vi faranno montare irritazione, per cui smettete. Smettete di leggere, non tornate mai più su questo sito, dimenticate giuseppe genna. Però, per favore, ascoltate quest'ulteriore invito: compratevi una copia della seconda parte dei Canti del caos di Antonio Moresco e leggetelo. Moresco, al di là delle cose che possiamo dire io o altri, va letto. In caso di rigetto, va abbandonato. Però entrate in questo corpo a corpo con un testo che, di colpo, all'improvviso e secondo modalità per me inattese, si stacca totalmente dal percorso a cui Moresco sembrava essersi votato e amplia, in maniera violenta, lo spazio del dicibile oggi in letteratura. L'argomento centrale di questo romanzo, a patto che si possa dire una cosa del genere e che questo sia un romanzo, è semplicemente inaudito: è il salto di specie. Un salto di specie che si annuncia, prima che storico, letterario.
Dio benedica, strabenedica, strastrabenedica Cassini, Di Gennaro e tutti quelli che stanno facendo di minimum fax l'editore più vivace e memorabile di questi anni. Non è un'iperbole: quanto stanno realizzando i faxisti romani è un'opera di incredibile inoculamento dell'avanguardia e della retroguardia della letteratura mondiale qui in Italia, dove la retroguardia americana rischia di essere ben più avanti di qualunque avanguardia a cui sono sensibili i nostri parrucconi. Perché tanto entusiasmo? Beh, perché minimum fax ha rieditato, dopo anni di ingiustificatissima assenza dalle italiche librerie, il capolavoro di Richard Yates, il leggendario Revolutionary Road. Un testo fondamentale, che ha nutrito in dialettica vertiginosa gente come Cheever, Wolfe, Ford e soprattutto Carver. Il testo archetipico del dirty realism americano: quella sensibilità letteraria che ha la sua ultima evenienza in Europa, grazie a Houellebecq. Nella collana dei classics, in cui finora hanno trovato asilo mezzecalzette come Barth e Barthelme, minimum fax fa uscire questo prodigio più che novecentesco, per la traduzione storica (riveduta) di Adriana Dell'Orto, e con una formidabile introduzione del figliol prodigo di Yates, Richard Ford.
Una delle chicche imperdibili che l'editoria italiana concede di godersi è la collana macchine da scrivere di minimum fax. Chi fosse interessato alla teoria della letteratura ha l'obbligo di farsi risucchiare da Col pianoforte ero un disastro, l'intervista che Rick Moody ha rilasciato a David Ryan, editor di Paris Review e Post Road, nel 2001. Rick Moody è una delle voci dell'ultimo postmoderno americano che, qui in Italia, attende adeguata celebrazione. Recentemente, dopo la parziale sortita di Demonology, sono usciti per Bompiani i Racconti di demonologia, curati dall'adrenalinico Simone Barillari, che ha firmato un'imperdibile prefazione alle storie allucinate di Moody, e che ora è curatore anche del colloquio tra lo stesso Moody e Ryan, con ulteriore imperdibile prefazione. Sottolineo: imperdibile.
L'autore di Un cuore così bianco è appena stato pubblicato nei tascabili Einaudi con la sua raccolta Quand'ero mortale: dodici elegantissimi racconti che permettono di porre in luce i nuclei stilistici e tematici di uno degli scrittori europei più apprezzati oggi. Una folla ambigua e dissoluta popola queste storie di Marías: un'attrice porno al suo primo ruolo da protagonista, un medico che declina in senso del tutto innovativo la qualifica di "specialista", uno spettro riluttante, un detective particolarmente bizzarro. E' il versante che Marías ha esplorato anche con la sua narrativa maggiore: una sorta di racconto gotico, di marca quasi anglosassone, infittito di surrealismo alla francese. Una specie di filosofo che fa scherzi letterari di effetto scenico e grande gusto. Un grandguignol praticato in guanti bianchi.
Non saremo mai abbastanza grati a Einaudi per l'opera di certosina proposta e riproposta di tutto il corpus letterario di cui è autore Don DeLillo. Ogni mossa romanzesca o poetica di questo - che non esitiamo a considerare quale uno dei due massimi autori viventi al mondo, insieme a Thomas Pynchon - è in realtà una variazione letteraria di un atto di ricostruzione del cosmo magico con cui l'uomo filtra il suo rapporto col mondo. Nel caso di Mao II, a partire dall'allucinante incipit con le nozze di massa nello stadio del SuperBowl celebrate dalla compagine settaria del Reverendo Moon, assistiamo alla messa in questione di ogni astro che compone le costellazioni magiche a cui fa riferimento l'uomo contemporaneo: l'ossessione della civiltà di massa, della paranoia e del terrore, della comunicazione, dell'identità e dell'anonimato, della creatività. Il protagonista, lo scrittore Bill Gray, è un calco tra Salinger e Pynchon (che, tra l'altro, ha detto di Mao II: "Questo romanzo è un gioiello. DeLillo ci conduce in un viaggio sconvolgente intorno alle versioni ufficiali della nostra storia quotidiana, a tutte quelle facili rassicurazioni su chi è chi. E lo fa con un occhio tanto attento e una voce cosí espressiva e diretta da non somigliare a nessun'altra"): seguire il suo destino fino al Libano devastato dalla jihad significa percorrere un itinerario allegorico, simile a quello pseudofinanziario di Cosmopolis.
Nel suo Elogio di Milano per la sua fertilità e la sovrabbondanza di ogni bene (che occupa per intero il quarto capitolo del De magnalibus Mediolani) Bonvesin de la Riva osserva: "Vi sono anche gli orti, che fioriscono per l'intero corso dell'anno e producono abbondanza di legumi di ogni genere". E forse Stefano Raimondi, ordinando le sue poesie sotto il titolo La città dell'orto, potrebbe strizzare l'occhio al suo grande antenato duecentesco: benché gli orti, come tutti le altre bellezze naturali elencate da Bonvesin (frutteti, castagneti, dolcissime vigne, fertili fiumi e infiniti ruscelli di fonte, ecc.ecc.), sembrino oggi del tutto estranei alla realtà milanese. E proprio in questo senso, già il titolo scelto dall'autore suggerisce una dolorosa antitesi, che sarà poi sviluppata ed elaborata nel corso della raccolta.
Odioso, saccente, eccessivo, esteta per nulla raffinato, coltissimo, narcisista all'eccesso - però un genio. Questo signore è Tom Wolfe, l'uomo che forse maggiormente ha segnato, negli ultimi trent'anni, il complesso rapporto che lega società e letteratura. E' uno dei massimi esponenti del new journalism, ma è anche un eclettico frequentatore delle ambigue lande del gonzo journalism. E' uno che sa Nietzsche a memoria, ma poi potete vederlo a fianco di Armani a fascisteggiare sul mondo contemporaneo. Si veste come Gil Cagné e pensa come Dostoevskij. E' l'incarnazione del postmoderno e di ciò che lo supera. E' apocalittico e non integrato. E' autore di almeno due capolavori, romanzi che resteranno nella memoria di chi ricorderà il nostro tempo: Il falò delle vanità e Un uomo vero - quest'ultimo probabilmente trattandosi di uno dei massimi risultati ottenuti dalla narrativa contemporanea. Adesso esce da Mondadori La bestia umana: una raccolta di saggi e fiction di Tom Wolfe - un affondo letterario fantastico, da non perdere.
Esce da Einaudi l'ultimo capolavoro (nel senso che è il più recente) di Philip Roth, uno dei tre scrittori migliori al mondo (gli altri, secondo noi: Pynchon e DeLillo). Si intitola L'animale morente, 120 pagine che condensano in maniera vorticosa, mediana e allucinata al tempo stesso, l'umanità occidentale del nostro tempo. E' un controlamento di Portnoy, un manuale a uso della finitudine umana con cui tutti i noi dobbiamo fare i conti. Ed è un diorama definitivo, un gemmario delle solitudini e delle euforie, del sesso mortuario e della morte sessuale, un astrolabio che calcola sigizie conosciute e nascostissimi efelii del nostro vivere quotidiano, storico e spirituale. E' un libro che non ha niente a che vedere con la religione e molto con la metafisica. E' la storia che diventa Storia. E' il capolavoro allo stato quintessenziale. Composita solvantur: sic transit historia hominis. Roth, in piena esplosione di sé, approfondisce la lordura e lo splendore della Macchia umana - e ci restituisce Shakespeare in pieno 2003.
"Divorami, America!" è il grido non disperato, ma furibondo, del professor Malik Solanka, presule negli States avendo abbandonato la famiglia (seconda moglie e piccolo pargolo) nelle perfide lande dell'altrettanto perfida Albione. Non sarà l'America a divorare Solanka, bensì la sua stessa rabbia a divorare New York, e poi il pianeta, e poi il messianico figliuolo non tanto prodigo, e poi il presente tutto, e infine se stesso, in un crescere di esplosioni sempre più orchestrali, quasi un conato di vomito collettivo che prende l'uomo nel tempo dell'Alta Ambiguità.
Evangelisti è un gigante dell'innovazione, la sua opera è un torrente in piena. Nel giro di un decennio fulminante, la scrittura ieratica e avventurosa di Evangelisti si pone come la matrice misteriosa di un nuovo stadio evolutivo della narrativa italiana. Non si tratta di progresso, bensì di mutazione. Una rottura epistemologica separa la teoria della letteratura, soggiacente alle meditazioni narratologiche di Evangelisti, dai balbuzienti anni Ottanta, dalle miniature intimistiche, perfino dalle manifatture di genere (polpettoni investigativi e poliziotteschi, grotteschi romanzi fantastorici o meccaniche ruminazioni cyberpunk) in voga nella letteratura all-inclusive per i consumatori che non finiscono mai di leggere i libri che comprano. Evangelisti, in realtà, se ne fotte della letteratura di genere. Mentre i letterati copiano lo stile e riproducono il cliché, Evangelisti il Grande prende il cliché e lo fa diventare un archetipo. Fa metafisica sperimentale.
Dopo essere stato l'autore di una memorabile trilogia poetica che ha segnato la storia della letteratura (con Il galateo in bosco, Fosfeni e Idioma), Andrea Zanzotto, a ottant'anni, non si autocelebra né intende congedarsi con uno di quei libri crepuscolari e saggissimi con cui, solitamente, i grandi poeti si preparano a dare l'addio al mondo. In effetti si potrebbe affermare che Sovrimpressioni è un libro saggissimo e tuttavia bisognerebbe concedere un sovrappeso a questa saggezza: che è la divina e sfrenata follia di Zanzotto. Zanzotto è folle come fu folle Hölderlin: non è stato recluso in una torre, si è autorecluso nella natìa Pieve di Soligo da dove ha lanciato, sul mondo e dentro il mondo, il suo sguardo (lo sguardo più profondo che un italiano abbia lanciato nel secondo Novecento). E' uno sguardo folle, appunto, che corrisponde a una lingua folle e a una struttura folle: basti pensare agli strati geologici che andavano intrudendosi l'un dentro l'altro nella Trilogia, così scompaginata e frastagliata e autocontaminata da riprodurre, frattale e casuale, l'organismo al culmine della sua genesi e il disfacimento di un mondo al suo trapassare. Con Sovrimpressioni, per sua esplicita ammissione, Zanzotto riprende la linea avviata con Meteo: glomeruli e nuclei che, in deriva poetica, tendono a compattarsi, a connettersi, quasi un processo di mitosi cellulare in corso.
Mille pagine, più di cinquanta personaggi che si muovono nell'arco di trent'anni, da New York al New England, da Parigi all'Italia (Viareggio, Assisi, Roma...) alla Spagna. Che cos'è questo mostro letterario noto come Le perizie, a firma William Gaddis? E' anzitutto un'immensa, antiergonomica allegoria che crolla su se stessa, che pone diversi quesiti a chi si avvicini al suo labirinto infido e umoristico: quesiti tutti fondanti, almeno per quanto concerne l'identità dell'homo americanus e, con salto profetico (da parte di Gaddis), dell'uomo occidentale tout court. Quando apparve, nel 1955, questo testo laicamente biblico ebbe più di una difficoltà nell'essere riconosciuto per quello che era: un libro d'inizio e, quindi, l'inizio stesso di una letteratura nuova, che sarebbe caduta sotto l'ambigua e gloriosa etichetta di Postmoderno. Un confronto significativo? Prendete L'arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon e mettetegli accanto Le perizie di Gaddis: avrete due libri gemelli, ma eterozigoti, col primo ben più disinibito del secondo e il secondo ben più erudito del primo.
Deve formarsi fuori dall'Italia e non essere italiano uno scrittore o una scrittrice di lingua italiana, per riuscire a parlare del mondo, a scuotere e schiaffeggiare l'astenica abulia del lettore italiota, a emozionare, a fare vibrare non una ma tutte le corde psichiche che la letteratura mette a disposizione di chi ne sente l'urgenza, l'inderogabile vocazione? Parrebbe di sì, se si considera che Helena Janeczek, sorta di melting pot genetico e culturale condensato in un'unica persona, è nata a Monaco, non è di lingua madre italiana, ha attraversato una formazione che i nostri spiriti gracilini se la sognano, eppure è - a nostro immodestissimo parere, per carità - la migliore scrittrice d'Italia e uno dei migliori scrittori italiani in assoluto. Poetessa in tedesco - ma attendiamo presto una sua raccolta in versi anche in lingua citalpina -, già insignita del Bagutta Opera Prima per le sue vertiginose Lezioni di tenebra, Janeczek è una furia tragica, una corifea dolcissima, una profetessa veterotestamentaria, una regina del postmoderno made in Italy, una scrutatrice spietata e raggelante del mondo, un'accordatrice di ritmi e visioni che ha pochi eguali nel nostro Paese.
Nel 1962, mentre gli americani stavano decidendo se invadere o meno Cuba, mentre Kennedy imboccava il tunnel che avrebbe condotto al suo proprio omicidio, negli Stati Uniti usciva finalmente un libro leggendario, pubblicato tre anni prima a Parigi (dalla leggendaria Olympia Press) e scritto tra il '54 e il '57 in una stanza di hotel a Tangeri, in Marocco. Si trattava di Naked Lunch, uno dei capolavori che la letteratura americana del Ventesimo Secolo ha regalato al mondo. L'autore, Bill Burroughs, uxoricida, eroinomane, eminenza grigia e impazzita della nascente galassia beat, teorico del cut-up, era ben più che un drop out: era un drop out importante, una deità grafitica e aurea ai cui piedi, adoranti, adepti del calibro di Allen Ginsberg strisciavano supplicando oracoli. È grazie ad Allen Ginsberg se possiamo leggere Pasto Nudo: andò a recuperare il detritico Burroughs di persona, mise in ordine le pagine, tagliuzzò un po' dappertutto, si impegnò a fare vedere la luce editoriale a quel prodigioso manoscritto.
Alberto Bevilacqua ha venduto l'anima al diavolo: e lo racconta. Racconta tutto di sé con il gusto per la potenza dell'accelerazione che può provare soltanto un pilota di Formula 1 e che il guidatore di un'utilitaria può soltanto immaginarsi. E questo è, a tutti gli effetti, Alberto Bevilacqua rispetto agli scrittori italiani contemporanei (e non parliamo di autori di massa: intendiamo anche gli scrittorini gracili e raffinati che godono un sacco a vendere i loro libretti a improbabili e inesistenti élite nazionali): Bevilacqua ha il turbo, gli altri hanno un motorino. Dopo la sorprendente, trascinante prova postuma de La polvere sull'erba, uscita da Einaudi con un clamoroso successo di critica e pubblico, Bevilacqua si presenta alla seconda uscita einaudiana con il libro della sua vita: "definitivo", come si dice nella quarta di copertina, eppure infinito, perché intercetta una capacità affabulatrice talmente arcaica e inesauribile, che non sarebbe peregrino immaginarsi un ciclo continuo di eiezione delle storie mirabolanti, che l'autore parmigiano inventa o ha vissuto con incendiaria aderenza alla realtà parallela appartenente prima al mito e poi alla letteratura.
In editoria governano alcuni pregiudizi imbecilli. Per esempio: i racconti non tirano, quindi non si pubblica Cheever, che invece negli anni Ottanta sbancò l'America con una raccolta di pezzi brevi. Un altro pregiudizio: se sei un autore devi scegliere che autore vuoi essere ed esserlo sempre. Scrivi noir? Scrivi solo noir. Scrivi "alto"? Scrivi solo alto. E via così. Un ulteriore pregiudizio: Don DeLillo non vende, per cui per vent'anni lo ignoriamo e in Italia non lo pubblichiamo. Tre pregiudizi da decerebrati che proprio Don DeLillo frantuma con Body Art, il romanzo breve (o racconto lungo) che il genio americano pubblica dopo l'immane impresa dell'epica di Underworld. Dev'essere preso un crampo allo stomaco di qualche editor quando, dopo le oltre mille pagine del suo capolavoro, DeLillo ha presentato questo striminzito libretto: un haiku che segue un'enciclopedia è un'operazione che soltanto un grandissimo autore può permettersi di realizzare. DeLillo l'ha realizzata.
Una riflessione sulla vicenda dell'Italia repubblicana, che nasconde un profondo conflitto di civiltà, da fare riemergere, da comprendere per via di una storia degli effetti dolorosa, chance per appropriarsi della verità di quanto difficoltoso è stato il processo di colonizzazione culturale che ha condotto il nostro Paese alla palude del presente. Un intreccio che non risparmia l'utilizzo degli strumenti più variegati della letteratura planetaria (codici del thriller, della spy-story, del romanzo di formazione, della narrazione realista, della sociologia, della saggistica politica e geopolitica, del racconto nomade). Un portentoso attacco alla fragilità psichica del nostro presente, senza nostalgismi e finte, senza allusioni o nascondini. 54 è il compimento più logico della traiettoria tracciata con la folgorante meteora di Q ed è un'apparizione che rinnova lo squarcio praticato dai ragazzi del progetto Wu Ming (già Luther Blissett) nel consunto sipario della narrativa italiana d'oggi.
Che cosa devo fare? Posso lasciarmi andare all'entusiasmo? Nonostante l'utilizzo iper-retorico che faccio dell'etichetta banalissima "capolavoro", posso permettermi di dire che Cronaca della fine, lo stravolgente e sconcertante romanzo di Antonio Franchini appena edito da Marsilio, entra di diritto tra i libri fondamentali della narrativa italiana contemporanea? Bando alle timidezze e alle incertezze metodologiche: Cronaca della fine è un romanzo pluriverso, impazzito, che coniuga un'impressionante accelerazione verso la cosmologia dell'umano con una capacità espressiva che parecchi scrittori italiani devono invidiare a Franchini. Il minimo, il minimissimo, l'ignorato, l'espulso dalla storia, il marginale, la merda dell'umanità, insomma, elevati a specola universale - il tutto senza perdere il timone della storia concreta, intridendola di pietas: la cronistoria impazzita del "caso Dante Virgili", quest'opera di generoso abbraccio al mondo da parte di Franchini, rende conto di tante cose: letteratura, esistenza, vita, emozioni, solitudine, dialogo, amicizia, sesso, morte, storia moderna, malattia, potere, nichilismo, amore...
A fine febbraio, mentre si annuncia una primavera che ricorda altre Primavere, la società letteraria italiana si risveglia dal torpore, ritrovandosi tra le proprie file uno scrittore fatto e finito, incendiato di passione civile e intellettuale, stilisticamente maturo e sorprendente, che con il suo romanzo d'esordio costringe tutti a misurarsi con almeno due àmbiti di violenta realtà: la storia attuale e la letteratura. Mario Desiati con Neppure quando è notte (peQuod), pur nella distanza di forme e contenuti, è il parente più stretto dell'ultimo memorabile esordiente che l'Italia di questi anni ha avuto in regalo: Tommaso Pincio. Non ha perso tempo Enzo Siciliano a segnalare sulla prima pagina de l'Unità "un romanzo fondamentale" come quello di Desiati: la vecchia buona stoffa si può consumare per colpa dei tarli, ma resta quella che è: buona stoffa. Mario Desiati è il caso letterario italiano dell'anno: si sta scatenando un'asta per acquisire i cataloghi prestigiosi il suo prossimo libro, mentre dalla Francia (in zona Grasset, pare) sembra che fiocchino le proposte. D'accordo totalmente con Siciliano, ribadiamo: questo Neppure quando è notte è il romanzo italiano più sorprendente, vivo e corrosivo di questi tempi che stanno rivoluzionando la nostra narrativa - e non soltanto quella.
Crediamo fermamente nel paradigma dell'intelligenza: non esiste letteratura se si prescinde dall'intelligenza. Crediamo fermamente nel paradigma della tradizione: non si dà narrativa o poesia senza un lavoro profondo sulla tradizione. Crediamo fermamente nel paradigma della visione: non c'è romanzo senza visionarietà, ossessione, generosità di esperienza e spreco di sé. È per questo motivo che Dario Voltolini, prepotentemente, entra nella schiera dei migliori narratori contemporanei, con il maglio di luce e le schegge di buio esplosi in Primaverile. Una prosa densa, inquietante, inquietantemente piacevole: spire e spire che trovano corrispondenza nell'uso della lingua e nella struttura onirica, grandiosamente sovrarealistica, grottesca e precisa al tempo stesso (un binomio talmente raro nel nostro romanzo attuale che, quando ci capita sotto gli occhi, ci fa veracemente gridare al miracolo). Una serie di scene numinosamente significative, potenti come certi frammenti di fiction e perciò memorabili, legate da una sintassi obliqua e spiazzante, che fa perno essenzialmente sulla sorpresa e sulla capacità proiettiva del lettore. Primaverile è una colonna sacra e pagana: una serie di scene istoriate e attorcigliate che salgono in verticale, prima che lo sguardo dello spettatore ritorni stanco alla base, frustrato dall'impossibilità di decifrare le allegorie finali, estremali, ultimissime. Questo ciclo sacerrimo di visioni dal nostro tempo, questa serialità incomprensibile a prima lettura eppure affascinante e stracolma di senso, se non è purissimo barocco contemporaneo (e lo diciamo senza valenze negative, facendo riferimento alla grande tradizione del barocco), è certamente un tentativo che si addentra in una terra di nessuno, almeno per quanto concerne l'Italia. Non c'è categoria critica che per il momento sia all'altezza di una prosa del genere, che tra l'altro è pronta a irrompere nel nostro presente: stanno velocemente arrivando a queste latitudini le migliori teste pensanti e i migliori narratori italiani.